8.6.07

I fumetti, i limiti, e quanto altro.


Spari d'Inchiostro, sul suo blog (lo trovate nella colonnina qui a fianco) esterna il suo disappunto nel constatare che i fumetti gli piacciono ancora. E' un gran bel post di cui riporto il punto più saliente:


"3. I fumetti invece ancora mi piacciono.
E, come diceva Paolo Conte, non si capisce il motivo.
E’ umiliante.

4. E ci penso continuamente. Mentre faccio altro. Mentre penso ad altro. Inconsapevolmente (ma mica sempre). Mi chiedo il motivo di questa ossessione e credo di averlo capito.
Il fumetto è una pulsione bassa. La tensione di un narratore verso la violazione dei codici. Si fanno fumetti per mischiare le carte, per usare mezzi che gli altri non hanno ancora usato. O per usarli in modo diverso.
La storia del fumetto è una lotta impari contro le forme e i formati. Contro il formato voluto dai rivenditori, le volontà degli editori, le segmentazioni del pubblico, le aspettative del lettore, …
Il fumetto è questo punto di rottura, cui tendevano e tendono – talvolta inconsapevolmente – Toepffer, McCay, Feininger, Herriman, King, Rubino, Tofano, Kurtzman, Gandini, Lauzier, Magnus, Feiffer, Spiegelman, Scòzzari, Baru, Ware, Peeters,


E ha ragione da vendere.
Miller dice(va?) che i fumettisti devono essere dei pericolosi criminali, altrimenti sono inutili.
E pure lui ha ragione da vendere.
Il fumetto, se non necessariamente nei contenuti quanto almeno nella forma e nel linguaggio, deve essere una sfida e una provocazione: al linguaggio, alle convenzioni narrative, alle regole editoriali... anche al buon gusto, quando è il caso.
In realtà, per me questa non è una cosa che riguarda solo i fumetti ma che dovrebbe riguardare ogni media che cerchi di dare una rappresentazione stilizzata della realtà... in poche parole, è una faccenda che riguarda l'arte tutta.

Detto questo però, Spari rovina tutto sul finale:

"5. Esiste poi un altro fumetto fatto di normalità e media. Di rispetto dei vincoli, delle forme e dei formati.
Il fatto che il fumetto che mi interessa e quell’altro fumetto si chiamino allo stesso modo mi è insopportabile.
Come mi è insopportabile l’assurdo paradosso che vuole che i due fumetti vivano in simbiosi, avendo bisogno l’uno dell’altro."


Spari sente il bisogno di credere che esistano due "fumetti", uno buono (quello che piace a lui) e uno cattivo (quello che non gli piace). Il perché di questo bisogno lo capisco: è difficile accettare il fatto che la donna della propria vita possa essere tanto santa quanto bagascia da due soldi, ma la verità è che le cose stanno proprio così.
Il fumetto è un linguaggio. Se poi lo si usa per dire banalità o meraviglie, poco conta.
Potrà dar fastidio a pensarci, ma Vanzina e Eisenstein fanno lo stesso mestiere, proprio come Salinger e Wilbur Smith.

Ora però veniamo al punto saliente.
"Il fumetto di normalità e media".
Ma esisterà davvero? Non è forse che esistono, invece, autori che hanno poco da dire, o che hanno detto già tutto, o che non sanno dirlo, o che non vogliono sbattersi per dirlo come vorrebbero e autori che invece queste cose le sanno fare?
A leggere il blog di Spari e quello di Boris Battaglia, appare evidente come il fumetto popolare (e in special modo quello italiano) sia inteso come "normalità e media". E ci posso anche stare. La vita dei personaggi dei fumetti seriali è innaturalmente lunga, anche rispetto agli altri media e questo porta a un certo irrigidimento delle giunture.
Io però ho il sospetto che Spari e Boris poco conoscano davvero delle nobili eccezioni e delle invisibili rivoluzioni che, ogni giorno, vengono stampate sulle italiche e popolarissime pagine quadrotte di tanti Bonelli e Bonellidi.
Dubito che sappiano che ci vuole molta più fatica nel cercare di scavalcare imposizioni editoriali (dettate da un numero infinito di ragionevolissimi motivi pecuniari) alte come muri di cattedrali, rispetto al giocare liberi nei campi della totale indipendenza creativa.

Non siamo definiti dai nostri limiti o da quelli che ci vengono imposti. Siamo definiti dal modo in cui quei limiti cerchiamo di aggirarli, scavalcarli, scardinarli e spostarli più avanti. O dalla maniera in cui, invece, soggiaciamo ad essi.
Penso che ci sia più coraggio e acume in un singolo numero del Dylan Dog dello Sclavi dei tempi d'oro, che in tutta l'esperienza valvolinica (e anche in gran parte di quella di Frigidaire). Penso che "Storia di Cani" di Ferrandino sia stato più coraggioso e di rottura di quanto potrà mai essere tutta la Coconino. Penso (e lo penso in maniera gioiosamente trionfale) che certe robe che ho fatto fare a JD, siano più provocatorie e importanti dell'intera produzione della Phoenix.
Penso che le rivoluzioni, quelle vere, partono dalla base e dagli operai. Che degli studenti non mi sono mai fidato.

17 commenti:

Antonio ha detto...

Quello che dici sul finale e' vero.
Non e' che vestirsi da studente (o da professorino) ti renda superiore agli altri. Ma questo e' vero sin dall'espulsione di Tzara dal movimento dadaista.
Pero' c'e' un ma.
Finche' il fumetto seriale italiano sara' limitato non solo nei formati editoriali, ma anche nel modo di raccontare (cioe', alla fine, nell'essenza), le obiezioni che fai tu potranno essere messe a tacere.
Finche' il fumetto italiano seriale sara' legato alle logiche degli spiegoni, la vedo dura appioppargli delle velleita' che non puo' avere.

P.S.: nota bene che ho usato il termine "seriale" e non "popolare", giusto per fare capire che io non sto, a priori, dalla parte del fumetto "colto".
Da quella parte li', di criminali ne vedo pochi (esattamente come dall'altra parte della barricata).

marco S ha detto...

Ma credo che i toni siano un po' troppo accesi, e una discussione semantica finisca per essere gestita con modi da vertenza sindacale. Alla fine può dare fastidio che "musica" sia la cosa che fanno Pupo ed Elvis Costello, come "cinema" sia quello di Kubrick e di Neri Parenti, o "romanzi" quelli di Coelho e di Gadda.
Credo sia innegabile che nel fumetto "popolare" o "seriale" italiano esista una robusta dose di professionisti del tutto inconsapevole del media, che non legge nè si informa nè studia, che è lì per portare a casa una sacrosanta pagnotta a fine mese, e basta.
In questo il fumetto si differenzia da altre industrie di intrattenimento moderne, rimanendo ancorato a stilemi da piano Marshall. Nella Hollywood dei tempi d'oro un attore o un regista girava 6 o 7 film all'anno. E nessuno considera Hitchcock oggi soltanto un cottimista. Ci sono professionisti della scrittura che, magari con nomi diversi, producono ancora oggi 7 o 8 romanzi all'anno.
La mia sensazione è che Hitchcock, Vanzina o Stephen Gunn abbiano comunque una conoscenza de (e un amore per) il loro mezzo superiore a quello di diversi fumettisti che ho avuto modo di conoscere che non conosce nè vuole imparare nulla del passato e del presente, e affronta il fumetto come un lavoro in un call center. Sad, but true.

Anonimo ha detto...

Ma è così importante quello che dicono nei loro blog questi tizi di cui parla Rrobe? Voglio dire: i loro sono commenti qualificati che vale la pena di discutere? Se io faccio un blog e parlo di musica "indie", quello che dico io sarà tenuto presente da chi nella musica ci lavora, e da chi la ascolta?
Non ne sono sicuro.

Anonimo Andrea

Daniele ha detto...

"Il fumetto, se non necessariamente nei contenuti quanto almeno nella forma e nel linguaggio, deve essere una sfida e una provocazione: al linguaggio, alle convenzioni narrative, alle regole editoriali... anche al buon gusto, quando è il caso."

Sigh... non sai quanto condivido questo punto di vista. O forse, se hai imparato a conoscermi, lo sai eccome!

Jake Chambers ha detto...

Adoro il finale di Speranza All'Inferno del ciclo di Sandman, ma allo stesso modo è fantastica l'atmosfera che si respira in Morte di un Piccolo Dio in John Doe.

Il monologo del Dr Manhattan su Marte in Watchmen mi tocca il cuore allo stesso modo di Memorie dall'invisibile di Sclavi.
Esiste una sola distinzione tra alcuni tipi di fumetti popolari e il fumetto inteso come Arte ed è il prezzo.
In Italia a volte ci vendono emozioni a pochi spiccioli.

Michele ha detto...

Come suggerisce RRobe, è "troppo" facile scrivere Arte e capolavori quando ti gestisci da solo, fai l'indipendente e l'alternativo. Le palle si vedono quando produci qualcosa di valore all'interno di un formato, di uno standard, di un universo a te pre-esistente.

Anonimo ha detto...

La mia sensazione è che Hitchcock, Vanzina o Stephen Gunn abbiano comunque una conoscenza de (e un amore per) il loro mezzo superiore a quello di diversi fumettisti che ho avuto modo di conoscere che non conosce nè vuole imparare nulla del passato e del presente, e affronta il fumetto come un lavoro in un call center. Sad, but true.

AMEN, FRATELLO!

PAROLE SANTE!

Dav

Anonimo ha detto...

Rrobe, ti ho risposto di là. Ché non riesco a mantenere il discorso in due stanze diverse.
Ciao
P. (spari)

Anonimo ha detto...

Per Marco S: scusa, ma che ragionamento è? Ci saranno anche un regista o uno scrittore pulp che lavorano come se fossero impiegati in un call center, e che hanno una conoscenza del e un amore per il proprio mezzo INFERIORE a quella di molti fumettisti... E quanto a quei fumettisti che lavorano per la pagnotta... ne parli come se commettessero qualcosa di male.

Anonimo Andrea

Anonimo ha detto...

Mah, le rivoluzioni non le hanno fatte gli operai, qualche volta gliele hanno fatte fare. Gli operai che ho conosciuto io, tranne qualche eccezione, non sono in grado di fare proprio niente.

Anonimo ha detto...

"Penso che ci sia più coraggio e acume in un singolo numero del Dylan Dog dello Sclavi dei tempi d'oro, che in tutta l'esperienza valvolinica (e anche in gran parte di quella di Frigidaire). Penso che "Storia di Cani" di Ferrandino sia stato più coraggioso e di rottura di quanto potrà mai essere tutta la Coconino. Penso (e lo penso in maniera gioiosamente trionfale) che certe robe che ho fatto fare a JD, siano più provocatorie e importanti dell'intera produzione della Phoenix."

Mi spieghi come giungi a questa conclusione? Detta cosi' e' una sparata, dai! Ma l'hai letto Frigidaire e le opere in catalogo a Coconino e Phoenix...
Questo ovviamente senza togliere niente Sclavi e Ferrandino.

ausonia ha detto...

ovviamente sono d'accordo come sempre con marco s.

"La mia sensazione è che Hitchcock, Vanzina o Stephen Gunn abbiano comunque una conoscenza de (e un amore per) il loro mezzo superiore a quello di diversi fumettisti che ho avuto modo di conoscere che non conosce nè vuole imparare nulla del passato e del presente, e affronta il fumetto come un lavoro in un call center. Sad, but true."

l'innovazione e la sperimentazione (l'essere assassino) nei fumetti seriali è così rara (vista la quantità di albi che escono ogni mese) che non si può dire sia una consuetudine. le eccezioni ci sono sempre e in ogni campo... ma non fanno testo.
trovo che il ragionamento di spari sia assolutamente ok.

non capisco invece il continuo disquisire sulle definizioni. il fumetto è fumetto chiunque lo faccia e in qualunque modo. su questo siamo d'accordo.
già il definirlo fumetto seriale e non mi sembra sufficiente.

Alex "AxL" Massacci ha detto...

Che palle! fumetto bello o brutto,per pochi o per molti,per analfabeti o letterati. Un consiglio? Leggete quello che vi piace leggere, guardate ciò che vi piace guardare e (rullo di tamburi) disegnate come vi piace disegnare.
La masturbazione mentale è un arte seria, questa è fuffa!
Come un cane che continua a fare le sue belle pisciate territoriali sempre nello stesso angolo di casa, da anni si sentono sempre le stesse critiche e le stesse rimostranze.
Ma sapete una cosa comica!? là fuori, a chi il fumetto non lo segue o si compra 2-3 dylan dog all'anno per poi gettarli("perchè tanto l'ho già letto, che ci faccio?!"), di tutta questa diatriba, beh, se ne sbatte.
"Igort!? e chi cazzo è quello di Frankenstein Junior?!"
"Ma i disegni su Dylan Dog li fà sempre uno,no?"
Vi assicuro che queste frasi son vere ed uscite da bocche di persone che non hanno come unico punto di riferimento culturale Beverly Hills 90210

RRobe ha detto...

Sì, ok.
E allora restiamo raso suolo perché fuori a nessuno gli frega.
Se queste pippe non ce le facciamo noi, ma chi dovrebbe farsele?

Anonimo ha detto...

Il dicorso sull'arte si riduce sempre all'arte del discorso (nn ce l'ho fatta a resistere :D)

Adesso piantatela co'ste pippe e chinate la testa sulla tastiera, sfaticati! E mettete tette e culi, sennò non vi si legge nessuno!

cosa si pubblica per illustrare un articolo su Eisner o Caniff? bravi, tette e culi.

le basi, cribbio, le basi.

Alex "AxL" Massacci ha detto...

RRobe nn fraintendermi...io dico BASTA alle pippe, ma Sì ai FATTI (e fu così ke il mondo del fumetto cadde in mano a Cesare e agli altri soci di Amore Tossico)
Un esempio: è da una vita che diciamo di mettere i nomi degli autori in copertina, perché non si è ancora fatto!? le nostre alte sfere pensano forse che possa compromettere le vendite? non credo, eppure...
Il fumetto sembra inferiore al libro e agli altri media pur vendendo molto di più o che, perchè? per il semplice fatto che a noi manca l'atteggiamento imprenditoriale (ovvero tanti soldi a coprirci le chiappe)
E cadranno anche quelle stupide barriere tra fumetto "artistico" e "seriale"...perchè se in entrambi i casi il fine ultimo è quello di un riscontro economico in base al target scelto saremo tutti sulla stessa fascia: puttane che servono a far denari(ed io amo esser una puttana se mi permette di essere ciò che voglio)
Guardiamo al mercato francese (e,per esempio, a quanto stanno cercando di fare alla BD Marco, Michele etc)... il fumetto a 360° senza ghettizzazioni d sorta. Peccato che in francia il fumetto e gli "artisti" in genere abbiano anche sovvenzioni statali che rimpinguano le casse (ad esempio,se non erro, vengono dati circa 400 euro al mese a tutti coloro possano dimostrare di essere residenti in francia e di produrre "arte") soldi che il buon Marco S dovrebbe cacciare di tasca propria senza speranza di ritorno.
Insomma, sicurezza economica e spalle parate, un buon approccio professionale al marketing e chi più ne ha più ne metta, fanno si che il fumetto possa trascendere dalle categorie e sdoganarsi.
Per concludere sto papirone.. le idee le abbiamo, ora troviamo qualcuno o qualcosa che ce le sostenga.

Perissi ha detto...

"Storia di cani" di Ferrandino e Caracuzzo, come anche "Sera Torbara" di Ferrandino e Rotundo, "Jan Karta" di Del Prà e Torti, "Il Detective senza nome" di Mignacco e Rotundo, "Iberland" di De Angelis e
Saudelli, "Necromonio" di La Neve e Caracuzzo, nonchè "Esp" dello stesso La Neve... giusto per citarne alcuni(ma ce ne sarebbero molti altri!), appartiene a quell'ottimo fumetto medio italiano di cui si è perso lo stampo... Ma il fumetto d'autore, e d'avanguardia, allora come oggi, era ed è un altro.
Mi spiace che Rrobe, più che non capirlo, non se ne faccia una ragione.
Davvero c'è qualcuno che crede John Doe quanto o più valido di "Taxista" di Martì o di "5 numero perfetto" di Igort? O più di "Miracoli" di Palumbo e Semerano, o di "Fuochi" di Mattotti, o di "David Boering" di Daniel Clowes, o di "Black Hole" di Charles Burns?
Taccio per decenza su Pazienza, Tamburini & Liberatore, Scòzzari,Mattioli, Carpinteri...
Sul "troppo facile scrivere arte e capolavori quando ti gestisci da solo e fai l'alternativo", semplicemente rispondo che non sapete di cosa state parlando.
Ma secondo voi era facile lavorare con Scòzzari e Tamburini, con Brolli o con Fulvia Serra? Secondo voi è facile, oggi, accontentare Igort della Coconino o Martini della Black Velvet? Se davvero ci credete, siete più igenui di quanto sia lecito pensare.
Già il paragonare Dylan Dog(dei tempi d'oro)a John Doe... la dice lunga sulla "vostra" lucidità in merito!