5.3.08

[Anatomie Comparate] Posso invitarvi a cena? Ho già prenotato al Dorsia...

Ogni volta che si rivendicano i diritti culturali di un media, il primo che viene immediatamente sbandierato e posto come sacro è quello della libertà d’espressione. A meno che voi non siate un tiranno della Latveria o un senatore del Texas, immagino che concorderete con me che questa è una cosa buona e giusta.
Io non ho dubbi sul fatto che ognuno debba avere pieno diritto ad avere idee proprie e piena possibilità di esprimere queste idee liberamente, se lo ritiene utile, necessario o semplicemente divertente. Io non ho dubbi sul fatto che un film, un romanzo, un fumetto o un’opera d’arte in genere possano trattare di qualsiasi argomento, raccontare qualsiasi storia, dipingere qualsiasi immagine. Anzi, sono uno di quelli che sostiene fermamente che più l’arte è provocazione culturale, più è interessante e valida... ma allora perché ho tante remore ad allargare lo stesso discorso anche ai videogiochi? Vi faccio un rapido esempio per farvi capire dove nascono i miei dubbi: “American Psycho” di Bret Easton Ellis è uno dei migliori libri degli ultimi trent’anni. Il libro racconta le vicende di Patrick Bateman, un rampante yuppie degli anni ’80 che per ammazzare il tempo ammazza la gente, e lo fa con metodi che potremmo definire creativi. Per farvi capire, una delle scene clou del romanzo vede la partecipazione di una ragazza, un tubo di plastica, dell’acido, un trapano Black & Decker e un topo di fogna.
Un topo di fogna affamato.
All’epoca della sua pubblicazione il romanzo fece scalpore per l’approccio asettico, quasi chirurgico, con cui Easton Ellis aveva trattato tutta la vicenda, non consegnando al lettore nessuna facile bussola etica o morale con cui orizzontarsi nel desolato panorama psicologico rappresentato dalla mente del suo protagonista, quel Patrick Bateman che con il tempo è diventato una delle icone più rappresentative e feroci degli anni ’80 (e che nella trasposizione cinematografica ha poi avuto il volto di Christian Bale). Quando lessi “American Psycho” lo trovai un libro geniale, feroce, corrosivo e scritto meravigliosamente. Non mi posi alcun dubbio se, dato l’argomento, fosse stato o meno il caso di pubblicarlo. Del resto non mi ero mai posto il dubbio neanche davanti a opere che avevo apprezzato di meno ma trovato ugualmente disturbanti. Qualcuno le aveva scritte, qualcuno le aveva volute pubblicare, io potevo scegliere se avevo voglia di leggerle o meno. Che problema ci sarebbe dovuto essere?
Qualche mese fa mi sono imbattuto in un sottogenere di un sottogenere videoludico, i rape game: i giochi di stupro. Sostanzialmente i rape game sono una deriva dei giochi hentai, i videogiochi erotici giapponesi. Lo schema ludico di un hentai game è piuttosto classico e si basa su alcuni meccanismi consolidati: si incontra una bella ragazza dagli occhi grandi e dai capelli di colori improbabili, si stabilisce un contatto e, di appuntamento in appuntamento, si cerca di azzeccare tutte le mosse giuste per portarsela a letto e farle fare quanti più numeri da circo possibili. I rape game funzionano alla stessa maniera, solo che la ragazza va pedinata di nascosto per imparare le sue abitudini, rapirla in tutta sicurezza (un consiglio: la metro a tarda ora è il luogo ideale) e portarsela nel proprio covo. A quel punto il gioco vi permetterà di violentarla nelle maniere più creative possibili, mettendo in scena tanto i classici del repertorio bdsm occidentale, quanto le derivazioni più estreme di quello orientale. Più si diventa bravi, più si ottengono strumenti di tortura e azioni possibili e alla fine del gioco si guadagna una modalità free che permette di sbizzarrirsi in angherie e umiliazioni senza alcuna limitazione di tempo, con tutti gli strumenti messi a disposizione dal gioco e con qualsiasi ragazza incontrata nel corso della storia.
Il fatto che giochi del genere vengano prodotti e venduti si avvicina al vostro limite di cose che si possono fare e cose che non si dovrebbero poter fare? Al mio ancora no.
L’unica cosa dei rape game che davvero mi ha disturbato è stata la generale pochezza del prodotto in quanto tale e la bruttezza dell’interfaccia di gioco (la grafica in 3D dei modelli femminili, invece, non era male). In linea di massima però, l’esistenza dei rape game non mi ha fatto rimettere in discussione la mia idea sulla libertà d’espressione. Poi mi sono chiesto: ma lo avranno fatto anche con delle bambine/ragazzine come protagoniste? Grazie a Google la risposta è arrivata in fretta e -trattandosi del Giappone- è stata ovviamente positiva.
Ecco, a quel punto ho dovuto capitolare, arrendermi al vecchio reazionario che ogni tanto mi rugge dentro e accettare il fatto che per me quello era troppo... e che pur non essendoci coerenza nel fatto che sarei stato pronto a vedere un film o leggere un libro con protagonista un pedofilo senza pregiudizio alcuno, la semplice idea di giocare un gioco che mi avrebbe permesso di interpretarne uno mi dava sui nervi. Poi ci ho riflettuto e mi sono ricordato che a me -pur essendo un fiero carnivoro- ha sempre dato sui nervi anche la serie di “Deer Hunter”, il simulatore di caccia ai cervi che tanto successo ha avuto in America. E mi sono ricordato pure che non sono riuscito a giocare nessun FPS bellico ambientato nella guerra del Vietnam o in quella in Iraq perchè non riuscivo a sparare ai presunti cattivi del gioco, io che, sotto sotto, sono un americanofilo del cazzo.
Chi produce videogiochi tende a difenderne la libertà espressiva dicendo che essendo un media alla pari del cinema, della musica, della letteratura, della televisione e dei fumetti, debba avere i loro stessi diritti. Io mi sono convinto che le cose non stanno così. Il media videogioco non è alla pari di tutti gli altri media: è superiore a tutti gli altri. E credo pure che questa superiorità derivi, in gran parte, dalla sua capacità -ancora tutta da esplorare- di trascinare chi gioca in un’esperienza diretta e non più simulata-raccontata-evocata. Però credo pure che questo enorme potere, del tutto nuovo nella scena dei media tradizionali, porti con sé tutta una serie di nuovi dilemmi morali, etici e artistici che devono essere affrontati e affrontati in fretta, prima che le leggi del mercato riducano il tutto a una semplice legge della domanda e dell’offerta.