12.7.11

1982

Correva l'anno 1982 e i perdenti di Stephen King erano ancora nella sua penna, insieme al pagliaccio Pennywise. Sarebbero venuti alla luce solo quattro anni dopo ma i loro prodromi scorrazzavano già per i boschi di Castle Rock, alla ricerca di un ragazzino investito da un treno.
Correva l'anno 1982 e il piccolo Elliott inforcava la sua bicicletta BMX per volare davanti a una luna gigante e scrivere la storia del cinema.
Correva l'anno 1982 e io passavo il tempo a leggere e a guardare storie troppo complicate per uno della mia età. Ero un critico cinematografico e letterario di otto anni e per me, gente come Spielberg, Lucas, e Stephen King erano i miei santi.
E, se volete sapere tutta la verità, lo sono ancora adesso.



Il 1982 sancisce la (ri)nascita dei racconto d'avventura per ragazzi in una forma nuova, scevra da quel fastidioso retrogusto pedagogico che impestava questo genere di narrativa sin dalla sua origine, nel tardo 800 (con alcune nobili eccezioni, lo dico subito così evitiamo polemiche).

Spielberg e King reinventano il modello.
In tanti si mettono sulla loro scia, declinando quel modello a seconda dell'occorrenza.

Tra di loro vale la pena ricordare Indiana Jones e il tempio maledetto (di uno Spielberg che che paga pegno alla moda che lui stesso ha creato, inserendo nella saga del più figo archeologo del mondo il molesto personaggio di Short Round), i Goonies (di Spielberg, Columbus e Donner), Explorers (di Joe Dante), Piramide di Paura (Columbus, Levinson, Spielberg), Navigator, i Gremlins (di Dante e Spielberg), la saga di Ritorno al Futuro (di Zemeckis e, indovinate? Spielberg), Giochi Stellari, Lost Boys (e i suoi fratelli Ranocchi), Ammazzavampiri, e lo straordinario Monster Squad, frutto del genio di Shane Black e del mestiere di Fred Dekker che, per molti versi, rappresenta la pietra tombale del genere.




Passano gli anni e passano le mode.
Spielberg diventa un uomo maturo e cerca la consacrazione autoriale, Cameron spariglia le carte con Terminator 2 (in cui, comunque, c'è un giovane John Connor a dividere la scena con l'ex governatore della California), l'action più spettacolare e violento diventa il genere macinasoldi per eccellenza e i ragazzini e la magia spielbergiana vengono messi da parte.
Ci vuole parecchio tempo e una signora inglese per ricordare al mondo che le storie di ragazzini funzionano alla grande.
Ovviamente parlo della Rowling e della sua "quattrocchia volante cor gufo de merda" (come direbbe Guzzanti-Lorenzo-Ghezzi).


Harry Potter.
I romanzi prima, i film poi.
E non è un caso che i primi due lungometraggi dedicati al giovane mago, quelli maggiormente incentrati sulla sua infanzia, siano diretti proprio da Columbus, lo sceneggiatore dei Goonies e di Piramide di Paura.

L'onda lunga del successo della Rowling si protrae per qualche anno.
Un mucchio di cloni poco riusciti di Potter affollano gli scaffali delle librerie e le sale cinematografiche, fino a quando Spielberg decide di chiudere il cerchio e tornare a produrre un film su dei ragazzini alle prese con l'avventura e il fantastico.
Per farlo, chiama uno dei più promettenti creatori di universi degli ultimi tempi, quel J.J. Abrams che ha dato vita a serie come Alias e Lost, ha diretto (ancora con mano impacciata) Mission: Impossible III, ha prodotto quel gioiellino di Cloverfield (che, sono sicuro, a Spielberg deve essere piaciuto proprio tanto) e ha dato nuova linfa a Star Trek.
L'obiettivo è quello di realizzare un film magico come quello degli anni d'oro della Amblin, ibridandolo con un sentire attuale.
Del risultato ne parliamo tra poco, nella recensione vera e propria.
Intanto guardatevi la locandina, che è bellissima.