13.12.11

Sono qui per la Gang Bang.


Che uno pensa che sarà una cosa eccitante e invece finisce che certe volte ti ritrovi a stare nudo, in uno stanzone disadorno, circondato da dei sconosciuti, sperando che nessuno ti venga per sbaglio sul ginocchio.
Fortunatamente, non è questo il caso.
Ma quasi.

Oggi in edicola esce Gang Bang, volume a fumetti, ideato e curato da Andrea Voglino e allegato al quotidiano Il Manifesto. Tra le storie di molti altri stimati colleghi, anche la mia.
Adesso, per amore di onestà intellettuale e per una specie di obbligo morale nei confronti vostri e del blog, devo essere sincero: per quanto abbia apprezzato molto l'idea e l'entusiasmo che Andrea ha messo nel progetto, il risultato finale mi ha lasciato freddino.
Ho trovato l'operazione molto acerba sotto il punto di vista editoriale (tutto il volume mi somiglia troppo a certi annuari di fine corso che stampano nelle varie scuole di fumetto) e debole dal lato artistico (nonostante i bei nomi coinvolti, il livello medio delle storie mi è parso, appunto... medio).
E visto che ero perplesso, ho scritto ad Andrea.
Ne è venuta fuori l'intervista che vi riporto qui sotto:



Prima di tutto, parlaci del progetto. Come è nato, con quali intenzioni e quali obiettivi.

Obiettivo principale: ampliare il bacino d'utenza di un quotidiano che da troppi è ritenuto a torto un giornale snob, pallosetto, fuori tempo massimo. Obiettivo secondario: dimostrare che sulla scena dei cosiddetti allegati ci può essere spazio per qualcos'altro oltre a ristampe di collane "a prova di bomba" o ai romanzi grafici che abbiamo visto in edicola dal nuovo millennio in poi. L'ambizione è quella di scommettere su una terza via che metta insieme autori di indiscutibile talento con spunti reali rubati alla cronaca: come ho già detto, una versione aggiornata e più adulta dei "fumetti di realtà" usciti a suo tempo sul Corriere dei Ragazzi di Giancarlo Francesconi. Un prodotto popolare, ma non privo di slanci ideali, figlio (imbastardito?) delle storie raccontate da tanti sceneggiatori e disegnatori ormai fuori quota radar. Uno speciale che, se tutto dovesse funzionare come ci auguriamo, potrebbe portare un gradevole refolo d'aria in un mercato un tantino ingessato, ma anche negli studi degli autori.

Abbiamo già avuto modo di discutere sulla messa in essere di quella che era la tua idea iniziale e sai bene che ho un punto di vista critico sul risultato finale. Tu sei contento del volume?

Premesso che per principio e per carattere non riesco mai a essere contento al cento per cento di quello che faccio, credo che Gang Bang costituisca il miglior compromesso possibile tra budget, tempi di lavorazione, impegni reciproci e altre storie di ordinaria sopravvivenza. L'idea di offrire ad autori che normalmente trottano entro recinti ben delimitati un brief più lasco del normale ha raccolto grandi entusiasmi, permettendoci di riunire sotto la stessa bandiera un cast artistico che non mi vergogno a definire eccezionale. Poi c'è stata la paziente attesa di un lavoro che visti gli attori coinvolti non poteva che sottostare a tempi di lavorazione ora lunghissimi, ora convulsi. Poi c'è chi si è immedesimato subito nel ruolo e chi invece ha sudato un po' di più a trovare la propria strada fra cronaca e immaginazione. Personalmente, se potessi tornare su quanto fatto fin qui, irrobustirei la foliazione quel tanto che basta per accostare ai fumetti i pezzi del Manifesto che gli autori hanno usato come reference: ma a parziale risarcimento, ti anticipo che stiamo ragionando sulla possibilità di ricavar loro uno spazio ad hoc sul sito del quotidiano. 

Personalmente, ho avvertito molto l'assenza di una linea tematica forte. Le storie mi sembrano storielline, una via l'altra, senza molto da dirsi o da dire. Avrei preferito, insomma, una direzione artistica ed editoriale più forte. Tu, oggi, rifaresti le cose come le hai fatte o cambieresti qualcosa?

In termini di direzione editoriale, non cambierei granché: quello del "poliziotto cattivo" è un ruolo che trovo davvero mortificante per chi lo subisce ma anche per chi lo esercita, e quando posso tendo a evitarlo come la peste. Soprattutto in un progetto che punta a valorizzare al massimo la libertà creativa di un gruppo di autori già rodatissimi e in grado di camminare sulle proprie gambe. Sulla debolezza delle storie, come si diceva negli Anni 70, non raccolgo la provocazione. Tolta Piombo rovente e manici di scopa, che è né più ne meno l'introduzione disegnata del volume, abbiamo storie che toccano corde e generi molto diversi, dalla fantascienza cospirazionista al what if, all'avventura classica, al dramma sportivo, al docudrama. Credo che per confutare qualsiasi sospetto di superficialità basti uno sguardo alla meticolosità di Casini, Ponchione, Ferracuti e Cicarè, ai colpi sotto la cintura di Enoch e Petrucci o alla stratificazione di materiali e riferimenti pop accumulati da Casali e Camuncoli, Faraci e Venturi o ancora Cajelli & Mutti. Per come la vedo io, ci volevano talento e capacità di tocco per reinventarsi la discografia possibile dei Nirvana redivivi di Kurt, sperimentare soluzioni grafiche altre rispetto alle consuetudini degli autori come quelle di Giù dal carro del diavolo o The Rumble in the Jungle o rileggere da punti di vista inconsueti fatti come il disastro di Chernobyl o i cinepanettoni di Come Sansone o Armi di distruzione di massa. Il progetto puntava ad andare oltre il comic journalism o la semplice satira e proporre qualcosa di inedito e sorprendente. Un traguardo che ci sembra di aver centrato.

Sempre dal mio punto di vista, trovo pure che gli autori presentati non abbiano rischiato quasi nulla, limitandosi a fare un bel compitino, a buttarla sul ridere o mettendo in scena storielle minimali, senza la volontà di graffiare davvero (e si badi, metto anche il mio lavoro nel calderone). Può essere che, forse, gli autori di fumetto, abbiano meno da dire sul mondo reale che ci circonda rispetto, chessò, a quelli della satira (penso, in particolare, a Makkox).

Makkox oggi secondo me è il miglior satiro in circolazione, ma in quest'ammucchiata abbiamo scelto di non coinvolgerlo proprio perché ci tenevamo a schivare qualsiasi sospetto di attinenza con esperienze editoriali recenti come quelle pur ottime e abbondanti prodotte da Becco Giallo o Coniglio Editore. Si è trattato di una scelta, per così dire, identitaria. Sulla distanza fra gli autori e il mondo reale, direi che è un bello spunto di discussione. In molte delle storie realizzate per Gang Bang, io ho ritrovato germi barricaderi già intravisti in forma embrionale in fumetti che mi piacciono, come Hasta la victoria, Lilith o Milano Criminale, qui ribaditi in maniera più robusta, dichiarata e parziale. Una cosa, poi: non dimentichiamoci che Gang Bang è la prima pubblicazione antologica d'autore dalla metà degli anni 90 a oggi, a parte testate erotiche come Blue o diaristiche come Animals. Praticamente si tratta di un prototipo, visto che di un certo modo di fare fumetto si erano perse le tracce da una buona quindicina d'anni. Qualche bullone da stringere sarebbe nell'ordine delle cose, visto che tornare a praticare un certo tipo di linguaggio fumettistico è un po' come rifare l'esame di guida dopo vent'anni di patente. La speranza è che la macchinetta mostri abbastanza personalità e carattere da stare in strada.

Personalmente ho sofferto molto l'assenza di un apparato redazionale e grafico più importante. E' una scelta voluta?

Sì. Da quotidiano molto scritto e molto pensato, abbiamo deciso di lasciare la parola ai fumetti. L'idea originale, anzi, era di puntare a un formato esagerato da mezzo tabloid che sarebbe piaciuto molto al vecchio Magnus, ma molto meno a edicolanti e librai. Poi, la ragion di stato e i preziosi consigli di BD ci hanno convinto a ripiegare sul formato Texone. Per il resto, il format è "no-frills", spartano, robusto, semplice ed efficace, senza fronzoli né distrazioni, con attenzione abbastanza maniacale all'editing puro e semplice: omogeneità, maiuscole e minuscole, centratura dei balloon, leggibilità del lettering, aggiornamento delle biografie, roba così. Un refuso in effetti ci è scappato, ma è un lapsus così carino che lo considero una sorta di valore aggiunto a una storia che di valore ne ha già di suo.

Cosa c'è da aspettarsi per il futuro?

La speranza è che il pubblico apprezzi il volume e dia ossigeno al manifesto, che mai come in questo momento ha bisogno di tutto il sostegno possibile, visto che i tagli del governo Berlusconi l'hanno ridotto a rischio vita come molte altre testate indipendenti di tutti gli orientamenti politici. Se poi Gang Bang dovesse funzionare, può darsi che l'iniziativa abbia un seguito. Personalmente, per eventuali seguiti tematici vedrei benissimo una periodicità annuale. Ma per ora, meglio fare un passo alla volta. Vediamo come va.


E con questo è tutto.
Ringrazio Andrea per la disponibilità e vi invito a buttare uno sguardo in edicola da oggi e valutare da soli la qualità di Gang Bang.

5 commenti:

Nebo ha detto...

Per la prima parte hai tutta la mia comprensione.

senility ha detto...

Finanziarsi con i fumetti. Al Manifesto si che sono anticapitalisti veri.

Antonio ha detto...

Io non so per quale strano motivo l'ho trovato in edicola mentre ero in vacanza a Sant'Arcangelo di Romagna già Domenica mattina e l'ho comprato.Trovo che nessuno abbia rischiato e sono quasi tutti compitini insipidi, m'è piaciuto molto il modo di raccontare di Ponchione, nel suo racconto trovo un pò più anima degli altri.
Solo un giudizio da lettore.
Antonio

michele petrucci ha detto...

Essendo parte in causa non voglio esprimere giudizi sul libro. Io ho cercato di lavorare al meglio delle mie possibilità sperimentando anche vie per me nuove. Ma penso sia molto difficile colpire in profondità un lettore con un racconto breve. Del resto non mi sembrava neanche l'idea base di un progetto del genere.

PS anche a me è piaciuto molto il racconto di Ponchione :)

wondernauta ha detto...

Ponchione e Cicarè, i migliori della gang!