7.7.11

di Dave Stevens, Rocketeer e della sfiga di avere successo troppo presto e poi morire.



La pubblicazione del primo volume della ristampa integrale (ricolorata e ricca di molti contenuti extra) di Rocketeer da parte della Saldapress, mi regala l'occasione di poter parlare di uno dei più grandi talenti mai partoriti dal fumetto americano: Dave Stevens.
Adesso, prima di addentrarmi in un'analisi della sua opera, dovrei sprecare del tempo a raccontarvi i fatti salienti della sua vita ma, visto che siamo su internet e che qualcuno ha già fatto questa roba noiosa al posto mio, vi rimando direttamente alla sua pagina su Wikipedia (QUI la versione in inglese, più completa, e QUI la versione italiana, tristemente più scarna), leggetela e poi tornate subito qui, che ho un sacco di roba da dirvi.
Nel frattempo, io posto delle donnine.




Fatto?
Ok.
Allora, iniziamo con un bell'aneddoto personale.
Erano i tardissimi anni '80 e io passavo i pomeriggi di una calda estate romana a bazzicare per le fumetterie della capitale. Quando dico "fumetterie", non intendo i negozi di oggi, allegri, colorati, pieni di gadget, magliette, giocattoli di ogni risma e misura (oltre che, talune volte, di fumetti), ma parlo di vere e proprie bettole, antri oscuri e polverosi in cui venivano accatastate pile e pile di vecchi albi usati e dove maligni cerberi vi guardavano storti mentre cercavate quell'albo Corno che vi mancava per finire la collezione degli Eterni.
Comunque sia, tra varie botteghe di questo genere, ce n'era una che amavo particolarmente: il Barba.
Il Barba era una sorta di Rasputin, magrissimo, pallidissimo, dai capelli e la barba (da cui il soprannome) lunghissimi e rossicci. E matto come un cavallo.
Il suo negozio, però, aveva una particolarità: si faceva arrivare gli albi originali dagli USA (vendendoli poi a prezzi da ladrocinio). E non parlo solo di quelli Marvel e DC, ma pure tutta la produzione indipendente americana che, in quel periodo, stava vivendo una grande stagione. Grazie al Barba iniziai quindi a conoscere autori come Howard Chaykin, Mike Baron, Steve Rude, Wendy e Richard Pini e Mike Greel. Di Greel comprai, in particolare, il terzo numero della sua serie Starslayer, un albo che mi aveva colpito non tanto per la storia principale dell'autore in questione, quanto, piuttosto per una storia pubblicata in appendice, disegnata in maniera straordinaria da tale Dave Stevens e incentrata su di un personaggio che mi ricordava Rocket Ranger, il protagonista di un gioco (omonimo) edito della Cinemaware.
Ovviamente, si trattava di Rocketeer.
All'epoca, non ero ancora abbastanza esperto per capire tutte le influenze che animavano il disegno di Stevens. L'unica cosa che mi era chiara è che le anatomie erano straordinarie, le tavole dinamiche, le donne mozzafiato e l'inchiostrazione era una roba da rimanerci incantati.
E che apparteneva a una scuola di disegno radicalmente diversa da quella dei supereroi che mi piacevano tanto.
Comunque sia, non riuscii mai a procurarmi altri lavori di Stevens e mi scordai di lui fino a quando, alcuni anni dopo, l'editore Comic Art pubblicò Rocketeer, nella collana "Grandi Eroi Brossurati", una serie di volumi dedicati ai grandi maestri del fumetto.




E qui dovreste cominciare a capire la straordinarietà del fenomeno Dave Stevens.
Stevens era uno arrivato ai comics americani spuntando dal nulla (out of the blue, come dicono gli yankee), esordendo con una storia di appendice su di un fumetto indipendente di non particolare successo, pubblicando appena una manciata di tavole in alcuni anni su testate diverse e non vendendo mai cifre da capogiro ma che, nonostante tutto questo, aveva vinto alcuni prestigiosi premi e si era fatto notare in patria e fuori.
Tanto è vero che, caso davvero sorprendente per un epoca in cui i movie comics erano un'eccezione e non una regola come oggi, la Walt Disney Pictures mise immediatamente in cantiere un film tratto dal fumetto di Stevens, investendoci (e perdendoci) bei soldi.


E non è nemmeno un caso che Rinaldo Traini (che avrà pure tutti i difetti del mondo, ma che di fumetti, specie di fumetti buoni, ne ha sempre capito e tanto), il grande padre del Salone di Lucca e della Comic Art, non ci aveva pensato due volte e aveva pubblicato Rocketeer anche in Italia, nella sua collana di maggior pregio perché nello stile stile di Stevens aveva sentito riecheggiare gli echi di mostri sacri del fumetto americano.
E aveva pienamente ragione.
La composizione delle tavole di Rocketeer, i panneggi e la caratterizzazione dei personaggi secondari era diretta discendente del lavoro di Eisner, le anatomie erano figlie di Russ Manning (di cui Stevens era stato assistente) e le chine erano figlie del Frank Frazetta fumettista (a cui anche Mark Schultz, il collega più vicino a Stevens come stile e approccio fumettistico, doveva molto) ma, nonostante tutte queste evidenti influenze il risultato complessivo era omogeneo e personale.
E poi c'erano le donne che Dave Stevens sapeva tratteggiare con uno stile a mezza via tra il già citato Frazetta e il romantico John Romita.

...ah, le sue donne...



Ve l'ho detto che, nel film, Bettie, la fidanzata del Rocketeer modellata sul personaggio di Bettie Page, era interpretata da una Jennifer Connelly ancora giovane e ancora tettuta?
No, dico... Jennifer Connelly che fa Bettie Page.


Dio santo...
Vabbè, dicevamo?

Il fumetto di Dave Stevens era lontano anni luce dalla tradizione dei comic book supereroistici di Kirby e Buscema e affondava le sue radici nella straordinaria scuola delle strip e delle pagine domenicali pubblicate dai quotidiani USA, una scuola che, nel corso degli anni, aveva saputo sfornare talenti come Alex Raymond, Alex Toth, Milton Caniff, All Capp e tanti, tanti, altri e di cui Stevens era il diretto discendente.
In poche parole: Dave Stevens era un genio venuto da un'altra epoca.

E, per una volta, se ne erano accorti tutti e subito.
Purtroppo.
Perché, una volta coperto di soldi dalla Disney e venerato da mezzo mondo come un maestro, il buon Stevens smise di fare fumetti, limitandosi a realizzare quadri e illustrazioni (e nemmeno tanti) e a sorridere nel vedere alcuni suoi epigoni sforzarsi (fallendo) di raggiungere il suo livello (tra tutti, Adam Hughes).
E poi è morto.
Troppo giovane e troppo poco prolifico.
Che sfiga.


Comunque sia, l'edizione della Saldapress di Rocketeer è l'occasione perfetta per conoscere il suo genio ed è un acquisto obbligato per chiunque pensi di saperne di fumetto, per chiunque ami il fumetto e... per chiunque, punto.
Ma dei pregi (molti) e dei difetti (pochi) del volume edito da Ciccarelli, ne parliamo poi.


27 commenti:

isametal88 ha detto...

mi hai convinto a comprarlo ;-)

Michele ha detto...

Già resa la versione cartonata americana...bellissima!!

saldaPress ha detto...

Bel pezzo Roberto. E condivido buona parte dei tuoi ricordi.

Mi permetto di aggiungere alle cose giuste che hai detto che ci sono stati due importanti elementi che hanno bloccato Stevens nella sua carriera, direi "coadiuvanti" di questa immobilità da successo precoce che dici tu:

1. Disney: una volta acquistati i diritti su Rocketeer, Disney lo ha lentamente piallato per farne un film... inutile. Di più: tagliati i budget (e quindi messe le basi per un mezzo fallimento) i manager del Topo non hanno permesso che nessun altro si potesse fare avanti per salvare il progetto dal fallimento annunciato. Uno di questi era tale Spielberg che, al culmine del successo e avendo già collaborato con Stevens (che ritebnva un genio), voleva portare Rocketeer alla Universal per farne... un film alla Spielberg. Il "piacere" della Disney è stato quello di annullare qualsiasi possibile sedizione con la minaccia di scatenare su Stevens il suo manipolo infinito di avvocati a budget infinito e, con questa minaccia, togliere dalla testa di chiunque anche solo l'idea di avvicinarsi a Rocketeer. Hanno fatto il film, lo hanno fatto tagliando il budget, hanno fallito (anche perché in anticipo su una moda che sarebbe nata solo dopo il batman di Burton) e poi hanno tenuto lì fermo rocketeer a... non farci niente.
Perchè? Perché TUTTI sapessero che loro potevano farlo. Delle merde.

2. la Marvel ha piantato una causa tanto lunga quanto pretestuosa a Stevens sul nome "rocketeer" (motivo: il personaggio di S. aveva lo stesso nome di oscuri e dimenticati avversari di devil) e questo perchè stevens aveva osato mettere in discussione il loro contratto standard quando, qualche anno prima, era nata l'ipotesi di lavorare insieme: in pratica stevens non aveva accettato di firmare un contratto con marvel dove si diceva che, se pubblicava rocketeer con loro, tutti i diritti passano da stevens alla marvel.
Ha chiesto delle modifiche. Gli è stato risposto "ma che vuoi?". Se ne è andato.
E, per pura e semplice RIPICCA, la Marvel lo ha impantanato per anni in una costosa causa (che la marvel ha perso) mirata a impedirgli di usare quel nome per quel personaggio che stevens aveva portato al successo.
Delle merde pure loro.

Disney e Marvel, da sempre, quando si parla di fumetto e di diritti degli autori rappresentano il peggio (e non solo negli USA) e, nel caso di Stevens, hanno dato davvero del loro meglio (nel peggio, ovviamente).

Non solo per quello, ma ANCHE per quello, esistono solo 2 storie di Rocketeer firmate da Stevens.
E questo va detto.

RRobe ha detto...

Assolutamente.
Però, nonostante tutte le varie beghe, qualche tavola in più (anche di altri personaggi, eh?), avrebbe potuto farla.

Giorgio Salati ha detto...

Mi vien da dire che da un punto di vista estetico Atomic Robo ha dei debiti nei confronti di Rocketeer.

Però mi sa che l'eventuale acquisto lo farò solo dopo il post sui pregi-difetti...

saldaPress ha detto...

Vero Rrobe, Stevens avrebbe potuto fare qualche tavola in più.

Sai perché non l'ha fatta? Perché, per sua stessa ammissione, non ha mai creduto fino in fondo nelle sue abilità di autore di fumetti. Aveva talento da vendere ma non ci ha mai creduto fino in fondo.

Stevens amava il fumetto ma lo vedeva come altro da sè. Il successo di Rocketeer, tutto sommato, era qualcosa che gli era capitato, una storia che, come racconta anche negli speciali del libro, aveva improvvisato una pagina dopo l'altra guidato dal solo piacere di disegnare quel mondo. Ovvero nel modo più puro.

Ma poi, per essere autore (di fumetti come di altro), non ci vuole solo lo slancio. Ci vuole il fiato e tantissimo allenamento per farselo.

Da "adulto" Stevens si vedeva come disegnatore per la grafica/illustratore non come fumettista.
Illustratore non gli dava dei grandi problemi (anche se leggo che non era velocissimo) ma il fumetto gliene dava tantissimi.
Davanti al fumetto, Stevens si bloccava. Perché quello con il fumetto era un rapporto irrisolto.

Altro segno di questo è che, praticamente già dalla seconda storia, Stevens ha avuto bisogno di qualcuno che gli spezzasse il bianco della pagina che, in qualche modo, fosse una giustificazione (lui fa, io supervisiono). Qualcuno che gli allentasse la pressione perché, se anche lui mollava, c'era qualcun altro che avrebbe rimediato. Con queste "ancore di salvezza" (che nei commenti del secondo volume fanno chiaramente capire che le cose stavano così), Stevens poteva permettersi di rilassarsi e di realizzare tavole splendide.

Perché questo? Boh? Sembra scemo ma, per alcuni, riuscire ed emergere va a violare tanti di quei tabù (consci e inconsci) che, alla fine, si fa di tutto per rendersi invisibili e immobilizzarsi.
La sofferenza del non riuscire è meno dolorosa (e più consolante) di quella del riuscire.

(Leggevo proprio oggi il saggio di Giubilei su Pazienza, quello da poco uscito per Black Velvet: credo che sia fondamentale per capire la spinta distruttiva di Pazienza (e la sua fragilità di fondo) capire il rapporto con il padre.
Pazienza era un fantastico autore di fumetti ma in fondo voleva essere un pittore, come il padre. Ma non ci riusciva (e si dispiaceva per questo) e, in fondo, ogni suo successo come fumettista era un superamento del padre che, dentro di sé, credo non abbia mai potuto accettare veramente.
Ma stiamo divagando.)

Ma, come con tutte le cose che si amano profondamente ma ad un certo punto si decide di mettere da parte, sempre a quelle si ritorna.

Per questo, praticamente fino all'ultimo, Stevens ha continuato a pensare a una nuova storia a fumetti per il suo Rocketeer.
Peccato che il tempo non sia stato dalla sua parte.

The Passenger ha detto...

bel post e bellissime note di Cicc!

Teb ha detto...

ecco, quando dico che compro più la roba che consiglia il RRobe, (e COME li consiglia) di quella che (intra)vedo sui siti di informazione, c'è un perchè..

p.s. che non c'entra nulla: anch'io aspetto un libro..

saldaPress ha detto...

ps: ho detto una (mezza) cazzata. Il Batman di Burton è del 1989 mentre il film di Rocketeer è del 1991. Solo che la gestazione di Rocketeer è stata lunghissima, con la prima opzione sull'opera di Stevens nel 1983.

Unknown ha detto...

Me li ricordo a Lucca, Stevens, l'orrido Pepe Moreno e una biondona ultra ossigenata. Giravano sempre insieme, tutti vestiti di pelle nera, sembravano, un pò usciti da Matrix un po Punk fuori tempo massimo. Sul Kirby collector racconta di quand'era fanzinaro e avendoci stretto amicizia andava a trovare Kirby mantre disegnava il Quarto mondo. Che storie !!!

sean ha detto...

vi proporrei questo link a un post in cui è pubblicato un video omaggio a rocketeer (forse l'avete già visto, è stato fatto da uno studio di animazione in occasione dell'anniversario)
http://altroquandopalermo.blogspot.com/2011/07/rocketeer-vola-ancora.html

Il Gigione ha detto...

i saldatori, potrò ancora chiamarli così?, fanno cose belle...bisogna dirlo.
sarà un mio acquisto sicuramente.
ma sbavo per il prossimo liberty meadows...si sa qualcosa?

Theo ha detto...

Grazie, conoscevo il personaggio solo per il film (poco) e l'adattamento vg (compianta Cinemaware, può darsi?), ma l'autore mi era del tutto oscuro.

Talento cristallino, ma soprattutto tecnica impressionante.
Dalle immagini a corredo del tuo post si vede chiaramente che il suo pennello pendeva dalla parte dell'illustrazione, anche se la tavola di Rocketeer mi fa intravedere anche un grande senso del racconto per immagini.
Prenderò il libro e me ne farò un'idea più precisa.

Interessantissime le digressioni di saldaPress, non tanto sulle beghe contrattuali, quanto riguardo il suo rapporto con la pagina bianca.
Ce ne sarebbe da dire a riguardo...

saldaPress ha detto...

Beh, diciamo che le "beghe contrattuali" descrivono qual era (e probabilmente qual è ancora) il mercato e, per certi versi, spiegano come mai non nascano ogni giorno successi che mettono d'accordo critica e pubblica (notato che ce ne sono di più del primo tipo? E questo mica perché il pubblico è stupido. Ed è anche per questo che, oggi, Robert Kirkman è il mio eroe)

Theo ha detto...

Dicevo solo che mi aveva colpito di più quell'altro aspetto.

Se devo dire la mia sulla questione che sollevi, ci sono pochi capolavori che mettono d'accordo pubblico e critica perchè sono veramente rari gli autori che uniscono talento e capacità di muoversi nel mercato senza farsi schiacciare o limitare dalle sue meccaniche.

saldaPress ha detto...

Quello che dici Theo è giustissimo ma, come con le piante, se non fai in modo che ci sia un buon terreno su cui i semi attecchiscano, non nascerà mai niente di buono (e di inatteso).

Theo ha detto...

E' vero che ci sono stati editori 'illuminati' in passato (e altri sicuramente ci saranno in futuro) che ci hanno messo del loro a preparare il terreno buono.
Ma non credo alla favola dell'editore/imprenditore folgorato sulla via di Damasco. Per illuminati intendo semplicemente persone che hanno saputo vedere più lontano degli altri, azzardare, scommettere sul talento creando appunto il terreno su solide basi commerciali o comunque azzeccando il momento buono per intuito o semplice botta di culo.
E per uno a cui è riuscito il gioco ce ne sono 100 che si sono rotti le ossa.

Viviana Boccionero ha detto...

Ho visto le medesime donnine ("...ah, le sue donne...") su un Grifo di mille anni fa. O Dave non ne ha concepite di nuove (e noi esperte sappiamo che non è così), o RRoby ha una sensibilità mollicosa.

captcha: demen

uomoragno ha detto...

Sicuramente mio!

DAVID MESSINA ha detto...

...aggiungerei che definire Adam Hughes un epigono fallito di Dave Stevens è alquanto riduttivo. Dapprima suo allievo a "bottega" è stato poi presentato a da Dave Stevens stesso a Steve Rude che lo introdotto al mondo del fumetto vero e proprio. Un ulteriore nota a merito del volume della Salda Press è che si tratta della splendida ristampa edita dalla IDW (che ha fatto anche una versione in bianco e nero nel formato originale delle tavole) e completamente ricolorata da Laura Martin (quella del Thor di Coipel per intenderci).

saldaPress ha detto...

Laura Martin, a mio modesto avviso, ha fatto un lavoro della madonna (accettando una sfida ai limiti dell'impossibile e vincendola).

DAVID MESSINA ha detto...

...concordo in pieno, e se ricordo bene ci ha vinto pure un Eisner Awards per il suo lavoro su Rocketeer!

Alessio ha detto...

Ma il Barba è quello a Numidio Quadrato?

RRobe ha detto...

Yep.

Alessio ha detto...

Perdona l'OT.
Secondo me il Barba (io e miei amici lo chiamavamo "Alan Moore" per via del capellume e barbume...) e il suo negozio meriterebbero un documentario, uno studio approfondito. Non so se sei andato di recente nel suo negozio: contiene il quadruplo della roba che potrebbe contenere (e che conteneva una volta), non si riesce a camminare oltre la cassa, gli scaffali probabilmente si tengono su grazie alla polvere con un sofisticato gioco di leve e ed equilibri. Moltissima roba è nascosta e irraggiungibile: ha wargames di 20 o 30 anni fa, alcune cose rare, ancora nuovi e imballati, perfettamente e meticolosamente nascosti sotto gli scaffali centrali, protetti da ditate di polvere e focolai di scabbia. Conserva dei fogli di quaderno, mangiati da tarli e muffa, con i prezzi in lire di suddetti giochi. Alla domanda "come fai a vendere le cose se non le esponi un minimo?" risponde "tu dimmi cosa ti serve, io c'ho tutto!" e prova a rifilarti una stampante usata che tiene dietro la cassa, dei vinili ben sigillati dentro uno scatolone, riviste porno anni '70 e via di questo passo...

saldaPress ha detto...

Ricordo che una volta Pasquale Ruggiero disse che voleva portare questo famoso Barba a Lucca e fargli interpretare Alan Moore.
Se non parlava e si limitava a firmare autografi, secondo lui nessuno se ne sarebbe accorto.
Peccato che non abbia avuto il coraggio di farlo (eh, perché ci vuole coraggio a fare 'ste cose; sì, lo stesso che serve per portare a Lucca i luchadores finti ;-)

Cosologo ha detto...

Mike Grell, non Greel.