20.11.10

Riflessioni oziose sul contratto perfetto (parte prima)

Le riflessioni oziose che mi ero ripromesso di fare a riguardo del modello per un contratto equo nell’ambito dei fumetti per librerie di varia, sono diventate così oziose che quasi mi stavo scordando di metterlo nero su bianco.
In ospedale mi annoio e la mente divaga. Sia chiaro, ache se me ne fossi dimenticato, non sarebbe un grande danno visto che, l’ho già scritto e lo ripeto, sono pensieri buttati giù senza alcuna pretesa di essere presi in considerazione. Altri (gente che sta impegnandosi davvero) stanno cercando di portare avanti la riflessione in termini concreti ed è a loro che dovete prestare davvero orecchio. A patto che la faccenda vi interessi.

Dunque, prima di disquisire del “contratto perfetto” che verrà, prendiamola alla lontana e parliamo dei contratti, ben meno perfetti, che invece ci sono già.
Come funzionano questi contratti?
In generale, si basano sul meccanismo delle royalties sul venduto. In sostanza, editore e autore stabiliscono una percentuale sul prezzo di copertina e, in base alle copie vendute, l’autore guadagna una piccola cifra per ogni volume venduto.
Nei contratti migliori, le royalties prevedono degli “scalini” che, una volta superati, aumentano la percentuale a copia venduta e quindi il guadagno dell’autore. In sostanza, se il volume vende tanto e l’editore è contento, anche l’autore ne ha un beneficio consistente. In genere, questo tipo di contratti prevede un “acconto sulle royalties a fondo perduto” da parte dell’editore.
In sostanza, l’editore anticipa una piccola cifra come acconto sulle royalties che verranno con le vendite. Se il volume vende meno delle copie necessarie per coprire tale acconto, l’editore non ha il diritto di richiedere indietro i soldi della differenza, che rimangono all’autore.
A margine ci sono poi tutta una serie di clausole che dovrebbero prevedere ulteriori retribuzioni in caso di ristampa, vendita sui mercati esteri, sfruttamento in altri media e diritti digitali.
Questi contratti hanno una scadenza temporale, al termine del quale l’autore dovrebbe tornare pienamente proprietario della sua opera. Si badi, ho detto “pienamente proprietario” perché, già allo stato attuale, la legge non prevede che la proprietà intellettuale sia completamente alienabile dal suo autore, nemmeno per un periodo di anni circoscritto. Indipendentemente da quanto possa esserci scritto su un qualsiasi pezzo di carta con un paio di firme sotto.
Sembra tutto ottimo, no?

Invece anche un contratto sostanzialmente semplice come questo, nasconde un mucchio di inghippi. Il primo, e il più facile da individuare, riguarda le possibilità di guadagno che un volume può garantire. In sostanza, se il contratto vi permette di guadagnare qualcosa a fronte delle copie tirate dall’editore. Esempio semplice: il vostro contratto prevede delle royalties al 7% sul prezzo di copertina, l’editore vi offre un acconto sulle royalties pari a 1000 euro e tira 1500 copie. Il prezzo della vendita al pubblico viene stabilito a 13 euro. Voi guadagnate 0,91 centesimi a copia venduta. Per coprire l’acconto che avete già ricevuto, il vostro volume dovrà vendere 1098 copie sulle 1500 tirate. Le 402 copie rimaste, se dovessero essere vendute anche quelle, vi garantirebbero un ulteriore guadagno di 365 euro. In totale, il massimo che potreste guadagnare da un sold-out del vostro volume (quindi, da un successo) è 1365 euro. E si badi, stiamo parlando di una condizione ottimale in cui avete delle royalties normali, un acconto di livello medio, una tiratura medio-alta (per il mercato di riferimento) e un successo di vendite (sempre in riferimento al mercato di cui stiamo parlando). In realtà, le cose vanno generalmente peggio di così.
Ma di quanti soldi stiamo parlando?
Dipende.
Se stiamo ragionando in termini di pagamento a tavola, visto il mercato di riferimento e visto il prezzo di copertina che abbiamo stabilito, il vostro volume non potrebbe avere meno di 64 pagine e non più di 100. Diciamo che ne ha 80.
1365 euro diviso 80 pagine, fanno 17 euro a tavola, comprensive di tutto, testo e disegni.
Se invece ragioniamo in termini di tempo e stabiliamo arbitrariamente che voi siete autori veloci e che, per realizzare queste 80 pagine, ci avete messo 4 mesi mesi, avete guadagnato 341,25 euro al mese.
Non esattamente delle cifre esaltanti, non vi pare?
Ma questo cosa significa? Che gli editori sono cattivi, che vi fanno lavorare per un tozzo di pane e che vi sfruttano? No. Non necessariamente.
Gli editori si confrontano con un mercato. Un mercato appena nato, che ha ancora non è riuscito a esprimere un vero e incontrovertibile successo (forse uno, che però è arrivato troppo presto e che non è stato capito e sfruttato) e che deve ancora trovare la sua stabilità e che, per il momento, non produce ricchezza nel singolo prodotto.
Quello che sto dicendo è che, le cose stanno così e che i contratti attuali, ragionati in questa maniera e pensati per l’attuale mercato esistente, questo tipo di guadagni permettono.
Un “contratto perfetto” non può e non deve ignorare questo stato di cose e se davvero vuole tutelare gli autori che ad esso vorranno provare ad aderire, dovrà tenerne conto. Fosse per me, non ci proverei nemmeno a ragionare in termini di guadagno diretto. Le cifre ci dicono che il guadagno diretto che questo tipo di mercato può garantire sono, sostanzialmente, ininfluenti. Quindi bisogna pensare fuori dalla scatola, smettere di pensare in termini di “quanti euro mi entrano in tasca” e cominciare a dove trovare un guadagno nel lavorare in questa specifica nicchia del nostro settore. Ma di questo parliamo in un prossimo pezzo.