26.7.11

Casual Reader


Con l’occasione di vedere un mio pezzo stampato su Animals, sono andato in edicola a cercare la rivista. E appena ho messo piede nel gabbiotto colmo di giornali, DVD, dispense e puppazzettume vario, mi sono reso conto che erano mesi che non mi capitava di farlo. “Corbellerie!” mi sono detto. Io, in edicola, ci vado sempre, sono il classico lettore forte che non può fare a meno di fermarsi per vedere cosa è uscito, e poi fermarsi ancora, e ancora, per appurarmi che non mi sia sfuggito qualcosa di fondamentale. Io, in edicola, ci ho sempre lasciato un minimo di cento euro al mese. Poi ho pensato che, in effetti, sono parecchi mesi che in saccoccia mi avanzano sempre un cento euro non previsti. E allora ho dovuto accettare la dura verità: io, in edicola, non ci compro più niente. I libri (sia quelli fatti di sole parole di quelli di parole e immagini) quando non me li regalano, li compro nelle librerie e, sempre più spesso, nella loro versione digitale. I quotidiani li ho sostituiti con le agenzie stampa online e le versione web delle varie testate giornalistiche e lo stesso vale per le riviste specializzate (le mie passioni sono il cinema, i videogiochi e la musica e la rete, in questi campi come in molti altri, arriva prima e meglio della carta stampata). L’Internazionale me lo leggo sull’iPad. I film e le serie TV li scarico. Non compro riviste di gossip e ho smesso di seguire le dispense con Basic, la mia prima enciclopedia sul mondo dei computer, nel lontano 1984. In poche parole, non ho nessuna scusa valida per dare dei soldi a quelle istituzioni da strada che, per gran parte della mia vita, sono state come delle piccole cattedrali per me. E, a giudicare dai dati ADS e Audi Press diffusi negli ultimi giorni, non sono il solo a trovarmi in questa condizione. Per citare il sapiente Egon Spengler: “La stampa è morta”. O sta morendo. E ho l’impressione che sarà un processo rapido e brutale perché il pubblico ancora fidelizzato all’edicola sembra che sia composto dalle seguenti categorie:

- over sessanta sclerotizzati nelle loro abitudini di consumo e quindi legati ai quotidiani cartacei e al settimanale di approfondimento.

- il pubblico dei settimanali di gossip, digitalmente (e non solo) analfabetizzato.

- i lettori di fumetto popolare italiano che non possono comprare il loro fumetto in nessun altro luogo diverso dall’edicola e che lo vogliono sul supporto a cui sono stati abituati da sempre e che non cambierebbero mai, anche per mere ragioni di collezionismo, la carta.

Ma se il fumetto popolare italiano basa la sua stabilità sul pubblico di appassionati, è con il lettore casuale che ha sempre trovato la sua ricchezza. E se una volta il signor Mario Rossi andava in edicola e si comprava un quotidiano o una rivista e magari, seguendo l’ispirazione del momento, si portava a casa pure un Tex, un Topolino o un Diabolik, oggi, che il Mario Rossi 2.0 non ha più l’abitudine ad andare in edicola, quelle copie dei fumetti restano invendute. E la ricchezza non si genera più. La verità è che bisogna tornare a essere casuali. Anche a costo di doversi reinventare da capo a piedi.