21.4.08

Gli alleati e noi.


Mentre gran parte della pattuglia italiana è in viaggio per tornare da New York dopo la fiera dei comics, io torno per un momento sull'argomento italiani all'estero e parto da questa bella lista:

- Marco Turini of Italy, Squadron Supreme
- Matteo Lolli of Italy, Marvel Adventures Iron Man.
- Antonio Fuso of Italy, X-Force Special.
- Andre Coehlo from Brazil, Ms. Marvel.
- Daniel Maia of Portugal, Ms. Marvel Special.
- Jon Landry of the U.S.A., Marvel Adventures.
- Jacopo Camagni of Italy, Marvel Adventures.
- Vincenzo Cucca of G.G. Studio in Italy on She-Hulk.
- Marco Castiello of G.G. Studio in Italy, Secret Invasion Front Line.
- Thomas Labourot - France
- Matteo Scalera - Italy
- Shaun “artchild” Turnbull - Canada
- Serena Ficca - Italy
- Joe Suitor - USA
- Damon Hendricks - USA
- Christian Nauck - Germany
- Stephen Thompson - Ireland
- Michele Bertilorenzi - Italy
- Sara Pichelli - Italy
- Paul Davidson - England
- Tomas Bennato - Italy
- Olivier Vatine – France
- Joy Ang - Canada
- Piotr Cieslinski - Poland
- Matteo De Longis – Italy

Questi sono gli artisti che l'hanno spuntata nella "Chester Quest", la ricerca dei talenti che la Marvel ha promosso quest'anno. Dalla sola Italia sono arrivate oltre 600 proposte, quindi, quelli qua sopra hanno giustamente ragione di essere più che orgogliosi del risultato ottenuto. Complimenti a loro, insomma.
In quella lista ci sono 12 italiani, 3 americani e una manciata di disegnatori e illustratori tra polacchi, canadesi, inglesi, irlandesi, brasiliani e portoghesi.
Il fatto che gli americani siano così pochi è una cosa che fa pensare, specie perché tutti questi disegnatori saranno principalmente chiamati a disegnare storie di supereroi, che dovrebbero essere il pane degli autori made in U.S.A.
Se poi teniamo conto di quanti artisti stranieri (di cui molti italiani) sono già al lavoro in Marvel e in DC, viene quasi da pensare che l'America abbia un disperato bisogno di autori in grado di realizzare i tizi in calzamaglia perché loro non li sanno più fare.
In realtà, non è esattamente così.

Il fatto è che gli artisti stranieri sono bravi.
E sono più comodi.
E no, non ne sto facendo una questione di soldi perché le grandi major del fumetto americano pagano gli stranieri come pagano gli artisti nazionali. L'America non sta trattando gli autori italiani come l'Italia ha trattato (in larga parte) gli argentini.
Quello di cui sto parlando è proprio di comodità.

In genere, il fumettaro straniero non è un ragazzino da crescere e a cui far fare gavetta. Di solito è un rodato professionista che rispetta le consegne e produce materiale solido (e, generalmente, di qualità). E' uno che si fa il mazzo. E' uno che non protesta molto perché lavorare in America è il suo sogno. O perché il mercato interno del suo paese non offre lavoro per il suo stile di disegno e lui non ha altra scelta.

Ancora meglio... il fumettaro straniero è uno che puoi mettere in stand-by tra un lavoro e l'altro, senza dovergli dare troppe spiegazioni. Che non ti rompe per telefono perché la lingua non la mastica così bene e ha paura di fraintendere o non farsi capire. E che, se per caso ti dovesse mandare una mail per chiedere se ci sono novità su quel lavoro che gli avevi promesso, puoi sempre ignorare per qualche tempo. O per sempre. Tanto è difficile che ti venga a trovare in ufficio, no?

C'è bisogno di un disegnatore bravo, serio, affidabile e veloce per coprire degli albi lasciati scoperti dal disegnatore titolare?
Un italiano è perfetto. Ma pure un messicano. O un polacco. O un portoghese.
Serve un disegnatore per mettere in produzione in fretta una nuova serie?
C'è tutta la Polonia che freme!

Nonostante il poco tempo a disposizione, lo straniero farà un lavoro sopra la media perché è entusiasta e motivato e, generalmente, è già un professionista affidabile.
E la cosa migliore è che, una volta che avrà finito il suo lavoro, se tu non avrai altro da offrirgliene, lui se ne tornerà in buon ordine al suo posto, nell'attesa che si presenti una nuova occasione.

Ho un mucchio di amici e conoscenti che lavorano per una qualche casa editrice americana: qualcuno se la passa alla grande (pochi), qualcuno sta bene, qualcuno fatica, qualche altro stenta. Quindi parlo con un minimo di ragion veduta.
Le case editrici americane pagano bene (anche se, in confronto alla Bonelli, qualche volta pagano meno bene di quanto uno ci si potrebbe aspettare), offrono una grossa visibilità e permettono una maggiore gamma di stili rispetto al mercato italiano.
Ma anche se hai una serie regolare sotto il culo e tutte le garanzie del mondo, non puoi mai sentirti troppo sicuro perché non solo gli americani vanno a mode (e tutte le mode passano) ma, principalmente, seguono sempre i soldi e la produttività.
Se sei bravo e produttivamente utile in quel momento, resti (e magari diventi pure un nome grosso).
Altrimenti... avanti il prossimo che fuori c'è la fila.
Pensate a Stephen Platt, che sul finire degli anni '90 è stato per ben cinque minuti il disegnatore più conteso d'America e che cinque minuti dopo è sparito.

In sostanza, spesso l'oro è proprio quello che luccica... ma per andare a prenderlo, forse è meglio muoversi con i piedi di piombo.

Comunque sia, potete consolarvi pensando che anche in Italia le cose stanno cominciando ad andare nella stessa direzione (ma ne parlo in un altro intervento).