17.12.06

L.M.S.



"Il sole batte duro sul campetto di cemento.
Un canestro squinternato, l'ombra del campanile di una chiesa, cinque uomini e io.

Quattro ossa messe in croce, un bianco cadaverico sotto una massa di capelli gialli e sparati contro il cielo.
La canotta dei bulls è abbandonata in un angolo e i simboli della mia squadra sono solo le cicatrici che mi passano sullo stomaco e la schiena.
Lorenzo passa una palla tesa.
Mi tendo in avanti e la manco mentre i polmoni mi ricordano che due pacchetti di sigarette al giorno sono troppi.

Sono lento.
Sono goffo.
Sono malato.

Flavio scarta e mi segna due punti in faccia.
Palla nostra.
Ho la vista oscurata e il sangue mi pulsa nella testa e suona una rumba nelle mie fragili vene.

Vado sotto canestro e aspetto il rimbalzo, tanto Arturo non la mette dentro neanche per sbaglio.
La palla sbatte sul ferro e vola alta, confondendosi con il sole.

Una cosa alla volta.
Una goccia di sudore alla volta.
Una goccia di sangue alla volta.
Il ragazzo non sopravviverà alla notte... diceva un chirurgo ventiquattro anni fa.

Salto più in alto degli altri e questa volta la piglio.
Tutti gli uomini coperti.
Provo la soluzione personale.

Una cosa alla volta.
Una goccia di sudore alla volta.
Una goccia di sangue alla volta.

Chiedo ai miei muscoli un ultimo balzo in alto.

Lento.
Goffo.
Malato.
Ma non importa, perché io sono un superuomo e lo dice pure il tatuaggio che ho sul braccio.

La palla si stacca dalle mie mani e ruzzola indolente nell’aria.
Sandro salta a stopparla.

Non sopravviverà alla notte, diceva un dottore 15 anni fa.
Non sopravviverà diceva un dottore dieci anni fa.
Non sopravviverà.

La palla scivola nella rete senza toccare ferro, producendo il rumore che fanno gli slip di seta delle ragazze quando vengono sfilati.

Una cosa alla volta.
Un passo alla volta.
Una goccia di sudore alla volta.
Ma il mio sangue mi serve ora, tutto e subito.

La partita continua.
Siamo sotto di soli tre punti e il sole batte ancora forte sul campetto di cemento.
I miei amici non lo sanno, ma io sono l’ultimo uomo ancora in piedi e dentro di me, io me ne bullo.
"

E' un vecchio raccontino che scrissi una vita fa, poi trasformato in un libero per l'Eura insieme a Stefano Landini.
A rileggerlo oggi lo trovo ridondante e autocompiaciuto però ha una certa arroganza e uno siprito di fondo che oggi rimpiango.