13.10.07

[Anatomie Comparate] Il nome della rosa.



Il mondo del fumetto negli ultimi anni, è in fermento per il cosiddetto fenomeno delle graphic novel o romanzi grafici, per dirla all’italiana. Quelli che leggono questo blog sanno bene di cosa parlo ma vale la pena fare un riassunto per quelli ce si sono sintonizzati solo ora.

Nelle Puntate Precedenti

Il termine Graphic Novel è stato coniato da Will Eisner parecchi anni fa, anche se l’espressione è diventata realmente popolare solo in tempi recenti. Eisner è stato uno dei maestri assoluti del fumetto mondiale che, nella prima parte della sua carriera, si è saputo esprimere in maniera meravigliosa nel fumetto più strettamente seriale e popolare con “The Spirit”. La seconda parte della carriera del maestro, invce, è stata caratterizzata da lavori più autoriali e complessi, praticamente inediti per il mondo dei fumetti a stelle e strisce. Proprio per questa ragione Eisner avvertì la necessità di dare un diverso nome a quello in cui si stava cimentando e conià il termine graphic novel. L’istanza di una nuova definizione nacque, in primo luogo, per un problema strettamente semantico: gli americani utilizzavano (e utilizzano tutt’ora) il termine comic book (libro comico) per indicare i fumetti, anche quelli non di genere umoristico come i supereroi, le storie romantiche, i racconti horror, le storie di guerra, e via dicendo. Quello che Eisner stava facendo però, non era affatto comico e non assomigliava neanche lontanamente al resto della produzione a fumetti statunitense. La sua idea era quella di narrare delle grandi storie di piccola umanità e di utilizzare gli strumenti di quel media che lui definiva “arte sequenziale”... ovverosia, il fumetto.
La seconda ragione che spinse Eisner a cercare un termine nuovo per descrivere il suo lavoro, è strettamente merciologica: il pubblico doveva capire che quello che gli stava venendo proposto era un qualcosa di diverso dagli altri fumetti, che non era una storia di supertizi in calzamaglia o le avventure comico-sentimentali di qualche adolescente. In sostanza, il problema di Eisner era quello di riuscire a trasmettere il messaggio che il suo lavoro, pur usando tutti gli strumenti consueti del fumetto e avendone anche lo stesso aspetto, era però altro rispetto ai comic books e lontano da tutti quei perniciosi sterotipi culturali legati ai fumetti di puro intrattenimento.
Ancora oggi, fumettisti e critici di tutto il mondo si accapigliano per cercare di capire se il termine scelto da Eisner è un qualcosa che nobiliti il media fumetto o se invece serva solamente a sottolineare l’inconscio senso di inferiorità che i fumettisti provano nei confronti di media ritenuti più nobili, come la letteratura. In realtà, la questione non è importante. Perché se forse è vero che il termine graphic novel è ridocolo e goffo (se il fumetto è un “romanzo grafico”, perché allora non definire “romanzo per immagini in movimento e suoni” il cinema?), quello che conta veramente è che ha raggiunto il suo scopo.
Il termine graphic novel ha spopolato. I giornalisti hanno finalmente trovato una definizione che gli permette di parlare di fumetti, senza per questo dare l’impressione di stare scrivendo di sciocchezze.
I fumetti, mascherati da graphic novel, sono entrati nel salotto buono della cultura mondiale e sembrano non volerne più uscire. Quotidiani di altissimo livello parlano delle opere di autori come l’americano Daniel Clowes o dell’italiano Gipi, e lo fanno senza sentire la necessità di tirare fuori dal cassetto i soliti luoghi comuni sui fumetti violenti, i prodotti diseducativi e quanto altro. Un film tratto da un fumetto è percepito, quando va bene, come un godibile giocattolone. Un film tratto da una graphic novel è una roba seria. Basti vedere le differenze di trattamento che sono toccate a “Spiderman” (film tratto da un comic book) e pellicole come “V For Vendetta”, “Sin City” o “300” (film tratti da graphic novels).
“che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo...” diceva Shakespeare.
Evidentemente, il grande bardo si sbagliava di grosso.


E quindi, veniamo a noi...
I videogiochi hanno bisogno di un nome nuovo.
Serve una descrizione dl nostro media che possibilmente elimini l’aspetto ludico e divertente di tutta la faccenda e che dia l’illusione, al giornalista di turno, di stare parlando di qualcosa di serio e non di meri e stupidi giochini elettronici.
Serve una parola che possa distinguere “ICO” da “Street Fighter II” (che, detto tra noi, è un gioco che adoro). Serve un termine che faccia capire con chiarezza che “Grand Theft Auto” è un gioco che si rivolge ad un pubblico maturo. Serve un’etichetta che permetta di distinguere i giochi dei grandi, che possono godere della piena libertà di espressione e quindi della libertà di mettere in scena sesso, violenza e quanto altro, dai giochini per bambini, che invece devono stare al loro posto, fare i bravi e veicolare solo messaggi non perturbanti. Del resto, io stesso mi lamenterei se in un albo delle Witch le streghette si mettessero a giocare con dei vibratori.
Ok, forse non me ne lamenterei ma non la troverei una cosa giusta.
Scherzi a parte, serve una definizione che faccia da cavallo di troia e sdogani il videogioco dal ghetto culturale in cui stato rinchiuso.
Serve e serve in fretta.
E vi prego... facciamo in modo che non sia “film interattivo”.

13 commenti:

Giangidoe ha detto...

Sai, non saprei.. La questione trattata nell'articolo ricorda molto le riflessioni linguistiche sul politically correct: la cautela aumenta e molte etichette cambiano col tempo, assumendo forme che sembrano più 'opportune' per i tempi; ma in effetti spesso si raggiungono paradossali e non voluti effetti comici (vedi i recenti "diversamente abile" e simili). La questione non è la forma, ma l'intenzione con cui si chiama qualcosa.
Nel caso del "fumetto" e della "graphic novel" poi, immagino che ci sia un discorso ancora più sottile legato alle modalità di pubblicazione e al target di un'opera.
Temo che se si trovasse un nome più appropriato al fumetto in generale, poi si creerebbe un'etichetta ancora più sofisticata per ciò che attualmente si definisce graphic-novel, sviluppando un doppio binario di nomenclature future.
A questo punto mi chiedo: perchè dover adeguare un etichetta in modo forzatamente nobile o ricercato creando spaccature fra prodotti omogenei della stessa categoria e storia evolutiva?
Tanto, chi ama i fumetti (o i videogame) attuali e/o passati, sa bene quali sono le differenze fra le varie produzioni attuali e storiche. Il loro rispetto per la categoria non cambierà; magari i gusti e le preferenze si, ma (forse) non cadranno nella forzatura del politicamente corretto.
Tutti gli altri, per citare il cantautore, diranno: "Lo chiamano gay, ma io penso ricchione".
Cmq, viva entrambi questi fenomenali mezzi artistici!

IL GABBRIO ha detto...

Personalmente non credo che si debba cercare un nuovo nome per il "videogioco", credo che si debba guardare alla sostanza della cosa, cioè il "gioco".
Il dizionario Garzanti da questa definizione del gioco:

"qualsiasi attività a cui si dedicano bambini o adulti per svago, ricreazione o per tenere in esercizio la mente, il corpo"

credo che sia abbastanza sintetica ma esaustiva, prende in considerazione il fatto che al gioco ci si dedicano piccoli ed adulti, per i motivi più disparati.
Ora, è ovvio che tu ti approcci al videogioco in modo diverso a come lo fa mia sorella di 18 anni, ma il comun denominatore è che entrambi volete giocare, in senso lato...ad esempio, anche il sesso può essere inteso come un gioco, per alcuni.
Allora, credo che si debba guardare al rapporto di specie a genere, dove la specie è, ovviamente, il videogioco, e poi ci sono vari generi che lo caratterizzano, e all'interno dei quali si possono trovare le definizioni più disparate...
Trovare un nome diverso credo che porti ad una semplice questione di eticheta che non muta la sostanza, cioè che chiunque si possa trovare alle prese con un "gioco", elettronico in questo caso...l'evoluzione della lingua spesso porta a raggiungere il risultato più immediato, capace di racchiudere nel significante il più vasto significato possibile, e credo che "videogioco" sia abbastanza appropriato.
Poi, è ovvio che Jack and daxter è diversissimo da resident evil 4 e da gran turismo, ma quella è una questione di generi, non di specie.

RRobe ha detto...

E un Ico come lo classifichi? Semplice intrattenimento?

IL GABBRIO ha detto...

mmm...effettivamente...

unoacaso ha detto...

Ma secondo te i videogiochi soffrono della situazione attuale al punto da sentire il bisogno di un termine che li sdogani culturalmente?

Anzi, secondo te i videogiochi subiscono una censura culturale tale da minarne seriamente la fruibilità da parte di noi giocatori?

Ancora, pensi che i videogiocatori aumenterebbero dopo un eventuale sdoganamento culturale?

A me sinceramente la situazione attuale sembra più che rosea per il mondo dei videogiochi... il wii spacca di brutto, halo è arrivato al terzo episodio, la ps3 è un bidone (suca sony!)... datemi una birra ghiacciata, mandatemi Milla Jovovich a farmi un pompino e non vi chiederò altro!

Antonio ha detto...

Il problema che tu poni non e' di facile soluzione, per un motivo molto semplice.
Nel campo della chimica, questo accade spesso. Un grosso nome si inventa un nome per una serie di reazioni fatte da lui (esempi? Click chemistry, i reattivi "supportati", le reazioni "on water") e tutta la comunita' (a volte anche in malafede) si attacca al carro del vincitore,
Detto questo (e data anche la mia ignoranza di videogiochi), non mi pare ci sia un Eisner nel campo.
Forse la rottura dell'impasse potrebbe accadere se, faccio per dire, Tarantino facesse un film tratto da un videogioco famoso e iniziasse a seminare la parola "cool" nella mente dei giornalisti.
Che ne pensi?

spino ha detto...

Roberto, tu pensi veramente che "cambiare definizione" ad Ico (per esempio) possa far cambiare le "abitudini" del giornalista di turno?


Non mi aspettavo cotanta speranza in un seminichilista come te... :)

PS
Per la cronaca, io adoro ICO, e mi va benissimo lo si chiami anche videogioco...
Come non mi ha mai infastidito essere chiamato fumettaro...

Ciapett!

Quadrilatero ha detto...

Ho il termine adatto! Film interatt... ah... ops! :)

Vito Piwi ha detto...

"videoesperienza" [letto nonmiricordodove] è il termine che più si avvicina alla mia idea di videogioco "maturo".

Altrimenti, andrebbe bene un "interactive novel"? :P

Alex "AxL" Massacci ha detto...

Existenz

Planetary ha detto...

Game Novel :D

RRobe ha detto...

@ Spino.
Non lo so. Il trucco delle "graphic novel", per i fumetti sta funzionando.

Antares ha detto...

Pro-Games!!
Professional Games!!

Ho detto na cazzata......