23.12.06

Malati


Il luogo in cui ci sente più soli al mondo è l'ospedale.
Non conta quanta gente possa venire a trovarti per farti compagnia, darti il suo affetto e il suo sostegno... la distanza che intercorre tra il malato e la sua visita è maggiore di quella che passa tra un ciellino e la figa.

Essere malati ci mette fuori dal consorzio umano e ci scaraventa di peso nella terra di nessuno.

Se si è sani, poco importa dell'infinito amore che noi possiamo provare per il malato: nella parte più profonda e atavica del nostro cervello ci sarà sempre un istintivo uomo delle caverne che si metterà a urlare e sobbalzare, cercando di farci allontanare quanto più possibile da quell'esemplare infetto che una volta era un nostro caro.
Certo, noi potremo resistere e lottare contro questo troglodita, potremo appellarci al lato più nobile della natura umana e magari riusciremo pure a illuderci di riuscire a capire e condividere la sofferenza del malato... ma nulla di tutto questo potrà superare la differenza che passa tra la posizione verticale e quella orizzontale.

Un malato vuole sempre qualcosa che un sano non potrà mai dargli.

Il sano è sempre manchevole agli occhi di un malato perché incapace di comprendere il suo bisogno, perché ignaro della sua sofferenza, perché reo di potersene tornare a casa sulle sue gambe.

Il malato è un vampiro sempre assetato e poco importa quanto sangue versiate per lui... non sarà mai abbastanza.

Non ci può essere conciliazione reale tra un malato e un sano perché sono due razze diverse.

Verrebbe quindi da pensare che se la distanza che intercorre tra sani e malati sia incolmabile, discorso diverso dovrebbe esserci tra malato e malato...
Nulla di più falso.
La malattia non celebra alcuna comunione.

Avete presente quelle testimonianze di soldati che parlano del forte legame che si instaura fra comilitoni, specie nelle situazioni più disperate?
Ecco, tra i malati non c'è nulla di tutto questo.

I letti di una stanza ospedaliera sono come le camere di sparo di un revolver con i malati a fare da proiettili e il futuro fuori dall'ospedale come bersaglio.
Se sei un malato, l'unica cosa che vuoi è centrare in pieno quel bersaglio, personalmente. Non c'è alcuna gloria nei centri degli altri.

E' con un senso di leggerezza e gaudio che si abbandona l'ospedale, mai con il rimpianto per i compagni lasciati indietro perché quelli, in realtà, non sono mai stati nostri compagni.

Il detto "mal comune, mezzo gaudio", non esiste perché non esiste alcun "mal comune".
La malattia è una faccenda personale che non ammette condivisione.
Immagino che se avessi un tumore, non mi sentirei meglio sapendo che ce lo ha anche un sacco d'altra gente.
Mi sentirei meglio solo venendo a sapere che molti di questi altri malati sono poi guariti.
Ma questo non è empatia è bieco interesse personale.


"Nessun uomo è un'isola", ha detto qualcuno... ma credo che questo qualcuno fosse un uomo sano.

Ho voglia di tornare a far parte del consorzio umano.
Ho voglia di andarmene in fretta di qui.

Baci dal numero quindici del sesto enne.