6.2.07

Trucchi Diabolici


Raccontare non è solo questione di talento o abilità, raccontare è pure questione di esperienza.
Quello che scriviamo dipende dal nostre estro, dalle nostre inclinazioni personali, dalla nostra sensibilità... la maniera in cui scriviamo dipende invece dagli strumenti che ci siamo saputi creare nel corso degli anni.
Questi strumenti servono a fare un poco di tutto:
c'è il piccone e la pala per tirare fuori una storia ostinata che non vuole uscire dal blocco di granito della nostra immaginazione, c'è la pialla per fare il lavoro grosso, lo scalpelletto per i lavori di fino... e poi ci sono degli aggeggi più specialistici che io definisco "trucchi del prestigiatore".
Avete presente quando Stephen King chiude un capitolo preannunciando la morte futura di un personaggio ancora vivo nella storia e facendo restare tutti i lettori di merda?
Ecco, quello è un trucco... e anche uno buono.
King lo avrà utilizzato almeno una ventina di volte (se non di più) e ogni volta che l'ho letto, mi ha fregato.
Io, dal canto mio, adoro tutti quei trucchetti inerenti agli stacchi di sequenza che hanno trovato in Edgar Rice Burroughs (il papà di Tarzan, tra le altre cose) la massima eccellenza.
Ogni volta che una scena è arrivata ad un punto morto, chiudete con un colpo di scena (anche improbabile) e andate a seguire le vicende di qualche altro personaggio, da qualche altra parte... e poi fatelo di nuovo, e di nuovo, fino a chiudere la storia.
Se leggete John Doe, quella che ho appena descritto non dovrebbe risultarvi come una pratica inedita.
Comunque sia, quale che sia lo stratagemma, i trucchi sono uno strumento importante per uno scrittore e sono davvero pochi quelli che non ne hanno almeno una decina che usano con regolarità.
A meno che questi scrittori non lavorino su Diabolik.

Diabolik è un paradosso.
Il personaggio è un mago degli stratagemmi e ogni suo albo abbonda di fantasiosi meccanismi, colpi di scena, giochi doppi o tripli, rivelazioni inaspettate e via dicendo.
Verrebbe da pensare che una serie come Diabolik sia il palcoscenico ideale per dare fondo a tutti gli sporchi trucchi narrativi che si hanno nel cassetto... e invece no.
Diabolik non è "Alias" (serie televisiva che ha fatto del ribaltone narrativo una pratica quasi pornografica), Diabolik è scritto in maniera da non offendere l'intelligenza dei suoi lettori.
Diabolik, nelle sue meccaniche, è spietatamente plausibile.
Le Giussani prima e Gomboli poi, hanno imposto un rigore narrativo a cui è durissimo attenersi, un rigore che pretende che tutti quadri e che lo scrittore non prenda scorciatoie di sorta.
Tutto deve avere una spiegazione (e questa spiegazione deve essere anche chiara per il lettore, nel finale della storia) e tutto deve attenersi alle logiche della serie.
E' vero, in Diabolik ci sono degli elementi di irrealismo, ma sono molto ben definiti e circostanziati e non se ne possono aggiungere di nuovi.
L'onestà narrativa, la plausibilità (relazionata alle logiche della serie) e il rigore, sono cose che non si possono prescindere quando si scrive Diabolik... ed è per questo che gran parte dei miei adorati trucchi resta nella sua cassettina ogni volta che mi trovo ad avere a che fare con lui ed è anche questa la ragione per cui, ogni volta che finisco di realizzare un numero di Diabolik, ho l'impressione di aver imparato qualcosa.
E dopo tredici anni di onesta attività, questa non è una cosa che io posso prendere alla leggera.