13.10.11

Di un concerto di Alice Cooper e di altro.





Vincent Damon Furnier.
Nato nel 1948.
In attività da quarantadue anni.
Ventisei album incisi in studio. L'ultimo uscito il mese scorso.
Nel 1973 ha fatto cambiare legalmente il suo nome in Alice Cooper.
In concerto a Roma, ieri sera.

Per l'occasione ho promesso di truccarmi e arrivare presto.
Riesco a tenere fede a una su due, arrivando a concerto quasi iniziato ma con la mia faccia di Alice addosso.

All'Atlantico c'è poca gente.

Troppo poca per uno che ha inventato lo shock rock, ha realizzato almeno tre album che sono entrati nella storia della musica, è stato definito da alcuni (in maniera provocatoria ma anche no) come uno dei massimi poeti del ventesimo secolo, ha creato alcuni modi di dire (No more Mr. Nice Guy è il più conosciuto), è stato il protagonista di un fumetto scritto da Gaiman (uno dei suoi rari, belli), è stato il modello di un paio di pupazzetti della Todd Toys, è apparso in un sacco di film nel ruolo di sé stesso o in quelli del principe delle tenebre, è amico di Carpenter e lo è stato di Dalì, di Vincent Price, di Zappa e di un mucchio di altri.
Troppa poca gente per quello che, a tutti gli effetti, è una leggenda vivente della cultura popolare americana e non solo.
Ma che ne sanno gli italiani delle leggende, in fondo? Noi abbiamo i santi, e pare che ci bastino.

Io e Mary ci riuniamo agli altri amici e entriamo.
Il bello dell'ex-Pala Cisalfa è che gli hanno rifatto l'acustica, che il palco è basso e che il capannone ha una base più quadrata che rettangolare. Significa che il concerto si sentirà bene e si vedrà da vicino.
Fantastico.
Cooper apre in grande stile: introdotto dal monologo che Vincent Price ha interpretato per lui, emerge dalle tenebre sulla sommità di un trono alto tre metri con un costume da ragno.
Parte Black Widow ed è subito evidente a tutti che Vincent è in serata buona perché ha la voce e sembra divertirsi. Inoltre, la band alle sue spalle è una convincente miscela di talento e mestiere: Chuck Garric è un basso è roccio, alle chitarre, Tommy Heriksen e Orianthi forniscono l'estro mentre Steve Hunter si preoccupa del solido professionismo, alla batteria c'è un sorprendente Glen Sobel. Funzionano tutti a meraviglia.

I concerti di Cooper sono quasi un rito religioso che si perpetra da decenni attraverso le stesse fasi.
Si parte con una sezione molto tradizionale, si passa poi alla parte più teatrale dello show, e si chiude in parodistico trionfo.
L'unica differenza che contraddistingue uno show dall'altro, è la posizione in scaletta di No More Mr. Nice Guy. Se è nella seconda parte dello spettacolo, vuol dire che l'esibizione avrà una forte struttura drammaturgica e narrativa di cui il brano non sarà solo parte integrante, ma anche conclusione.
Se, invece, la canzone è nella prima parte, allora lo show sarà più canonico e meno spettacolare.

Date le ridotte dimensioni del palco dell'Atlantico, non rimango troppo deluso quando Alice esegue il brano quasi in apertura. A conti fatti, un concerto di Alice Cooper è sempre un concerto di Alice Cooper. Anche quando è in tono minore.
Il resto è tutto come da programma: ci sono i dollari distribuiti al pubblico, c'è il mostro di Frankenstein alto due metri e mezzo, c'è il fotografo inopportuno che viene ucciso sul palco e il manichino della donna violentato, c'è la ghigliottina e la decapitazione, ci sono i palloni giganti che sul pubblico e che Alice fa scoppiare,  c'è il commiato sulle note di Scholl's Out e c'è l'encore su quelle di Elected (con Alice che sventola la bandiera italiana e non si rende conto che la parodia del poltico che mette in scena, noi la chiamiamo Presidente del Consiglio).
Insomma, tutto fila come deve.
Alice fa il suo show, suonando per un migliaio scarso di persone come se suonasse per centomila.
E io, guardando lui e lo sparuto pubblico che ha davanti, non posso fare a meno di chiedermi:
Ma chi glielo fa fare?
Tenendo conto del rispetto di cui gode in patria e dei soldi che ha fatto, ma non si divertirebbe di più a starsene su un campo di golf o a guardare uno dei suoi amati film horror?
Può essere che, all'età di mia madre, abbia ancora il bisogno di salire su un palco per farsi acclamare da quattro scemi di italiani che lo conoscono appena? Il pubblico e il successo generano davvero questa dipendenza?

Su queste riflessioni, me ne torno a casa con Mary.
Devo portare Grinta a fare i bisogni.
Salgo. Piglio il cane. Scendo di nuovo.
In strada, un paio di ragazzi mi guardano strano.

Ho ancora il trucco addosso.
La faccia di Alice che mi sono preso cura di indossare solo per rendere omaggio a qualcuno che neanche mi conosce e che nemmeno mi ha visto.
E mentre Mary mi strucca, mi viene in mente che, forse, la risposta alla mia domanda è tutta lì:


Live Fast.
Love Hard.
Die with your mask on.


Vivi Veloce. Ama Forte. Muori con la tua maschera indosso.