14.11.07

Deathmatch


Basalto.
Roccia vulcanica, pesante, tenace, ostinata.
Dura sotto la mia testa.
Sopra di me un cielo color indaco indifferente mi sovrasta.
Faccio forza sulle ginocchia per alzarmi. Qualcosa scricchiola ma non capisco se sotto i miei piedi o nelle mie gambe. Ho la vista annebbiata e non sento un cazzo.
Mi guardo intorno mentre le mie orecchie riprendono lentamente a funzionare.
Quanto tempo è passato? Sono ferito? Dov’è il mio fucile?
Qualcosa abbaia con ostinazione da ovest.
Raffiche di tre colpi, secche e professionali, seguite dal fuoco scomposto di soldati in ritirata.
Qualcuno impreca.
Qualcuno invoca la mamma.
I mastini della guerra non hanno ancora abbandonato il campo di battaglia.

Niente fucile ma ho ancora la mia pistola.
Estraggo la Sig-Sauer P270, caricatore da 12 proiettili a calibro variabile, trascino indietro il carrello mettendo il primo colpo in canna e comincio a muovermi in direzione degli spari, tenendomi basso e spostandomi da una piattaforma all’altra, cercando copertura dietro le rocce e procedendo a grandi balzi sopra l’abisso.

Addossato a una roccia vedo il cadavere di un nemico, un ragazzino cinese di non più di tredici anni. Un colpo di BFG gli è esploso vicino creando un cratere di un paio di metri di larghezza per mezzo metro di profondità. L’onda d’urto deve averlo scagliato via come una bambola di pezza, schiantandolo contro la parete e facendo della sua testa un arazzo multicolore. Il ragazzino stringe ancora nelle mani un fucile d’assalto Armalite Mark VII.
Prendo un respiro profondo e spicco il balzo, atterrandogli accanto.
Recupero l’arma e frugo il corpo alla ricerca di munizioni che non trovo. Sono in campo aperto e devo muovermi in fretta, non ho nessuna intenzione di diventare il facile bersaglio di un cecchino attardatosi in zona. Metto l’Armalite a tracolla e sono di nuovo in movimento.
Una corsa di duecento metri, zigzagando da una posizione coperta all’altra, poi carico il peso sulle ginocchia, fletto i muscoli e sono nel vuoto.
Nell’attimo in cui le suole dei miei anfibi si staccano da terra, mi rendo conto di aver commesso un grave errore.
Arene a bassa gravità: basta un balzo fuori misura per trasformarsi nella goffa anatra in ceramica di un tiro al bersaglio.
Mentre arrivo al culmine della mia parabola guardo freneticamente verso il basso, sperando di non vedere nessuno.
Vengo deluso.
Un grasso informatico australiano, ridicolo nella sua armatura da battaglia in stile giapponese, sta prendendo di mira la mia testa con deliberata calma.
Imbraccio l’Armalite e sventaglio a casaccio nella sua direzione, sperando di spezzare il suo respiro e fargli perdere la concentrazione necessaria per quel tiro di precisione.
Un proiettile all’uranio impoverito saetta vicino al mio orecchio destro, perdendosi nel vuoto del cielo color indaco sopra di me. Comincio la parabola discendente. Ancora un secondo e sarò a terra ma il canadese non è intenzionato a concedermelo. Lascia cadere a terra il suo raffinato fucile di precisione Araki-Benelli e imbraccia una squallida mitraglietta 9mm di produzione cino-coreana, aprendo il fuoco in full-auto. Non gli frega più un cazzo dello stile, vuole solo il mio frag da appuntarsi sul petto, adesso.
Due infilate di colpi.
La prima si disperde tutto intorno a me.
La seconda mi centra in pieno, giusto un attimo prima di toccare terra e iniziare a ruzzolare nella polvere alla ricerca di una qualche copertura. Il kevlar e le leghe composite della mia armatura scricchiolano e si lamentano sotto i colpi da 9mm ma reggono. L'australiano sente che la vittoria è vicina e si lancia in avanti, sparando come non ci fosse domani.
Lo scemo si è fatto troppo vicino.
Scatto verso l’alto, sfruttando la spinta data dalla bassa gravità per proiettarmi in avanti e contro di lui, travolgendolo nel pieno della corsa e usando la canna dell’Armalite come fosse una picca da battaglia da piantargli nel ventre. Il suo sorriso trionfante si trasforma in una maschera di orrore quando mi appendo al grilletto del fucile d’assalto e apro il fuoco, squarciandolo in due con un’infilata di proiettili Grendel ad alto coefficiente di penetrazione. Il grassone è scosso da una serie di tremiti, poi mi si accascia tra le braccia. Lascio andare l’Armalite ormai scarico e recupero dal corpo dell’australiano la mitraglietta, un caricatore e due granate. A cinque metri da me vedo il fucile di precisione abbandonato in terra e mi concedo il lusso di un sorriso.
Poi qualcosa mi rovina la festa.
Movimento a ore nove nel mio campo visuale periferico.
Ruoto su me stesso trascinandomi dietro il cadavere del grassone, usandolo come scudo.
Una raffica da tre colpi investe la schiena dell’australiano, facendosi largo nella sua armatura da 5mm e andandosi a perdere nei suoi abissi di grasso. Fuoco da una posizione sopraelevata da dietro i costoni di roccia.
Devo togliermi di mezzo in tempo zero.
Mi sgancio dal corpo dell’australiano e spicco un balzo all’indietro, lasciando le due granate innescate a terra.
L’onda d’urto dell’esplosione mi scaglia lontano abbastanza in fretta da sottrarmi all’infilata di colpi sparati nella mia direzione.
Impatto contro un lastrone di roccia scura e perdo la presa sulla mitraglietta che cade chissà dove. La vibrazione mi risale attraverso la spina dorsale fino ai denti e ho l’impressione di essere fatto di vetro e di stare andando in mille pezzi, come il protagonista di un cartone animato della Warner Bros. Ho la nausea.
Tiro il fiato e mi guardo intorno.

Basalto.
Roccia vulcanica, pesante, tenace, ostinata.
Dura sotto la mia testa.
Sopra di me un cielo color indaco indifferente mi sovrasta.
Faccio forza sulle ginocchia per alzarmi. Qualcosa scricchiola ma non capisco se sotto i miei piedi o nelle mie gambe. Ho la vista annebbiata e non sento un cazzo.
Mi guardo intorno mentre le mie orecchie riprendono lentamente a funzionare.
Quanto tempo è passato? Sono ferito? Dov’è il mio fucile?
Qualcosa abbaia con ostinazione da ovest.
Raffiche di tre colpi, secche e professionali, seguite dal fuoco scomposto di soldati in ritirata.
Qualcuno impreca.
Qualcuno invoca la mamma.
I mastini della guerra non hanno ancora abbandonato il campo di battaglia.

6 commenti:

Cirincione ha detto...

Ora mi è venuta voglia di giocare ad Halo, ma devo uscire :asd:

emo ha detto...

mi dicono che devi rispetto e battere il passo quando passa il colonnello Wuber :asd:

Lollo ha detto...

Bello. E mi fa ridere che qualche istante fa ho postato sul mio blog una roba che assomiglia a questo racconto SOLO ED ESCLUSIVAMENTE per la circolarità della narrazione. Quanto siamo diversi, quanto siamo uguali...
Bello, davvero.

Randall ha detto...

Ma il grassone è canadese o australiano? Deciditi! :asd:

RRobe ha detto...

Ops.

IL GABBRIO ha detto...

Cazzo...vengo appena dal blog di Lollo e trovo questo...

impagabili certe letture...
(beh, Alice tutto incluso ha il suo prezzo, però!)
Veramente bello!!!