1.9.11

Intervista a Sclavi

300 numeri e 25 anni di vita per Dylan Dog.
Celebriamoli con una intervista al suo creatore Tiziano Sclavi, a opera del vostro RRobe di quartiere.



La critica, nel corso degli anni, ha individuato nel tuo lavoro su Dylan Dog
un approccio coscientemente postmodernista, inedito per il mondo del fumetto.
A mio avviso però, prima ancora di questo aspetto (che pure è presente), c'è una riproposizione, ugualmente cosciente, di quanto fatto da Gian Luigi e Sergio Bonelli, su Tex e Zagor, personaggi usati dai loro autori come contenitori universali in cui inserire tutte le suggestioni (cinematografiche, letterarie e fumettistiche) che, nel corso degli anni, li avevano colpiti. In sostanza, a mio modo di vedere, Dylan Dog è un fumetto nel pieno segno della tradizione originale della Bonelli piuttosto che un portatore di elementi sovversivi all'interno di questa realtà. E' davvero così?

Sono ignorante, non so bene cosa voglia dire postmoderno. Comunque hai ragione, Dylan nasce come fumetto Bonelli, com’è giusto che sia, sia pure con qualche novità (non sovversiva, spero, amo e rispetto molto la tradizione della Casa editrice).

Nonostante Dylan sia il carattere più Amletico della scuderia Bonelli, la sua codificazione come personaggio è molto rigida e definita.
Ha un costume, ha un suo tormentone, ha tutta una serie di tratti caratteriali e fisici che lo definiscono in maniera inequivocabile, al punto da rischiare di trasformare il personaggio (quando scritto senza la necessaria accortezza) in una sorta di macchietta stereotipata. Il tuo approccio mi è sempre sembrato vicino a quello operato dai Broccoli nel codificare il James Bond cinematografico. In questo, personalmente, ho sempre avvertito una sorta di contraddizione: da una parte abbiamo un personaggio che, per sensibilità e sentire, è immerso nell'universo del dubbio, dall'altra parte abbiamo una caratterizzazione di quello stesso personaggio che è netta e priva di sfumature. Hai mai avvertito questo conflitto? E, se questo conflitto esiste, dipende forse dalla transizione dal personaggio originale di Francesco Dellamorte a quello di Dylan Dog?


Mi ci fai pensare tu in questo momento. Ma la caratterizzazione è indispensabile in un personaggio seriale, deve creare affezione e direi perfino assuefazione nel lettore. Se poi c’è anche un po’ di profondità psicologica in più, tanto meglio. Forse funziona proprio questo: la contrapposizione tra la definizione precisa del personaggio e il suo essere in realtà molto più indefinito.


Nel leggere (e scrivere) Dylan Dog, l'impressione che si ha è che tu non ti sia mai dato delle regole di sorta negli strumenti da utilizzare. Hai sempre usato ogni strumento che il medium fumetto ti metteva a disposizione, pur di ottenere l'effetto emozionale che ricercavi. Talune volte anche a scapito della coerenza interna del linguaggio dell'albo (penso, per esempio, all'utilizzo di didascalie di pensiero in una sequenza centrale del primo numero di Dylan, unico caso in tutto l'albo ma fortemente necessario per massimizzare l'effetto della sequenza in questione).
In sostanza, a mio modo di vedere, il tuo approccio al fumetto è praticamente antitetico a quello di un altro grande innovatore italiano, quel Giancarlo Berardi che, con Ken Parker, ha eliminato tutta una serie di strumenti propri del medium, per far aderire maggiormente il suo lavoro al medium cinematografico. E' un'analisi corretta? Si è trattato, nel caso, di un approccio ragionato?

Non lo so, scrivo così, un po’ come mi viene, senza pormi grandi questioni teoriche. Il fumetto è un mezzo molto limitato, cerco di sfruttarne tutte le possibilità.


Sei stato il precursore del sentire degli anni '90 con il loro politically correct e, insieme a Bret Easton Ellis e al suo American Psycho, hai contribuito a scavare la fossa agli anni '80. Te ne sei mai pentito?

Non facciamo paragoni esagerati. Bret Easton Ellis è un grandissimo scrittore mondiale, io sono un povero fumettaro italiano. Non ho contribuito proprio a niente.


Quando scrivo Dylan Dog, nulla mi toglie di mente che l'elemento più palesemente terrorizzante di tutta la messa in scena sia Groucho, personaggio che, per me, solo in apparenza ricopre il ruolo della tradizionale della spalla comica Bonelli ma che, in realtà, presenta dei lati a dir poco inquietanti. E' solo una mia personale debolezza o, nel concepire il personaggio, gli hai donato consapevolmente questa carica di follia orrorifica?

No, non me ne sono mai accorto. Dylan Dog, già nel progetto, era un fumetto un po’ “forte”, diciamo vietato ai minori di quattordici anni, anche se non è mai stato dichiarato esplicitamente. La funzione di Groucho era semplicemente di allentare un po’ la tensione, di tanto in tanto. Umberto Eco mi ha detto che uno dei motivi per cui leggeva Dylan era che credeva di sapere tutte le barzellette del mondo e invece Groucho ne diceva di nuove che non conosceva. Follia sì, senz’altro, ma orrorifica non so.


Più volte hai detto che lo sfumare degli elementi horror in Dylan Dog è derivato dalla mutata sensibilità del suo pubblico. E così, come lo splatter è sparito dalle sale cinematografiche negli anni '90, così è sparito dalle pagine di Dylan, in quella stessa decade. Lo splatter e l'horror, però, nelle sale ci sono tornati da parecchi anni ormai, come mai non è accaduto lo stesso con Dylan? E' credibile ipotizzare che "Caccia alle Streghe" abbia trovato una sua amara conclusione metafumettistica e che gli inquisitori abbiano vinto?

Ho detto che i cambiamenti di Dylan dipendono dai gusti del pubblico? Mi sorprende. Ricordo di aver detto che i miei gusti cambiano. D’altronde, grazie al cielo, in Bonelli non si sono mai fatte ricerche di marketing: abbiamo sempre fatto quello che piaceva a noi. Quanto a “Caccia alle streghe”, era una metafora politica senza tempo. No, gli inquisitori non hanno vinto, ma sono sempre forti. La lotta deve continuare.


Nonostante la tua frase "i disegnatori non è gente" sia diventata una specie di luogo comune del settore, leggendo le tue sceneggiature (qualcuna in giro si trova), appare evidente come tu abbia sempre cercato di stabilire un rapporto molto diretto con i disegnatori con cui ti trovavi a lavorare. Oggi, per necessità produttive e scelte redazionali, poter scegliere in proprio disegnatore, in Bonelli, è un lusso che viene concesso a pochissimi e certe volte capita anche di lavorare senza sapere a quale disegnatore verrà affidata la propria storia. Come hai vissuto il tuo rapporto con i disegnatori e non credi che una netta separazione tra disegnatori e sceneggiatori finisca per influire negativamente sulla qualità complessiva di una serie?

Non sapevo che quella frase fosse trapelata. Ci deve essere una fuga di notizie. Comunque era chiaramente un paradosso, come dire a una femminista “le donne non è gente”. Seriamente, ho sempre detto che il fumetto è un’opera collettiva: sceneggiatore, disegnatore, letterista, redazione. Per quanto mi riguarda, nessuna separazione.


Molte leggende circolano sul tuo conto e sul tuo rapporto con la scrittura, alcune alimentate da te direttamente (attraverso le tue rare interviste), altre per sentito dire. Una di queste leggende vuole che il tuo allontanarti dalla scrittura sia dovuto alla delusione derivata dal mancato successo (di pubblico, più che di critica) dei tuoi romanzi. Era davvero così importante l'affermazione come scrittore puro, per te? E, se sì, perché?

Ma no, non era importante. Certo, non mi ha fatto piacere, ma era una piccola cosa. La verità è che sono vecchio e stanco, praticamente in pensione.


Sono in molti a ritenerti uno dei più grandi scrittori di fumetti di sempre. La tua fama, però, paga il dazio alla tua nazionalità. Ti sarebbe piaciuto nascere in America o in Inghilterra e avere accesso a quel tipo di mercato (e al suo sfruttamento commerciale), con le tue opere?

Ho letto per caso da qualche parte su Internet, in una mia biografia, che appunto se fossi nato in America sarei diventato famosissimo. Ringrazio chiunque l’abbia scritto ma non lo so, in queste cose non si può mai dire, di gente brava loro ne hanno tanta. Della fama m’importa poco o niente, ma dello sfruttamento commerciale sì, i soldi sono importanti.


Ti è mai pesata l'ombra di Dylan Dog?

No, perché? Siamo amici.


So per certo che sei ancora un grande appassionato di cinema e ricordo di aver letto che, per qualche tempo, sei stato anche un videogiocatore. I fumetti li leggi ancora per motivi non professionali?

Adoro i videogiochi, sono l’undicesima musa. E da sempre adoro il cinema. I fumetti li leggo ogni tanto. Qualche graphic novel. Ma più che altro rileggo le mie passioni, Tintin, Astérix, Jeff Hawke, Dick Tracy… Proprio in questi giorni sto rileggendomi tutti i Peanuts.



Un enorme grazie a Tiziano Sclavi per il tempo che mi ha dedicato e a Andrea Queirolo, che ha voluto e reso possibile questa intervista, anche se il risultato ha preso una forma diversa da quella che speravamo entrambi.
Non abbatterti, Andrea. Il saggio dice: il cielo è azzurro, l'acqua è bagnata, e i predatori sono sempre in agguato e sempre più forti... il nostro motto è "sii sempre pronto".