4.1.09

[Anatomie Comparate] Sparate pure sul pianista.


Negli anni ’70, dalla Francia, nacque una rivoluzione che sconvolse per sempre il mondo dell’immaginario e che aveva il nome di “Métal Hurlant”, una rivista a fumetti sulle cui pagine pubblicavano autori come Moebius, Druillet, Jodorowsy, Bilal, Caza e molti altri. “Métal Hurlant” rappresentava un sovvertimento dello status quo fumettistico, era l’immaginazione visiva che prendeva il potere in un contesto (quello dell’arte sequenziale europea) dove era sempre stato il testo a farla da padrone Con un approccio iconoclasta e provocatore, gli autori di “Métal Hurlant” rinnegavano le regole della narrazione tradizionale e andavano a cercare nuove strade nei sconfinati territorio dell’immaginario, rompendo gli angusti limiti della rigida griglia fumettistica francese e aprendo la pagina a orizzonti sconfinati, assurdi e affascinanti. Per capire l’influenza che “Métal Hurlant” ebbe negli anni a seguire , basti pensare che senza le suggestioni immaginifiche delle opere pubblicate su questa rivista, cose come “Blade Runner”, “Alien”, “Il Quinto Elemento”, “Matrix”, oppure (per guardare all’italia) “Eymerich l’Inquisitore”, non ci sarebbero mai state. Oppure, se ci fossero state, avrebbero avuto un aspetto del tutto diverso. Il rovescio della medaglia di questa grande innovazione è che una larga fetta delle storie di “Métal Hurlant” (e dei prodotti che cercavano di rifarsi alla sua scuola) erano tanto ricche sotto l’aspetto visivo quanto povere sotto il punto di vista della narrazione, presentando intrecci e scenari concettualmente ambiziosi ma privi di una qualsivoglia grammatica del racconto. In poche parole, la maggioranza delle storie di “Métal Hurlant” erano splendidi monumenti al virtuosismo visivo con fragili fondamenta narrative. Più o meno la stessa cosa che si potrebbe dire di “Gear of Wars 2”.
L’ultima fatica della Epic è, se la esaminiamo dal punto di vista estetico, niente meno che magniloquente. E si badi, non parlo solo della semplice forza bruta dell’Unreal Engine e della tonnellata di poligoni che è in grado di muovere e ricoprire di texture, effetti particellari, luci e ombre dinamiche e via dicendo, parlo della visione artistica che c’è dietro. I concept designer di cui Cliffy B si è saputo circondare sono persone con una immaginazione ardita e dotate del talento e della perizia in grado di dare corpo alla loro visione. Il problema è che a sostenerli c’è una storia davvero, davvero, pessima.
Ora, che il primo “Gears of War” avesse una trama ridicola con personaggi dotati dello stesso carisma di un roditore morto sotto un cespuglio ai margini della strada, lo sapevano anche i ragazzi della Epic ed per questo che hanno deciso di valersi dell’ausilio di un professionista della scrittura per la stesura della storia del secondo capitolo della loro saga: Joshua Ortega. Chi?!
E’ la stessa domanda che mi sono fatto io, fortuna che Wiki m’è venuta incontro.
Ortega è uno sceneggiatore di fumetti che ha scritto degli albi riempitivi per la Marvel e si è pubblicato, a sue spese, un romanzo di fantascienza. Come dire, un nome di un certo rilievo...
Adesso non prendetemi per snob.
La mancanza di un curriculum importante non significa che il signor Ortega sia un incapace... ma il lavoro che ha fatto per “Gears of War 2” lo dimostra chiaramente.
Sia chiaro, nessuno ha mai preteso che la serie di GOW fosse “Delitto e Castigo”... tutto quello che si pretendeva dallo sceneggiatore del secondo capitolo è che riuscisse a cucire una trama decente e comprensibile che legasse una scena d’azione con l’altra e, magari, desse un poco di corpo e caratterizzazione a quel tamarro di Marcus Fenix.
E invece il signor Ortega si è lanciato nella stesura di una trama confusa, a tratti involontariamente comica, con un colpo di scena tra i più scontati e, oltretutto, ha sbagliato completamente il bersaglio per quello che riguarda la caratterizzazione dei personaggi, non conferendo nessuno spessore aggiuntivo al protagonista ma decidendo di dedicare tutta a sua attenzione a Dom, la spalla scema che Marcus si porta dietro per tutto il gioco. Come se in un videogioco su Dylan Dog, il protagonista della storia fosse Groucho. No, ma seriamente... ma a qualcuno di voi è fregato qualcosa del destino della fidanzata di Dominic Santiago? Avete trovato interessanti i siparietti in cui l’ispanico piagnucola sul suo perduto amore? Bah.
Non parliamo poi della grammatica della narrazione, poi. La campagna single player mette il giocatore nei panni di Marcu Fenix, giusto? Questo significa che il racconto dovrebbe essere visto attraverso i suoi occhi, esatto? Sbagliato, perché a un certo punto il signor Ortega, fregandosene delle più basilari regole della grammatica del racconto, decide che non possiamo proprio perderci un sogno di Dom e quindi ci mette nella sua testa, come fossimo lui. Inutile dire che, a quel punto, il lodevole sforzo grafico del team Epic di calarci in pieno nell’universo di Gears of War e nei panni del sua protagonista, diventi fatica sprecata perché siamo stati brutalmente strappati dall’immedesimazione con il nostro alter ego virtuale per farci vedere un elemento che, come Marcus Fenix, non potremmo assolutamente avere visto. E per cosa poi? Per dare spessore a uno dei personaggi secondari più deboli che la storia dei videogiochi ricordi! Un errore talmente goffo, ingenuo e imbarazzante che quando l’ho visto mi è venuto da chiedermi se Joshua Ortega non fosse il compagno delle elementari che proteggeva Cliffy B dai bulli della scuola. Altrimenti non riesco proprio a trovare una ragione valida per il fatto che un tale analfabeta narrativo sia stato chiamato a scrivere uno dei giochi più importanti mai usciti per l’XBox 360. Io continuo a non capacitarmi di come certi videogiochi dalla produzione faraonica spendano milioni e milioni di dollari nello sviluppo artistico e tecnico e poi chiamino il primo che capita a scriverne la storia. Sul serio, mi risulta incomprensibile. “Gear of War 2” è uno spettacolo da vedere e uno spasso da giocare... ma è una schifezza da vivere.
E non ho altro da aggiungere su questa storia.