24.2.07

Fermi, come un semaforo.







Parecchio tempo fa, all'epoca di John Do 6, razionalizzai e misi su carta il mio punto di vista sulla vita, l'universo e tutto quanto (son sempre modesto nelle mie esternazioni).
La vita è una lotta contro l'entropia.
Se non ti dai da fare, se non ti metti a urlare contro quel cielo indifferente che grava sulla teste di tutti, presto o tardi sparirai nel disinteresse generale e nessuno si ricorderà di te.
Questo vale tanto per le persone, quanto per i media.
La sacra arte dell'hype e della provocazioe culturale è qualcosa di vitale per la sopravvivenza tanto di noi autori, quanto dei prodotti che facciamo.
Se la gente non si accorge della nostra esistenza e del nostro lavoro... che lo facciamo a fare?
Non sono uno di quelli che crede che "l'artista" fa quello che fa, solo per se stesso.
Per me si crea per suscitare una reazione in chi fruisce la nostra opera.
Tanto è vasta e clamorosa quella reazione, tanto meglio abbiamo fatto il nostro lavoro.

John Doe è il manifesto di questo pensiero.
Nel corso di quasi 50 numeri di JD abbiamo divertito i nostri lettori, li abbiamo irritati, spaventati, lasciati perplessi e, in qualche caso, fatti scappare.
Fatto sta che, a quattro anni dalla sua nascita, JD è ancora un fumetto "vivo" di cui la gente discute ogni nuova uscita e non un prodotto che viene dato per scontato.
Il giorno in cui la gente comincierà a darci come "assodati", JD sarà morto.
Queste è verissimo per una testata di nicchia come John Doe o Detective Dante ma, dal mio punto di vista, è vero anche per realtà più ampie, consolidate e popolari.

Spesso ci si lamenta che gli altri media parlano raramente del fumetto popolare... ma cosa dovrebbero dire?
"Anche quest'anno, come da cinquant'anni a questa parte, la testata tal dei tali procede come sempre..."
Non esattamente una notizia da prima pagina, non trovate?
Ora, sia chiaro, io sono un fiero sostenitore dell'integrità del fumetto popolare italiano.
Credo che certi personaggi siano forti anche in virtù delle loro cristallizazione (oltre che alla bontà dell'idea originale)... ma c'è una misura per tutto.
Gli americani sono maestri nell'arte di cambiare tutto per non cambiare nulla e, dal mio punto di vista, qualcosa dovremmo imparare da loro.
Ok, la morte di Superman era una bufala e neanche una gran storia... ma quanto ha fatto parlare? E quanto ha venduto?
E il matrimonio di Peter Parker (AKA L'Uomo Ragno)?
E la Civil War attuale?

Io apprezzo la sobrietà e l'eleganza dei nostri editori storici... è un tratto caratteristico che negli altri media è andato perduto.
Ma possibile che non si possa trovare un equilibrio diverso tra l'essere sobri e l'essere immoti?

8 commenti:

Gabriele - il Gabbrio- ha detto...

Per me che sono un ragazzetto l'argomento va studiato bene, però mi chiedo: credi che questa tendenza all'immobilità sia determinata solo dagli editori che bocciano idee "dinamiche" oppure anche gli sceneggiatori (non tutti, ovviamente) sarebbero complici nel mantenere il semaforo rosso?

RRobe ha detto...

E' un serpente che si morde la cosa.
Noi non proproniamo perché, l'eperienza ci insegna che non è utile proporre.
Deve nascere una volontà di rischiare.
Ma sia chiaro, non parlo di farlo in maniera irresponsabile o ingeua.
Parlo di un "rischio" malizioso, alla stessa maniera degli americani che, puntualmente, mescolano le carte per far montare l'hype e far parlare.

asbadasshit ha detto...

Fondamentalmente: se un "artista" scrivesse solo per sè stesso se ne fregherebbe degli editori e loro di lui. Quindi pubblicherebbe -forse- senza poterci campare, sbattendosene delle regole e producendo cose interessantissime di cui, salvo miracoli, verrebbero a sapere in pochi.

Se invece un "artista" vuole arrivare al (grande?) pubblico ha bisogno di un editore, manda giù i paletti, si adegua e fa quello che può con i mezzi che ha, imparando a fare lo slalom.

Il punto è semplice: l'arte per l'arte non esiste quando c'è di mezzo lo stipendio. A meno di non trovare un editore magnate illuminato o essere un artista miliardario. O, appunto, farlo come passione ma non come lavoro.

A questo punto il dilemma da risolvere è semplicemente uno: come si fa a far comprendere al pubblico che l'arte quando diventa un lavoro pone dei limiti come qualsiasi mestiere?

(E, personalmente: come si impara a non incazzarsi quando trattano il tuo lavoro come se fosse un gioco -tanto devi solo accendere il computer e scrivere, cosa vuoi che sia, c'è gente che lavora in miniera!!!- e qualunque cosa tu scriva è sottinteso che avresti potuto fare di meglio, con quello che ti pagano?)

Slum ha detto...

Secondo me la rivoluzione deve partire dalla Bonelli che è il vero sinonimo di fumetto in Italia. Finchè non ci sarà rivoluzione in quella casa editrice niente da fare per il futuro del fumetto.
Se non rischia la Bonelli che è sinonimo di fumetto(ed è vero perchè Tex lo conoscono anche i cani) chi lo fa?
L'Astorina che è arrocata da un secolo su Diabolik e sta bene lì dov'è?
Coconino che ha la puzza sotto al naso e non contempla il popolo?
Panini che già non finisce i manga e i supereroi che non vendono chiudendoli prima dell'ultimo numero?
L'eura ha rischiato con JD, una scommessa vincente. Ma se lo avesse pubblicato Bonelli avrebbe venduto di meno?
Si lo so i costi sono diversi. Eppure a minor costo corrisponde un prodotto più moderno e accattivante(io non sono un sondaggista, eppure quasi tutti quelli che conosco e leggono John Doe sono gente giovane a cui Tex non è che piaccia più di tanto).
E ora la domanda da 1 milione di dollari: Ma Perchè un ragazzo di 15 anni preferisce giocare a Gun che leggere Tex?
Perchè si diverte sicuramente di più cazzo. Perchè anche io ogni tanto becco il Tex di Nizzi e vorrei che il ranger si girasse verso di me e mi sparasse nei coglioni.
Di chi è la colpa di questa disaffezione dei lettori?
Degli sceneggiatori vecchi che non sanno cosa vogliono i giovani?
Di un impianto produttivo che è come il motore della Fiat, funzionante ma vecchio di 100 anni?
Non sappiamo sfruttare il marketing come gli altri media?
Tante questioni, nessuna risposta.
Siamo proprio nella merda. :-P

Marco S ha detto...

Credo che il problema piu grosso della mini-industria italiana del fumetto sia l'assenza di concorrenza, e la glassa di ipocrisia e conformismo (peraltro pari a quella di tutta l'industria dell'intrattenimento nostrana, tv in testa). Tutte le aziende che contano hanno scavato nel tempo piu' che nicchie, dei veri e propri solchi dove adagiarsi comode senza che nessuno dia loro fastidio. Inoltre, tutte le prima fila di tutte le aziende che contano, che possono fare investimenti, sono guidate da persone che danno una spiegazione "artistica" o "editoriale" alle loro scelte, difendendosi così dalle critiche. Al gusto personale, ovviamente, non ci si può opporre con argomenti razionali. E quindi se, per esempio, a Sergio non piace il colore, e a Marco non piace il biancoenero, non è che rimangano argomenti raziocinanti da opporre. E se tizio ha debiti di riconoscenza verso il bollito redattore 60enne, caio sarà circondato dai soliti amici, o amici di amici. E non c'è caccia al talento, se non per i disegni. Ma, anche qui, con una logica da fabbrichetta. Il disegnatore è l'operaio della catena di montaggio. Lo scrittore è l'impiegatuccio. Non si cerca chi ha idee, scrittore, disegnatore o redattore che sia, ma solo chi sa rifare le vecchie canzoni senza variarle. Nota per nota. Come se i team di Formula Uno cercassero affidabili autisti di pulman.

Non ci sono esperimenti.
Non ci sono creazioni di properties multi mediali. Nè character system su vecchie o nuove. Si parla di produrre giornaletti in serie. Come realizzare un numero di Cronaca Vera. O di Chi. Pensate forse che un "giornalista" di Diva e Donna si ritenga sottovalutato come artista?

Quindi, per rispondere ad asbadasshit, la tua non è arte che diventa mestiere e incontra dei limiti. Ma impiego che, a volte, può ritagliarsi dei momenti artistici. A volte. Poche, e mal tollerate. Fare finta del contrario crea solo delusioni.

Il Figlio Buono del Diavolo ha detto...

Se il coraggio di cambiare vuol dire il coraggio di fottere il lettore, preferisco di no.
O cambia davvero qualcosa(e questo forse Civil War lo farà), o è meglio non fare troppo rumore per nulla.
GL

asbadasshit ha detto...

"Quindi, per rispondere ad asbadasshit, la tua non è arte che diventa mestiere e incontra dei limiti. Ma impiego che, a volte, può ritagliarsi dei momenti artistici. A volte. Poche, e mal tollerate. Fare finta del contrario crea solo delusioni."

Mah. Quietamente dissento. Qui la valutazione va fatta sul mezzo, per fare un esempio banale puoi anche mettere Schumacher su una Duna, ma dubito che vincerà una gara di Formula 1. Oppure dagli una Ferrari con le ruote sgonfie. Prescindendo da me, anche il più grande genio, l'artista più assoluto, l'Alan Moore de noantri, quando si cimenta con una serie che ha dei paletti per definizione può applicare la sua arte fino a un certo punto. E' il mezzo, il medium, che fa la differenza. Forse se mi autoproducessi potrei sfornare capolavori (ma anche ciofeche), però nel momento in cui accetto di lavorare per un prodotto altrui so che nel pacchetto c'è una retribuzione che mi dà da campare come pure delle regole e leggi non scritte. Questo fa di me un impegato del catasto e non un artista? Forse, ma anche no. Filosofeggiando potrei dire che tanto più il mezzo è povero oppure i paletti sono fitti, tanto più il compito di esprimersi e creare dovrebbe essere stimolante, per l'artista. Condizionale d'obbligo. Concordo che è un bene accessorio e non richiesto, che nell'80% dei casi nessuno si aspetta o ti chiede di sfornare qualcosa di davvero nuovo. Ma lì sta al singolo. La differenza comincia a farla il portafoglio, come in ogni lavoro che si rispetti. Perchè è bello poter creare solo quando la musa si fa viva, e se si fa viva una volta l'anno pace. Ma pace solo se non hai una fine del mese. Perchè allora mettersi lì e creare "per forza" non sarà andare in miniera ma è pesante comunque. Come lo è ogni frontale con un paletto che ti obbliga a cambiare rotta alla storia. La tua era più bella? Davvero? E chi ti paga? Il padrone del paletto? Allora cambiare e silenzio. E' arte, resta arte. Ma è anche un lavoro, e resta un lavoro. Lo ha ben definito il RRobe descrivendo le regole diabolike: può essere divertente cimentarsi, ragionare, trovarsi immessi in un percorso che non concede nulla e riuscire a non sbandare. Ma bisogna prenderla così, altri penserebbero che hanno cinghie di costrizione e non possono più essere artisti. Può essere messa in discussione l'opportunità o meno di definirla "arte". Ma c'è poco da discutere sulla definizione di "lavoro", se è con quello che vivi.

Il tutto, ovviamente, -senza voler fare polemica- se ti chiami Pinco Pallino e non Grande Artista Acclamato. Allora qualsiasi stronzata ti passi per la testa verrà pubblicata ululando al capolavoro e non ci saranno paltti, ti sradicheranno persino gli alberi per farti scendere meglio. In quel caso è bello quando una tale libertà viene data a un Genio. Ma non sempre succede.

RRobe ha detto...

Tutto giustissimo.
Fermo restando che ad Alan Moore la possibilità di scrivere un "suo" Batman l'hanno data e come lui a Frank Miller e a molti altri.