23.3.10

Essere o non essere, Dylan Dog.

Tratto dal volume: l'Audace Bonelli -l'avventura del fumetto italiano-

Scrivere un personaggio a fumetti creato da qualcun altro è difficile.

Se poi quel qualcun altro è Tiziano Sclavi e quel personaggio è Dylan Dog, l’impresa è ancora più complicata.

Perché Dylan, pur appartenendo alla tradizione dei personaggi Bonelli e condividendone molti dei tratti caratteristici, è probabilmente il più autoriale dei personaggi popolari. O il più popolare dei personaggi d’autore, decidete voi.

Costruito da Sclavi secondo i dettami avventurosi della casa editrice, fortemente codificato nei suoi atteggiamenti topici, al pari di un James Bond o di un Indiana Jones, Dylan è solo apparentemente un personaggio seriale. Sclavi infonde in lui tutta la sua sensibilità, le sue paure, le sue passioni e le sue ossessioni. Ma per quanto questa operazione sia degna di nota, non è poi tanto differente da quanto fatto prima da Guido Nolitta con Mister No, da Berardi con Ken Parker e da Alfredo Castelli con Martin Mystère. Quello con cui Sclavi segna davvero il punto di svolta nel suo approccio, rendendolo eversivo nei confronti della tradizione Bonelli, è nelle storie, pensate e costruite in maniera da poter essere interpretate e risolte dal solo Dylan Dog, in maniera quasi sempre lontanissima da quel sentiero avventuroso che un personaggio Bonelli dovrebbe seguire, inoltrandosi piuttosto nel reame del sogno, del non-sense e del surreale. Le storie di Dylan non si prestano pedissequamente a nessuna regola della narrativa di genere. Anzi, il genere lo sovvertono, lo contaminano, lo deformano, arrivando fino a negarlo platealmente, seguendo una logica che è propria solo del suo creatore, un free jazz la cui esecuzione si può solo applaudire, mai replicare.

Stesso percorso segue il linguaggio con cui queste storie sono raccontate, sempre lontano dalle logiche di una coerenza dogmatica (propria, per esempio, del Ken Parker di Berardi), Sclavi piega la grammatica del fumetto alle sue esigenze, contraendo o dilatando il ritmo dell’avventura Bonelli, utilizzando ogni suo strumento a sua disposizione per veicolare l’emozione prima del fatto, l’atmosfera prima del contenuto, non esitando nemmeno a barare platealmente con il lettore (al pari di un Dario Argento in grande spolvero) pur di raggiungere il risultato voluto.


E alle prese con tutto questo, ci siamo noi.

Affittuari di un personaggio facile da interpretare ma difficile da mettere in scena.
Perennemente inadeguati agli occhi dei lettori appassionati.
Sempre messi a confronto con un creatore che ci guarda da lontano, certe volte con indifferenza, certe volte con bonaria simpatia e qualche volta, ammettiamolo, con disappunto.

Comici, spaventati, guerrieri, alla ricerca di una propria voce personale da accordare al personaggio più personale di tutti, il meno intercambiale degli eroi Bonelli, l’Amleto del fumetto italiano.

Essere o non essere, Dylan Dog.

Questo è il problema che qualsiasi sceneggiatore si pone quando si trova alle prese con l’indagatore dell’Incubo.

Perché si possono scrivere delle dignitosissime storie di Dylan Dog esercitando un disincantato distacco dalla sua poetica, limitandosi a perpetrare i codici stabiliti, facendogli affrontare incubi garbati, scaldandogli il letto con la bella ragazza di turno e mettendogli in bocca il giusto numero di “Giuda Ballerino”, ma se si vogliono scrivere buone storie di Dylan Dog, di quelle che vale la pena ricordare, allora bisogna credere in lui.
Credere alle sue passioni e alle sue idiosincrasie, credere nei suoi ideali, alle sue lacrime, alle sue malinconie, credere alla sua eterna adolescenza, alla sua intollerabile mancanza di cinismo, alla sua purezza, alla sua fragilità, credere nell’amore e nell’orrore.

Credere. Fino in fondo. Senza alcun compromesso. Per tutto il tempo che ci vorrà per scrivere una sua storia.
Perché Dylan Dog è uno dei pochi personaggi che se ne frega del fatto che tu sia un solido professionista, se ne frega del tuo curriculum e di tutto il tuo mestiere. Se ne frega persino del tuo talento. Se nello scrivere di lui non ci metti il cuore e lo stomaco, lui ti smaschererà. E i suoi lettori (che sono e rimarranno i suoi lettori, mai tuoi) lo vedranno. E ti odieranno.

Cercare di scrivere bene Dylan Dog è rischiare ed esporsi.

Rischiare rifiuti, correzioni, grattacapi. Esporre se stessi, la propria vita, le proprie debolezze.

Ne vale la pena?

La maggior parte delle volte, sì.

Perché per quanto possa essere difficile, frustrante e a volte doloroso, Dylan ti ripaga con la stessa moneta che pretende: emozioni reali.
E in giro non c’è nessuno più generoso di lui.