6.6.08

I Bulli non vanno in paradiso (seconda parte)


Se c'è una lezione che ho appreso dalle scuole medie, è quella del "chi mena per primo mena due volte".
Vi spiego: alle medie io ero il ragazzino malaticcio, quello che non riusciva ad arrampicarsi sulla pertica, quello che era vestito strano, quello che aveva sempre il naso in un fumetto o in un libro, quello che non sapeva dare un calcio ad un pallone perché non era mai sceso in strada a giocare e via di seguito.
Non ero il solo, sia chiaro... ma io ero quello con la personalità più chiassosa e del tutto privo dei muscoli per sostenerla.
In poche parole, di strapazzate ne ho prese non poche e il fatto che non mi abbiano menato in maniera veramente cattiva è dipeso solo dal fatto che tutti sapevano che c'era il rischio di ammazzarmi.

Quando sono arrivato al liceo ero deciso a far andare le cose diversament e avevo un piano.
Il discorso era piuttosto semplice: individuare il più debole della classe e dargli addosso prima che a qualcuno potesse venire in mente che il più debole fossi io.

Al primo anno toccò a Alessandra Cozza, un esserino geneticamente sfortunato, con il petto da pollo e l'indole di un lemming depresso. Dargli addosso era un divertente esercizio dialettico e di inventiva ma non rappresentava una vera sfida e comunque la sua personalità era troppo mite per far risaltare degnamente la mia.
Alessandra si ritirò prima della fine del primo anno e non ho idea di che fine abbia fatto.

Simona arrivò l'anno successivo e io capii da subito che ci sarebbe stato da divertirsi: quella ragazza soddisfaceva tutte le condizioni necessarie.
Era brutta.
Il fatto che fosse brutta, la rendeva insicura.
Visto che era insicura, tendeva a essere aggressiva e a trasformare la sua insicurezza in boria e saccenza.
In più era pure ricca (o diceva di esserlo) ed era convinta di essere molto intelligente e con una buona cultura.
Farla a pezzi era solo questione di metodo e applicazione.

Dalla prima volta che l'ho incontrata, fino al giorno della maturità, non ho passato un singolo giorno senza sfotterla per il suo fisico, metterla in imbarazzo per le sue lacune culturali, offendere la sua famiglia, smontare tutte le sue idee e renderla vittima di scherzi tra il goliardico e l'atroce.
Non entrerò nel dettaglio ma posso dire che quella storia delle salsicce marce, all'ultimo anno di liceo, fu probabilmente eccessiva.
C'è da rendergli merito per il fatto che comunque Simona tenne sempre duro e raramente la vidi scoppiare in lacrime o preda di una crisi isterica.
Raramente.

Comunque sia, il liceo finì e ognuno se ne andò per la sua strada.
Io a Simona smisi di pensarci, dando per scontato che lei avesse fatto lo stesso.
Del resto, il mondo era talmente pieno di vittime che non potevo perdere tempo a bullarmi delle glorie del passato.

Un paio di anni fa organizzarono una di quelle atroci rimpatriate con i vecchi compagni di scuola.
Io ci andai, tronfio del fatto che -tutto sommato- a me le cose erano andate bene:
ero ancora vivo, facevo il lavoro che volevo fare e lo facevo al massimo livello, ero ancora libero da catene matrimoniali, avevo la moto, avevo una bella ragazza, non ero ingrassato, non ero rimasto incinto e non avevo perso i capelli.
L'unica cosa che mi metteva in apprensione era che avrei rivisto Simona.
Negli anni avevo cominciato a sentirmi vagamente in colpa per come mi ero comportato con lei (non molto ma abbastanza da avergli dedicato una storiellina horror che era uscita sulle pagine di LancioStory) e l'idea di rivederla non era esattamente confortevole.
Speravo che lei non mi portasse rancore: in fondo erano passati tanti anni e quelle di allora erano state ragazzate come tante, nulla a cui dare peso, insomma.

A tavola ci finii seduto davanti.
Io le sorrisi e con tutta la faccia da culo del mondo le dissi: "Allora, come va? E' tanto che non ci vediamo..."
Simona alzò il bicchiere, bevve un sorso di vino bianco ghiacciato, poi strizzò quegli occhietti porcini che mi ricordavo ancora dai tempi del liceo e scandì bene le parole nel rispondermi.
"Tu mi ha rovinato la vita."
Sembrava una cosa che mi voleva dire da un sacco di tempo.
Una di quelle frasi che ti ripeti davanti allo specchio per essere sicuro che, quando verrà il momento di dirla, non t'impappinerai.
"S-son cose che si dicono... sono sicuro che non lo pensi sul serio!"
"Sei stato il mio incubo per anni."
"C-capisco... hai assaggiato le tagliatelle al cinghiale? Sono deliziose!"
A quel punto mi girai dall'altra parte, di colpo interessatissimo agli ultimi avvenimenti della vita di una tipa di cui non mi ricordavo neanche il nome.
Il resto della serata passò piacevolmente.
A parte il fatto che mi sentii gli occhi di Simona piantati nella schiena per tutto il tempo.
Tornai a casa e andai avanti con la mia vita, che perlomeno non era stata tormentata per anni da un ragazzetto magrissimo e maligno.

E questo è tutto quello che ho da dire su Simona e sulla ragione per cui non andrò in paradiso.