9.12.08

I samurai m'hanno rotto i coglioni.


Il libro dei cinque anelli dice che un samurai non si fa prendere dallo sconforto davanti agli imprevisti e alle difficoltà che gli si parano davanti ma che, anzi, le affronta con gioia perché sono un'occasione per cimentarsi con i suoi limiti.
Del resto, lo stesso libro ci dice pure che la via del samurai è la morte.
Non parliamo poi di quello che dice Marco Aurelio nei suoi "pensieri a se stesso"... non a caso era un fervido sostenitore dello stoicismo.
Io di queste cagate mi sono nutrito negli ultimi quattro anni, cercando di trovare se non un senso alla mia vita, almeno una via per affrontare quello che mi capita ogni giorno.

E adesso mi sono rotto le palle e invece ho voglia di lamentarmi.
Perché non c'è nessuna sfida nel confrontarsi contro un avversario che non puoi vincere. C'è solo fastidio, depressione, stizza, odio, recriminazione e noia.
Sembrerà strano ma è la noia il problema principale.
Perché all'idea della fine posso pure abituarmi... allo stillicidio invece no.
Perché mi sono rotto il cazzo di essere sbattuto a terra ogni volta che mi rimetto in piedi.
Perché ne ho le palle piene di dover essere sempre impegnato a rincorrere il tempo perso sul lavoro, con gli amici e con le persone a cui voglio bene o che amo.
Perché, per dirla con le parole di De Andr), vivere la vita a piccoli sorsi è solamente una merda e non c'è niente di tragicamente romantico.

Sono malato da trentaquattro anni e per trenta ho fatto finta di non esserlo... poi ho dovuto cominciare a fare i conti con me stesso e negli ultimi quattro anni ho accettato un sacco di roba che credevo fosse inaccettabile, ho ridotto le mie pretese nei confronti di quello che potevo e non potevo fare, ho mollato un sacco di cose che non mi potevo più permettere e, nonostante tutto questo... non gli basta mai.
C'è sempre un altro pezzettino di vita da strappare, un'altra cosetta da rubarmi, un limite da spostare poco più avanti, un ulteriore oltraggio da perpetrare.
E sono logoro.
E stufo.
E incazzato pure, perché quello che non è malattia, vale ancora la pena di essere vissuto e solo quando le cose non staranno più in questa maniera verrà il momento in cui valutare come uscire di scena in maniera dignitosa e consapevole.

E' ora di fare delle scelte.
Se davvero la mia vita comincia a battere il tempo sul ritmo di "ogni venti giorni una crisi", devo valutare con cura come impiegare il "tempo buono" che ho a disposizione e dedicarmi solo a quello che, per me, conta davvero.
Questo significa che dovrò rivedere la mia filosofia sul lavoro, perché non posso più permettermi di perdere giornate a fare un lavoro dove mi pagano due lire quando potrei impiegarne la metà del tempo a farne un altro e guadagnare di più, ottenendo anche maggiore soddisfazione personale, oltretutto.

Da oggi in poi ho deciso che tutto quello che non mi gratifica o non mi aiuta a vivere meglio o che mi ruba tempo in maniera ingiustificata, dovrà essere abbandonato in favore di cose che amo fare o che mi permettono di vivere meglio.
Qui bisogna cominciare a fare economia di vita, porca puttana.

2 commenti:

Ten ha detto...

Di solito le paturnie non ce le fai commentare e 'stavolta ne approfitto.

"Economia di vita? Dovrebbero farla tutti, che piaccia o meno perché stiamo tutti morendo, il tempo è sempre meno e tutto sommato è forse l'unico modo per godersela ancora..."

RRobe ha detto...

E c'hai ragione.
Però hai ragione pure su un'altra cosa: di solito le paturnie hanno i commenti chiusi.