31.7.07

Ricaduta delle Miniserie


Il topic sulla rivoluzione produttiva invisibile operata da Bonelli e soci, ha dato vita ad alcune riflessioni interessanti sul formato delle miniserie ma ha pure messo in luce alcune incomprensioni dei meccanismi produttivi da parte del pubblico.

In giro circola l'opinione generalizzata che le miniserie siano un bene perché produttivamente più "snelle" e meno rischiose sul piano economico per l'editore.
Questa affermazione è sostanzialmente falsa.

il lavoro di preparazione che sta dietro a una miniserie, è identico a quello che sta dietro a una serie regolare, anzi... certe volte è ancora maggiore.

In caso di insuccesso, è molto difficile che un editorie chiuda prima del previsto una miniserie in perdita. Se lo facese il danno d'immagine sarebbe enorme. Non è lo stesso per una serie "infinita" che, a fronte di un insuccesso conclamato, può venire segata in tempo relativamente breve.
Facciamo un esempio pratico: "Gregory Hunter" è stato chiuso al suo diciassettesimo numero. La serie non è mai andata bene ma la Bonelli ha cercato di tenerla in edicola prima per vedere se riusciva a stabilizzarsi e poi per smaltire il lavoro già realizzato. Se "Gregory Hunter" fosse stata una miniserie di 24 albi, come "Detective Dante" ci sarebbero stati altri 7 albi da editare, in completa perdita economica, solo per rispettare l'impegno preso con i lettori. E a proposito di Detectve Dante... la serie, come è noto, non ha mai venduto bene e, intorno alla fine della prima cantica (numero 8), io ero del parere di chiuderla. L'Eura fece giochi di puro equilibrismo editoriale per riuscire a trovare un nuovo punto di pareggio, in maniera da poter rispettare l'impegno preso e non perderci la faccia.

Tutto questo cosa significa?
Che non è vero che una miniserie si può mettere in cantiere con il cuore più leggero. Anzi, è vero tutto il contrario. Sulle miniserie si deve rischiare di meno perché una volta fatto partire il treno, poi è molto difficile far fermare la macchina a vapore.

Altro punto che viene portato a favore delle miniserie è che "fanno bene al fumetto italiano".
Ne siamo così sicuri?
Alla luce di quanto detto prima, un editore che si lanci nell'impresa di una miniserie deve ponderare con attenzione quanto sta facendo e affidarsi a gente di comprovata fiducia. Ergo, le miniserie non creano spazi per gli esordienti, specie dal punto di vista delle sceneggiature.
Una miniserie, generalmente, viene scritta interamente dal suo autore dato l'esiguo numero di uscite e questo autore deve essere una persona di cui l'editore si fida. Mi sembra molto improbabile che un editore possa un giorno affidare una nuova miniserie a una giovane speranza.
Forse la situazione è leggermente più rosea per i disegnatori ma neanche tanto: nel caso della Bonelli, che ha un esubero di disegnatori tra le sue fila, le miniserie sono il posto migliore dove mettere autori validi che però non hanno un loro spazio.
Discorso diverso per le altre case editrici che invece, sviluppando occasioni di lavoro del tutto nuove per un parco di autori tutto d a costruire, creano invece reali occasioni di pubblicare (generalmente con pagamenti molto bassi, purtroppo).

Altro elemento a sfavore di cui ancora non si è ben misurata la portata è che non si è creato lo scenario produttivo per fare in modo che, una volta concluse, queste miniserie non cadano nel dimenticatoio.
Mi spiego meglio: Watchmen e il Cavaliere Oscuro erano miniserie prima di diventare i volumi che tutti conosciamo. La DC pubblicò queste due opere in forma di albi singoli mensili (12 per Watchmen, 4 per il DKR) e poi le raccolse in TP. E' la versione in volume ad aver trasformato queste due opere in un guadagno reale per la DC. Negli ultimi vent'anni, ogni giorno c'è un lettore che entra in libreria e compra una copia in volume di Watchmen. Se io domani volessi comprare Brad Barron o Detective Dante, non potrei farlo perché non è stato previsto un meccanismo che mi permetta di fruire di queste opere nel tempo. Allo stato attuale, una miniserie Bonelli o bonellide, indipendentemente dalla sua qualità, è destinata all'oblio.
Questa è forse la pecca più grave di tutta l'operazione riguardante le miniserie in Italia e denota, ancora una volta, la mancanza di un piano economico a lungo termine. Si spendono un mucchio di soldi per produrre qualcosa che potrà essere venduto una sola volta. Una strategia che va contro a qualsiasi logica di mercato imperante e che è un vero e proprio impedimento "strutturale" per il reale successo economico di una miniserie perché non solo non sfrutta le potenzialità di questa soluzione editoriale ma rende improbabili anche soluzioni più tradizionali e di comprovato successo (come quelle ristampe che fanno la fortuna di Tex o Dylan Dog).

Ma allora cosa c'è di buono in queste miniserie?
Il fatto che, per ora, sembra che vendano bene e che rispondano a una richiesta di novità da parte del pubblico.
Con le miniserie sembra sancita la fine dell'era dei personaggi immortali e immutabili e si saluta la nascita di un maggiore dinamismo a livello creativo.
Gli autori hanno più libertà di manovra nello scrivere le loro storie e i lettori sembrano più invogliati a sperimentare quanto di nuovo esce in edicola, non più gravati dall'idea di un impegno eterno e dal peso di un personaggio che, mese dopo mese, è costretto a reiterare se stesso per rimanere fruibile anche al lettore occasionale.
In sostanza, le miniserie sembrano aver portato una ventata d'aria fresca nel panorama del fumetto italiano e nel farlo hanno riacceso l'interesse del pubblico verso il prodotto nostrano.
Non è poco, anzi... ma serve di più.