23.12.06

L'essere uno.


Quando ero bambino, ero convinto di essere speciale.
Credo che sia una cosa comune a molti, specie ai figli unici.
Colpa delle mamme che vedono in noi il loro "bambino tutto speciale" e colpa pure dei fumetti, dei romanzi d'avventura, dei film fantastici e dei videogiochi, sempre pieni di giovani eroi prescelti chiamati dal destino.
In genere, con la crescita, questa convinzione va scemando e ci si rende conto che la propria merda puzza come quella di tutti gli altri e che al mattino ci infiliamo tutti i pantaloni una gamba alla volta... ma nel mio caso questo non è successo.
Nel mio caso è arrivata la scienza medica a salvarmi dal bieco realismo dell'età adulta.


La mia condizione clinica è una concatenazione di singolarità derivate dalla presenza contemporanea di varie patologie più o meno rare e complicata da una serie di errori medici.
E' una condizione praticamente irripetibile che mi rende unico.
In maniera piuttosto malsana, il mio ego ha preso coscienza di questo dato di fatto e se lo è appuntato sul petto come fosse un gagliardetto.

Sono cose che succedono quando si cresce mangiando pane e supereroi e con figure paterne rappresentate da John Wayne, Darth Vader, Clint Eastwood e Bruce Willis.

C'è un solo problema: in ambito medico, essere "unici" è come dire: "essere fottuti".

Una malattia "rara" va benissimo.
Se si è affetti da qualche patologia rara, i dottori fanno a gara per studiarti (e incidentalmente, curati) perché da te potrebbe derivare qualche progresso nella ricerca e magari qualche pubblicazione su rinomate riviste scientifica.

Ma se sei unico non servi a nessuno.
Fare ricerche su di te non avrebbe senso perché il tempo perso a risolvere l'enigma che tu, e solo tu, rappresenti, non avrebbe alcuna ricaduta, non aiuterebbe altri malati e non darebbe lustro al dottore di turno.

"Unico" e "Inutile", in medicina, sono parole che si somigliano molto.

E così, eccomi qui... l'eccentricità del piano "Sesto Enne" al Gemelli di Roma, il cubo di Rubik che nessuno è interessato a risolvere, il ragazzino diventato supereroe a causa di un morso radioattivo in un mondo pieno zeppo di mutanti.

Non mi sto lamentando: penso che questa logica sia pragmaticamente giusta e non ho la pretesa di mettermi a far a botte con la pragmatica o la giustizia... solo che ci sono volte in cui forse preferire davvero essere uno come tanti e non "il bambino tutto speciale della mamma".

Baci dal numero quindici del Sesto Enne.