27.8.08

Certe volte dovrei starmene zitto...


Zarafa.
”Terra arsa”, nel dialetto locale.
Una decina di case costruite ai margini di una strada sterrata, all’ombra del Pollino.
Qui la conformazione del terreno è troppo ripida per permettere la coltivazione e gli aridi pascoli sono talmente stretti nella morsa delle montagne che anche l’allevamento è fuori discussione. Alcuni filari di ulivi e qualche gregge di pecore sono le uniche concessioni che una montagna aspra e severa ha fatto all’uomo. Il turismo è scarso, anche a causa della poca inclinazione che sembrano avere gli abitanti per questo genere di attività. Nonostante il parco nazionale del Pollino sia uno dei più belli e selvaggi d’Italia, gli agriturismi sono pochi, mal organizzati e cari, le strutture alberghiere praticamente inesistenti e la viabilità è fatta di tortuose e letali stradine.
Persino i prodotti alimentari locali sembrano nascondersi agli occhi di quelli che vengono da fuori.
Qui l’unico culto è quello dei motori.
Qualsiasi macchina munita di un motore a scoppio è rispettata... dalla Fiat Mirafiori alla Lamborghini Diablo, passando dall’Ape Piaggio fino ai camion con rimorchio della Volvo.
Guidare qui, è una faccenda seria.
Si sale in macchina a meno di dieci anni e non si scende fino a quando non si è morti o impossibilitati a premere a fondo sul gas.
Del resto, il rumore di un motore è l’unica cosa che possa coprire il silenzio assordante che scende giù dai monti e che, dopo qualche tempo, finisce per riempirti la testa e il cuore.
La mia famiglia da parte di madre viene tutta da qui e, nel mio patrimonio genetico, scorre il sangue di camionisti e briganti ma, in questa occasione, la cosa non mi è stata di alcun aiuto.

Appena arrivato alle pendici del Pollino, ho capito di aver fatto una cazzata.
Qui, in una terra a stento raggiunta da internet, con due sole edicole (entrambe mal fornite) e una libreria/cartoleria che ha come articoli più venduti i pastelli della Giotto, l’ultimo libro di Max Pezzali e gli zainetti di Dragon Ball, uno come me è utile quanto una terza palla.
L’ultima volta che ero sceso da queste parti ero in compagnia della mia donna e in moto: quando l’effetto straniante del monte Pollino diventava eccessivo e cominciavo a sentirmi trasparente, potevo sempre specchiarmi nella persona che avevo accanto per ricordarmi di esistere davvero... oppure lanciarmi in mezzo ai tornanti a tutta velocità nel tentativo di mettere a tacere il silenzio.
Questa volta, invece, ci sono venuto da solo e a piedi: praticamente ero disarmato.
Nonostante le scampagnate al mare e i miei biechi tentativi di rimorchio con la diffidente fauna locale, in meno di quattro giorni mi sono ridotto a mettere a palla il volume del mio Ipod per cercare di far tacere quel cuore rivelatore che si ostinava a battere dall’alto delle montagne.
Lasciatemelo dire... non c’è niente di meglio che la natura indifferente per far venire a galla tutte le proprie inquietudini e inadeguatezze. Io, in un lasso di tempo brevissimo, mi sono ridotto alla stregua di un personaggio di Poe o Lovecraft.

Fortuna che sono malato.
La mattina del 15 agosto mi sono svegliato in preda a una crisi febbrile devastante. Tremavo così tanto da non riuscire a tenere il cellulare in mano. Mio cugino mi ha caricato sul sedile posteriore della sua 159 e siamo partiti sgommando alla volta di Roma.
Sembrava la scena iniziale delle Iene.
Tre ore dopo, in barba a ogni limite stradale, mi hanno scaricato al pronto soccorso del Gemelli e sono ritornato a un routine straordinaria che ormai ho imparato a controllare.
Come dire... ”Sono a casa, Wendy!”
Per farla breve, le protesi biliari si sono bloccate di nuovo (dopo neanche venti giorni dall’ultimo intervento, yuppie!!!) e questa volta ci sono voluti due interventi endoscopici in anestesia completa e undici giorni di terapia antibiotica (causa infezione) per rimettermi in sesto.
Dall’ospedale sono uscito oggi.
Mai più vacanze.
Giuro.


p.s.
comunque, ben tornati nella mia vita.