9.9.10

[LAVORO] Pensavate che avessi finito, uh?

DISCLAIMER
Una tra le varie ragioni che mi hanno spinto alla decisione di non partecipare in maniera attiva alla tavola rotonda organizzata da Claudio Stassi è che sono certo che sarei finito a fare un discorso sul genere di quello che sto per fare qui sotto e che delle persone, persone che magari apprezzo anche molto, si sarebbero offese.

"Ma se lo fai qui, perché non potevi farlo anche durante la tavola rotonda?"

Grazie per la domanda.
La ragione è perché qui avrò modo di esporre quello che penso nella maniera più chiara e meditata possibile, cercando di ridurre al minimo il rischio di essere frainteso o travisato. E poi perché qui le parole restano e non volano e si trasformano come le chiacchiere, in quel di Lucca.
Andiamo a cominciare.

Sì dopo tanti discorsi generici, un nome e un cognome, signori.
Paura, eh? Tenetevi forte perché, nei prossimi interventi, ne farò anche degli altri (sempre pescati, ovviamente, tra quelli che stanno animando questo confronto).

Chi è Michele?
E' un autore completo che produce le sue storie da undici anni, se non vado errato.
E' l'elemento alieno del gruppo Innocent Victims.
I suoi fumetti sono stati pubblicati in Italia, Francia, Stati Uniti, ha vinto due Micheluzzi e, per me, è bravissimo.

Ci campa del suo lavoro, Michele?
No, come s'evince dal suo blog, per campare fa il grafico e lettera fumetti (pure lui, come un'altro dei miei fumettisti preferiti, Andrea Accardi).
Il mercato è sbagliato perché Michele non riesce a campare dei suoi lavori?
Forse.
Ma forse le cose non sono così semplici.

Analizziamo per un secondo il lavoro di Michele.
Come sono i suoi fumetti?
Difficili. Tanto difficili.
Nel segno, nella grammatica del linguaggio, nella costruzione dell'architettura narrativa, nelle tematiche e in ogni altro aspetto.
Michele è un autore che non fa nessuna concessione ai suoi lettori, è severo, ermetico, sgradevole, alle volte.
E io lo stimo parecchio per questo. Lo stimo in una maniera che non credo che lui si immagini nemmeno.
Ma resta il fatto che per capire appieno il suo Metauro, l'ho dovuto leggere tre volte (due volte in cartaceo e una nella versione digitale). Forse sono stupido io, forse no.
Quindi, visto che è un autore difficile, si merita di non riuscire a campare con quello che fa?
No, per carità.
E' ovvio che si è scelto la strada più complicata, ma anche se la cultura e l'arte sono piene di autori difficili che sono morti di stenti solo per rimanere integri, è pure vero che ce ne sono molti, molti di più, che sono riusciti a trovare realtà commerciali in grado di proporli a un pubblico adatto.

Ecco, per me, Michele, un editore adatto a lui, non lo ha mai pienamente trovato.
Prima ha pubblicato in seno alla Innocent Victims che, sostanzialmente, era un'etichetta autoprodotta (più o meno come la nostra Factory) con tutti i limiti del caso. Poi è passato in Magic Press, un editore specializzato in fumetti americani che ha pubblicato alcuni bei prodotti italiani, purtroppo in maniera erratica, sempre senza una vera linea editoriale e rivolgendosi ad un pubblico che non era interessato. Poi ci sono state le edizioni estere che però, per il momento, non sembrano avere avuto seguito. Poi è passato in Tunué, dove le cose sono andate meglio ma, anche qui, la linea editoriale della Tunué e il suo pubblico di riferimento, non erano del tutto compatibili con la voce di Michele e Metauro era un oggetto davvero strano nel catalogo dell'editore (e, nonostante questo, per il momento la Tunué è stata la casa editrice che ha saputo proporre meglio il suo lavoro). Infine, Fernandel, editore di romanzi di prestigio e di nicchia... talmente di prestigio e di nicchia che i tre volumi di FactorY sono praticamente introvabili. Adesso c'è in arrivo un nuovo romanzo per non ho capito quale editore.
Spero uno in gamba.
Perché nel settore dei romanzi grafici, dove i soldi arrivano all'autore direttamente dal numero dei fumetti venduti, il problema non è dell'acconto sulle royalties (che pure fosse di 2000 euro sarebbe ininfluente, visto che stiamo parlando di almeno 100 pagine scritte e disegnate e parecchi mesi per realizzarle) il problema è quello di essere messi nella condizione di poter raggiungere il proprio pubblico.
Per farlo serve un editore con un catalogo a te compatibile e quindi, con un pubblico a te compatibile. Un editore con un ufficio stampa che sappia lavorare bene e che abbia la voglia e la forza di seguirti. Un editore che capisca chi sei e che sappia a chi venderti.
In tutta la sua esperienza, Michele ha trovato (e solo in parte) un editore simile nella Tunué, che in qualche maniera a presentare il suo lavoro in modo che apparisse almeno vagamente coerente con il resto del catalogo (cosa che, a mio modo di vedere, non è) e che il volume lo ha spinto e seguito.
E a me viene da chiedermi, visto che stiamo parlando di un solo editore parzialmente compatibile in undici anni di professione... ma non sarà che Michele abbia fatto qualche scelta sbagliata nel gestirsi, in tutti questo tempo?
Che la colpa non sia solo del mercato, degli editori, del pubblico, ma pure un poco sua?
Che, magari, è lui che non ha saputo trovare il giusto contesto in cui far crescere il suo lavoro (faccio un nome a caso: Coconino)?
Così, giusto per chiedere e senza offesa, giuro.