21.6.11

[RECE] 13 Assassins


Se dovessi giudicare il cinema di Takashi Miike sugli elementi che, sempre, vengono sottolineati dalla critica occidentale quando si parla dei suoi film, devo ammettere che lo liquiderei senza starci a pensare sopra troppo.
I suoi toni horrorifici, splatter e disturbanti? Niente di inedito da una nazione che, negli anni '20, ha partorito il genere ero-guro (che, comunque, ha radici ben più profonde nell'arte giapponese). L'uso eversivo degli elementi mélo? Divertente. Ma Lars von Trier ha fatto di meglio e con maggiore efficacia (e penso a quel gioiellino incompreso di umorismo che è Dancer in the Dark). Il post-modernismo? Ebbasta, che ha scassato le palle. La dilatazione temporale? Mah. Anche qui, la filmografia giapponese ha fatto molto in quell'ambito e Miike non è altro che l'ultimo esponente (e nemmeno il più brillante) di una tradizione molto lunga.
Ma allora perché, nonostante tutto, ritengo Miike uno dei registi più interessanti sulla piazza?
Per il suo occhio-cinema.
Per come vede le cose e le riprende.
Per quella qualità sfuggente eppure ben visibile che è peculiare (anche se con modalità e esiti diversi) di una ristretta manciata di registi la cui opera merita attenzione anche (e, in certi casi, esclusivamente) per come filmano le cose.
Penso a gente come Hitchcock, Kubrick, Mann, il primo Argento (che l'occhio cinematografico ce lo aveva eccome, anche se gli mancava tutto il resto), Malick, Godard, Melville, Peckimpah, Truffaut, il primo Spielberg e sì, pure Tarantino (che quando cazzeggia, cazzeggia, ma quando si mette a fare i suoi film, non scherza per nulla).

E veniamo quindi a questo 13 Assassins.
Che è un film "alla vecchia maniera" per i primi 110 minuti e che poi diventa una baracconata ridicola, buona giusto per ingraziarsi gli spettatori occidentali dei festival, in cerca del "tocco di follia alla Miike".

Parliamo prima di quei 110 minuti che precedono la battaglia finale.
Che cosa abbiamo?
Un remake di una pellicola omonima di Eiichi Kudo che, a sua volta, era un clone dei Sette Samurai di Kurosawa. La differenza è che qui i bushi sono tredici, ma cinque di essi non godono di nessuna caratterizzazione e, quasi, nemmeno di un nome, e quindi i conti tornano comunque.
Il resto dei personaggi, grossomodo, sono le stesse figure archetipe portate in scena da Kurosawa. Il che non è per nulla un male, sia chiaro.

Questa prima parte del film è lenta, teatrale, funerea, virile, a tratti buffa, a tratti respingente, narrativamente e registicamente, molto solida.
Nulla per cui strapparsi i vestiti, sia chiaro: messo a confronto con i due modelli originali, questo 13 Assassins ne esce comunque con le ossa rotte, ma sarebbe assolutamente ingeneroso non definirlo come un ottimo chambara.
Di maniera, nel segno della tradizione, senza nessuna particolare volontà di innovare, ma messo in scena e ripreso con sapienza, mestiere e sensibilità.
Un bell'omaggio a un cinema che era e non è più, giusto rovinato dagli orrendi effetti digitali (difetto questo che condivide con lo Zatoichi di Kitano, altro film moderno che ripercorre i sentieri classici del cinema giapponese).

E veniamo alla seconda parte del film in cui si arriva allo scontro tra i pochi (i nostri tredici samurai) e i tanti (un esercito di oltre duecento bushi), all'interno di una città-trappola.
Ecco, dal minuto centodieci, il film butta tutto quello di buono che aveva mostrato per diventare un inutile giocattolone, buono solo ad esaltare lo spettatore in cerca dell'effetto facile.
Mucche in fiamme, barriere in legno di quindici metri che scorrono come porte a soffietto, palazzi che esplodono eruttando sangue e altre mille cazzate, una via l'altra, che riescono solo a distruggere il senso di ineluttabile dramma che era stato tanto ben sapientemente costruito nella prima parte.
Certo, un paio di momenti belli ci sono (penso, in particolare, a una meravigliosa soggettiva di morte e a quello che sembra un divertito omaggio-citazione al primo Better Tomorrow di John Woo) e il discorso sulla sguardo di Miike resta valido per tutta la durata della pellicola, ma a visione conclusa, questo 13 Assassins fa venire in mente The Island, il film con cui Michael Bay voleva dimostrare di essere un regista che sapeva anche fare film normali, senza la necessità di far esplodere il mondo (il risultato è stato che, da metà della pellicola in poi, Bay si è scassato il cazzo e ha iniziato a far esplodere il mondo, dimostrando di essere incapace, o troppo insicuro, per essere diverso da se stesso).
Insomma, l'impressione è quella di una grossa occasione sprecata ed è un peccato, perché poteva essere un grande film e, invece, non lo è.
Ma questo, purtroppo, è un discorso che si può applicare a gran parte della filmografia di Miike.

p.s.
QUI trovate un secondo parere che merita di essere letto.
QUI un terzo. Che è l'esatta definizione di quello che intendo come "pubblico occidentale che non vede l'ora che Miike faccia le cose strane che ci piacciono tanto".