6.9.08

Il posto delle cipolle.

Come nasce un'amicizia?
Certe volte, con un insulto da una parte e una estrema gentilezza e educazione dall'altra.
Ma ci vogliono pure una mostra di arte moderna, qualche litro di té freddo, del sushi mangiato in una piazza, un cane scemo e un vecchio mobiletto in stile chippendale, abbandonato per strada.
Ma andiamo con ordine.

Sono sicuro che quelli che seguono questo blog da parecchio, si ricorderanno che, qualche tempo fa, sono saltato alla gola di Melissa Panarello dopo che era circolata la notizia che avrebbe scritto una graphic novel (sigh).
La ragione per cui l'ho fatto dipendeva da un principio di fondo che difendo ancora oggi e che riguardava il rispetto per il media fumetto (ma anche per qualsiasi altro media, sia chiaro)... ma devo ammettere che c'era anche una grossa componente di quella stizza che ogni professionista che si è fatto anni di gavetta per arrivare a certi risultati, prova nei confronti di qualcuno che brucia tutte le tappe e gli si siede accanto senza fatica. Comunque sia, le ragioni che potevo avere in quella discussione, erano del tutto offuscate dai modi che usai per esporle.
Non sono uno che non ammette di avere sbagliato (anzi, sono abbastanza furbo da sapere che ammetterlo è un buon modo per farci bella figura) quindi, qualche tempo dopo, quando mi è capitato di incontrare Melissa dal vivo, le ho fatto le mie scuse.
Mi aspettavo che mi avrebbe insultato o, perlomeno, trattato con distacco, invece è stata cordiale e gentile
Che poi è il modo migliore per far sentire una merda una persona che è stata manchevole proprio sotto l'aspetto della gentilezza e della cordialità.
Comunque sia, da quel giorno, il mio rispetto per Melissa è aumentato di parecchio e siamo rimasti in contatto.
Ieri siamo usciti insieme per andare a vedere la quadriennale al palazzo delle esposizioni (mostra carina, ma gli unici pezzi che mi sono piaciuti davvero sono l'orso rosa, la scatola che ride e una strana stanza da film horror), fare quattro chiacchiere e mangiare qualcosa insieme.
Tutto è filato liscio fino a quando, tornando dal parco dove avevamo portato a spasso il mio cane, non ci siamo imbattuti in qualcosa di imprevisto.

"Guarda che bello!"
"Cosa?!"
"Quello!"
Abbasso lo sguardo (la differenza di altezza tra me e Melissa è tale che il mondo ci si rivela in maniera diversa) e vedo un piccolo mobiletto dall'aria simpatica, abbandonato accanto a un secchione.
"Ma lo hanno buttato?"
"Così pare..."
Inizio a esaminare il mobiletto: è abbastanza ben tenuto ma il cassetto centrale è pieno di bucce di cipolla.

"Ma non possiamo portarcelo via? Le mie mutande ci starebbero benissimo!".
E mentre Melissa si trasforma nella signora Ikea, io non posso fare a meno di immaginarmi la storia in tre atti di quel mobile: lo vedo giovane e pieno di speranze, appena uscito dal mobilificio, poi il lento declino fino a diventare prima una umile dispensa da cucina e infine un clochard che vive per strada, destinato alla discarica...
Ma, un attimo prima della fine, ecco la rivalsa! Grazie al tocco di una fata, dal marciapiede e le bucce di cipolla, il mobiletto passa a uno splendido appartamento e agli slip di una nota scrittrice dalla forte connotazione erotica.
Praticamente, il sogno americano.

Nel frattempo, una signora ci si è avvicinata e guarda con occhio critico il nostro ritrovamento.
"Ma lo portate via? Perché è un bel mobiletto..."
Melissa la fulmina con lo sguardo.
"Sì, ce lo portiamo via NOI".
"E come lo portiamo? Io non ho la macchina, tu nemmeno la patente... ci toccherebbe incollarcelo".
"E se chiamo un taxi?"
"Chiama un taxi".

"Scusi, abbiamo bisogno di una macchina abbastanza grande, dobbiamo portare un piccolissimo mobiletto... siamo al 21 di Via Appia".
Qualcosa non mi torna ma non capisco cosa.

"Quando arrivano?"
"Due minuti".
Ne passano cinque, poi dieci. Del taxi, nessuna traccia.
Melissa richiama.
"Scusate, abbiamo chiamato un taxi dieci minuti fa ma non è mai arrivato... come? Ci sta cercando?! Ma noi siamo qui!"
Il mio senso di ragno pizzica.
Via Appia 21??
Non può essere... Via Appia è lunghissima e io non abito certo all'inizio.
Mi volto a vedere il civico del negozio che Melissa ha guardato per dare l'indicazione all'agenzia taxi.
21.
Guardo il civico della vetrina accanto.
422.
Porcamerda.
E' caduto il 4.
Faccio gesto a Melissa di chiudere la conversazione, bruciare il cellulare, dire in giro di essere morta, afferrare il mobiletto e scappare.
I tassisti incazzati mi mettono sempre paura.
Ci carichiamo il mobiletto e lo trasciniamo verso la metro.
Da quel momento in poi, il surreale comincia a stringere nell'angolo la realtà e a pestarla di brutto.
Rampe di scale, gente che non ha mai visto un fumettaro e una scrittrice trascinare un mobiletto e bestemmiare, un controllore burbero ma dal cuore d'oro, poi le scale mobili (a scendere), la metro, altre scale mobile (a salire), ancora scale (ma ferme come delle statue, le maledette) e infine i portici, l'ascensore, casa di Melissa.
A notte inoltrata mi ritrovo sulla strada di casa mia con addosso una maglietta di J.T. Leroy non mia (che fino a quando non ho saputo che non esisteva, mi stava pure sul cazzo... poi m'è parso inutile provare un qualche sentimento per lui) e senza le sigarette.
Mi fermo a comprarle ma trovo solo una marca sconosciuta: le Black Devil.
Le compro comunque.
Sono aromatizzate alla liquirizia.

La morale della favola è che trascinare un mobiletto da Colli Albani a Piazza Vittorio è una cosa che lega, tipo condividere la stessa trincea... ma stanca.
E che le sigarette alla liquirizia fanno davvero schifo.