2.8.11

Intervista a Gipi (o a Gianni Pacinotti, che dir si voglia).

Intervista realizzata un annetto fa per una rivista che poi non è mai uscita.
Ve la propongo adesso sia perché inedita, sia perché Gianni dice parecchie cose interessanti.








IL VOLTO DEL PADRE



Roma è bellissima oggi e io me ne sto su di una panchina, aspettando Mauro, che di mestiere fa il regista, di passione lo sceneggiatore e, quando qualche amico glielo chiede, si diletta pure come fotografo.

Oggi sono io quello che glielo ha chiesto e adesso mi tocca stare seduto a prendere il sole mentre lui si prepara per scendere. Mauro è molte cose, tra cui un grande amico, ma non è puntuale. E quindi, aspetto e ripenso alla ragione per cui mi trovo in quella situazione da lucertola metropolitana. Il fatto è che mi hanno chiesto un pezzo tematico sulle figure paterne. Io con i padri non vado tanto forte e quindi ho pensato di delegare la responsabilità a qualcun altro e mi è venuto in mente S. il fumetto di Gipi (al secolo, Gianni Pacinotti), tutto basato sul rapporto tra padre e figlio. Da S. Gianni, insieme alla compagnia dei Sacchi di Sabbia, ha tratto uno spettacolo teatrale, messo in scena al Circolo Degli Artisti di Roma. E qui entriamo in gioco io e Mauro: il piano è di incontrare Gipi al Circolo, intervistarlo e fare foto a lui e allo spettacolo.

Nulla di complicato, insomma, a patto che Mauro si faccia vedere.

E Mauro, con mezz’ora di ritardo, si palesa finalmente. Sul volto un bel sorriso radioso e a tracolla una borsa da donna.


“Che è quella borsa?”

“Per la macchinetta fotografica”.

“Non ne avevi una non da frocio?”

“La borsa etero si è rotta mentre stavo uscendo di casa, ho dovuto prendere questa. E’ per questo che ho fatto tardi. Che dici, andiamo?”


Andiamo.

Il Circolo degli Artisti è un locale fighetto che si finge centro sociale. Un posto dove i giovani si ritrovano per bere, ballare e fumare e sentirsi tanto centrosinistrini, senza per questo essere costretti a vestirsi da zecche e a dover sopportare i cani dei punkabbestia. Nel contesto desolante dei locali romani, trovo che il Circolo sia uno dei più tollerabili, anche se questo non significa che mi piaccia. Di pomeriggio però, scopro che è proprio un bel posto con quel suo grande giardino, il portico, i dondoli, il gazebo, i divanetti e, sopratutto, l’assenza dei suoi tipici avventori.

Ci incontriamo con Gianni nella sala in cui di solito fanno i concerti e i dj set e adesso adibita a teatro. Ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo chiacchiere da fumettari e poi iniziamo l’intervista.

RR

Con i tuoi fumetti hai vinto tutti i premi italiani e europei possibili, porti in giro due spettacoli teatrali (S. e La Mia Vita Disegnata Male), la critica ti adora, il pubblico ti venera, la televisione ti blandisce e il cinema ti aspetta... e adesso?


GP

Devo stare attento. In qualunque lavoro in cui ti esponi personalmente c’è l’ego che è pronto a mangiarti vivo e io penso che questa cosa qui, sia male. Quindi, anche se te, di tensione tua, di carattere tuo, di necessità tua, hai bisogno di buttarti fuori, di raccontarti agli altri, di esporti e pure metterti in mostra, devi sempre avere una lampadina che ti dice “stai attento, stai attento, stai attento”. Io uso me stesso per raccontare altra roba ma comunque sia, le mie frasi spesso iniziano con “io”. Io ho fatto, io ho detto, io vado... e questo, fino a che sei a livello di successo zero, come sono stato io per gran parte della mia vita, va bene, perché alla fine è come se racconti una storia buffa a un tuo amico. Quando però la tua voce va a più persone, e cominciano a dire che sei un autore molto amato, a quel punto dipende da chi sei tu. Se sei stato un bimbo amato perché era bravo, tu continui a ripetere quella cosa in cui sei bravo perché in quella maniera ti arriva lo stesso amore che ti arrivava da bimbo. E l’amore che ti arriva perché sei bravo è un amore che non si sente, che non ti fa nulla, che ti fa i buchi nell’animo, non te li riempie. E’ una cosa che ho sentito tanto su di me, mi ci sono fatto male fino al punto in cui ho detto: calmiamoci, io volevo questo? Volevo andare in televisione, fare queste stronzate? No. Mi piace l’idea di fare uno spettacolo come quello di questa sera, cercare di fare una cosa bella, ma non è l’applauso che ti deve far star bene, è il fatto che stai lavorando con gente che ti garba, che ti fai il culo con loro per fare qualcosa di bello. Quando pensi che l’applauso sia reale, che il pubblico ti ama davvero, sei fregato.


RR

Quindi, se non per la gloria, per...?


GP

Per quello che so io, su cento persone che conosco, novanta fanno il nostro mestiere perché c’hanno un buco di solitudine nello stomaco. E più producono, e più c’hanno questo buco grosso. Che poi devi anche vedere te le cose a cui dai peso. Io, da ragazzo, davo peso all’idea di fare un mestiere e magari diventare famoso, per essere libero, ma adesso che sono grande le cose che hanno peso sono più piccine. Ho conosciuto un po’ di gente che è diventata, più o meno, un personaggio mediatico... e sono pazzi. Li vedi e hanno dei comportamenti che vengono accettati perché viviamo in una società dominata dai media e quella sembra la normalità, ma ai miei occhi sono pazzi.

RR

Parlami di S.


GP

Lo spettacolo di S. è particolare e difficilissimo per me. E’ nato dall’amicizia che ho con i ragazzi della Compagnia dei Sacchi di Sabbia. Io di teatro non so un cazzo, mi ci sono avvicinato per amicizia loro. Per me il teatro era solo una rottura di coglioni per vecchi, una roba che mi ci portavano al liceo e io m’infrattavo con le ragazzine sui palchetti. Poi sono andato a vedere una cosa del Teatro delle Albe e ho preso una fiammata, una botta di vita nel muso incredibile. E dissi... ma allora è ganzo, c’è roba bella. E parlando con quelli dei Sacchi di Sabbia loro mi hanno proposto di fare S. dato che a loro era piaciuto molto il libro. E visto che la mia voglia di parlare a chi non c’è più, in questo caso mio padre, non si era esaurita con il libro, io gli ho detto “proviamo”. All’inizio abbiamo provato a fare degli esperimenti molto tecnologici, con immagini riprese e proiettate sui video e cose così... una merda. Sulla carta funzionavano ma dal vivo facevano vomitare. Sino a quando non abbiamo provato a improvvisare. Ci venne subito l’idea che i personaggi che raccontavo nel libro non potevano essere di carne, dovevano avere una presenza più vicina all’astrazione del disegno. Contattammo questo mascheraio che faceva le maschere per Gassman e Carmelo Bene che è un genio e gli abbiamo chiesto di studiare delle maschere da far indossare agli attori per interpretare i personaggi. Basandosi sui miei disegni le ha realizzato con il lino, che poi ha indurito e che io ho dipinto. Quando siamo andati a provare sul palco con le maschere sono successe cose pazzesche. Le maschere non solo ti fanno diventare un’altra cosa per quelli che sono fuori e ti guardano ma ti cambiano anche dentro, a te che le indossi. Quando abbiamo fatto la prima dello spettacolo a Pisa, c’erano mia madre e mia sorella in prima fila che piangevano come viti tagliate. Alla fine dello spettacolo mia sorella è andata da Giovanni, l’attore che interpreta mio padre, e gli ha chiesto come faceva a sapere come si muoveva nostro babbo. E Giovanni non lo sapeva, io non glielo avevo mica detto. La maschera fa sì che quando la guardi diventa quello che tu vuoi vedere, e mia sorella ha visto mio padre. E per me è lo stesso, io quando sono sul palco, accanto a Giovanni con la maschera del mio babbo addosso, e facciamo un dialogo abbastanza intimo anche se buffo, io lo vedo che cambia espressione e mi sembra davvero di avere mio papà accanto. E’ una cosa spaventosa da un lato, però siccome io e mio padre eravamo due bischeri quando lui era in vita, anche rincontrandoci siamo gli stessi due identici bischeri. Il mascheraio mi ha poi raccontato che questa cosa di far incontrare i vivi e i morti sul palco era propria del teatro greco, cosa che chiaramente ignoravo.


RR

E oltre alle maschere?


GP

Abbiamo dovuto trovare un modo per costruire lo spazio... perché il teatro non è come il fumetto, che le ambientazioni puoi cambiarle in ogni vignetta. Il teatro è uno spazio fisico, Se metti una barca sul palco, poi quella barca è lì e ci rimane se non la porti via. Quindi abbiamo scelto di non avere nulla, nessun oggetto, niente. Abbiamo costruito tutto con cambi di luce, movimenti sul palcoscenico e cose così.

RR

Il Gipi attore come se la cava?


GP

La mia parte è quasi tutta d’improvvisazione. Io ricordo poco e poi, se lo faccio a memoria, io non godo, non mi diverto. Devo andare a braccio. E il disastro è sempre dietro l’angolo.


RR

Come ti rapporti con il fatto di aver trasformato tuo padre prima in un fumetto e poi in una maschera?


GP

Per me, qualsiasi cosa finisce sulla pagina è santa. Non voglio fare il grosso ma mi faccio davvero il culo, emotivamente parlando, prima di mettermi a lavorare. Non mi metto a scrivere se prima non mi sono garantito di non fare stronzate dove posso sputtanare la memoria o gli affetti di qualcun altro. Però è pure vero che ogni tanto sgarro perché tutto quello che diventa una storia raccontata, per me è fuori dal mondo, non risponde alle regole del mondo, neppure a quelle della società. Ho avuto problemi con questa visione, con alcuni parenti ma pure con la mia donna, quando per esempio vado a raccontare qualcosa di relazioni sentimentali passate.


RR

Ti sei mai censurato?


GP

Solo con le persone con cui non ho un sufficiente affetto. Se non ti voglio abbastanza bene, non me la sento di appropriarmi delle tue robe. Tutti quelli di cui ho raccontato sono persone a cui voglio bene. Nella mia testolina semplice io penso che se ti voglio bene, non posso farti male. Quando racconto di mia madre, e ne racconto magari gli aspetti più crudeli, io non penso di fargli del male. Perché io ti racconto per come ti vedo, che non è la verità ma è il mio sguardo, e magari io ti vedo così e ti amo lo stesso. E non conosco una maniera di voler bene a qualcuno se non vederlo per quello che è e amarlo lo stesso.

RR 


Il tuo rapporto con la verità del racconto.


GP

Quando si lavora sulla carta siamo dio. Con il teatro devi abituarti a perdere il controllo a lasciare entrare anche gli altri che apportano il loro e magari cambiano il tuo. E quindi la figura che era mio padre, visto attraverso i miei occhi, sulla carta, magari non è più mio padre nello spettacolo. E allora trovi un distacco che è buono per lavorare. Poi intendiamoci, io, le cose davvero segrete tra me mio padre, non le ho messe nemmeno nel fumetto. Che poi, parlando con i vecchi, ho scoperto una cosa: questi hanno novant’anni e quando ti raccontano la loro vita, ti raccontano sempre gli stessi cinque episodi. Novant’anni, cinque giornate. E allora capisci che il racconto dell’esistenza, sia tua che altrui, non è mai un opera di comprensione delle cose ma di esclusione delle cose. E’ una sconfitta in partenza perché nel momento che tu decidi di raccontare un singolo giorno specifico, tu ne hai esclusi un altro milione, e lavorandoci, raccontandolo, quello poi diventa il tuo ricordo. Che è un opera di saccheggio e riduzione al minimo di quella che è l’esistenza di una persona. Alla fine, la mia adolescenza è diventata due episodi, gli anni della devastazione con la droga, altri due, e per la storia con mio padre è uguale. Se sei bravo a fare il tuo mestiere dovresti fare in modo che questa procedura di esclusione faccia in modo che ti tieni gli eventi non più importanti per te, ma più rappresentativi per quelli che non conoscono quello che racconti, che sappiano comunicare a più livelli, in maniera più universale. E’ una questione di metodo, del filtro che usi per scegliere cosa raccontare. E per me questo filtro è la compassione, una spinta a cercare di comprendere le esistenze degli altri, a sentire le esistenze degli altri, per capire quali sono quegli elementi che raccontano a tutti, che tutti si sentono addosso. Passerò per il Benigni di turno ma penso che sia l’amore e la comprensione che dovrebbe spingerti a raccontare. La voglia di critica, l’indignazione, nemmeno la rabbia, sono sufficienti, da sole, per me.


E sulle note dell’amore, l’intervista finisce. 
Gipi torna a provare sul palco e io e Mauro lo seguiamo, osservando i teatranti mentre lottano per far stare lo spazio della pagina all’interno del piccolo palco del Circolo degli Artisti. Al centro di tutti c’è Gianni, creatore e traghettatore di storie e adesso, storia lui stesso.

S. va in scena. 
E’ un bello spettacolo.

11 commenti:

The Passenger ha detto...

bella!

SimoMxM ha detto...

Non ci sono parole...Solo sorrisi. Grazie.

emptywords83 ha detto...

Grazie di averci resi partecipi.
Grazie!

Dana ha detto...

Bellissima intervista. S. è un fumetto che mi è piaciuto veramente tanto. Ora sono curiosa di vederlo a teatro...
L.

Ivan Vitolo ha detto...

bella!

ugo313 ha detto...

ho letto una volta da qualche parte un'intervista ad alan moore, e lui diceva più o meno la stessa cosa, parlando della regina vittoria in from hell, e arrivava ad affermare che la spinta a raccontare deve essere l'amore, anche se stai descrivendo hitler o pinochet.

il Barga ha detto...

bella! e quella cosa del buco dentro...

JESSICA ha detto...

Mi è piaciuto davvero tanto questa intervista perché permette di scoprire un personaggio ottimista, interessante e serio per quel che riguarda il suo mestiere. Grazie per la condivisione. Roberta di finanziamenti e prestiti INPDAP

AKAb ha detto...

meeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

Ivan Vitolo ha detto...

@jessica
che spammata di classe, complimenti ahahah

Emanuele "∞" Vulcano ha detto...

:D