20.10.08

La Nera

Tanti anni fa, quando ero un adolescente, andavo in bicicletta. Ci andavo ovunque e per tutta la città. Che se abitate in posti come Bologna, Firenze o anche Milano, è normale... ma che a Roma, con la sua estensione, i suoi colli, le sue tangenziali, le sue sopraelevate e il suo GRA, non è così consueto.
Come per gran parte delle cose che ho fatto e che faccio, l'idea di andare in bicicletta m'era venuta per puro stimolo emulativo: ero stato in ospedale per un periodo lunghissimo e durante quella degenza avevo trovato il tempo per leggermi "It" due volte di fila. Una volta uscito ero talmente carico di energie, talmente bisognoso di sentirmi la vita addosso e talmente saturo di tutta la poesia che King aveva profuso intorno a Silver, la mastodontica Schwimm che Bill Denbrough cavalca nel romanzo, che comprarmi una bici da corsa mi parve il minimo che potessi fare. Mancava poco che mettessi delle carte da gioco tra i raggi e me ne andassi in giro con una fionda da caricare con cuscinetti a sfera in argento infilata nella tasca posteriore dei jeans!
Comunque sia, dopo qualche anno mi stufai di farmi la salita del Quadraro a forza di gambe e decisi che le due ruote andavano bene solo se sospinte da un motore a scoppio. Magari da un centinaio di  cavalli.
E per parecchio tempo sono andato avanti così.
Oggi però, passando davanti a un negozio di biciclette, l'ho vista: avete presente quando Arnie Cunningham posa gli occhi su quella vecchia Plymouth Fury rosso ciliegia del 1958, anche conosciuta come Christine? Ecco, la stessa cosa. Solo che il colpo di fumine m'è venuto per una Bianchi SR Spillo Cross: una city bike con velleità da sterrato.
Sono entrato nel negozio e, dopo un esborso che non potevo assolutamente permettermi, stavo già pedalando come un matto giù per via Tuscolana, su per via Santa Maria Ausiliatrice, dritto per largo dei Colli Albani, perpendicolarmente lungo via Mario Menghini e a testa bassa verso la Caffarella.
A quel punto, muscoli e polmoni hanno cominciato a implorare di ricevere una morte rapida e allora ho invertito la rotta, trafficato come un matto per far entrare la mia nuova migliore amica nell'ascensore e sono rientrato a casa. Sul volto un sorriso da deficiente, esaltato ed ebete.
'Affanculo la moto, che negli ultimi tempi non la uso mai e che sono mesi che prende la polvere in garage. 'Affanculo la macchina, che tanto sotto casa mia non si trova mai parcheggio e che, comunque, è un salasso folle per uno che la userebbe poco come il sottoscritto. 'Affanculo ai mezzi pubblici, che non passano mai. E 'affanculo pure ai centri commerciali sul raccordo e agli amici che sono andati a vivere fuori città perché è tutta un'altra vita, signora mia.
La bicicletta è un mezzo perfetto per uno che ha deciso di ridurre il suo universo a un quadrilatero di quartieri adiacenti (forniti di tutto quello che gli serve) e che ha bisogno di pedalare via dal diavolo che si sente alle calcagna.
Qualcuno mi ha insegnato due o tre cose sul viaggiare leggero e voglio provare a metterle in pratica.
E per quello che riguarda il destino beffardo: che ci provi a prendermi quello stronzo... d'ora in poi filerò come il vento.
p.s.
se per caso doveste avere l'impressione che ho un disperato bisogno di ricoprire di un manto narrativo anche gli aspetti più banali della mia vita, avete perfettamente ragione.
Ma questo non ha nulla a che fare con le mie sfighe o le mie insicurezze: è solo che la vita è meglio quando ce la raccontiamo un pochettino.