24.10.08

L'Ultima Lucca dell'Umanità.

Non sono una di quelle cassandre che da anni e anni e anni parlano della crisi del fumetto.
Anzi, in genere sono uno di quelli che dice che sì, è sicuramente in atto una mutazione lenta ma costante del mercato ma che, a mio avviso, di fumetti se ne vendono sempre tanti e che il settore è florido.
Però... qualche annetto d'esperienza sul groppone ormai ce l'ho pure io e quest'anno mi si stanno rizzando i peli sulla nuca.
Avete fatto caso a quante saranno le uscite che verranno presentate in quel di Lucca? Ho fatto una stima alla buona e, arrotondando per difetto, me ne risultano oltre centocinquanta. Perlopiù si tratta di volumi dal prezzo medio/alto (dai 7 euro in sù) con qualche picco in negativo (oltre i 15 euro) e pochissime eccezioni in positivo (con un costo inferiore ai 5 euro).
La ragione di una tale ricchezza di proposte è presto detta: nelle ultime due edizioni di Lucca si è venduto tanto e si è venduto tutti, a qualsiasi livello e con qualsiasi range di prezzo. Una pacchia, insomma.
Però, dicevo, qualche annetto ormai ce l'ho pure io e mi ricordo bene cosa succede in Italia quando spira il vento della crisi e della recessione: la prima cosa che viene tagliata sono le spese superflue e "spicciole". Ovvero l'intrattenimento.
Il fatto è che, per colpa di Sant'Agostino e delle sue confessioni (che fanno praticamente parte del patrimonio genetico della nostra cultura) il nostro bel paese ha una visione molto diversa dello "svago" rispetto al resto del mondo occidentale. Per noi, l'intrattenimento è una roba negativa, uno strumento del maligno che ruba l'attenzione e disperdere le energie rispetto alle cose davvero importanti (Dio o i Soldi, insomma). Nella migliore delle concezioni sant'agostiniane, lo svago è una roba da abbandonare con l'entrata nell'età matura, come un balocco che non ci serve più. Ergo, quando si entra in una fase di austerity economica e morale come quella che ci aspetta nei prossimi anni, tutti i media espressamente votati a quello che viene percepito dalla gente come un intrattenimento frivolo, vengono abbandonati. Specie se costano caro.
In poche parole, l'Italia non è l'America, dove il fumetto è sempre in controtendenza rispetto alle crisi economiche.
In America meno soldi girano, più fumetti si vendono. Durante la grande depressione economica del 1929, mentre la borsa di Wall Street andava a picco, il fumetto made in USA passava una delle sue stagioni d’oro, esplodendo dalle pagine dei quotidiani per poi approdare alla sua forma definitiva, quella del comic book. Durante la crisi energetica dei primi anni ’80, mentre Reagan chiedeva agli americani di non accendere più di un elettrodomestico alla volta e di usare l’automobile solo se strettamente necessario, la Marvel vendeva tonnellate di copie delle Guerre Segrete. Negli anni ’90, mentre la austerity clintoniana soffiava il suo vento freddo su tutto il mondo occidentale, il fumetto a stelle e strisce toccava l’apice con i sette milioni di copie vendute in un solo colpo dagli X-Men di Jim Lee.
Il fatto è che, nei paesi culturalmente non marchiati a fuoco dalle riflessioni sant’agostiniane, l’intrattenimento è visto come una cosa seria, uno strumento di arricchimento culturale, un diritto inalienabile dell’uomo. In questi paesi, se di soldi ne girano pochi o si profila una forte recessione economica, la gente non smette di intrattenersi... decide, semplicemente, di rivolgersi a forme di svago più economiche. Come i fumetti, appunto.
In Italia invece e cose vanno diversamente.
L'ultima grande crisi fumettistica che io ricordi (una crisi vera) è quella dei primi anni '90, quando gli italiani andarono in paranoia per la prima guerra del Golfo e si misero in fila per comprare il sale e la pasta e la recessione spazzò via dalle edicole tutte le riviste a fumetti di costo medio alto (per l'epoca) e gran parte dei prodotti più di nicchia (tra cui fumetti adorabili come Arthur King). Restarono in piedi la Bonelli (forte della sua solidità economica, dei suoi personaggi storici e dei suoi prodotti a costo contenuto) e una manciata di albi di supereroi... e ci vollero anni prima che il mercato si riprendesse e riacquistasse fiducia.
Ora, forse sarò scemo io, ma per me si corre il rischio che questa Lucca sarà l'ultima grande orgia prima della crisi.
E questa potrebbe essere solo una delle ipotesi più ottimistiche, perché potrebbe esserci pure il caso che la crisi ci sia già piombata addosso e che solo a Lucca ce ne renderemo conto.
Perché se io, homo consumens per eccellenza, comincio a interrogarmi su cosa comprare e (ogni tanto) finisco per lasciare sul bancone libri, dischi, film, videogiochi e fumetti che costano troppo per quello che mi offrono... allora cosa farà un consumatore meno dissennato del sottoscritto? Quanta parte della straordinaria offerta lucchense riuscirà ad assorbire (specie tenendo conto che i primi 12 euro li avrà spesi solo per accedere alla fiera)? Quanti fumetti deciderà che valgono i suoi soldi?
Sul serio c'è tutto questo mercato per volumi da 10-15 euro? Sul serio torneremo di nuovo tutti con il sorriso sul volto e il portafogli gonfio?
Sarà, ma io sono scettico.
E se non avessi in uscita un prodotto che costa solo 2 euro e 90 centesimi, sarei pure preoccupato.