15.6.11

Meifumado

...sei anni e mezzo fa.
Vivo con Rosy in un appartamento al sesto piano senza ascensore.
Rosy è al lavoro.
Io cincischio per casa, cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.
Mia madre citofona: devo andare giù al portone a prendere delle robe.
E io comincio a scendere ma, più o meno all’altezza del terzo piano, mi sento male e collasso in terra. Ci si mette poco a capire che ho un’emorragia interna grave. Fuori dal blu e dentro al nero, come direbbe Stephen King (e Neil Young, prima di lui... ma chi se frega di Neil Young?). Per farla breve (sto mentendo: non sarà affatto breve), vengo trascinato al Fate Bene Fratelli in tutta fretta. Dove per qualche giorno non ci capiscono niente e poi mi danno per spacciato. Mia mamma non è della stessa opinione e, dopo un funambolico (e per molti versi, criminoso), trasbordo al Gemelli, arrivo al pronto soccorso quasi morto.
Cosa che, come dicono nella Storia Fantastica e come capirete facilmente da soli, visto che state leggendo queste righe, è una cosa radicalmente differente da morto, morto.
Comunque sia, non è un bel periodo.
Ma non è una novità.
E’ il terzo incidente del genere in cui incappo da quando sono nato, di tutti però, questo è il peggiore. Non tanto per la gravità (che è, grossomodo, come le altre) quanto per il fatto che questa volta ho trent’anni e passa. E se a sei anni sei troppo piccolo per capire cosa sta succedendo e a venti troppo spavaldo per crederci veramente, a trenta ti godi l’esperienza in pieno e puoi apprezzarne tutte le sue più schifose sfumature e implicazioni.
A patto che tu sia così sfigato da rimanere lucido per tutto il tempo del giro della giostra.
Io sono così sfigato.
Comunque sia, ne esco.
Debilitato nel fisico e devastato nella testa, ma in piedi e sulle mie gambe.
Torno a casa e passo un primo periodo in preda ad attacchi di panico e segregato. Dormo con un occhio aperto e l’orecchio sempre teso a sentire gli scricchiolii di quella casa stregata che è diventato il mio corpo. Sono cupo, depresso e paranoico.
Dev’essere un piacere avermi intorno in quel periodo.
Mi rompo il cazzo di me stesso e cerco di reagire.
E io, quando devo reagire, cerco sempre l’assistenza dei miei santi.
Prima dell’ultima emorragia, praticavo kendo e leggevo un sacco di roba tipo l’Hakagure, i saggi di Mishima, i pensieri di Marco Aurelio e Nietzsche.
Sì, lo so anche da solo: sono le letture tipiche di un nazista adolescente ma, vi giuro, che non ero in quella fase.
Semplicemente, era tutta roba che mi aiutava a costruire nella mia mente una specie di modello comportamentale ideale a cui tendere per venire a patti con la vita che mi era toccata. Dopo l’emorragia dei miei trent’anni, definire questo modello in maniera solida e aderirci con tutto me stesso, diventa l’unica maniera che riesco ad escogitare per tornare a una sorta di funzionalità. E così, mescolando la via del bushi, lo stoicismo, il nichilismo e qualsiasi battuta cinematografica abbastanza figa da farsi ricordare sin dal primo ascolto, stabilisco, più o meno, i precetti guida della mia nuova esistenza.

La via del samurai è la morte.
Il cielo è azzurro, l’acqua è bagnata e i predatori sono sempre in agguato.
Svegliati ogni mattina immaginando il tuo corpo trafitto da mille lance.
Prendi le decisioni nell’arco di cinque respiri.
Nessun campo di energia mistica controlla il tuo destino.
Sii pronto ad accettare la morte quando arriva.
Fare il tè è una roba delicata che richiede una certa attenzione.
La superficie è tutto.
Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo.
Non c'è tempo per sanguinare.
Le strane religioni e le loro antiche armi contano poco contro un folgoratore al fianco.
Se non puoi scegliere quando morire, scegli almeno come.
Se sei infelice, smetti subito di esserlo.
Tutto quello che è dietro di te non esiste più. Quello che è davanti non esiste ancora. Esiste solo l’adesso. E solo l’adesso conta.
Se non stai facendo, fai.
Oggi è un buon giorno per morire.
Ogni giorno è un buon giorno per morire.
Magari non questo giovedì però, che ho un concerto.
Se vedi qualcosa che ti potrebbe dare piacere, anche effimero, prenditelo.
La musica è meglio sentirla ad alto volume.
Se è troppo alta, sei troppo vecchio.
Quando dico "musica", intendo tutta la musica, sia l'hard che l'heavy.
Conta solo quello che si percepisce.
Mangia molti cereali.
La vita merita di essere vissuta solo fino a quando c’è qualità e dignità sufficienti a giustificarla. Altrimenti è meglio una bella uscita di scena.
Non dare mai da mangiare a delle strane creature dopo mezzanotte, specie se un vecchio stregone cinese ti ha espressamente detto di non farlo.

E soprattutto:
non farti trascinare mai più in un’ordalia ospedaliera come quella passata. Piuttosto ammazzati in anticipo per troppo zelo e fai magari la figura del coglione.

In sostanza, in quel periodo la mia figura di riferimento, somiglia a una specie di samurai edonista con la sigaretta tenuta ad un angolo della bocca, vestito con un completo Armani del 1980 e degli occhiali da sole scuri Ray-Ban Wayfarer, disegnato da Patrick Nagel.
Ma, strano a dirsi, tendere a questa immagine schizofrenica, mi aiuta a rimettermi in sesto e a tornare ad essere utilizzabile.
Anche se, devo ammetterlo, lungo il percorso, capitano degli incidenti che, con il senno di poi, avrei dovuto evitare e che non sarò mai abbastanza cinico da definire come inevitabli danni collaterali di un processo di crescita. In poche parole: faccio del male a delle persone a cui tengo molto e ancora oggi me ne dispiaccio. Tanto.
Va anche detto che in questo periodo succedono anche cose molte belle (alcune straordinarie) che mi fanno crescere e migliorare e che, alla fine, mi rendono un essere umano migliore di quello che ero prima. E no, non ammetto ironia su questo punto: passare da zero a uno è un balzo evolutivo enorme.
(a margine: è proprio grazie a tutta questa roba qui sopra che nasce anche il blog che state leggendo e questo, se ve lo state chiedendo, spiega anche il suo nome originale che ancora appare nell’indirizzo).

Comunque sia, ritrovo un mio equilibrio.
Ogni tanto ho ancora i ragni nella testa. Certe volte capita che il panico mi assalga di nuovo alle spalle. Ma riesco a gestire la faccenda e sono più sereno.
Aggiungiamoci pure che altri grattacapi di salute, più concreti e urgenti, ci si mettono di mezzo e succede che al rischio di una nuova emorragia, io ci pensi sempre meno.

In poche parole: abbasso la guardia.

E adesso, dopo il cappello introduttivo più lungo del mondo, veniamo al presente, anzi, per essere più precisi, a:

...domenica scorsa
Vivo con Mary, in un appartamento al terzo piano, con ascensore.
Mary è a Napoli, dalla sua famiglia.
Io cincischio per casa, cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.

Mi alzo, pranzo. Vado al bagno. Quasi collasso. Melena. Emorragia interna.
Non perdo la calma e seguendo un protocollo che il mio cervello deve aver elaborato alle mie spalle, mi attacco al telefono e avverto subito un amico, organizzandomi per farmi venire a prendere e portare, quanto più in fretta possibile, al Gemelli (dove già so che mi conoscono e sanno dove mettere le mani). Nel frattempo mi muovo piano per casa (non posso permettermi di svenire), e riempio una borsa con lo stretto indispensabile (portatile, caricabatterie per il cellulare, un cambio, spazzolino da denti, un libro non ancora letto nel caso le cose vadano bene, un libro già letto, ma che ho amato molto, nel caso le cose vadano davvero male). A cinque minuti dall’inizio dell’emergenza, sono bell'e pronto.
Quaranta minuti dopo sono all’accettazione del pronto soccorso dove mi affibbiano un codice giallo, che significa che sono abbastanza grave da bruciare tutta la fila ma non così grave da giustificare il fatto che Carter e Benton corrano verso di me gridando “DATEGLI 20cc DI ADRENALINA! SUBITO!”.
Un’ora dopo sono il sala operatoria per un intervento endoscopico.
L'obiettivo è tappare la falla con una specie di colla (la stessa colla che hanno usato sei anni e mezzo fa). La difficoltà è trovare questa falla e sperare che sia in un punto raggiungibile.
Mentre sono in sala operatoria, con il liquido trasparente del calmante già circolo e la lattiginosa anestesia ancora nella siringa dell'omino dei sogni, mi ricordo di colpo di tutti i precetti della mia filosofia. Quei precetti faticosamente elaborati e strenuamente difesi nel corso degli anni e dietro di cui mi sono nascosto e giustificato per un mucchio di tempo, quelle regole che ho bellamente ignorato appena mi si è palsesata concreta la possibilità di lasciarci le penne.
E in testa mi si forma un’immagine nitida come se ce l’avessi davanti:

esterno giorno.
Il Giappone Feudale.
E’ una vignetta lunga.
A sinistra, in campo lungo e in figura intera e laterale, Itto Ogami, l’esecutore dello shogun, il ronin che viaggia sul sentiero del Meifumado. Il lupo solitario.
A destra, contrapposto a lui, Massimo Troisi.
Itto Ogami si rivolge a Massimo Troisi.

Itto Ogami - Ricordati che devi morire.

Massimo Troisi - Sì... Aspetta che me lo segno.

Poi tutto sfuma.
Tranne le risate pre-registrate, in sottofondo.
Fuori dal blu. Dentro al nero.
Con buona pace di Stephen King e Neil Young.

E questi ci porta a:

...adesso.
Si è affrontato il problema per tempo e nella maniera giusta. I medici sono ottimisti e la situazione sembra essere sotto controllo.
Sono al secondo piano del Gemelli.
Le infermiere hanno iniziato il loro giro e io cincischio per la stanza d’ospedale cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.