28.9.11

Di pranzi, Amazzonia e altre cose importanti.

Un giorno squilla il telefono.
Risponde mia madre.
Vedo che si agita e poi mi viene incontro sventolando la cornetta del cordless e starnazzando tutta emozionata:
"ROBERTO! ROBERTO! E' Sergio Bonelli! Sergio Bonelli! Che bella voce!!"
Afferro il telefono, piuttosto incredulo, e dall'altra parte della cornetta qualcuno mi dice:
"Pronto, Roberto? Mi ha risposto una signora che ha detto che avevo una bella voce..."

Era proprio Sergio Bonelli che chiamava per complimentarsi per John Doe (che era appena uscito in edicola) e per invitarmi a pranzo, la prima volta che fossi passato per Milano.
Ringraziai cortesemente e gli dissi che sarebbe stato un piacere e un onore.
Poi attaccai il telefono.
E sì, in effetti, Sergio aveva davvero una bella voce.

Quando, poco tempo dopo, mi ritrovai a Milano, andai davvero a pranzo con lui insieme a Mauro Marcheselli e Tito Faraci.
Ero molto nervoso perché non sapevo bene cosa aspettarmi visto che le leggende sul conto di Sergio erano tante, quasi quante quelle su suo padre, e io non avevo idea se mi sarei trovato alle prese con l'avventuriero, l'oppressore, il salvatore, l'industriale, l'artista, l'artigiano, il pessimista, lo scorbutico, l'imbonitore, il domatore di leoni, l'incantatore di serpenti o chissà cos'altro.

Mi trovai di fronte a un signore.
Un signore distinto, squisitamente milanese, dai modi cortesi, molto bravo nel tener desta una conversazione e nell'intrattenere i suoi ospiti e molto sornione nel voler apparire meno furbo, acuto e colto di quanto era.
Io non gli chiesi lavoro (e non glielo chiesi mai) e lui non me ne offrì (e non me lo avrebbe offerto mai) e forse proprio per questo fu un pranzo molto piacevole che stabilì un legame di rispetto e che  divenne subito una tradizione delle mie frequenti sortire milanesi.
Ci furono molti pranzi e qualche cena da allora.
Furono sempre occasioni divertenti. O interessanti. O surreali. E, se devo essere onesto, qualche volta anche deprimenti (l'inguaribile pessimismo di Sergio certe volte riusciva ad avere la meglio sul mio altrettanto inguaribile entusiasmo).
Una volta, subito dopo aver iniziato a lavorare per lui, ci fu anche un pranzo in cui Sergio recitò la parte dello sceriffo cattivo che spiega allo straniero senza nome come funziona la legge nella sua città e fu una cosa buffa. E spaventosa.
La verità è che, indipendentemente dal tenore delle nostre conversazioni, mi sono goduto ognuno di quei momenti perché poco importa se Sergio parlasse della sua Amazzonia, del porno degli anni '70, del cinema western, di Parigi, di Milano o di Manaus: lui sapeva raccontare.
E non è mica roba da tutti.

Ma non è per qualche buon pranzo e una manciata di chiacchiere che ho voluto e voglio bene a Sergio.
E non è per quello che lui ha rappresentato per il fumetto italiano, o per i personaggi che ha saputo creare, per gli autori in cui ha creduto e che ha sostenuto, per le pagine che ha scritto o per l'inappuntabile tenuta etica della sua azienda.
Questa è tutta roba di cui parleranno i critici e gli storici del fumetto.
Per quanto importante (almeno per me), la ragione non riguarda neanche il fatto che pur divertendosi a punzecchiarmi per il mio cercare di spingermi sempre un pelo oltre i confini del fumetto popolare, mi ha sempre dato completa fiducia e la piena libertà di fare.

Molto più semplicemente, io voglio bene a Sergio Bonelli perché in uno dei momenti più brutti della mia vita, quando ci conoscevamo appena e lui non aveva nessuna buona ragione al mondo per esserci, quel distinto signore milanese che aveva paura delle malattie e che non ne voleva nemmeno sentirne parlare, figurarsi incontrarle, c'era.
E c'è sempre stato, da quel momento in poi.

Non è poco.
Non è dimenticabile.
E vale più di qualsiasi altra stronzata che potrei dire sul suo conto.


Mi mancherai Sergio.
Avevo appena iniziato a farti incazzare.

13 commenti:

Raul Cestaro ha detto...

Bel ricordo, Roberto.Mi ha ribadito la consapevolezza che avrei voluto vivermelo di più, il "Signor Bonelli".

PECCATO.

Tito Faraci ha detto...

È dura, Roberto. Durissima.
Ciao
Tito

Greg ha detto...

:)

Planetary ha detto...

Mi trovai di fronte a un signore.
Fine :)

The Passenger ha detto...

Ho incontrato l'ultima volta il Signor Bonelli verso primavera in una delle mie visite in redazione a trovare quel mattacchione del mio amico Franco Busatta....dopo aver fatto giusto due chiacchiere anche con Michele Masiero, ho regalato una copia del ns albo gigante a S.B. e lui, dopo avermi fatto i complimenti e aver saputo che il disegnatore è di Haiti, mi ha accompaganato a vedere sulle coloratissime pareti della sede, la sua collezione di quadri appunto comprati ad Haiti. Bonelli era entusiasta e elogiava la perizia e la bravura naif di quegli artisti, è stato un grande viaggiatore che ci ha offerto una montagna di viaggi e avventure. Non lo conoscevo ma mi piaceva.

asbadasshit ha detto...

Vaffanculo, ero riuscita a non piangere, finora.

Tyler ha detto...

:|

dedalus ha detto...

su che cosa era cosi pessimista Bonelli? L'industria del fumetto, l'economia del paese, i gusti dei lettori ....?

Lorenzo ha detto...

Davvero un ricordo fantastico.
Si capisce molto chiaramente quanto abbiamo perso in questi giorni; anche per chi, come me e come molti, non hanno avuto il piacere di incontrare Sergio.

Giorgio Salati ha detto...

Bellissimo ricordo. Mi resta l'amarezza di non aver avuto occasione di conoscerlo anch'io oltre a quelle due parole occasionali. Ero certo che un giorno sarebbe successo, e invece quel giorno non arriverà mai.

Viviana Boccionero ha detto...

Il Signor Bonelli, di J RR Tolkien. Una sviolinata per orchi onanisti.

Minas Tirith (terrazza): "Non restami che sortire", disse il re fuso.



Sai chi era pessimista, RRoby? Stanley Kubrick.

Marco Bertoli ha detto...

Non ho capito una cosa:

Io non gli chiesi lavoro (e non glielo chiesi mai) e lui non me ne offrì (e non me lo avrebbe offerto mai)

Allora non hai mai lavorato per lui?


Una volta, subito dopo aver iniziato a lavorare per lui,

Allora hai lavorato per lui!

RRobe ha detto...

Non sempre per lavorare per qualcuno ci deve essere qualcuno che chiede e qualcuno che offre.
Certe volte succede per caso.
Altre volte, perché è semplicemente naturale.
E' stato così per me.