5.12.11

Non ci hai pensato davvero.

Ho riflettuto a lungo sull'opportunità, o meno, di parlare di Davvero di Paola Barbato.
Perché, da una parte, ritengo che si potrebbe dire molto sulle basi progettuali e artistiche che stanno dietro a questo fumetto per il web e sulla loro messa in pratica. Dall'altra parte però, c'è sempre quella forma di censura che ci permette di parlare del lavoro dei nostri colleghi (e, in questo caso, amici) solo quando la nostra visione critica è pienamente positiva, rendendoci però muti quando il prodotto non ci convince in pieno.
Adesso, pur ritenendo questa convenzione ipocrita e molto dannosa (perché penso che attraverso un confronto onesto e aperto, si potrebbe crescere tutti meglio), non sono intenzionato a infrangerla.
Non oggi, almeno.
Ho deciso però di intervenire su un discorso che è a margine del progetto di Paola e che mi sta molto a cuore, specie nel preciso momento storico in cui ci troviamo.

Riporto qui di sotto uno stralcio tratto da un'intervista che Paola ha rilasciato sul blog di Antani (sì, quello che mi ha clonato l'indirizzo web):


Una volta che il progetto si è evoluto allora in molti sono entrati a gamba tesa sulla questione "soldi", cercando di farmi passare per una sfruttatrice. Ma i ragazzi sono adulti e vaccinati, sapevano che quelle sei tavole non gli avrebbero fruttato soldi ma solo visibilità, ed è abbastanza offensivo affermare che siano stati circuiti. Del resto neanche io ci guadagno nulla...


Dunque, io non so bene se Paola si riferisse a me, o meno perché, sì, qualche frecciatina sulla questione l'ho lanciata (non solo a lei, comunque).
Potrei chiederglielo facendogli una telefonata ma, in realtà, non è nemmeno importante.
Perché è verissimo che io vedo nella questione economica un punto di forte criticità per tutto il suo progetto.
La questione è che, dal mio punto di vista, il discorso di Paola sul fatto che i disegnatori sapevano che non sarebbero stati pagati ma che gli stava bene in funzione un investimento in termini di visibilità, somiglia troppo alle tante offerte di lavoro che si vedono in giro oggi e che stanno tagliando le gambe alle nostre generazioni più giovani (e non).

"Vieni a fare uno stage da noi. Lavori otto ore al giorno, tutti i giorni e senza retribuzione. Non guadagni una lira ma fai esperienza e stringi contatti e poi, chissà, magari da questo nascerà un lavoro vero. Come dici? E' un'offerta tremenda e dovremmo vergognarcene? Forse sì... ma qualcuno ti ha offerto di meglio?"

E, no.
Il fatto che nemmeno Paola veda soldi da questa cosa non la mette sullo stesso piano dei suoi disegnatori. Perché c'è una differenza grossa come una casa, etica e artistica, tra un professionista che un lavoro retribuito ce l'ha e che decide, per sua libera scelta, di pendersi gratis, in nome della passione o della voglia di fare qualcosa di diverso, e l'aspirante che accetta di lavorare gratis perché nessuno gli ha proposto del lavoro pagato.
Il mondo reale, quello che Davvero vorrebbe evocare, non è fatto da giovani ragazze della Brescia bene a cui vengono offerti ventimila euro in una busta. Il mondo reale è fatto da persone che, in questo momento, sono disposte a fare qualsiasi cosa e non per un guadagno immediato (magari!), ma solo per la promessa che, un giorno, grazie a quanto fatto, si possa iniziare a lavorare in maniera retribuita.

Ma le mie perplessità non sono legate solo a questo.
C'è anche il discorso sulle responsabilità.

Perché nel momento in cui tu non sei un pinco pallino qualsiasi ma un autore affermato, con un nome che ha un peso, quella visibilità che offri come contropartita al mancato pagamento è sì ampia ma, proprio per questo motivo, pure impietosa.
E diventa quindi  tuo preciso dovere fare in modo che quell'esordiente volenteroso sia pronto e che non venga gettato nell'arena in pasto ai leoni solo perché tu non hai trovato dei gladiatori migliori (che, vogliono essere pagati).

Nell'attimo in cui tu dai visibilità a qualcuno, se quel qualcuno è bravo e pronto, gli stai facendo un favore.
Ma se quel qualcuno pronto non lo è, gli stai facendo un danno, visto che la gente lo giudicherà con una durezza molto maggiore rispetto a quella con cui si giudica un autore esordiente che inizia a pubblicare su prodotti di profilo più basso.

Quindi, no, Paola, io non credo che tu sia una sfruttatrice.
Anzi, sono sicuro che nel dare vita a Davvero tu sia stata animata dalle più nobili intenzioni e credo che tu sia convinta che questo progetto farà bene al nostro settore.
Però credo che tu stia sbagliando e che abbia agito con poca consapevolezza.
E purtroppo penso che l'esempio di Davvero, se emulato (e verrà emulato, puoi giurarci, e non solo da persone in buona fede come te), finirà per dare vita a un sistema produttivo ancora peggiore di quello attuale (con le solite nobile eccezioni).

Chiamatemi dinosauro ma, oggi più di ieri, continuo a credere che il lavoro debba essere pagato.
Per una questione etica ma pure per una questione di puro e semplice professionismo.