13.11.09

[RECE] The House of the Devil



Facciamo un gioco:
immaginiamo di scoprire che esiste un film horror di fine anni '70 o primissimi anni '80, accostabile a capolavori come Rosemary's Baby, l'Esorcista o l' Halloween di Carpenter, di cui non abbiamo mai sentito parlare prima.
Immaginiamo di avere quindi la possibilità di vederlo oggi, nel 2009, per la prima volta.
Eccitante, vero?
Il problema è che il film in questione non è stato girato sul finire degli anni '70 o nei primissimi anni '80, ma oggi.
Questo film si intitola House of The Devil e il regista è Ti West.

Ripuliamo subito il campo da possibili fraintendimenti: questo film non è uno squisito giocattolino postmodernista sullo stile di Grindhouse o di The Devil's Reject, anzi, è l'antitesi di operazioni del genere. Ti West non esercita alcun distacco rispetto alla sua filmografia di riferimento, non la ironizza, non la sovverte, non la parodizza e nemmeno la omaggia con saccente accondiscendenza.
Ti West realizza questo film con una serietà assoluta, credendoci fino in fondo e senza alcun compromesso e se nella pellicola sentiamo forte il peso di autori di riferimento come Polansky, Friedkin, Kaufman, Carpenter, Boorman e Kubrick, queste influenze sono vissute dal regista più come una sorta di lascito da seguire e rispettare (anche se riverire sarebbe il termine più esatto), piuttosto che da reinventare. Tutto nel film trasuda amore, attenzione e ossessione.
Per Ti West i primi anni '80 sono ora e adesso e la maniacalità con cui li riporta in vita in maniera credibile è lontanissima anni luce dalle stilizzazioni facilone e spesso inesatte di tanti registuncoli della MTV Generation (sì, Nisper, parlo soprattutto di te), al punto che, osservando la pellicola, risulta davvero difficile credere che il film sia stato girato ai giorni nostri.
Ma questo è un bene o un male?
Per Malpertuis (uno dei miei blog preferiti quando si parla di horror anche se la penso quasi sempre in maniera opposta alla sua) è un bene e ne spiega la ragione in QUESTO lunghissimo e interessantissimo pezzo.
Io sono combattuto.
Da una parte penso che sia davvero un buon film e ho goduto come una scimmia nel vedere riportato in vita un certo tipo di linguaggio cinematografico che amo profondamente e che è andato del tutto perduto... di contro, non posso fare meno di pensare che quella di Ti West non sia altro che pura e semplice emulazione, fatta incredibilmente bene, è vero, ma pur sempre emulazione. E l'emulazione è posticcia per sua stessa natura, incapace di aggiungere nulla di interessante e di proprio alla materia emulata. E poi, diciamocelo, se messo in confronto alle opere di riferimento citate in apertura di post, il film di West, per quanto gradevole, ne esce con le ossa rotte.
In poche parole, preferisco mille volte un Devil's Reject che nel suo gioco postmodernista, fracassone, compiaciuto mi reinventa Peckinpah e Hooper, mescolandoli con un linguaggio moderno, vivo e attuale, a questo freddo, maniacale, certosino, esercizio di ricalco operato da Ti West.

Trailer del film:

Jocelin Donahue, protagonista del film e buona ragione per vederlo a prescindere da qualsiasi altra considerazione:

12.11.09

[RECE] Bon Jovi -The Circle-


Premessa numero 1:
a me i Bon Jovi sono sempre piaciuti e non me ne vergogno.
Mi piacciono tanto gli album vecchi (diciamo dall'omonimo primo album Bon Jovi, fino a Keep the Faith, escludendo quella zozzeria di 7800° Fareneith) e ascolto tranquillamente quelli più recenti (in cui ci sono sempre almeno un paio di singoli che ti ricordano il perché ami la band).

Premessa numero 2:
l'ultimo album, Lost Highway, era un piacevole cambio di rotta rispetto agli ultimi lavori. Più intimo, più maturo e meno da "puttane del rock" del solito. Il che, da una parte era una cosa buona, dall'altra parte speravo che non diventasse la regola: a me i Bon Jovi piacciono puttane fino al midollo, con i loro inni da stadio, i riff facili che non spaventano nessuno e le loro canzoncine d'amore e di ribellione per adolescenti.

Ho quindi accolto l'uscita di questo The Circle con una certa curiosità. Mi chiedevo in che direzione il gruppo si volesse muovere: se sarebbero tornati al "more of the same" che li ha contraddistinti negli ultimi quindici anni o se volessero continuare a cercare di dimostrare di essere una band che aveva anche qualcosa di maturo da dire.
La verità è che, purtroppo, non hanno fatto nessuna delle due cose.
Da una parte hanno ulteriormente alleggerito il suono, ibridandolo con l'approccio danzereccio e elettronico dei The Killers, probabilmente per riuscire ad arrivare a un pubblico nuovo e più giovane. Dall'altra parte sono tornati alle canzoni facili che non danno fastidio e non impegnano in nessuna maniera, con testi che sembrano scritti da un Bruce Springsteen in crisi ormonale (ma questa non è una novità per il gruppo). In tutto l'album non c'è un singolo pezzo che lasci il segno. Per carità, sono tutti brani gradevoli, composti con un certo gusto e con bei suoni... ma il disco non ha lo spessore (o l'ambizione di avere uno spessore) che distingueva Lost Highway e nemmeno la carica e la sfacciata piacioneria dei (pochi ma buoni) momenti felici di un Have a Nice Day o di un Bounce.
In sostanza, questo disco non esalta, non disgusta, non toglie e non aggiunge nulla alla storia dei Bon Jovi e di sicuro nemmeno a quella di quelli che lo ascolteranno.

Inutile.

p.s.
ma almeno non offensivo come l'ultimo album dei Kiss, intendiamoci.

10.11.09

Genovese replica a Traini... quando ce vò, ce vò.

Pur non condividendo alcune delle azioni e delle parole di Renato Genovese, il Gran Ciambellano di Lucca Comics & Games, non posso che plaudire il suo intervento in risposta alle chiacchiere faziose e comodamente alzheimeriane di Ribaldo Traini.
Lo trovate QUI.

Stato di servizio

Sono acciaccato in attesa di capire se la mia lunga striscia fuori dall'ospedale sta per finire o se, semplicemente, è una roba che passa.
Il che significa che passo le mie giornate sul divano, lavoricchiando ma, soprattutto, giocando a QUESTO (minchia, era dai tempi di Baldur's Gate che un gdr non mi prendeva così tanto).
In più, oggi esce pure QUESTO.
Cosa significa? Che forse posterò un pelo di meno.
O forse no.

9.11.09

Cristo era un anoressico!

Pare che il ministro Giovanardi dica pure che Cristo è morto di freddo. Che magrino com'era avrebbe fatto bene a coprirsi, ecchecazzo.
Se non sapete nulla dell'ultima porcata, rifatevi gli occhi QUI.
Io mi chiedo con quale faccia si possano dire certe cose.

Ma a chi la vuoi raccontare?


22 anni fa.Tanto è passato dalla mia "prima Lucca".
Avevo 14 anni e mi ci accompagnò mio padre, in macchina.
Non ho bene idea di dove avessi sentito parlare della fiera, probabilmente su uno dei primi albi dell'Uomo Ragno editi dalla Star Comics. O forse su Comic Art di Ribaldo Traini. Comunque sia, costrinsi mio padre a portarmici e ci passai la giornata. La fiera, per come la potevo percepire io, si componeva di due spazi: c'era il palazzetto che ospitava le case editrici maggiori e c'era una struttura esterna, che -se non erro- era appannaggio della sola Disney. Fuori dalla manifestazione c'era un grosso Topolino Apprendista Stregone gonfiabile. All'interno del palazzetto la gente si divideva tra i corridoi e le scalinate. Gli stand di collezionismo erano in alto, i fanzinari vendevano sugli scalini, al centro case editrici come la Bonelli, Comic Art e via dicendo. Di manga non si era ancora sentito parlare (Zero, la prima pubblicazione della Granata Press, e Akira, della Glenat, sarebbero arrivati solo un paio d'anni dopo), i super eroi non erano ancora esplosi, non c'erano proiezioni e, per quello che ricordo io, l'unico modo di parlare con gli autori era placcarli in giro, affidandosi alla buona sorte piuttosto che a un ragionato programma di incontri e conferenze.
Non ricordo mostre o momenti culturali, ma sicuramente erano in città e io non ne sapevo niente.
Da quella fiera me ne tornai con qualche numero di Ken Parker (non so bene perché ma li regalavano), un disegno di Carpi (che custodisco ancora piuttosto gelosamente), la colonna sonora di un film, un paio di albi di super eroi, qualche fanzine e l'immagine di una modella semi-nuda che veniva ritratta in uno stand. Era una bella fiera? Agli occhi di un quattordicenne che non c'era mai andato prima, era fantastica. A ripensarci adesso era abbastanza piccolina, commercialmente irrilevante per la città di Lucca e di non fondamentale interesse economico per gli editori.
Oggi però mi è capitato di leggere QUESTO e mi viene il sospetto che io andassi a una manifestazione diversa o che, forse, il concetto di "Salone" inteso da Traini fosse una manifestazione molto lontana dagli occhi del semplice appassionato ma molto vicina a quella di un preciso gruppo di autori, di addetti al settore, di politici e di faccendieri di varia natura. Fatto sta che io, di quella GRANDE e PRESTIGIOSA Lucca di cui parla Ribaldo, non ne ho memoria.
Ma diciamo che è un problema mio, ok?
Diciamo che le prime Lucca a cui ho partecipato erano le ultime della gestione Traini e che, probabilmente, qualcosa era già andato perso. Ammettiamo pure che forse ero io a non avere occhio per queste cose.
Però Expocartoon, la manifestazione a cui Traini ha dato vita subito dopo essere stato allontanato da Lucca, me la sono vissuta tutta e da vicino, spesso da espositore... e non mi pare proprio che fosse un GRANDE SALONE CULTURALE del fumetto. Anzi, ricordo che spiccava, in particolare, proprio per il suo piglio commerciale, caciarone, da grande festa paesana. Mi ricordo che era una fiera che non andava per il sottile e in cui trovavano posto stand di venditori di sorpresine Kinder, stand di rivenditori di impianti stereo per auto, stand dei Carabinieri... e chi più ne ha, più ne metta. Ricordo pure che, a parte le prime edizioni, le mostre di Expocartoon sono andate rapidamente peggiorando fino a sparire e lo stesso vale per gli incontri e le conferenze. Ricordo che Expocartoon è stata la prima fiera a far entrare gratis chi si presentava con un costume da cosplayer. Mi ricordo che gli stand di Expocartoon erano carissimi e che tutti, commercianti, autori, addetti al settore, odiavano quella manifestazione. Ricordo che le premiazioni degli Yellow Kid a Expocartoon erano deserte e di una noia mortale. Ricordo che gli autori, per avere i loro pass, dovevano implorare la Nanda (la moglie di Ribaldo) e spesso era tutto inutile e dovevi pagare il biglietto o entrare di straforo.
La mia prima cosplayer l'ho vista a Expocartoon (e sì, me la sono portata a letto, ciao Betta), la prima area dedicata ai giochi da tavola e ai videogiochi me la ricordo a Expocartoon (e trovai che fosse una buona idea), i primi giocatori di ruolo da vivo, intenti a darsi mazzate nel piazzale della manifestazione, li ho visti a Expocartoon, i primi stand di caramelle li ho visto a Expocartoon.
Expocartoon è stata per anni il paradigma delle fiere tutto commercio e zero cultura, pronte a cavalcare qualsiasi moda del momento pur di staccare qualche biglietto in più e appresso a lei tante altre manifestazioni si sono messe in cosa, emulandola.
Lucca, al contrario, ha sempre cercato di trovare (anche faticosamente e spesso sbagliando) un suo equilibrio, cercando di potenziare il suo lato commerciale senza, al contempo, perdere quello culturale. A conti fatti, specie dopo il ritorno in città, per me ci sono riusciti piuttosto bene.

Ecco perché oggi, a leggere quelle parole di Traini, mi viene da sorridere.
Anzi, no.
Mi incazzo proprio.

8.11.09

Che 45 milioni di euro potevano essere un inizio, eh?



Accodandomi all'idea di Massimo Mantellini mi sono divertito a confrontare le statistiche di accesso di questo blog (realizzato a costo zero, tanto per il piacere di farlo), con quelle del portale Italia.it voluto dallo stato italiano e costato 45 milioni di euro. La mia linea è quella blu, quella del sito del governo quella rossa.
Interessante, non trovate?
Qui sotto qualche confronto sempre tra Italia.It e qualche blog davvero importante.

ManteBlog


Il tutto, visto a pochi giorni dalla dichiarazione che i promessi soldi per l'adeguamento dell'Italia alla banda larga non ci stanno, fa uno strano effetto.

6.11.09

[RECE] Dylan Dog Gigante N.18


Ci vuole una bella faccia tosta per recensire l'albo di un personaggio per cui si lavora.
Ecco perché lo faccio io.
Scherzi a parte, quando un volume è particolarmente buono non ci vedo niente di male a parlarne e questo Dylan Dog Gigante n.18 è un volume davvero valido.

Dietro la (bella) copertina di Angelo Stano, troverete 4 storie, due lunghe e due brevi:

- Il vecchio che legge
scritta e disegnata da Fabio Celoni.
Una storia a mezza via tra La Città Incantata di Miyazaki e tanta letteratura occidentale classica. Celoni è ambizioso e non si risparmia sotto nessun punto di vista. I disegni sono ricchissimi e accompagnano una narrazione sentita, viscerale e lirica. Se proprio vogliamo trovargli un difetto, è proprio questa ricchezza a appesantire un poco il tutto ma, sinceramente, ce ne fossero di autori con una tale voglia di spendersi e di metterci anima e corpo in quello che fanno.

- Blatte
di Gualdoni e Saudelli.
Divertita e divertente, questa storia di insetti e disinfestatori ha il grande merito di non prendersi troppo sul serio e di essere scritta in maniera sobria, efficace e godibile. I disegni di Saudelli la accompagnano alla perfezione. Molto divertenti tutte le battute di Groucho.

- Tueentoun
di Barbato e Brindisi.
Nata da un'idea di Mauro Marcheselli, elaborata e resa personale da Paola Barbato, questa storia è il gioiello dell'albo. Lo spunto è fantastico e lo sviluppo è malato e inquietante. Una vera, grande, storia di Dylan Dog come non se ne leggevano da tempo. Eccezionali (al livello dello Sclavi degli anni anni d'oro) gli scambi di battute tra Dylan e Groucho. Bruno Brindisi in stato di grazia.

- Per una rosa
di Di Gregorio e Dell'Agnol.
Sulla storia non mi pronuncio. Non per che sia scritta male (non lo è) ma il Piccolo Principe mi sta troppo sulle palle e offusca la mia capacità di giudizio.
Dell'Agnol continua il suo percorso di ricerca: in certi momenti è un illustratore inarrivabile, in altri momenti lascia perplessi. Vale comunque la pena di seguirlo in questo viaggio.

In conclusione: per 5 euro e 80 centesimi in edicola c'è un volumone di 240 pagine di ottimo fumetto (a tratti straordinario). Sono in casi come questi che mi ricordo quanto ami il fumetto popolare italiano.

STEVEN SEAGAL MENTE! (e io ho le prove)

Immagine tratta da Rat-Man 75, in edicola in questi giorni.

Recchioni, Seagal e Ortolani in attesa di un tavolo al ristorante Villa Santa Chiara di Casoria, colti da un paparazzo.

Quelli dei 400 calci mi staranno invidiando tantissimo!

5.11.09

Che fare i fumetti è difficile... farsi i fumettisti, no.

Il buon Makkox fa sempre finta di essere un outsider del nostro settore, di esserne alieno e lontano dalle logiche.
Ma ne sa.
Ne sa a pacchi.
Gli originali li trovate QUI.

p.s.
mi sa che la Betta di queste tavole si basa (esteticamente) sulla nostra Betta.