2.5.10

[Cartoline da Napoli] Giorno Tre.


Sono arrivato al Castello a piedi perché adoro camminare per le strade di Napoli quando c'è bel tempo. E anche perché ho perso la navetta, ovviamente.
Di solito in queste occasioni riesco a non focalizzare su nulla i miei pensieri e a lasciarli scorrazzare liberamente.
E' una cosa che mi fa sentire in pace con il mondo, a me che sono sempre in trincea.
Questa volta non ci sono riuscito.
Non so bene perché ma questa manifestazione l'ho presa sul personale.
Visto che non sono riuscito a trovare la serenità tanto agognata mi sono letto il dodicesimo numero di Animals.
Devo dire che la lettura è stata piacevole.
Le cose sono due: o la rivista di Laura Scarpa è maturata parecchio in un anno (e in parte è così) o Makkox mi rende frocio (e anche in questo c'è un fondo di verità).
Perdonatemi: è molto raro che mi innamori di un autore al punto di diventarne un fan (casi precedenti negli ultimi 14 anni: Leo Ortolani, Gipi, Caluri e Pagani) e quando mi succede mi rendo conto di perdere di lucidità nei suoi confronti.

Comunque sia, mi sono seduto al tavolo per gli autografi e le firme con una mezz'ora di ritardo, che ho recuperato allungano la mia permanenza.
Ho fatto i miei venticinque disegni in un corridoio umido e freddo (quello spazio è da rivedere, ragazzi... sul serio) e poi mi sono fatto un giro.
C'era poca gente al Castello.
E quasi tutta con un pass da addetto ai lavori appeso al collo.
E allora m'è presa ancora peggio.
E mentre rimuginavo su tutte le cose che non andavano, sugli errori fatti e su come fare per metterci riparo, mi sono seduto nell'area pro (l'area del Castello riservata agli ospiti e ai vari professioniti presenti alla manifestazione) e in quel posto, guardando i miei colleghi attorno a me, tutti sereni e satolli di buon cibo e tante attenzioni, ho avuto l'illuminazione:
ma perché cazzo me la sto prendendo tanto a cuore?

Gli altri ospiti non lo fanno ma, anzi, si godono una manifestazione che dal loro punto di vista è particolarmente rilassante e vivibile. Apprezzano i corridoio facilmente percorribili, il brusio sommesso di quel pubblico maggiormente raffinato che il Castello ha saputo attirare rispetto alla bolgia fracassona, rumorosa e puzzolente presente alla mostra d'Oltremare, non si fanno il problema se si è venduto meno o di più, si godono i divanetti e il poco che hanno da fare.
E stanno sereni.

Io, invece, non sto sereno.

Perché mi angoscia il fatto che quel crepaccio culturale tra un certo modo di intendere il fumetto e il pubblico di massa, si sta allargando sempre di più, passando dallo stato concettuale a quello fisico.

Perché mi sento troppo popolare (e popolano, forse) per stare a mio agio nel Castello e troppo ricercato (e forse un pelo snob) per essere davvero a mio agio nella mostra d'Oltremare.

Perché ho paura di stare diventando come Balto, che non è cane, non è lupo e sa solo quello che non è.

Insomma, seduto su quel divanetto ho capito che il problema non è di Napoli Comicon ma mio.
E allora, visto che gli autori sono contenti, visto che gli editori non hanno tirato fuori i forconi, visto che i cosplayer non si sono sentiti ghettizzati ma anzi, si sono divertiti un sacco e hanno invaso il loro nuovo recinto... bravi tutti.
Continuate così.
FateMI del male.



Nella foto qui sopra, il momento più sereno che ho vissuto in questi tre giorni di fiera.