14.2.08

Il metodo empirico.



"A Hollywood le grandi major non realizzano mai qualcosa che non è stato fatto prima da loro stessi o da qualcun altro."

Ovviamente è una iperbole, un luogo comune, ma ha il suo fondo di verità, nel senso che chi produce è estremamente restio a tentare strade nuove.
La ragione è presto detta: anni e anni d'esperienza e di osservazione dei successi e dei fallimenti propri e degli altri, hanno creato una "sapienza empirica" che forse non garantisce il successo, ma limita i possibili disastri.
Questo, ovviamente, vale anche nel settore dei fumetti.
A patto che non sia un totale sprovveduto, un folle o un truffatore, un editore (ma pure un autore interessato agli aspetti produttivi oltre che a quelli artistici del fumetto) ci mette relativamente poco a sviluppare una specie di "senso di ragno" che gli permette di distinguere tra operazioni editoriali e avventure senza futuro.
Questo senso di ragno permette di ridurre i rischi e magari piazzare prodotti di solido successo commerciale.
Di contro, questo istinto è anche una forma di scleratizzazione mentale che certe volte impedisce agli editori (e agli autori) navigati, di vedere le potenzialità di qualcosa che sia inedito.
Per esempio, è credenza radicata negli editori che il fantasy, a fumetti, non faccia una lira e i grossi editori ne stanno ben alla larga. Il fatto che il fumetto fantasy abbia sempre funzionato malino in termini di vendite è pure una cosa abbastanza vera... se non fosse che, proprio quest'anno, un fumetto popolare fantasy ha venduto molto bene (parlo di "Drago Nero", il primo romanzo a fumetti della Bonelli). Le ragioni di questo successo sono ancora da chiarire: forse dipende dalla qualità del prodotto, forse dalla bontà dell'operazione editoriale dei romanzi a fumetti... o forse proprio perché i gusti del pubblico sono cambiati e adesso c'è spazio anche per il fantasy.
Resta il fatto che il successo di "Drago Nero" ha stupito tutti, editore compreso.

Altro esempio:
quando sulla scena apparvero le edizioni "Becco Giallo", basandomi sulla mia esperienza e su quello che sapevo del mercato fumettistico, ritenni tutta l'operazione una sorta di seppuku editoriale senza futuro che avrebbe fatto perdere soldi a tutti quelli che ci erano coinvolti. A margine c'era pure che i prodotti della Becco Giallo non mi convincevano sul piano della qualità (opinione che ho in parte rivisto in tempi recenti) ma questo era un elemento che non influiva sul mio giudizio del senso editoriale di tutta l'operazione visto che mi è capitato di vedere un sacco di fumetti per me brutti ma editorialmente sensati. Il mio problema con la Becco Giallo era proprio che non riuscivo a capire dove volessero andare a parare.
Ieri sono andato in Feltrinelli e mentre i libri a fumetti di Rizzoli, Guanda, BD e Mondadori erano esposti in quell'amabile "scaffale ghetto" dedicato all'arte sequenziale, i libri della Becco Giallo facevano bella mostra nel settore saggi, trattati alla stregua di qualsiasi libro "di quelli veri".
E allora ho capito il senso.
E' chiaro: riuscire a sdoganarsi sul mercato delle librerie di varia non garantisce la ricchezza... ma in un settore in cui i grossi giocatori stanno guardando con sempre maggiore interesse al fumetto (vedere il topic precedente), mettersi in luce non è di certo una cosa negativa. Fosse anche solo per la possibilità di poter vendere baracca e burattini a qualche grosso editore e portarsi a casa qualche soldino.
In questo quadro, il fatto che il 60% della BeccoGiallo sia stato rilevato dalle Ed. Alet direi che non è per nulla sorprendente.

E ora veniamo al punto.
Nel topic precedente ci si lamentava di come i grossi gruppi editoriali non sperimentassero ma si limitassero a rilevare etichette editoriali con un buon catalogo (a questo proposito: scommettiamo che la prossima sarà la Coconino?).
A me questa sembra una cosa normale.
Un editore grosso segue le istanze del bilancio e non certo dell'innovazione. E questo non significa solamente che è un moloch senz'anima interessato solo al profitto ma che è anche una forza produttiva responsabile.
Per un grosso editore ci lavora un mucchio di gente, ricordate? Tanti stipendi, tante bocche sfamate da quegli stipendi, tante persone che dipendono da quel grosso editore. Pensate davvero che qualche impiegato sarebbe contento di perdere il proprio posto di lavoro perché il grosso editore per cui lavorava si è lanciato in qualche rischioso investimento sperimentale?

Del resto, le piccole etichette rischiano in prima persona ma sono generalmente anche più snelle. Se falliscono si portano dietro le persone che ci hanno messo dentro i soldi e pochi altri. In più, se le piccole case editrici hanno invece successo, poi c'è il caso che vengano comprate da qualche editore grosso (con tutti i benefici economici e di visibilità che questo comporta).

Poi è ovvio: in un mondo perfetto, il grosso editore saprebbe giocare tanto di rimessa su prodotti sicuri, quanto investire nello sviluppo e il piccolo editore potrebbe diventare un giorno grande... ma com'è che si dice?
"A Hollywood le grandi major non realizzano mai qualcosa che non è stato fatto prima da loro stessi o da qualcun altro"


p.s.
come avrete capito, l'immagine non ci capa nulla con il topic.
Ma non me ne frega niente.