8.4.16

Test per capire se siamo ancora scrittori in vita.



Non nascondiamoci dietro un dito: il fumetto seriale italiano ha un problema a monte e quel problema si chiama "scrittura". Poco ricambio generazionale, pochi stimoli a fare meglio, poca voglia di mettersi in discussione. E sia chiaro, in questo discorso mi ci includo allegramente.
Quindi, mi sono redatto un test personale, per cercare di capire se sono ancora una persona che vive questo mondo in maniera attiva o se, semplicemente, sono diventato uno dei tanti zombie che ormai campano di rendita.
Condivido il mio test personale con voi.
Visto mai che possa tornarvi utile come è utile per me?

(attenti, le risposte che vi darete potrebbero non piacervi e lo dico perché è così anche per me).

- Rileggi puntualmente i tuoi fumetti quando vengono stampati?

- Leggi i fumetti della serie per cui lavori anche quando non sono scritti da te?

- Tutti i mesi?

- Leggi i fumetti della casa editrice per cui lavori, anche se non sono legati in nessuna maniera alla serie per cui lavori?

- Tutti i mesi?

- Leggi fumetti di altre casa editrici?

- Tutti i mesi?

- Segui almeno un personaggio seriale a fumetti solo perché ti piace?

- Sapresti dirmi i titoli di tre successi recenti del mercato italiano?

- E di quello USA?

- E di quello giapponese?

- E di quello francese?

- E del web?

- Sapresti dirmi chi sono gli autori più in voga nel fumetto seriale italiano?

- E in quello USA?

- E in quello giapponese?

- E in quello francese?

- E del web?

- Quali sono i tuoi sceneggiatori preferiti? Riesci a farmi almeno tre nomi e collegarli a tre loro opere?

- Lavorano ancora?

- Hanno pubblicato qualcosa quest'anno?

- Tu lo hai letto?

- Quali sono i tuo disegnatori preferiti? Riesci a farmi almeno tre nomi e collegarli a tre loro opere?

- Lavorano ancora?

- Hanno pubblicato qualcosa quest'anno?

- Tu lo hai letto?

- Se ti chiedessero di indicare cinque  autori emergenti del fumetto italiano, ci riusciresti?

- Segui molte serie televisive?

- Guardi molti film?

- Leggi molti romanzi?

- Giochi a molti videogiochi?

- Leggi più fumetti rispetto alle serie televisive, i film, i romanzi e i videogiochi che segui?

- Secondo te, Spielberg, guarda ancora i film?

- E Stephen King, legge ancora romanzi?

- Ti capita mai di riflettere sul linguaggio che usi per raccontare le tue storie?

- Usi spesso indicazioni cinematografiche per descrivere le tue scena al disegnatore?

- Ami i fumetti seriali?





21.3.16

Miller. Frank Miller.



Pare che la DC Comics non abbia approvato il testo che avevo preparato per il volume del Comicon La Grande DC dedicato a Frank Miller, che quindi non apparirà in suddetto catalogo.
Poco male.
Lo posto qui, che tanto, a conti fatti, sul web lo legge più gente.




LA VERA IDENTITÀ DI BATMAN

La storia di Frank Miller alla DC Comics inizia con un tradimento.
Sono i primi anni ottanta: Frank Miller non è più, solamente, un giovanotto dalla mano non troppo felice che passa da un lavoretto all'altro come disegnatore tappabuchi per editori grandi e piccoli.
Grazie all'arco di storie che ha scritto e disegnato per la serie Daredevil, tutti hanno capito di avere a che fare con un autore che è dinamite pura. Il merito va principalmente a quel Jim Shooter (editor in chief della Marvel in quegli anni), che per primo ha creduto in lui, dandogli spazio, libertà di manovra, e visibilità. Non è una cosa che debba stupire, del resto: Shooter è un personaggio anomalo per quegli anni, un maverick, un despota illuminato, uno straordinario uomo di marketing. E, soprattutto, un provocatore culturale purissimo. E come tale, ne sa riconoscere un altro. E' proprio Shooter che propone a Miller di realizzare qualcosa di nuovo, di autonomo, in cui dare pieno sfogo alla sua visione autoriale: una graphic novel per la neonata etichetta della Marvel, la Epic, dedicata a questo tipo di opere. Miller ci pensa sopra e accetta. Del resto è giovane, incazzato e di talento: le sfide gli piacciono. Inoltre, il Miller di quegli anni è affamato e onnivoro e oltre che agli Usa e al Giappone, il suo sguardo spazia anche verso l'Europa, dove incappa nelle straordinarie pagine di Moebius e Hugo Pratt e ha già in testa un'idea precisa di cosa gli piacerebbe fare: una storia ambientata tra Giappone feudale e il futuro, disegnata a mezza via tra il manga, il fumetto francese e quello italiano, il tutto deformato e fatto esplodere alla maniera dei comics USA.
Terrorismo artistico e culturale. Un fumetto d'autore sabotato dalla cultura pop e sparato a tradimento contro il lettore di supertizi in calzamaglia. Consapevolmente o meno, il progetto che Miller inizia delineare a Shooter è un'opera che concettualmente somiglia in maniera pericolosamente eccitante a quanto fatto pochi anni primi dai mostri sacri del fumetto mondiale sulla rivista Métal Hurlant.
E' qualcosa che nel bigotto, noioso, perbenista, panorama del fumetto americano dell'epoca, non si è mai visto. Qualcosa che, forse, non è adatta per la Marvel che, infatti, tentenna nello stargli dietro.
Ed è in quel momento che il tradimento viene messo in atto.
La DC Comics, che all'inizio degli anni '80 sta iniziando a fare interessanti esperimenti in ambito editoriale, coglie l'opportunità e si fa avanti. E' l'illuminata editor Jenette Khan (la stessa che poi starà dietro al Dark Knight Return, Watchmen, Sandman, tra gli altri) che contatta Miller e lo seduce, garantendogli non solo la libertà assoluta e un ampio potere decisionale per tutti gli aspetti dell'opera, ma anche tutto lo spazio e il tempo necessario. E tanti soldi in più.
Miller non può resistere a abbandona la Casa delle Idee per la Distinta Concorrenza.
Nasce così Ronin, una delle prime mini-serie DC stampate in edizioni di pregio.
Con una solida base economica e tutto il tempo a sua disposizione, Frank inizia una lavorazione anomala, decidendo di realizzare lo script del fumetto alla maniera degli europei, scrivendo l'intera sceneggiatura vignetta per vignetta, non limitandosi a quel grosso plot riassuntivo tipico del metodo all'americana reso celebre da Stan "the Man" Lee e Jack "the King" Kirby. Con la stessa tecnica di sceneggiatura, Miller scriverà poi tutte le sue opere più importanti (e le più solide) della sua carriera.
Una volta completato lo script, si passa ai disegni. E qui Miller si diverte e si lascia andare: da una parte porta coerentemente avanti il discorso già iniziato su Daredevil, sviluppando la narrazione su vignette a tutta fascia sovrapposte, frammentando l'azione in mille dettagli e dilatando i tempi narrativi (forte, in questo senso, l'influenza del fumetto orientale). Dall'altra parte, è sul segno che Miller sperimenta di più. Non dovendo più sottostare alle chine violente (e bellissime) di Klaus Janson, l'autore si permette il lusso di andare in direzione opposta, lasciandosi influenzare dai tratteggi ordinati e ossessivi di Moebius e dal feroce intreccio di linee del Kojima di Lone Wolf and Cub. Forse, per l'unica volta nella sua carriera di artista, Miller cerca il semitono, la sfumatura, il grigio.
Il risultato è interessante ma discontinuo. Evidenti e a tratti mal digerite le varie influenze, alcune pagine di Ronin hanno però un'efficacia e una visionarità che mai più si riscontrerà nell'opera del sindaco di Sin City. E' comunque nella pura e semplice narrazione per immagini, negli attimi che l'autore decide di mostrarci e nel modo in cui questa serie di attimi si legano l'uno all'altro, che l'opera trova la sua eccellenza. In quello e nella storia, che è bizzarra, originale e ardita, e che rappresenta all'interno del corpo dell'opera milleriana quasi un elemento alieno.
Gli esiti dell'operazione sono incoraggianti al punto da spingere autore e casa editrice a rilanciare e a osare davvero. Il lavoro successivo di quello che sta rapidamente diventando l'enfant terrible del fumetto USA andrà a toccare una delle tre icone sacre del DC: Batman, il cavaliere oscuro. 
Siamo nel 1986, adesso, e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro impatta sul mercato dei comics americani in maniera devastante. La visione di Miller è oscura e provocatoria e antitetica a quella di un altro autore che, sempre il quegli anni, sta scuotendo la DC Comics e il mondo del fumetto tutto: Alan Moore. Moore è inglese. Miller americano. Moore è cerebrale. Miller scrive con la pancia. Moore è un autore fortemente politicizzato a sinistra, fieramente schierato contro la Thatcher e Reagan. Miller è un fascista zen (per dirla con le parole di John Milius) e se ironizza contro Reagan non lo fa perché lo ritiene un repubblicano iniquo e ottuso, quanto perché rappresentate di un governo troppo invadente, oppressivo e nemico di quello spirito di indipendenza e di liberismo propri della parte migliore (e di quella peggiore) dell’american way. Non è un caso che Miller, all'interno del Dark Knight Return, decida di raffigurare Superman, personaggio creato da due immigrati ebrei ed emigrante pure da lui (da un pianeta vittima dell’olocausto), come un potentissimo servo colluso del sistema, una creatura che vive alla luce del giorno e, per questo, accecata dal sole e incapace di vedere. Tutto il contrario del “dannato” Batman insomma, figlio di un magnate che si è fatto da solo, un giustiziere solitario e mascherato (al pari di tanti vigilanti mascherati che si facevano veramente giustiza da soli all’epoca dei pionieri americani, tipo il Ku Klux Klan), illuminata creatura della notte in grado di vedere quelle stelle che il sole cela alle creature diurne e, per questo, portatore di verità. Un uomo che non accetta padroni ma che è padrone del proprio destino e del destino di quelli più deboli e inconsapevoli di lui, gli ignavi. E se ci vedete una pesante lettura massonica in tutto questo, è perché c’è. Il Ritorno del Cavaliere Oscuro è un’opera viscerale di un autore incredibilmente dotato, un capolavoro di linguaggio, invenzioni, potenza e intensità. Ed è pure un fumetto reazionario fino al midollo che diventa un successo planetario e un opera di culto. Dopo un successo del genere, Miller vuole dimostrare la sua piena indipendenza rispetto al sistema. Quindi lascia la DC, torna in Marvel e sforna altri tre capolavori (Daredevil -Born Again-, Daredevil -Amore e Guerra, Elektra Assassin). Poi, come il cavaliere della valle solitaria che si allontana verso il tramonto dopo aver ammazzato tutti i cattivi, prende e se ne va di nuovo. Perché a Miller, Batman gli è rimasto nel sangue e sa di essere l'autore più significativo che si è mai confrontato con il personaggio. Gotham City è la sua città e lui gli appartiene. E' la volta di Batman -Year One-, capolavoro di misura e controllo in cui Miller fa vedere al mondo che sa scrivere una storia anche senza dover rompere tutto quello che ha attorno.
A fargli da compagno di giochi c'è quel David Mazzuchelli che è cresciuto con lui sulle pagine di Born Again e che adesso è arrivato alla piena maturità artistica. Insieme i due danno vita alla storia di Batman perfetta, riscrivendone per sempre il mito. Ovviamente, è di nuovo un successo enorme. La storia d'amore tra Miller e Batman sembra destinata a non finire mai.
E invece finisce in maniera subitanea. Frank vuole la libertà completa di raccontare quello che vuole e vuole più soldi. Anzi, quello che vuole davvero è una percentuale sulle vendite dei suoi volumi, una percentuale alta. La DC gli dice che la libertà gli verrà data a patto di accettare l'umiliante sistema censorio che le major del fumetto USA si sono imposti e, quanto alla percentuale sulle vendite, non se ne parla. La DC non è una di quelle nuove case editrici indipendenti che presto spariranno.
E poi, Batman non è una sua creazione, giusto?
E allora Miller prende e se ne va. Se non può più abitare a Gotham City da cittadino libero, allora fonderà la sua città. E la chiamerà Sin City.
Per parecchi anni le cose resteranno così, con Frank impegnato in vari progetti indipendenti (tra cui 300). Ma se Miller non ha bisogno della DC, la DC ha bisogno di Miller. E infatti lo richiama e gli propone di dare un seguito alla sua opera di maggior successo, Il Ritorno del Cavaliere Oscuro.
Per invogliarlo ad accettare la DC gli dice che può chiedere quello che vuole: Miller chiede la libertà totale.
E un milione di dollari.
Sono passati tredici anni dall'ultima volta che Frank si è confrontato con Batman. Cosa è successo nel frattempo? Il reaganismo è finito, il glam metal dimenticato, l’Unione Sovietica è storia, l’austerity clintoniana è venuta e passata, come il grunge. Ma, soprattutto, Le Torri Gemelle sono crollate e dalle loro macerie è nato il regno del terrore. A difendere la vita e gli interessi del il povero consumatore occidentale, c'è solo George W. Bush e la sua Guerra Santa 2.0.
Mai come in questo momento c’è bisogno che il crociato con il mantello torni a colpire.
Prima dell’uscita della miniserie, le leggende si moltiplicano: si dice che la storia verterà su uno scontro tra Batman e Osama Bin Laden, che da questa miniserie nascerà un nuovo universo supereroistico interamente progettato da Miller stesso, che se ne farà immediatamente un film con Clint Eastwood. E via discorrendo. L’unica cosa certa è che tutti lo aspettano con il fiato sospeso e che venderà un fantazillione di copie. E l’uscita del numero uno lascia tutti spiazzati. Miller sfoggia uno stile di disegno ultra essenziale, molto sintetico e fortemente caricaturale in un incrocio blasfemo tra l’ultimo Hugo Pratt e il primo Bob Kane. A rendere ancora più traumatica la cosa, Lynn Varley, la sua storica colorista e compagna, abbandona le sue velature analogiche in favore di un uso della colorazione digitale assolutamente straniante che la fa sembrare, a seconda delle pagine, una geniale punk eversiva intenzionata a sovvertire le convenzioni di una colorazione standardizzata o una principiante alle prese con i suoi primi esercizi al computer. E poi c’è la storia. Che è uno scherzo crudele. Miller non solo non realizza un seguito all’altezza del capolavoro che lo ha preceduto, ma non ci prova nemmeno. Quello che fa, invece, è farsi beffa di tutto e tutti. Ride, il vecchio Frank. Di sé stesso e dell'aurea di sacralità che ha investito il suo lavoro. Ride della DC, che lo ha coperto di soldi e che si aspetta un'opera dai toni epici e, invece, si ritrova per le mani un lavoro così satiricamente corrosivo da sembrare quasi una storia concepita dal Joker in persona. E, soprattutto (e questa è la cosa che i nerd non gli perdoneranno mai), Miller ride dei supereroi e della loro inalienabile ingenuità. L’unico personaggio che Frank Miller prende sul serio, l’unico che risparmia dalla sua furia iconoclasta, è lui, il dannato Batman, che nel Cavaliere Oscuro Colpisce Ancora viene rappresentato come un maestoso e terribile terrorista dell’ordine e della mediocrità costituita.
Nessun dubbio che Miller si identifichi al cento per cento nel suo uomo-pipistrello.
Il ritorno di Frank in DC è la pietra tombale dei bravi eroi in calzamaglia e il trionfo del cinico e beffardo vigilante.
Batman vive per sempre mentre i supereroi sono morti da un pezzo.
La risposta della critica è contrastante. La risposta del pubblico è univoca: odio puro.
Ma le vendite sono ugualmente stratosferiche. E allora si continua. E' la volta di All Star Batman e Robin, scritto da Miller e disegnato da un'altra star del fumetto USA: Jim Lee.
L'opera avrebbe dovuto fare da anello di congiunzione tra l'interpretazione del Batman del Year One,violenta, paranoica e ferocemente avverso alla polizia corrotta di Gotham City, figlia del periodo golden age del personaggio, e quella più moderata, amica degli sbirri e borghese della silver age. Un maniera per Miller di cominciare a cucire assieme tutte le sue opere in una sua visione unica e coerente. Purtroppo, per problemi mai del tutto chiariti, alle stampe arrivano solo i primi capitoli, fortemente interlocutori. Poi il progetto si arena e cade in quel limbo in cui si trova ancora oggi. Miller torna ai suoi lavori personali e il suo rapporto con la DC sembra definitivamente interrotto, anche per le cattive condizione di salute in cui versa l'autore.
Ma, come diceva Sean Connery: “mai dire mai”. E, infatti, il cavaliere oscuro (Miller, non Batman), colpisce ancora, tornando di nuovo sul luogo del delitto, quella Crime Alley in cui trovarono la morte i coniugi Wayne e nacque il crociato in nero.  E siamo alla storia recente.
Proprio in questi mesi sta venendo serializzata negli Usa la terza miniserie dedicata all'universo alternativo del Dark Knight Return e questa volta l'intenzione sembra sia quella di creare un “Millerverse” alternativo all'universo supereroistico ufficiale DC Comics. Miller ha annunciato anche un quarta iterazione dello stesso brand e poi, chissà cos'altro.
Quello che ormai sembra chiaro è che c'è un solo modo per portare via Batman da Frank Miller ed è quello di strapparglielo dalle sue fredde mani (per citare il motto della National Rifle Association). E io spero che questo accada il più tardi possibile, perché Miller non solo è uno dei più grandi fumettisti di sempre, ma è anche le vera identità segreta di Batman, con buona pace di quel debosciato di Bruce Wayne.



16.1.16

14.1.16

Della volta in cui mi sono ritrovato a difendere i Cinque Stelle.



Che io non sia proprio un sostenitore dei movimenti politici che fanno leva sullo stomaco della nazione e che tendono a semplificare questioni complesse, dovrebbe essere cosa nota.
Questo atteggiamento mi spinge a essere sempre molto diffidente nei confronti del M5S.
Però sulla questione di Quarto, devo dire che -per una volta- mi sento di prendere, almeno un pochettino, le parti del movimento di Grillo e di Krusty il Clown.
Non perché pensi che abbiano fatto bene a non proteggere un loro esponente (che tutto sommato, molte colpe non ne aveva) e ne abbiano piuttosto preteso la testa, rimangiandosi oltretutto il loro principio della democrazia dal basso, espellendolo senza ricorrere al referendum delle rete.
No, no: per me l'M5S ha gestito una faccenda (tutto sommato piccolina e trascurabile) in una maniera goffa e impacciata che ne dimostra ancora la poca maturità politica. E su questo non ci piove.
Però, se è ovvio che il PD ci sta andando a nozze, ingigantendo a dismisura la questione, quello che mi lascia perplesso è la netta flessione che il M5S ha subito nei sondaggi. Un punto e mezzo di persone deluse che, all'indomani di Quarto, hanno cambiato fede.
Persone che credevano in quell'ideale di un partito anti-politico che, in poche settimane, si sono disilluse e hanno deciso che no, è proprio vero che sono tutti uguali, ANCHE quelli del M5S.
Persone che credevano seriamente che al mondo potessero esistere persone incorruttibili, e che ora, non credono più a niente.
E qui sta il problema: credere nelle fiabe.
Credere che possa esistere un mondo fatto di bianco e nero e basta.
Credere che in Italia, un paese che ce l'ha nel DNA il concetto della mano che lava l'altra, della collusione, del voto di scambio, dell'anti-legalità, possa esistere un ampio gruppo di persone esposte al potere (agente logorante, secondo uno famoso) che non abbia nemmeno un singolo esponente meno che onesto, meno che integerrimo, meno che puro come la lana vergine.
Di fatto, oggi, il M5S perde un punto e mezzo nell'elettorato perché il suo elettorato è largamente composto di persone che vogliono credere a una realtà semplificata dove tutti i buoni stanno da una parte e sono vestiti di bianco e tutti i cattivi stanno dall'altra parte, e sono vestiti di nero. E in mezzo non c'è neanche uno Han Solo a dire che la realtà è più complicata di così.
In sostanza, oggi il M5S perde terreno perché un terzo della popolazione italiana ha la maturità di un bambino di sei anni che non riesce a capire che anche a quelli animati dalle migliori intenzioni, capita qualche inciampo.
Poi sia chiaro: il M5S ha cavalcato queste semplificazioni fino a oggi, e il fatto che adesso ne paghi il prezzo è, tutto sommato, un piacevole contrappasso, ma questa piccola soddisfazione non mi toglie di testa il fatto che questo repentino (e piuttosto brusco) voltafaccia da parte dell'elettorato, la dica più lunga sul popolo italiano nella sua interezza che sul valore (o meno) del M5S.







12.1.16

Sherlock: l'abominevole sposa -la recensione del RRobe-


La trovate QUI!

Fottuti e Contenti



Un video che ho fatto qualche settimana fa per quelli di Screenweek ha generato parecchi consensi, molto visualizzazioni ma pure un parte cospicua di polemiche e lamentele.
Per farla brevissimo, il video stigmatizza il fenomeno della "ragazza nerd", partendo dall'assunto che non esistono. Che le ragazze lo fanno per moda o per rendersi più attraenti nei confronti di un genere maschile che, sempre di più, sembra essersi attorcigliato attorno a un'eterna adolescenza emotiva, culturale e sociale.
E' per questo che sono incorso nelle ire di varie ragazze che hanno rivendicato il loro essere nerd genuine e vere, al pari della loro controparte maschile, e di qualche ragazzo che voleva far vedere di essere attento ai problemi delle donne nella segreta speranza di far colpo sul qualcuna (per poi vedersela soffiare dallo stronzo insensibile di turno e chiedersi perché).

Adesso, ho riflettuto molto su questa cosa, e sono arrivato a una conclusione.
Mettiamola così: dal mio punto di vista è come se avessi detto che le donne realmente appassionate di calcio fossero solo delle fasulle e un gruppetto di ragazze si fosse alzato per dire che non solo mi sbagliavo ma che loro erano "fieramente delle ultras, con una bassa cultura, una bassa estrazione sociale, pochi strumenti per decodificare il mondo, una spiccata aggressività, una passione per la violenza e gli atti vandalici, e pronte ad accoltellarsi per ventidue miliardari che corrono dietro a un pallone".
E' chiaro il concetto?
Lo so: non capite come io possa paragonare un nerd a un ultras, giusto?
E' semplice: perché essere un nerd non è una cosa figa. O di cui andare fieri.
O, almeno, non dovrebbe esserlo in un mondo che non fosse finito così palesemente oltre lo specchio come il nostro.

Mi permetto una digressione: io sono del 1974.
Sin da bambino ho avuto una salute cagionevole e ho passato tanto tempo a casa. Da solo.
A scuola ero goffo e magrolino e venivo sempre scelto per ultimo quando si trattava di fare le squadre di calcio. In poche parole, ero uno sfigato che non aveva davvero una scelta tra avere una vita "normale" o dedicarmi alle mie passioni. Potevo SOLO dedicarmi alle mie passioni perché avevo SOLO quelle. Ed è per questo che mi sono specializzato e sono diventato esperto nelle mie cose al punto di farne un lavoro e di essere bravo a farlo.
E questa storia è comune alla gran parte dei nerd che oggi sono diventati miliardari creando computer, sviluppando sistemi operativi, girando film, o facendo fumetti.
Sfigati senza alcuna alternativa sociale possibile.
Perché diventi bravo molto velocemente solo se sei ossessionato e le e ossessioni si nutrono di tempo.
E se hai una vita VERA, il tempo lo dedichi ad altro.
Se hai la possibilità di giocare al parco con gli amici invece di stare a casa a guardare un'infinita sfilza di serie televisive, sceglierai sempre la prima ipotesi. Se hai la possibilità di stare con una ragazza invece di restare chiuso in casa a suonare la chitarra, sceglierai sempre la prima ipotesi.
Se hai l'opportunità di vivere in prima persona qualcosa invece che sublimarla attraverso un'esperienza artefatta, lo farai.

Questo nel mondo com'era fino a qualche anno fa e come dovrebbe ancora essere.
Prima i "normali", quelli che potevano aspirare ad avere una vita vera, erano i tanti, e i nerd, quelli senza una vita e senza nessuna possibilità di averla, erano i pochi.
Prima, quando i nerd erano gli emarginati del sistema e per questo sviluppavano un loro orgoglio (quello che animava pellicole come Animal House, La Rivincita dei Nerd e Porkis per capirci).

Poi qualcosa è andato storto.
In termini molto semplici, la vita "reale" è diventata una cosa così difficile da ottenere e così appannaggio di pochi, che gli emarginati sono diventati la maggioranza.
E' diventato sempre più difficile relazionarsi con i propri simili. E' diventato sempre più difficile realizzarsi nel lavoro e ottenere una stabilità economica. E' diventato sempre più difficile passare del tempo all'aria aperta. La società, per come la conosciamo, ci ha trasformato tutti in disadattati, impedendoci di raggiungere quello status di normalità che prima era più o meno raggiungibile da tutti, anche se a diversi livelli.
E visto che ora essere degli sfigati è la regola, essero un "no lifer" è diventata la condizione "normale" dello stato sociale. Adesso il diverso è quello che non sente il bisogno di raccontare la sua identità mettendosi addosso una maglietta con sopra un pupazzo, quello che non cita con orgoglio tutte le battute di uno dei centinaia di film che conosce a memoria perché ha passato settimane della sua vita a vederli, quello che non spende i pochi soldi che guadagna per comprarsi pupazzetti, quello che non scopa solo con persone che ha conosciuto su Facebook.
Adesso, il vero emarginato, la minoranza, il "nuovo debole" è quello che un tempo era conosciuto come la persona normale.
E visto che gli sfigati sono oggi la razza dominante, stiamo tutti a parlare di "orgoglio nerd" quando non ci dovrebbe essere nulla di cui essere orgogliosi nell'essere delle persone disadattate e socialmente disfunzionali.

Quindi adesso mi rivolgo a tutte le donne che ho offeso dicendo che le "ragazze nerd non esistono": vi chiedo scusa. Non era mia intenzione insultarvi. In realtà, vi stavo facendo un complimento.
Ma i tempi sono cambiati e avete ragione voi, le ragazze nerd esistono.
E sono delle sfigate senza una vita che vanno orgogliose di come il sistema le ha fregate al pari degli uomini.
E adesso la chiudo qui che devo andare a spolverare la mia collezione di statuite dei supereroi.






24.11.15

YA - la battaglia di Campocarne - genesi di una copertina.

Per iniziare a scrivere YA ho lavorato con il metodo che, ogni tanto, uso per i fumetti.
Ovvero partire da una serie di immagini evocative e poi, da quelle, costruirci una storia intorno.
Questa cosa ha fatto in modo che quando si è iniziato a discutere di come sarebbe essere la copertina reale del libro, io avessi già le idee chiare in testa.
Qui sotto potete vedere tutto il processo:

 primissima versione di Stecco quando ancora si chiama Secco (poi ho pensato a Zerocalcare e l'ho cambiato).

 Primo disegno di Nonna Mannaia e l'Incappucciato.


 Primo bozzetto della Battaglia di Campocarne

Stecco e l'Albero delle Pene.


 Stecco si allena con l'Incappucciato. Questa scena doveva essere presente nel libro ma poi è stata eliminata.

Prima immagine per la copertina. Marta la Brutta, Stecco e l'Incappucciato.

Immagine definitiva di Gipi. L'Incappucciato è stato sostituito da Trappola, lo iettatore.


Se poi vi interessa, YA -la battaglia di Campocarne- è ordinabile da QUI.



16.11.15

Di Spectre e di grosse delusioni.


Su Screenweek trovate una riflessione sul perché -secondo me- Spectre non è (purtroppo) il bel film che speravo che fosse.
Cliccate QUI per leggerla se vi interessa.