14.4.07

BRUCIA!





A forza di sviscerare una questione, alla fine se ne viene a capo.
E' da tempo che mi interrogo sulla mia antipatia per il nuovo fumetto "autoriale" che va per la maggiore.
Le ragioni che mi sono dato sono molteplici: non mi piace la maniera su cui si insiste nel proporre storie intimiste, minamali e autoreferenziali, non mi piace l'esplorazione di un ombelico univoco e non dell'ombelico universale, non mi piace il totale abbandono del disegno a favore del segno, non mi piace le parole che sono usate per vendere questi fumetti e ho sempre l'impressione che questi prodotti si vergognino di essere quello che sono e vorrebbero essere altro.
Però, a dirla tutta, queste sono ragioni marginali.
Quando un fumetto è bello, è bello.
"David Boring" di Daniel Clowes è un capolavoro (come quasi tutta la roba di Clowes).
"Autoroute du soleil" di Baru, pure.
Idem per "Hanno ritrovato la macchina" o "Appunti per una storia di guerra" di GIpi.
E non c'è fiera che non mi veda tornare a casa con almeno tre o quattro fumetti della Coconino.
Ma allora perché il loro modo di intendere il fumetto mi è così antipatico e perché sono così poche le opere di un certo genere che mi colpiscono davvero?
Perché mi sono barricato dietro le mura del fumetto seriale e popolare e sto portando avanti una specie di guerra personale contro quelle che oggi ci spacciano come "Graphic Novel"?
Eppure sono cresciuto con Frigidaire, Heavy Metal e via discorrendo...
Sono uno che ama (e tanto) il fumetto "altro" e che cerca anche di mutuare alcune soluzioni più sperimentali del fumetto di rottura proprio nel contesto più ingessato del fumetto seriale...
Perché questo nuovo fumetto "d'autore" proprio non lo sopporto?

Perché il fumeto di rottura che piaceva a me e quello che oggi ci viene proposto come tale, sono in antitesi.

L'attuale nouvelle vague del fumetto manca di qualsiasi velleità di provocazione culturale e artistica.
Sono fumetti educati che cercano di farsi accettare dai salotti buoni della "Cultura" con un processo di mimesi. Vogliono essere libri e vogliono vedere riconosciuta la loro valenza culturale.
Vogliono farsi accettare e ben volere e per questo finiscono per raccontare storie piccole, con un tratto non offensivo che richiede una decodifica estremamente limitata e non offende nessuno (e quindi può essere letto da tutti).
E io non ci sto per un cazzo.
Il fumetto, il buon fumetto, specie quello "alto", deve essere pericoloso. Deve provocare, deve far incazzare, riflettere e suscitare emozioni.
"Ranxerox" non era certo un fumetto raffinato nel suo impianto narrativo... ma la potenza dei suoi disegni, la totale demenza (nel senso più positivo del termine) delle sue storie e la sua genuina "non correttezza" lo rendevano un fumetto criminale e pericoloso. Un vero attentato culturale che nulla aveva di rassicurante e che non voleva affatto esserlo.
Le anatomie di Liberatore esplodevano nella tavola in un segno che non prendeva nemmeno in considerazione l'idea di essere mediato. I colori erano estremi, saturi, colpivano l'occhio, lo stomaco e la mente (altro che celestini e bicromie, tzè!).
Era un fumetto sgarbato e volgare. Una botta di vita o un calcio nelle palle. Decidete voi.
Idem per molte delle cose di Pazienza, ma pure Satanik, Kriminal e Necron, la giocosa provocazione culturale di Moebius e del suo Maggiore Fatale, o anche il primo Ramarro di Palumbo e Scozzari (che non mi sta simpatico ma che è un signor provocatore) e tanti altri ancora.
Erano fumetti che se ne sbattevano le palle di farsi accettare sembrando qualcosa di diverso e che si vantavano sfacciatamente di essere quello che erano: fumetti.
Era fantasia, energia, improvvisazione e provocazione.
Era rock.
Ora ci ritroviamo per le mani del jazz freddo, qualche cantante confidenziale e un paio di cantautori con le spalle strette e la voce flebile.
E' ora di incazzarsi di nuovo e di cambiare le ricette: il piatto del giorno sarà pure alta cucina, ma manca di sale e di pepe.