30.11.10

Forse è un fraintendimento.

Ma quando Berlusconi si chiedeva chi paga le prostitute per mentire, non è che si stava riferendo a Elizabeth Dibble, il presunto "funzionario di quart'ordine" che ha redatto le valutazioni su di lui (quelle riportate da Wikileaks) che all'epoca era il numero due dell'ambasciata americana in Italia (ma, di fatto, il numero uno, visto che operava in un momento transitorio) e che, oggi, gestisce i rapporti tra USA ed Unione Europea?

[PREVIEW] John Doe 4

Grossomodo, dovrebbe essere quella definitiva.
Ma Davide De Cubellis non si ferma mai, fino a quando non la consegna, quindi, chissà.
Ulteriori dettagli sul numero, li troverete sulla pagina Facebook dedicata a JD (QUI).

Di cause ed effetti.

Berlusconi invita gli studenti ad andare a studiare.
Silvio, non so come dirtelo, ma il punto è quello, eh?

p.s.
mica male Roma, oggi. Non sembrava manco l'Italia.

RRobe in the SKY with diamond.


A giudicare dal tono degli interventi degli altri blogger nell'ambito dell'iniziativa voluta da Sky e Liquida (QUI trovate tutto), pare che a recitare il ruolo dello scettico ci sia solo io e a me viene da chiedermi: ma se My Sky HD vi piace così tanto, perché non vi eravate abbonati fino ad adesso?
Comunque sia, perplessità promozionali a parte, continuiamo a esplorare le potenzialità (e i limiti) della piattaforma di Rupert Murdoch.

Dove eravamo rimasti?
Grossomodo, QUI.
A mezza via tra l'entusiasmo per la novità, la sorpresa per come, in effetti, l'esperienza di Sky si sia integrata nella mia giornata e le mie esigenze, diverse da quelle del pubblico medio di questo servizio.

Come qualcuno dei lettori del mio blog sapranno, nell'ultimo mese non sono mai stato a casa e questo ha portato a galla uno dei problemi principali che mi hanno sempre dissuaso dal sottoscrivere un abbonamento televisivo: mi irrita il dover pagare per qualcosa nel momento in cui non la posso fruire.
Ecco, questa lunga assenza da casa, mi ha permesso di capire come My Sky HD ha risolto questo impiccio con un sistema semplice, ben pensato e abbastanza flessibile (ma lo dico subito: ancora migliorabile).

Problema:
siete fuori casa e vi siete scordati di programmare il decoder per farvi registrare i vostri programmi preferiti?

Soluzione:
aprite il vostro portatile, accedete alla guida TV e fatelo online (QUI trovate tutte le istruzioni dettagliate). Oppure, ancora più semplice (ma solo se disponete di uno iPhone, un iPod Touch o un iPad), scaricatevi l'applicazione di Sky (gratuita), inserite il numero della vostra smartcard e, sempre attraverso la guida TV, programmate il vostro decoder a casa. Non disponete di un collegamento a internet o di uno smartphone? Un sms possono mandarlo tutti. Perché, si può fare anche così (QUI vi spiegano come funziona).


Con questi strumenti, al ritorno dal mio esilio forzato, mi sono ritrovato un bell'hard disk con la pancia satolla di episodi di Walking Dead, di Romanzo Criminale, di partite della Roma e via dicendo. Lo ammetto, è stata una cosa piuttosto appagante.
Quella proposta da Sky è una soluzione efficace, che si integra bene con la tecnologia che oggi abbiamo a disposizione (e non è ferma al medioevo come i servizi del digitale terrestre) e che tutela pienamente i consumatori.

Detto questo e ribadita la mia piena soddisfazione, c'è da dire che alune limitazioni e dei "colli di bottiglia" abbastanza inspiegabili (data la natura digitale di tutto il servizio) ci sono. Per esempio, non è possibile registrare più di più di 10 programmi al giorno (limite che però, a onor del vero, non mi ha creato problemi) e non si possono registrare più di due programmi contemporaneamente nella stessa fascia oraria (ma questo è un problema di My Sky HD tutto, di cui parleremo in futuro).

Comunque sia, aldilà di questi dettagli, un'altra mia perplessità è crollata alla luce di un servizio che, settimana dopo settimana, mi sta convincendo sempre di più (pur continuando a non ritenerlo il prodotto adatto a uno come me).

Una domanda lecita, in effetti.

E c'ha pure ragione.

29.11.10

Come non detto.


Ecchecazzo.
(comunque sia, se stava come dicevano che stesse, ha fatto bene).

Io, sono tuo padre.


Ok, forse non eri un genio (vedendo il resto della tua filmografia possiamo dire che, sicuramente, non eri un genio), ma il tuo è il capitolo più bello del saga (anche se il merito te lo devi spartire con Brackett e Kasdan, però) e solo per quello meriti di essere ricordato per sempre.

Poi, se oggi se finisse di morire gente a cui ero affezionato (un saluto pure a Nielsen), sarebbe meglio, eh?

Filippo Ciolfi

E' morto oggi Filippo Ciolfi, uno degli storici fondatori (insieme a Michele Mercurio e Stelio Rizzo), dell'Eura Editoriale.
Sarebbe ipocrita da parte mia dire di essergli stato umanamente vicino, visto che l'ho incontrato pochissime volte nel corso degli anni in cui ho lavorato per la sua casa editrice ma, sarebbe altrettanto ipocrita, dire che a lui non sono stato legato, dato che all'Eura devo molto, moltissimo. Inutile stare qui a sottolineare l'importanza culturale della sua figura nel panorama del fumetto italiano: senza di lui, i grandi maestri della scuola argentina non sarebbero stati conosciuti dal grande pubblico e tanti bravissimi autori italiani non avrebbero avuto modo di farsi apprezzare. Per non parlare di Dago, Cibersix e i tanti altri personaggi che ha tenuto a battesimo sulle sue pubblicazioni, tra cui, anche John Doe.
Un abbraccio quindi a Enzo Marino, Sergio Loss e all'Aurea Editoriale tutta (che dell'Eura è la prosecuzione spirituale) e alla sua grande famiglia di lettori.

28.11.10

A casa.

Non si conosco la ragione per cui sono entrato.
E nemmeno quella per cui sono uscito.
Ma quanto fatto, ha funzionato. Abbastanza almeno, da farmi funzionare a corrente alternata che è meglio che non funzionare per niente. Il corpo è stanco. La testa si sta riprendendo. Domani c'è il sole, pure se dovesse piovere.
Vola come una farfalla. Pungi come un'ape. Ispira come una balena. E soffia. Soffia forte.

27.11.10

Ma secondo voi...


...ma l'Imperatore, che cazzo voleva ottenere alla fine dei giochi?
Voglio dire: ok, capovolgere la vecchia repubblica e trasformarla in un impero con lui a capo. Ok, sterminare gli Jedi per far trionfare i Sith... Ma poi?
Se le cose fossero andate diversamenten da come sono andate nel Ritorno dello Jedi, se Luke fosse passato al Lato Oscuro e la ribellione distrutta... Poi? Quale sarebbe stato il prossimo passo?
Perché le motivazioni dei cattivi "a prescindere" sono sempre così fumose?


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26.11.10

BeneMaleBeneMaleBeneMaleBene?

Grossomodo all'inizio del mese corrente, pochi giorni dopo Lucca e ad una quindicina di giorni dal mio ultimo intervento ospedaliero, ho ricominciato a sentirmi male.
No, in realtà mi sentivo male pure a Lucca ma a Lucca non ce lo hai mica il tempo per badare a 'ste cose da femminucce. E poi, come ho appena detto, ero appena uscito dall'ospedale e proprio non poteva essere che stessi di nuovo male.
E invece avevo febbre, dolori e sfinimento vario.
Per questo, ho fatto un salto in pronto soccorso dove mi hanno detto che non stavo male come mi sembrava. Che le analisi dicevano che stavo bene e quindi, stavo bene. Perché le analisi non sbagliano, cazzo. E allora me sono tornato a casa, facendo finta di niente. Correndo sui problemi, come direbbe il telecronista retorico del motomondiale della mia vita.
Comunque sia, nonostante le pronte parole del poco soccorso, io, bene, non mi ci sentivo per niente. Anzi, stavo sempre peggio.
Non ce la facevo a stare in piedi e quindi stavo sul letto. Ma io, in camera da letto, non ho la televisione, e quindi me ne stavo sul divano in salotto. Che però, nonostante il televisore sia grande e il salotto piccolo, senza occhiali, dal divano, non me lo godevo per niente l'HD.
Il fatto è che io dovrei portare gli occhiali perché non è che sono stronzo quando non vi saluto in qualche fiera: è che non vi vedo.
Tranne quando vi vedo e non vi voglio salutare, ma quello è un altro discorso.
Comunque sia, gli occhiali non li trovavo, e quindi stavo su di un puff di fantozziana memoria, sotto, sotto al televisore, rannicchiato tra le coperte, con un gatto psicopatico di diciannove anni accoccolato su di un braccio, a guardare 2012.
E strizzando gli occhi, nonostante tutto.
Con un dolore forte, ma forte, al fianco destro e una febbre stronza, salita piano, che mi offuscava la testa e mi faceva fare pensieri strani.
Per esempio, mi immaginavo che se fossi morto, avrei ritrovato il mio cane Zero e la mia gatta Zelda e saremmo rimasti sempre insieme ad aspettare Merlino, che è il gatto psicopatico di diciannove anni di cui sopra.
E piangevo a pensarci. Piangevo disperato.
E le lacrime bruciavano come quando stai cercando di smettere di fumare e il tuo corpo espelle la nicotina. Solo che doveva essere bile, perché di solito è la bile che mi incasina la testa e il corpo.
Comunque sia, stavo male.
E cercavo di ragionare lucidamente, provando a capire se 2012 fosse davvero molto meno peggio di quanto pensassi, se la visione del mio cane morto fosse una ritrovata fede nella vita dopo la morte, se fosse stato il caso di ammazzarmi quella notte e, nel caso, come.
O se dovevo chiamare i dottori.
Ho chiamato i dottori e la mattina dopo mi sono ricoverato, di nuovo.
Questa volte le analisi dicevano che stavo male e allora mi hanno rimandato sotto "i ferri", che nel mio caso sono tubi, e non hanno trovato niente perché, quando gli pare a loro, le analisi possono pure sbagliare, cazzo.
Quindi, stando ai dottori, dovevo stare prima bene, poi male, e adesso bene. E invece stavo ancora male. E quindi giù con gli antibiotici in endovena e a largo spettro che se non sai quale bersaglio colpire, spara su tutti. E ha funzionato perché mi sono sentito prima meglio e poi bene.
Nuove analisi per trasformare il mio sentire in realtà medica e uscire dall'ospedale. Che novembre è quasi finito e io non sono salito manco su di un tetto.
Ma le analisi vanno male.
Perché?
Non lo sanno. Non lo so. Io mi sento bene.
Oggi hanno sospeso gli antibiotici e domani mattina si ripete tutto.
Non so più che cazzo sperare.



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Prima che inizi a piovere merda da tutte le parti, mi piacerebbe puntualizzare che...


...Wikileaks NON è un sito pirata come stanno invece cominciando a dire i telegiornali di regime (e anche non).
QUI
, se volete darvi una infarinatura generale.



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Ok, questa mi ha fatto davvero ridere.

SCOOP!


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Location:Roma,Italia

25.11.10

[RECE] Romanzo Criminale -seconda stagione- episodi 1 e 2


Qualche tempo fa, prima che iniziasse la mia ordalia ospedaliera (che, per la cronaca, non è ancora finita: sono ancora inchiodato qui), mi sono ritrovato a dividere il tavolo di un locale con Daniela Virgilio, la Patrizia della serie televisiva di Romanzo Criminale. Ovviamente, siamo finiti a parlare del suo lavoro e, altrettanto ovviamente, abbiamo anche parlato della polemica di Alemanno a riguardo di questa serie televisiva. Polemica che è tornata d'attualità con l'inizio della seconda stagione della serie.
Premesso: per me, ogni cosa che dice Alemanno, è una cazzata a prescindere e non farò eccezione in questo caso. Però, nella sua faciloneria populista, il sindaco di Roma è incappato -incidentalmente, sia chiaro- in un punto abbastanza nodale con cui, quelli che raccontano storie, si dovrebbero confrontare con la massima consapevolezza.
Parlo della responsabilità di quello che raccontiamo.
Io credo che un narratore abbia il diritto di scrivere e raccontare qualsiasi tipo di storia, senza porsi alcun limite etico o morale. Se così non fosse, per esempio, non avremo la Lolita di Nabokov e, diciamocelo, sarebbe un bel peccato. Questo però non significa che, nel farlo, l'autore non debba farsi delle domande e essere pienamente consapevole delle implicazioni e delle possibili conseguenze di quello che racconta.

Ed è per questa ragione che sono rimasto stupito nel vedere come Daniela rimandasse completamente al mittente le accuse di Alemanno a proposito del fatto che la serie di Romanzo Criminale avesse una cattiva influenza su un certo tipo di pubblico, liquidando il tutto con "È fiction, è espressione artistica, dobbiamo essere liberi di fare quello che vogliamo" (sto semplificando, Daniela, perdonami).
Perché a Roma, la cannuccia d'oro che Bufalo si porta al collo, è diventata oggetto di moda, perché nella saletta biliardo sotto casa mia (con dentro un solo biliardo e gestita da gente che, pare, di cognome faccia Casamonica) hanno sostituito il poster di Scarface appeso alla parete con quello di Romanzo Criminale, perché i wannabe criminali della capitale si fanno chiamare Libano, Dandi, Bufalo, e si vestono come i protagonisti della serie e ne citano a memoria le battute.
E si badi, questa non è colpa o responsabilità degli autori di RC.
Ma conseguenza, sì.
E bisogna capire il perché di questa cosa, bisogna avere la piena consapevolezza di quello che si sta facendo e dell'impatto che può avere.
E io, guardando (e amando molto) la serie televisiva di Romanzo Criminale, ho paura che questo tipo di consapevolezza (che è pienamente interiorizzata dagli autori delle migliori serie televisive e film americani, per esempio) non sia ancora così radicata negli autori italiani.
Facciamo qualche esempio? Facciamolo.

Da questo momento in poi, tenete conto che entriamo in pieno territorio spoiler e che se non avete letto il libro, visto il film, o seguito la serie, rischiate di rovinarvi alcuni importanti colpi di scena.


La morte di Libano.

Nel libro è descritta da un mezzo paragrafetto, freddo e distaccato, privo di alcun tono epico o emotivo. Libano muore squallidamente, senza nessuna romanticheria.

Nel film, Placido opera una scelta interessante, facendolo accoltellare all'uscita di un vespasiano. Libano muore in maniera squallida, crollando in mezzo al fango e al piscio. È così che muoiono gli imperatori, nel mondo reale.

Nella serie, Libano muore al rallenty, sotto la pioggia. Il ritrovamento del suo corpo da parte della polizia e l'arrivo sulla scena degli altri membri della sua banda, avviene sempre sotto una pioggia scrosciante, accompagnata da una musica crescente. Sembra quasi la sequenza iniziale di C'era Una Volta in America. Di tutta la prima stagione, questo è il momento più lirico, romantico e melò. Libano esce dalla storia ed entra nel mito.

Le notate le differenze, vero?
De Cataldo, ha la necessità di privileggiare il romanzo nella sua forma complessiva e non solo nella figura dei suoi protagonisti che, anzi, sono mero strumento al servizio della storia e non la storia stessa (che è quella che preme raccontare a De Cataldo). Non c'è simpatia nello sguardo di Cataldo nei confronti di quelli della banda. I suoi personaggi agiscono, e muoiono, in conseguenza delle loro azioni. Punto. Il distacco emotivo è totale. Il lettore non è spinto in alcuna maniera a simpatizzare con Libano e soci. Il mito è rifiutato.

Placido ha altre finalità e necessità. In primo luogo, quelle drammaturgiche delle opere in tre atti. La morte di Libano arriva alla fine del primo atto del film e funziona da passaggio tra la fine dell'età "dell'innocenza" e l'inizio del decadimento. Il mito qui non è negato ma utilizzato in contrapposizione con lo squallore della realtà.

Anche la serie ha le sue esigenze e le sue finalità.
In primo luogo, per esempio, a causa della sua natura seriale, deve legare emotivamente lo spettatore ai suoi personaggi. Deve farli amare dagli spettatori per spingerli a seguirne le vicende settimana dopo settimana. Nel caso della morte di Libano poi, il salto è ancora più grande perché l'evento è la conclusione della prima stagione e quindi bisogna non solo chiudere con il botto, ma anche agganciare, sul lungo periodo, gli spettatori, per spingerli a tornare a seguire la serie quando riprenderà. E quindi, ecco il mito, strumento di rara potenza per coinvolgere emotivamente il pubblico.

Motivazioni diverse, esigenze diverse, linguaggi differenti che portano a soluzioni differenti che, da un'estremo all'altro, diventano antitetiche. La scelta operata dagli sceneggiatori della serie di Romanzo Criminale è tradimento completo e totale di quanto voluto da De Cataldo. Un magnifico tradimento, ma pur sempre un tradimento.

I primi due episodi della nuova stagione di RC sembrano proseguire nel solco di quanto visto nella stagione precendente, in particolare nell'ultimo episodio. La distanza morale ed emotiva è del tutto assente. Tutto è mitologia, tutto è sentimento. Bufalo che trascina la bara sulle note e le parole di Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler. Un funerale celebrato sulla bara stessa con qualche bottiglia di rosso, piatti fumanti di rigatoni alla gricia (o cacio e pepe?) e le immancabili pistole. Questo è il territorio del melò criminale. Siamo molto più dalle parti delle bande di fratelli di Johnnie To e John Woo, che nelle pagine del romanzo originale. E non c'è nulla di male in questo, io adoro quella roba.
Ma se trasformi i tuoi squallidi criminali in eroi romantici, non puoi stupirti che poi diventino icone e vengano prese ad esempio. E non solo dai criminali veri ma pure dal pubblico normale.
Sfido qualcuno a trovare tra il pubblico di RC un sostenitore dell'ipocrita e irrisolto (lui sì, un personaggio abbastanza realistico) Scialoja.

E a me il pensiero corre a serie americane come The Shield e i Soprano, dove gli sceneggiatori americani il dubbio morale se lo sono posti eccome e che, nell'economia complessiva della serie, non hanno mai perso di vista l'equilibrio generale. Certo, Vic e Tony sono due personaggi dotati di un fascino straordinario. Ma sono il male. E gli sceneggiatori non permettono mai che il loro pubblico se ne dimentichi.
Invece, in Romanzo Criminale, persino l'omicidio brutale di un paio di passanti innocenti, sfila quasi inosservato rispetto ai patemi sentimentali dei suoi protagonisti.
Ripeto, niente di male. I criminali romantici hanno sempre funzionato e sempre funzioneranno e io sono un vero fan del lavoro fatto da quelli di RC. Solo che non accetto che mi si venga a dire che non c'è responsabilità nelle scelte che sono state fatte.
La responsabilità c'è, eccome.
È giusto che ci sia.
Ed è per questo che spero che ci sia completa consapevolezza da parte degli autori nel capire quello che stanno facendo e che lo facciano senza nascondersi dietro il dito della libertà espressiva e dell'arte.

E comunque, questi primi due episodi sono quanto di meglio la televisione italiana ha saputo esprimere nell'ambito della fiction da...sempre?


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23.11.10

Ancora a Saigon.

Ancora inchiodato qui. Novembre è una nuvola fatta di aghi, antibiotici, febbre e anestesia.
Lavoro. Piano. Ma non ho tanto lo spirito per postare sul blog.
Tornerò. Torno sempre.

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20.11.10

Riflessioni oziose sul contratto perfetto (parte prima)

Le riflessioni oziose che mi ero ripromesso di fare a riguardo del modello per un contratto equo nell’ambito dei fumetti per librerie di varia, sono diventate così oziose che quasi mi stavo scordando di metterlo nero su bianco.
In ospedale mi annoio e la mente divaga. Sia chiaro, ache se me ne fossi dimenticato, non sarebbe un grande danno visto che, l’ho già scritto e lo ripeto, sono pensieri buttati giù senza alcuna pretesa di essere presi in considerazione. Altri (gente che sta impegnandosi davvero) stanno cercando di portare avanti la riflessione in termini concreti ed è a loro che dovete prestare davvero orecchio. A patto che la faccenda vi interessi.

Dunque, prima di disquisire del “contratto perfetto” che verrà, prendiamola alla lontana e parliamo dei contratti, ben meno perfetti, che invece ci sono già.
Come funzionano questi contratti?
In generale, si basano sul meccanismo delle royalties sul venduto. In sostanza, editore e autore stabiliscono una percentuale sul prezzo di copertina e, in base alle copie vendute, l’autore guadagna una piccola cifra per ogni volume venduto.
Nei contratti migliori, le royalties prevedono degli “scalini” che, una volta superati, aumentano la percentuale a copia venduta e quindi il guadagno dell’autore. In sostanza, se il volume vende tanto e l’editore è contento, anche l’autore ne ha un beneficio consistente. In genere, questo tipo di contratti prevede un “acconto sulle royalties a fondo perduto” da parte dell’editore.
In sostanza, l’editore anticipa una piccola cifra come acconto sulle royalties che verranno con le vendite. Se il volume vende meno delle copie necessarie per coprire tale acconto, l’editore non ha il diritto di richiedere indietro i soldi della differenza, che rimangono all’autore.
A margine ci sono poi tutta una serie di clausole che dovrebbero prevedere ulteriori retribuzioni in caso di ristampa, vendita sui mercati esteri, sfruttamento in altri media e diritti digitali.
Questi contratti hanno una scadenza temporale, al termine del quale l’autore dovrebbe tornare pienamente proprietario della sua opera. Si badi, ho detto “pienamente proprietario” perché, già allo stato attuale, la legge non prevede che la proprietà intellettuale sia completamente alienabile dal suo autore, nemmeno per un periodo di anni circoscritto. Indipendentemente da quanto possa esserci scritto su un qualsiasi pezzo di carta con un paio di firme sotto.
Sembra tutto ottimo, no?

Invece anche un contratto sostanzialmente semplice come questo, nasconde un mucchio di inghippi. Il primo, e il più facile da individuare, riguarda le possibilità di guadagno che un volume può garantire. In sostanza, se il contratto vi permette di guadagnare qualcosa a fronte delle copie tirate dall’editore. Esempio semplice: il vostro contratto prevede delle royalties al 7% sul prezzo di copertina, l’editore vi offre un acconto sulle royalties pari a 1000 euro e tira 1500 copie. Il prezzo della vendita al pubblico viene stabilito a 13 euro. Voi guadagnate 0,91 centesimi a copia venduta. Per coprire l’acconto che avete già ricevuto, il vostro volume dovrà vendere 1098 copie sulle 1500 tirate. Le 402 copie rimaste, se dovessero essere vendute anche quelle, vi garantirebbero un ulteriore guadagno di 365 euro. In totale, il massimo che potreste guadagnare da un sold-out del vostro volume (quindi, da un successo) è 1365 euro. E si badi, stiamo parlando di una condizione ottimale in cui avete delle royalties normali, un acconto di livello medio, una tiratura medio-alta (per il mercato di riferimento) e un successo di vendite (sempre in riferimento al mercato di cui stiamo parlando). In realtà, le cose vanno generalmente peggio di così.
Ma di quanti soldi stiamo parlando?
Dipende.
Se stiamo ragionando in termini di pagamento a tavola, visto il mercato di riferimento e visto il prezzo di copertina che abbiamo stabilito, il vostro volume non potrebbe avere meno di 64 pagine e non più di 100. Diciamo che ne ha 80.
1365 euro diviso 80 pagine, fanno 17 euro a tavola, comprensive di tutto, testo e disegni.
Se invece ragioniamo in termini di tempo e stabiliamo arbitrariamente che voi siete autori veloci e che, per realizzare queste 80 pagine, ci avete messo 4 mesi mesi, avete guadagnato 341,25 euro al mese.
Non esattamente delle cifre esaltanti, non vi pare?
Ma questo cosa significa? Che gli editori sono cattivi, che vi fanno lavorare per un tozzo di pane e che vi sfruttano? No. Non necessariamente.
Gli editori si confrontano con un mercato. Un mercato appena nato, che ha ancora non è riuscito a esprimere un vero e incontrovertibile successo (forse uno, che però è arrivato troppo presto e che non è stato capito e sfruttato) e che deve ancora trovare la sua stabilità e che, per il momento, non produce ricchezza nel singolo prodotto.
Quello che sto dicendo è che, le cose stanno così e che i contratti attuali, ragionati in questa maniera e pensati per l’attuale mercato esistente, questo tipo di guadagni permettono.
Un “contratto perfetto” non può e non deve ignorare questo stato di cose e se davvero vuole tutelare gli autori che ad esso vorranno provare ad aderire, dovrà tenerne conto. Fosse per me, non ci proverei nemmeno a ragionare in termini di guadagno diretto. Le cifre ci dicono che il guadagno diretto che questo tipo di mercato può garantire sono, sostanzialmente, ininfluenti. Quindi bisogna pensare fuori dalla scatola, smettere di pensare in termini di “quanti euro mi entrano in tasca” e cominciare a dove trovare un guadagno nel lavorare in questa specifica nicchia del nostro settore. Ma di questo parliamo in un prossimo pezzo.

19.11.10

Prevenzione Vintage



Ultimamente nun c'ho un cazzo da ride.
Eppure ho riso.
E di gusto.

Fumettisti (ma anche no).

Se io ho raggiunto dei risultati che tu non hai raggiunto: io ho talento e mi sono saputo muovere. Tu, forse no. Ma vedrai, se ti impegni e stai al posto tuo, verrà anche il tuo momento, tranquillo.

Se tu hai raggiunto dei risultati che io non ho raggiunto: tu sei un leccaculo che si è solo saputo muovere mentre io sono un duro e puro che non si piega, e non si piegherà mai, a certe logiche di palazzo.

Se nessuno di noi due ha raggiunto dei risultati: è un settore di merda e in crisi profonda. Se continua così, morirà in fretta.

Se entrambi abbiamo raggiunto dei risultati: è un mercato sano, uno dei pochi, in Italia, in cui esiste la meritocrazia.

Se io lavoro per un tozzo di pane: è una merda, questa gente ci sfrutta e si arricchisce sulle nostre spalle.

Se tu lavori per un tozzo di pane: è gavetta. Ti aiuterà a crescere. Vedrai che con l'esperienza migliorerà.

Se ti pago un tozzo di pane: è la crisi. Fosse per me, non sarei comunista così ma comunista così... invece, mi tocca andare avanti a forza di contratti a progetto, stagisti, e 20 euro a pagina (tutto compreso e quando va bene). Ma te li ricordi i bei tempi, quando non avevano pensieri ed eravamo tutti una famiglia felice? (per la cronaca: no, non me li ricordo, sappilo).

Se ti pago un mucchio di soldi: se sei in grado di pagare così, vuol dire che guadagni cento volte tanto, e lo fai grazie a quello che, praticamente, ti regalo io. A me mica mi freghi! E comunque, mi pagherai anche bene, ma limiti la mia libertà creativa e opprimi il mercato con la tua posizione di dominanza.

Se qualcuno paga meglio di me: o è uno sprovveduto che non ha i mezzi e chissà cosa si è messo in testa, o è un tagliagole in malafede.

Se qualcuno paga più di me: chissà da dove li piglia i soldi quello.


18.11.10

È cominciata.

Per tutti quelli che ancora non ci credono, leggete QUI.
È così che inizia.


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15.11.10

Mi perdoni, Signor Eco.


Mi perdoni perché le ho rubato un libro.
Quello nuovo.
Il Cimitero di Praga.

Deve sapere che per motivi legati alla mia coscienza ed a una cronica mancanza di spazio casalingo, ho deciso di abbandonare la lettura su carta per convertirmi completamente al digitale.
Cosa che, per il momento, mi sta dando più noie che vantaggi visto che i libri in lingua italiana sono ancora pochi e sono costretto ad affrontare i testi che mi interessano in lingua originale. Il lato buono della faccenda è un conseguente miglioramento nella conoscenza della lingua inglese, il lato negativo è un generale rallentamento nei miei ritmi di lettura.
Ma questi sono problemi che non la interessano.

Veniamo, piuttosto, al libro che le ho rubato.
Il fatto è che era mia piena intenzione comprarlo legalmente nel suo formato digitale ma, visto che il suo editore ha aderito alla piattaforma di Biblet e al suo DRM che taglia fuori tanto l'iPad di cui sono possessore, quanto il Kindle (ovvero le due piattaforme per i libri digitali più diffuse al mondo), non ho potuto.
Quindi, per procurarmi il suo libro, ho aperto un programma di torrent e l'ho scaricato, tanto in formato ePub, quanto in PDF.
Vorrei anche specificare che tutta questa operazione mi ha richiesto delle conoscenze informatiche assolutamente basilari, un totale, due minuti e venti secondi in termini di tempo e che è stata fatta attraverso un cellulare e un computer portatile senza l'ausilio di una linea telefonica fissa (al momento che le scrivo, sono bloccato in ospedale).
L'edizione del libro che ho scaricato è esattamente la stessa di quella messa in vendita dal suo editore, con la differenza che il DRM è stato rimosso e che io, adesso, quel libro posso leggerlo sul dispositivo che preferisco e posso anche prestarlo a chi voglio (proprio come si è sempre fatto con i libri su carta stampata).
Il problema però è che mi sento in colpa per aver rubato qualcosa a uno scrittore che stimo enormemente (e ad un appassionato lettore di quel Dago edito da uno dei miei editori, a quanto mi dicono) e vorrei, quindi, poterla risarcire in qualche maniera.
Non sentendomi però, per nulla in debito nei confronti del suo editore e della sua miope e monopolistica politica per il controllo del catalogo digitale e della sua politica dei prezzi... che ne dice se le mando i soldi a casa?

Distinti saluti
RRobe

13.11.10

[RECE] The Social Network


Meno male che ci sono le screener copy, Megaupload, gli smartphone e il tethering.
Insomma, meno male che siamo nel ventunesimo secolo che in 'sti giorni, quando stavo bene, al cinema non c'era un cazzo che mi interessava e, adesso che sono inchiodato qui, sta uscendo il mondo.

Comunque sia, all'inizio del film ho avuto davvero paura.
Quella luci soffuse, quell'atmosfera da "bei tempi di una volta", quei toni sentimentali... tutto sembrava cospirasse a ricordarmi Il curioso caso di Benjamin Button, anche conosciuto come "Il film con cui Fincher ha deciso di pisciare in faccia a quelli che amavano i suoi film e il buon cinema in particolare". Insomma, nonostante un trailer che mi aveva esaltato, ero nervoso e pronto all'inculata.

E invece, le luci smarmellate, l'odore di torta di mele e quell'atmosfera alla Norman Rockwell, svaniscono in un paio di stacchi di montaggio e di colpo ci si ritrova sul tavolo dell'autopsia della morgue dell'amicizia, sotto il bisturi del regista di Zodiac piuttosto che di quello di Seven o Fight Club.
Lo script di questo nuovo film di Fincher è strano, lontano dalle meccaniche consuete promulgate da matematici della struttura come Robert McKee e compagnia.
The Social Network inizia che quasi non te ne accorgi e finisce dove molti lo avrebbero fatto decollare. Non ci sono archi morali quanto, piuttosto, placidi vettori costellati da singoli momenti raccontati nella maniera più distaccata ed equidistante possibile.
Un momento, un episodio, una singola immagine via l'altra e poi il film finisce.
Verrebbe quasi freddo se gli attori non fossero così bravi, i dialoghi così ben scritti e se Fincher non avesse imparato a cucinare la ciccia quel tanto che basta per renderla digeribile a tutti (trovando la misura rispetto a quella minestra riscaldata di Benjamin Button).
E poi c'è il livello meta-testuale.
Nel film, di Facebook in quanto tale, non si parla quasi mai, ma tutte le interazioni dei personaggi evocano le meccaniche sociali del network più popolare del mondo che, a loro volta, non sono niente altro che surrogati di quelle della vita reale. In poche parole, l'arte che, nella messa in scena del reale, nasconde una replica del virtuale, che a sua volta cerca di simulare (e forse sostituirsi) al vero. Interessante corto circuito che Fincher e soci gestiscono con una facilità e una naturalezza disarmante, senza appesantire mai la pellicola, riuscendo a raccontare tutto in maniera semplice ma non facile, implicando tutto, non palesando un cazzo, comunicando benissimo l'incapacità di comunicare del suo protagonista e, più in generale di una generazione. E appena stai iniziando a sentirti a tuo agio, a conoscere i personaggi e, magari, ad affezionarti a loro, il film finisce, cristallizzandosi nel presente e consegnandosi all'eternità.
E se lo script è pura delizia, per quanto riguarda la regia, tutto è controllato, tutto è consapevole. Non c'è una singola inquadratura che non sia formalmente perfetta e che non vada a comporre sequenze di eguale equilibrio, affastellate l'una dietro l'altra in un montaggio che ti fa voglia di chiamare tua madre per ringraziarla di averti dato alla luce e averti permesso di poterne godere.
Un classico istantaneo, direbbero gli americani.
Un film perfetto, di quelli che sarebbero piaciuti pure a geni scassacazzi, estetisti, cerebrali e formalisti, come Stanley Kubrick e Orson Welles.
E poi ha una colonna sonora fantastica.

In poche parole:
a RRobe è piaciuto questo elemento.

160...

...e non sei invecchiato manco di un giorno.
Grazie per tutto.
In particolare per il vecchio Long John Silver, il personaggio letterario che amo di più e che, più di ogni altro, è stato la mia bussola per fare rotta nell'animo umano.

12.11.10

City In The Sky su iTunes.


Giacomo Cimini è uno di cui si sta iniziando a parlare tanto in giro, ultimamente. E io avrò modo di scriverne parecchio, nel prossimo futuro. Per farla molto breve, Giacomo è uno a cui il cinema italiano va abbastanza stretto e che ha rischiato tutto, è andato a studiare e a lavorare a Londra e adesso sta ottenendo grandi risultati.
A margine e per onestà intellettuale, devo anche dire che Giacomo è un amico da parecchi anni.
Comunque sia, oggi vi parlo di lui perché, come forse saprete, l'iTunes Store ha finalmente aperto la sua sezione video anche in Italia, vendendo e noleggiando film e serie televisive.
Ci sono pochissimi film italiani in questo momento, ma uno si sta distinguendo per gli ottimi risultati (al momento è terzo in classifica tra i film più venduti, dopo Avatar e Iron Man 2). Questo film è un corto di fantascienza (28 minuti, grossomodo) e ha un cast tecnico ed artistico totalmente italiano (ma non si direbbe).
Si tratta di City in the Sky di Giacomo Cimini, che oltre a essere un gran corto, è anche la dimostrazione che sugli store della Apple se ci sei e ci sei da subito, riesci pure nei piccoli miracoli.
Forza dai, cliccate QUI e spendete 1,99 centesimi, dimostrando il vostro sostegno per quelli che non si arrendono, che pensano fuori dalla scatola e che ci provano con tutte le loro forze. Riuscendoci, oltretutto.

Questi sono i primi due minuti del corto:

First 2 minutes of "La Città nel Cielo" from Giacomo Cimini on Vimeo.

Questa notte mi avete reso orgoglioso, soldati!


Sono ricoverato al terzo piano di un buon reparto del Gemelli.
Buono perché scorporato dal leviatano centrale e abbastanza indipendente nelle sue meccaniche.
Buono perché è ben gestito.
Buono perché è pieno di gente che ha davvero tanta esperienza e sa fare il suo lavoro (parlo tanto dei dottori quanto degli infermieri che, di solito, sono la mia nemesi).
Buono perché ha una cucina indipendente e il cibo, strano a dirsi, è decente (al pari di quello di una qualsiasi mensa aziendale, per lo meno).
Buono perché ogni stanza ha un accesso diretto su una specie di ballatoio esterno e fumare è facile.
Di contro, tutta questa "alta funzionalità" comporta che certe piccoli vantaggi derivati dal lassismo degli altri reparti, in questo sono più difficili. Tipo imbucare gli amici a qualsiasi ore del giorno e della notte.

Comunque sia, ieri sera mi sono ritrovato sul ballatoio di cui sopra con le seguenti persone:
Giovanni, Federico, Mauro, Marxia, Flavia e, ovviamente, Mary, appena arrivata da Napoli.
L'orario delle visite era finito da un pezzo e, a un certo punto, è arrivata l'ora per i miei amici, di andarsene.
Il primo a disimpegnarsi è stato Mauro.

- Da dove esco?
- Hai due opzioni: scivoli non visto nell'ombra come Solid Snake...
- Chi?
- Sam Fisher.
- Tua sorella.
- Ezio Auditore.
- Non ascolto musica italiana.
- Jack Bauer.
- Ah, ok. Quindi, torturo ogni infermiere che trovo fino a costringerli a farmi aprire la porta?
- Lascia perdere. Facciamo così: scendi dalle scale anti-incendio esterne, passa dalla porta allarmata e ti ritrovi all'esterno.
- Porta allarmata?
- Tranquillo. Siamo in un ospedale italiano. Nessuna porta allarmata è davvero allarmata.
- Ma l'hai aperta?
- Questa porta nello specifico, no... ma ne ho aperte altre mille nel Gemelli e non è mai successo un cazzo.
- Ah, ok...

Mauro saluta tutti e se ne va.
E noi rimaniamo a discutere, cercando di stabilire chi di noi sarebbe il più adatto a sopravvivere in una apocalisse zombie.
Poco più tardi se ne vanno anche Flavia e Marxia e la scenetta si ripete.

- Porta allarmata?
- Tranquille. C'è già andato Mauro. Avete sentito una qualche sirena, voi? Gli elicotteri lo stanno cercando nella notte? I cani del Vaticano sono stati forse sguinzagliati?
- No.
- E' la logica delle grandi strutture italiane: nessun cartello di allarme indica davvero... un allarme. Lo sanno tutti.

E anche Flavia e Marxia se ne vanno.
Alla fine arriva il turno di Fede, Giovanni e Mary. Saluto virilmente i primi due, bacio appassionatamente la terza, e poi li guardo allontanarsi lungo il ballatoio.
Appena escono dal mio campo visivo, mi ricordo di aver spento la suoneria del cellulare e controllo se mi ha cercato qualcuno.
Un paio di chiamate senza risposta di Mauro e un messaggio di Marxia.
Mi viene un sospetto.
Chiamo Mauro che mi dice che l'allarme della porta ha suonato ma che nessuna guardia si è palesata per fermarlo.
Leggo il messaggio di Marxia:
"LE GUARDIE C'HANNO QUASI BEVUTE MA SIAMO RIUSCITE A TELARE, AHO!"
Che, per i non romani, si traduce in: la sicurezza ha tentato di fermarci ma noi ci siamo date alla fuga.

A quel punto chiamo Mary, cercando di evitare l'inevitabile.

- MISSIONE ABORTITA! MISSIONE ABORTITA! NON APRITE QUELLA PORTA! RIPETO... NON APRITE QUELLA PORTA!
- Tardi.
- Ah... che è successo?
- C'era una guardia. Ci ha fermato. Sembrava che ci aspettasse.
- Straaaaano... e che vi ha detto?
- Ci ha cazziato e poi ci ha chiesto da che piano venivamo per venire a cazziare anche quelli del reparto.
- E voi?
- Abbiamo detto che eravamo amici di una paziente del quarto.
- Quei poveri bastardi del quarto non sapranno mai cosa li ha colpiti. Brava la mia ragazza napoletana.
- Mi sento una brutta persona.
- Hai fatto quello che dovevi fare, piccola. Hai tenuto duro e non hai ceduto. Quei maledetti non ti hanno piegato. E' così che agisce un buon soldato.
- Roberto... Sei sicuro che il dosaggio di antibiotici che ti stanno dando non sia eccessivo?
- E' la guerra che lo richiede, bambina. Non possiamo permetterci di essere deboli.
- Ooooocccheiiiiii... ci vediamo domani, tesoro mio. Adesso mettiti a dormire però, che mi sembri stanco.

Dormire.
Tzè.
Con Berlino che è prossima a cadere.
NON C'E' TEMPO PER DORMIRE!

11.11.10

Come i vecchi che guardano i cantieri.


La cosa più interessante nata dopo la tavola rotonda degli autori a Lucca Comics è, a mio modo di vedere, l'intenzione di redarre una sorta di contratto "tipo", concordato tra autori ed editori, che riesca mediare le esigenze di entrambe le parti.
Ovviamente, non si sta parlando di un contratto "imposto", quanto di una specie di testo di riferimento che le varie parti aggiusteranno in base alle loro necessità e del caso specifico.
A naso, la mia impressione è che questo documento sarà pensato e redatto sulle necessità del mondo mondo del fumetto che nasce (e talvolta, ci muore, pure), nell'ambito della librerie (di varia e specializzate). E penso che sia una cosa naturale visto che la gran parte (non tutti, sia chiaro) degli autori e degli editori che invece operano nel mercato di massa delle edicole, non sono sembrati particolarmente interessati alle discussioni che hanno avuto luogo negli ultimi mesi, una scelta forse comprensibile ma che, a mio modo di vedere, rischia di rivelarsi poco lungimirante (e varrebbe sempre la pena di ricordarsi del caso Concina quando si ha il sospetto di stare operando scelte miopi rispetto al futuro del nostro settore).
Tutto quello che di importante c'è da sapere sulla questione, lo trovate QUI, sul blog di Claudio Stassi, che di tutta questa faccenda si è fatto carico.

Tutto quello che posterò da qui a breve, invece, sono le riflessioni ininfluenti di uno che ha deciso di rimanersene seduto comodamente a commentare il lavoro degli altri, dicendogli come dovrebbero fare quello che fanno e in cosa stanno sbagliando. Sì, proprio come i vecchi che guardano i cantieri.

A giudicare dai commenti che leggo in questo blog (un topic a caso: quello che ha preceduto questo intervento, per esempio), di vecchi che guardano i cantieri ce ne sono un mucchio, e sono quindi sicuro che non potrete non apprezzare lo sfoggio di inutile e improduttivo acume che seguirà.

10.11.10

[RECE] Cerebus: alta società


Ho la febbre alta e in ospedale mi annoio. Ma devo riuscire a tornare a scrivere, sia per motivi alimentari, sia per capire lo stato della mia lucidità mentale.
Quindi, iniziamo con le recensione più facile di tutte, quella del secondo volume della saga realizzata da Dave Sim.
La presentazione da parte dei tipi della Black Velvet (editori italiani del volume) la trovate qui e comprende anche la spiegazione per cui si è scelto di partire dal secondo volume e non dal primo.
Che dire dell'opera? L'avevo letta molto tempo fa, l'ho riletta con piacere (grazie all'ottima traduzione che deve aver convinto Sim, visto che per anni ha rifiutato edizioni estere proprio per questo motivo) e continuo a trovarla un pezzo fondamentale del fumetto americano indipendente degli ultimi trent'anni, al pari di "robbette" come Bone, Love & Rockets, Black Kiss, Usagi Yojimbo, Il Corvo e via discorrendo. Insomma, se volete bullarvi di essere "Michele, l'intenditore di fumetti", Cerebus dovete leggerlo e questo volume, forse uno dei più celebrati dell'intera saga, in particolar modo.
Liquidata la questione artistica, parliamo della veste editoriale.
Che dire?
512 pagine.
Cartonato.
Ben stampato.
Ben rilegato.
Curato con tutta la passione maniacale e nerdica di cui solo i ragazzi della Black Velvet sono capaci.
E quanti euro vi scucirà tutto questo tripudio di amore e gran fumetto?
30.
Che se guardate quanto costano i romanzi nuovi di Mondadori o Rizzoli o un qualsiasi fumetto di un editore da libreria (specializzata e di varia), anche con foliazione minore, è un prezzo assolutamente moderato.
In sostanza, un volume da comprare a occhi chiusi.
L'unica perplessità deriva dal fatto che la Black Velvet si è imbarcata in due progetti enormi e impegnativi (questo Cerebus ma anche, e in special modo, l'integrale di Doonesbury) e per ora non ha ancora garantito una continuità di uscite tranquillizzante per le mie stime di mortalità.
Speriamo che la nuova partnership con Giunti dissolva questi miei dubbi.

p.s.
se vi state chiedendo lo stato della mia lucidità mentale, posso solo dirvi che ci ho messo il solito quantitativo di tempo per scrivere questo pezzo ma che poi ho passato mezz'ora a rileggerlo per togliere tutti i refusi. Se non ci sono riuscito, perdonatemi. O anche no. Che a me 'sti cazzo d'invalidi a cui viene scusato tutto mi sono sempre stati sul cazzo.

Aggiornamento.

Aggiornamento.
come vanno le cose? Abbastanza male. Grazie. Immagino che un paio di stronzi sociopatici ne saranno contenti, che la maggioranza sarà giustamente indifferente e che a qualcuno dispiacerà. E' così che vanno le cose.
Detto questo, ogni tanto sto abbastanza bene da portare avanti impicci e lavori, e quindi anche per postare qui sopra (visto che, strano a dirsi, ma in questo reparto la connessione internet funziona).
Ora, dato che ho un sacco di tempo da ammazzare, mi sono visto il lungo video sulla tavola rotonda degli autori (che ha confermato parte delle mie paure e perplessità ma che ha pure partorito un'idea interessante) e ho fatto qualche lettura post-lucchese. Nei prossimi giorni posto un paio di interventi a proposito di queste robe.
Saluti.

p.s
Se avete la tentazione di farmi gli auguri o robe del genere, non prendetevi il cruccio: come se li aveste fatti.

6.11.10

[RECE] Fable III



Mettiamola così: se il genere action-gdr in terza persona di ambientazione fantasy fosse una città, il suo quartiere meno popoloso, più malfamato e più ostile nei confronti dei visitatori occasionali, sarebbe Demon’s Soul. Il suo quartiere turistico, invece, Fable III.


La serie concepita da Peter Molyneux è sempre stata fortemente caratterizzata dalle grandi ambizioni del suo progettista, dai tanti talenti che hanno contribuito a realizzarla (in particolar modo sotto il punto artistico e narrativo), e dai i limiti tecnici, produttivi e commerciali con cui si è dovuta scontrare. Se il primo Fable era un gioco pieno di idee fantastiche sviluppate e implementate male, il secondo era un grosso passo in avanti in termini di fruibilità, coerenza e realizzazione tecnica complessiva (complice anche il passaggio alla next-gen) che faceva davvero ben sperare per il terzo capitolo. Qualcosa deve essere andato storto però.
Non abbastanza storto da rovinare del tutto l’esperienza complessiva, sia chiaro, ma abbastanza storto da lasciare l’amaro in bocca al termine del gioco.
La parole chiave di questo Fable III sono "pulizia" e "semplicità". Lo sforzo di Molyneux e soci non sembra essere stato tanto quello di evolvere e ampliare le caratteristiche di Fable II, quanto di implementarle in maniera meno macchinosa e invasiva, e di rendere l’esperienza generale più semplice per i giocatori casuali.
Ecco quindi che, per inseguire un gameplay quanto più possibile fluido, naturale e coinvolgente, sono del spariti (o quasi) l’hub di gioco, i menù, la mappa, gli indicatori a schermo e tutti quegli elementi “complessi” che tendono a ricordare di trovarsi davanti ad un videogame e che potrebbero spaventare i giocatori meno esperti.
Purtroppo, il risultato è raggiunto solo a metà perché se è vero che alcuni dettagli nelle meccaniche del gioco sono assolutamente squisiti, queste eccellenze non fanno altro che esaltare in maniera ancora più evidente tutti i limiti di una serie che forse, per arrivare allo scopo che si era prefissata (un completo e totale coinvolgimento emozionale, prima ancora che ludico), aveva bisogno di un rinnovamento radicale. Perché è bello vedere come tutti gli abitanti di Albion reagiscano diversamente alla nostra presenza in base alla maniera in cui ci comportiamo ed è altrettanto appagante vedere come le nostre azioni influiscano in maniera rilevante sul mondo che ci circonda, ma tutto questi sforzi per creare una sorte di realismo servono a poco quando sulla testa e sulle case dei cittadini di Albion brillano delle icone luminose che servono a fornirci delle informazioni di stato. O quando ci rendiamo conto che il nostro protagonista non è in grado di saltare aldilà di un banalissimo ostacolo in maniera automatica (come invece succede su qualsiasi titolo Rockstar da tempi immemori). O quando si arriva a capire che sposarsi ed avere figli è un’attività del tutto irrilevante ai fini del gioco visto che la propria famiglia può essere tranquillamente dimenticata senza che questa cosa abbia la minima conseguenza. O che i rapporti sociali si risolvono tutti nella semplice pressione ripetuta di un tasto e con lo svolgimento di una elementare missione di consegna/recupero. O che il tanto sbandierato sistema di “tocco” degli altri personaggi consista nel poter trascinare i personaggi non giocanti da una punto all’altro dell’area di gioco (caratteristica per nulla inedita e non molto interessante, divertente o emozionante, a dire il vero). In poche parole, tutti gli elementi accessori di Fable III, per quanto rifiniti e meglio implementati rispetto ai capitoli precedenti, rimangono dei bluff assoluti con cui il gioco cerca di farsi credere diverso e più profondo di quello che è.
E cos’è Fable III?
E’ un hack and slash con alcuni blandissimi elementi di gdr, molto semplice nelle dinamiche ma piuttosto appagante nello svolgimento, che parte molto piano per poi scaldarsi nelle fasi più avanzate e che, da due terzi del gioco in poi, si rinnova integrando alcune piacevoli opzioni gestionali (purtroppo semplicissime e facilmente gabolabili). Il gioco dura in maniera adeguata, ci sono un mucchio di cose da fare (ma quasi tutte inutili), ha una storia davvero bella e ben costruita (la migliore dei tre capitoli) e personaggi fantastici (Reaver sopra tutti), una grande atmosfera (che forse, rispetto al capitolo precedente, perde qualche punto in termini di liricità ma ne acquista parecchi sotto il punto di vista dell’ironia e della satira sociale), una straordinaria direzione artistica e un umorismo degno delle migliori produzioni Lucas Art degli anni d’oro, (e questi sono i due elementi che mi faranno amare sempre questa serie), una grafica piacevole e una realizzazione tecnica adeguata (ma non perfetta: vi consiglio di istallarlo su HD se non volete soffrire di vistosi rallentamenti e scatti durante il gioco). In sostanza, per quanto non possa fare in meno di avere l’impressione che questo capitolo sia una specie di grande occasione sprecata, mi sono divertito a giocare a Fable III e, pur avendolo finito, conto di rigiocarmelo da capo per il pure e semplice piacere di farmi un’altra passeggiata in quello stupendo universo conosciuto con il nome di Albion. Che non è un risultato da poco, sia chiaro, ma siamo ben lontani da quel “totale coinvolgimento emotivo” che Molyneux mi aveva promesso sin dal primo capitolo.

Lasciate che i pargoli vengano a me. Grazie ma... NO, GRAZIE!


Oggi ho passato la giornata, dalle undici di questa mattina alle nove di questa sera, al pronto soccorso del Gemelli. Il fatto è che sono alcuni giorni che non sto molto bene (vedi alla voce: pallido eufemismo) e i dottori che mi seguono mi hanno detto che era meglio controllare che qualcosa non fosse andato storto nell'operazione di un paio di settimane fa.
Straordinaria routine, insomma.
Comunque sia, sono tipo le quattro o le cinque del pomeriggio e io me ne sto uscendo dal pronto soccorso per andarmi a fumare una sigaretta. Sono stufo, dolorante e incazzato.
Esco sul piazzale coperto dove arrivano le ambulanze per scaricare i casi urgenti.
Guardo a destra: tutto tranquillo.
Guardo a sinistra: un cazzo di autobus dell'Atac, pieno di gente che non sembra stare per un cazzo bene, incastrato sotto la pensilina in cemento che copre il piazzale.

Un autobus.
Pieno di gente che non sembra stare per un cazzo bene.
Incastrato sotto la pensilina.

MACCHECAZZOE?

E tutto intorno, un mucchio di persone che stanno dando da fare per dare il maggior numero possibile di indicazioni contrastanti all'autista in evidente panico.
Ci metto poco e vengo a sapere dell'incendio all'ospedale pediatrico Bambin Gesù.
E' andato a fuoco il reparto rianimazione e molte persone, sia tra i bambini ricoverati che tra quelli che hanno prestato i primi soccorsi (genitori, dottori, infermieri, inservienti, pompieri e via discorrendo), sono rimasti intossicati per il fumo. Visto che un sacco di gente è rimasta coinvolta e dato che, ovviamente, il Bambin Gesù non era più praticabile, i malati sono stati caricati sulle ambulanze e su ogni mezzo disponibile per essere trasportati al Gemelli.
E questo ci porta all'autobus incastrato sotto la pensilina di cemento e alla situazione di crisi immediatamente successiva. Crisi, a giudicare da quello che ho visto con i miei occhi, affrontata piuttosto bene dallo staff del Gemelli. Di sicuro non deve essere stato un pomeriggio facile (ho visto anche Riccardo, il mio amico rianimatore, che correva da destra a sinistra che manco in un episodio di ER).
Detto questo...
INCENDIO.
In un ospedale PEDIATRICO.
Un ospedale pediatrico di proprietà del VATICANO.
Nel reparto RIANIMAZIONE.
UN AUTOBUS CHE SI INCASTRA NELL'UNICA VIA DI ACCESSO AL PRONTO SOCCORSO DOVE STANNO TRASPORTANDO I FERITI.
Ma quanto cazzo è burlone questo Dio che adorate?

Comunque, l'Ansa ci fa sapere che il Papa si sta tenendo aggiornato.
E io, davanti a questa notizia, vorrei condividere un pensiero:
e questi grandissimi cazzi?

p.s.
per la cronaca, una quarantina di intossicati di cui uno grave e a me mi hanno rimandato a casa sotto stretta sorveglianza.

5.11.10

Un bel resoconto di Lucca.

Lo trovate QUI.
Tono personale ma non troppo, molte news, qualche approfondimento e tanti link.
Fossero tutti così i pezzi sui fumetti, saremmo a cavallo.

4.11.10

Legen -wait for it - Dary!

Questa immagine è tratta dalla seconda puntata della sesta stagione di How i Met Your Mother.

Siamo nella stanza occupata da Barney Stinson, quando era un ragazzino e viveva ancora con sua madre.
Lo vedete anche voi?

Aspettate, ve lo mostro meglio.
Guardatelo bene.
Adesso qualcuno mi spiega come ci è arrivato Diabolik nella camera di Barney?

Domanda.

Premesso che Claudio è stanco ed è appena tornato e che quindi si sta prendendo, giustamente, il suo tempo per scrivere l'intervento sulla tavola rotonda dei fumettisti tenutasi in quel di Lucca... ma tutti gli altri che fine hanno fatto?
Dico i vari siti di informazione, giornalismo e critica del nostro settore.
Se ne è parlato per mesi, tutti hanno detto il contrario di tutto... e poi?
Possibile che non ci fosse un singolo redattore di un qualsiasi sito a sentire e a riportare?
Eppure ci sono i resoconti della maggior parte delle altre conferenze, video compresi.
Dov'è il problema?
E badate, lo sto chiedendo perché non ci sono potuto essere e sarei stato curioso di sapere come è andata.

EDIT: c'è il resoconto di Michele Petrucci, l'ho visto adesso. Un autore. Ma i "giornalisti" che fine hanno fatto?

Primo contatto con Dragon Age 2.


Dragon Age: origins era una sorta di Baldur's Gate in salsa next-gen (nemmeno troppo, a giudicare dalla veste grafica) ed era un capolavoro assoluto.
Un gioco lungo, difficile, complicato, che non concedeva nulla al giocatore "casual". Il suo successo era pure la dimostrazione che i bei giochi di una volta non solo avevano ancora molto da dire ma che potevano ancora avere successo. Del resto, alle spalle di questo titolo c'erano i ragazzi di BioWare, persone di cui fidarsi sempre e comunque, no?
Alla luce della mia prova (parziale e incompleta, sia chiaro) di Dragon Age II, la risposta a questa domanda non pare poi così scontata.

In comune con il precedente capitolo della saga, questo seguito sembra avere poco: il personaggio è imposto dal gioco e non più creabile liberamente dal giocatore, l'interfaccia è stata semplificata al punto da essere irriconoscibile, il battle system può essere ignorato, trasformando il gioco in un action qualsiasi, non facendo emergere le complesse meccaniche che (dovrebbero) sostenerlo. Aggiungiamoci non non ho trovato nessuna maniera per gestire in maniera profonda il party di gioco e che la grafica, per quanto migliorata, è ancora ben lontana dagli standard di giochi più prettamente votati all'azione e al puro cazzeggio e avrete un quadro non così positivo.
Devo ammetterlo: questa prova mi ha lasciato scosso e interdetto.
Ma spero che si tratti di un problema di tempo. Spero che, giocandolo a lungo e nella sua versione definitiva, avrò modo di scoprire che l'apparente semplicità del sistema cela, invece, dei meccanismi complessi e profondi, al pari di quelli del primo capitolo.
Se così non dovesse essere, BioWare avrà data il colpo di grazia alla concezione occidentale del gioco di ruolo su computer... e lo avrà fatto per partorire solo un altro Fable o un'altro Zelda.
Che sono giochi che amo molto, sia chiaro, ma che con i GDR non hanno un cazzo con cui spartire.

3.11.10

Primo: non prenderle.


Durante la fiera di Lucca m'è capitata una cosa strana: ho incontrato più di un autore e più di un editore, felici di aver terminato le copie di qualche titolo che avevano portato, alla mattina del terzo giorno della manifestazione, cioè 48 ore prima della chiusura del mercato.

"Ciao, come sta andando?"
"Da paura! Infatti, è andata così bene che me ne sto tornando a casa!"
"Ma scusa, non ci sono ancora due giorni di fiera?"
"Le copie sono finite, le abbiamo vendute tutte. Che ci rimango a fare?"
"Perdonami... ma quante ne ha portate il tuo editore?"
"400"
"Ma all'altra Lucca non ne avevi vendute quasi il doppio, del volume precedente?"
"In effetti, sì... ma pazienza. E' una figata! IL MIO FUMETTO E' ANDATO ESAURITO!!"
"..."

Nel mondo reale, nel mercato reale, non riuscire a soddisfare la domanda è una cosa grave, una cosa per cui saltano le teste.
Per farvi un esempio facile, quando la Nintendo non è riuscita a soddisfare l'enorme domanda di Wii, perdendo un mucchio di soldi, il suo direttore di produzione ha passato davvero un brutto momento, rischiando di perdere il posto, nonostante il Wii fosse un palese successo planetario.
Nel fumetto, invece, si gioca sempre come una squadra di Trapattoni.

- La maggior parte degli editori fa tirature che coprono giusto le spese e garantiscono un guadagno moderato anche in caso di sold out. Ristampano raramente e, quando lo fanno, fanno generalmente tirature risicate.
Perché nessuno vuole rischiare di trovarsi sul groppone copie invendute, anche a scapito di di perdere possibili vendite.

- Le librerie specializzate ordinano sulla base delle prenotazioni ricevute dai loro clienti e non una copia di più. Qualche volta, semmai, qualche copia in meno. Se rischiano su qualcosa, ordinando qualche copia in più da tenere esposta in libreria e se per caso gli va bene e le vendono, raramente riordinano. La ragione è la stessa di poco sopra.

- I distributori fanno esattamente la stessa cosa delle librerie specializzate, solo su scala più grande. E, in alcuni casi, seguendo logiche e interessi strettamente legati alle loro strategie commerciali e che poco hanno a che spartire con la realtà del mercato fatta dalle richieste del pubblico.

E questo tipo di forma mentis si riflette in ogni ambito del nostro settore, dalla stanza dei bottoni in cui vengono prese le decisioni importanti, fino al responsabile a cui spetta la decisione di quali fumetti portare in fiera e in quale quantità, che magari, per non correre il rischio di doversi riportare indietro qualche scatolone, preferisce perdere qualche vendita (anche molte, in certi casi).

In sostanza, la regola aurea del nostro settore è sempre "non prenderle".
Pareggiare va bene.
Vincere non è necessario.

Anteprima della classifica "Cultura" di Wikio per il mese di ottobre.


1cineblog
2Booksblog
3Nazione Indiana
4Fumettologicamente
5Designerblog
6Soundsblog
7Lipperatura di Loredana Lipperini
8-Dalla Parte di Asso Merrill-
9Think.BigChief
10Finzioni
11bloggokin
12Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming
13artsblog
14Carmilla on line
15Frizzifrizzi.it
16Mamma! Satira e giornalismo
17House of Mystery
18comicsblog
19Blogosfere Style
20Sul romanzo

Cultura

Classifica curata da Wikio


A naso, direi che quando uscirà quella sui fumetti, Stefanelli mi avrà scippato la prima posizione. Ach! Maledetto barone rosso.

[RECE] Scott Pillgrim vs. The World



Un film che si apre in questa maniera e prosegue come prosegue, con me ha gioco facile.
Quindi, buttata a mare ogni analisi razionale, posso solo dire che Scott Pilgrim vs. The World è un grande film di un regista che per me non ha ancora sbagliato niente e sta solo andando in crescendo.
Shawn of the Dead era un piccolo gioiello, Hot Fuzz un capolavoro, e quest'ultima pellicola è una di quelle che se la vedi all'età giusta, ti cambiano la vita per sempre.
Non so bene se Wright sia un cinico profittatore che sa colpire dove la mia generazione ha messo il cuore o se, semplicemente, è un mio coetaneo che condivide le mie stesse passioni e le trasporta nel suo lavoro, ma questo film sembra scritto per me. E per Mauro, per Mary, per Micol, per Federico, per Valeria, per Adriano e per tutti quegli altri che con me erano in sala a guardarlo.
Gli ingredienti sono videogiochi 8bit, picchiaduro alla Street Fighter, Smashing Pumpkins a strafottere, un pizzico di Sundance Film Festival, due gocce di indie music, una bella manciata di punkettino scemo, Gondry quanto basta e giù con tonnellate di Speed Racer.
Aggiungeteci che il soggetto è geniale, il cast perfetto, lo script quasi inattaccabile (nessun film a incontri si esime da una certa meccanicità in fase di sviluppo, c'è poco da fare), la colonna sonora da urlo, e avrete il film dell'anno, sul filo di lana insieme a Dragon Trainer.

p.s.
Anche il fumetto è fantastico e pure il videogioco.

2.11.10

Metafora

Piazza dell'Anfiteatro a Lucca.
La solita piazza dove i fumettari, fuori dalle cene e le feste ufficiali, si ritrovano ogni anno.
Sabato sera. Piove che Dio la manda e fa freddo.
Sono tutti davanti al solito locale, stretti, stretti sotto un tendone di plastica da cui filtra acqua gelida.
Ci sono altri locali nella piazza? Almeno altri due.
Ci sono altri tendoni nella piazza? Altri tre.
Tutti deserti, a parte qualche fumettaro isolato, tra cui il sottoscritto.
Osservo la scena, infreddolito e stanco, sforzandomi di trovare nella nutrita folla che mi si para davanti qualche autore Bonelli (ne trovo pochissimi), qualche editore (non ne individuo nessuno), qualche autore della scena italiana di alto profilo (non ne trovo ma forse sono io che sono cieco, senza occhiali).
Tra quelli che riconosco c'è un folto gruppo di autori italiani che lavorano negli USA (facilmente identificabili perché fanno parecchio gruppo tra loro, hanno sempre un codazzo di aspiranti alle spalle e, strano a dirsi, ma tendono a vestirsi con uno stile streetwear piuttosto simile), e tanti, tanti autori di quella che è stata definita "generazione mille euro a volume, quando va bene".
C'è gente simpatica e gente meno.
C'è gente dotata di grande talento e gente meno.
Ma tutti, belli e brutti, sono al freddo, sotto la pioggia, a bere cocktail e birra scadente (pagati entrambi troppo cari), in una cittadina che li odia, pigiati l'uno contro l'altro sotto un tendone che fa filtrare l'acqua. E non c'è nessuno che dice "oh, ma se ce ne andassimo tutti da qualche altra parte?".
E io e qualche altro, che ci sentiamo tanto più furbi a esserci allontanati di qualche metro per andare a occupare un tendone meno affollato, siamo comunque in quella merdosissima piazza.
Ma che bella cazzo di metafora, uh?

Sapete che c'è?
E' ora di dire basta.
Bisogna pensare fuori dalla scatola e farlo pure in fretta.

Radio Londra.


1
Per te, che ti saresti dovuto spiegare/confrontare/chiarire dal vivo, perché al telefono o via mail non era lo stesso e che invece, quando ne hai avuto comoda occasione, hai fatto finta di niente e quasi non m'hai rivolto parola. Prendo atto e archivio.

2
Per te, che mi hai scritto che ti eri ritrovato e che d'ora in poi sarebbe stato un rapporto limpido, che mi avevi garantito di darmi una risposta durante la fiera a quell'offerta di lavoro che ti ho fatto da mesi e che invece non ti sei fatto vedere e sentire. Prendo atto e archivio.

3
Per voi. Che fate finta di niente e sorridete, quando alle spalle state cercando di farmi terra bruciata, distorcendo e inventando di sana pianta (e siete così svegli di farlo con gente che me lo viene a ridire). Prendo atto e archivio.

4
E poi, naturalmente, per te, sociopatico che mi minacci di pestarmi e strapparmi un occhio. Dormi sereno fino a che puoi. Niente verrà dimenticato.

Conferenza su John Doe, Lucca 2010

Conferenza "John Doe is back!" - Lucca Comics 2010 from Lucathegreat on Vimeo.

E' andata molto bene e la sala era gremita al punto che la gente stava in piedi. Anche le vendite allo stand sono state davvero, davvero, notevoli. Se avessimo saputo che l'accoglienza per il ritorno di JD sarebbe stata così calorosa, lo avremmo chiuso e riaperto una volta al mese!