22.5.07

La grande bugia.



Negli ultimi tempi m'è capitato di fare alcune lunghe chiacchierate con scrittori e curatori di collane di romanzi, sia da libreria che da edicola (roba tipo Urania, Segretissimo e via dicendo).
E sono rimasto perplesso.
Nel settore librario, se in edicola si vendono 9000 copie di una collana di romanzi, si stappa la bottiglia di spumante.
Nel settore librario, se si vendono più di 5000 copie, si comincia ad essere soddisfatti e lo scrittore che ha venduto questa cifrona, è un nome rispettabile del settore.
Nel settore librario, se un romanzo vende 200.000 in un anno, si parla di "fenomeno editoriale".

Nel mondo fumettistico, Tex vende 300.000 copie, AL MESE (e senza tenere conto delle ristampe). Roba da far impallidire "il Codice DaVinci". Eppure nessuno gli dedica un pezzo al telegiornale ogni settimana.

Nel settore librario, un anticipo di 2500 euro per un romanzo di 300 pagine, è una cifra normale e gli scrittori non si lamentano del fatto che non possano campare del solo scrivere.

Nel settore fumettistico, i professionisti di medio-alto livello campano solo di quello che scrivono e i wannabe scrittori si lamentano che i pagamenti sono troppo bassi e non ci possono campare.

Il settore librario ha meno di 5000 punti vendita in tutta Italia.
I fumetti ne hanno 35.000.

Le statistiche ci dicono che in Italia si leggono un libro e mezzo a testa procapite. Che fanno, più o meno, 90 milioni di libri l'anno.
In Italia, ogni anno, si vendono più di tre milioni e mezzo di copie di Tex e quasi altrettanto di Dylan Dog (senza contare le ristampe o gli allegati). Due sole testate che ogni anni fanno 7 milioni di copie vendute, quasi il 10% del totale dei libri venduti in Italia. Sommate tutte le uscite fumettistiche che si fanno in Italia ogni mese, moltiplicatele per 12 mesi e vedrete che, nonostante un minor numero di uscite fumettistiche annuali, il mercato fumettistico vende parecchio di più di quello librario.

Eppure... loro hanno il salone e noi le bancarelle.
Noi abbiamo la crisi e loro la ripresa.

Prendete uno scrittore qualsiasi di medio livello che pubblica da qualche anno... non è raro che qualcuno, per presentare il nuovo romanzo di questo fantomatico autore, faccia preparare una fascetta con sopra scritto: "Pinco Pallino, l'autore che ha venduto 5 milioni di copie nel mondo".
Cinque milioni di copie in TOTALE, sia chiaro.

Ora, giusto per farvi capire... nel mio piccolo e tenendo conto solo di John Doe, Detective Dante e Diabolik, negli ultimi 4 anni di attività io ho venduto quasi due milioni di copie, e solo in Italia.
Perché non ho la mia fascetta?
Perché Dylan Dog non ha la sua fascetta con scritto: "Il fumetto che ha venduto 150 milioni di copie"?

Il settore del fumetto porta più soldi che quello librario e discografico, eppure... trovatemi la rubrica dei fumetti su GQ, Donna Moderna o Max.
E se per caso riuscite a trovarla, comparatela con lo spazio dedicato alle rubriche dedicate alla musica o alla letteratura.

Più ci penso e più mi convinco che ai poteri forti del fumetto questa situazione faccia comodo.
Che faccia comodo dire che c'è una crisi eterna, che faccia comodo sminuire ogni risultato, che faccia comodo restare in un ghetto culturale che ghetto non lo è per niente, se si parla di soldi.
Se si dice che le cose vanno bene, che sono anni e anni che si fanno soldi (ogni tanto di più, ogni tanto di meno, ma si resta sempre in guadagno), c'è pure il caso che gli autori alzino la testa e magari, chessò, vengano a reclamare un pezzo più grosso della torta o un riconoscimento maggiore a livello creativo e culturale, o una maggiore dignità umana o altre follie del genere.

Ve lo immaginate un mondo dove un Alfredo Castelli sia messo alla pari di un Dan Brown?
O un mondo in cui il lettore e i media si rendano conto che in Italia, Sclavi ha venduto parechio di più di uno Stephen King?
Io non ci riesco. Mi hanno condizionato a tal punto che non riesco più a percepire la realtà.

Viva la crisi, quindi. Che ci tiene tutti con la testa bassa, pronti a ringraziare per il pezzo di pane che ogni tanto ci viene gettato e a scondinzolare, grati per il fatto che qualcuno ci paghi per fare quello che ci piace fare.

Mi sono depresso.
Vado a lavorare.