28.2.11

Yakuza 4 - Gomorra 0

Yakuza 4 è l'ultimo capitolo di una serie che in Europa, e ancora di più in Italia, ha sempre avuto grossi problemi di distribuzione e adattamento.
Questo nuovo episodio, a quanto pare, dovrebbe arrivare anche sui nostri scaffali (seppur privo dei sottotitoli italiani) nella sua versione integrale (a differenza del terzo capitolo che arrivò monco di molti aspetti del gioco). Ne sono piuttosto contento perché la serie è bella.
Però m'è venuto un dubbio: il gioco parla di mafia giapponese (la yakuza, appunto), fa interpretare al giocatore un criminale, e si ambienta nel vero quartiere a luci rosse di Tokio (rappresentato con il massimo realismo). Ma, secondo voi, in Italia si potrebbe fare un gioco che si chiama Camorra e ambientarlo a Scampia?
Per me, no.
Ed è un peccato.

Il ragazzo che rubò Half Life 2.


Il settore dei videogiochi è pieno di storie interessanti ma non sono in tanti quelli che le raccontano. In Italia poi, anche di meno. Fortuna che qualcuno si prende la briga di tradurre alcuni ottimi approfondimenti stranieri.
QUI trovate un bel pezzo, tradotto da Lorenzo Fantoni (anche conosciuto come Low-Fi, oppure Loffio, o anche come quello con la fidanzata Rossa e figa) a proposito del ragazzo che rubò Half Life 2.
Godetevelo.

Massimo Giacon & The Blass


Massimo è un sacco di cose, tra cui, un bravissimo fumettista.
Massimo è anche il leader di una ristretta compagine di musicisti che ho avuto modo di sentire dal vivo in quel di Mantova. Sono una figata.
Questo qui sopra è un video di una loro prova che però non rende molto a causa di una pessima qualità audio (se ve lo state chiedendo: sì, la ballerina è Micol, la scrittrice cosplayer :asd:).
QUI, invece, trovate il MySpace di Massimo, con delle buone versioni dei pezzi della band.

Mantova Comics.


Grosso modo, potrei dire le stesse cose che dico sin dalla prima edizione e chiudere rapidamente il commento: una fiera animata di buona volontà che ha un occhio di riguardo per il mercato dei fumetti americani e che ha un suo punto di forza nella forte presenza di autori legati a questo contesto.
Però, sinceramente, a mio modo di vedere, quest'anno c'è anche altro da dire.
Sul fronte positivo, per esempio, si può dire che gli spazi sono stati gestiti meglio (complice anche il fatto che adesso, il Palabam, ospita una serata danzereccia, il Jackie'O e che l'organizzazione ha potuto usufruire del loro allestimento) e che l'area dedicata ai games e ai cosplayer era più vicace.
Sul fronte negativo, tutto la gestione della fiera da parte di quelli del Palabam è stata terribile.
Si badi, non parlo di quelli dell'organizzazione di Mantova Comics, ma del personale alle dipendenze della struttura stessa e, in particolare degli addetti alla gestione degli ingressi.
Sgradevoli, stupidi e cafoni, tutti quanti, dalle ragazze nel box dei biglietti-accrediti ai due vecchietti in smoking e deputati a controllare gli ingressi. Anche i baristi erano piuttosto scortesi. Oltretutto, il fatto che, una volta comprato il biglietto ed essere entrati nel palazzetto, poi non si potesse più uscire (non era previsto nessun timbro o braccialetto) ha creato non pochi disagi per il pubblico.
Per quello che riguarda più strettamente la manifestazione, invece, ho idea che Mantova Comics si trovi in un momento molto delicato della sua esistenza: due anni fa ha provato a fare il grande salto, invitando ospiti internazionali molto costosi e non mascherando grandi aspirazioni. Poi, dall'anno scorso, siamo entrati in una specie di fase di austerity (abbastanza ben dissimiluata, ma pur sempre evidente) e quest'anno siamo ancora in quella situazione. La mia impressione è che o questa manifestazione cresce, e passa al livello successivo, diventando davvero un "terzo polo" nell'ambito delle fiere nazionali (ma significa fare meglio e di più di Romics) o si spegnerà lentamente. Spero, sinceramente, di sbagliarmi perché Sara, Franz e tutti gli altri, l'impegno e la voglia ce la mettono sempre.

27.2.11

Sulla strada verso casa.



In macchina con Francesco Artibani, si parla di fumetto (ma dai?) ma, soprattutto, di persone. Prima nevicava, adesso piove. Nel frattempo, disegno con l'iPad la prima tavola della mia recensione a fumetti di Devilman per quelli de Lo Spazio Bianco.

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Location:Frazione Duesanti,Todi,Italia

25.2.11

Cose importanti.

Nella stessa giornata, Bulletstorm e Killzone 3.
Gioco prima quello incredibilmente divertente e cazzone o quello tremendamente serio e funereo?

Justice League XXX



P!O mi segnala questa cosa.
E io non posso che ringraziarlo per la risata che mi ha fatto fare.
Kristina Rose che fa Zatanna potrebbe essere un sogno.
Peccato che i porno parodistici facciano generalmente schifo (sotto il punto eversivo della cosa, ovviamente... :asd:).

[COVER] John Doe 7

24.2.11

Daniele Brolli.

Ha un blog.
Non lo sapevo.
E' molto interessante (specie gli ultimi pezzi che ha postato).
Lo trovate QUI.

Di nuovo a Mantova.


Domani inizia Mantova Comics.
Io ci sarò da dopodomani.
Le occasioni per incontrarmi saranno la presentazione del nuovo libro di Micol (dalle 16 e 30 alle 17 e 30 sul palchetto Foyer)...

...e un incontro inerente ai videogiochi che terrò insieme a questo genio qui (dalle 12 e 30 alla 13 e 30 sempre sul palchetto Foyer).

Dovrebbero essere due robe divertenti.


All'armi siam fumetti...


All'armi siam fumetti è un saggio scritto da Roberto Alfatti Appetiti e raccoglie articoli e interviste che il giornalista ha realizzato per la sezione culturale del quotidiano Il Secolo d'Italia. Tra i vari "ospiti" del libro, Sergio Bonelli, Gianfranco Manfredi, Roberto Diso e pure il sottoscritto.
Prima di andare oltre, chiariamo un punto: questo di Alfatti Appetiti è un libro schiettamente fazioso. E non c'è niente di male in questo. Personalmente, trovo molto più discutibile l'approccio di alcuni presunti studiosi del nostro settore che, dietro una parvenza di distacco, continuano ad operare nel segno di quella critica vetero-comunista che, in special modo negli anni '70, tanti disastri ha fatto in ambito culturale (tra cui, mettere all'indice autori maestosi come Sam Peckimpah, John Milius, Clint Eastwood e via dicendo). Comunque sia, il libro di Appetiti è una raccolta di ritratti di personaggi e autori del nostro settore, visti da destra. Una volta dato per assodato questo, si può esaminare il testo con la giusta serenità e apprezzarne il punto di vista inedito e curioso e la passione con cui è stato scritto. Del resto, non si può nemmeno non notare che talune "appropriazioni" sono davvero indebite e tirate per i capelli e che certe buone intuizioni critiche vadano un poco perse a causa di questo atteggiamento.

Detto questo, chiarisco la mia posizione riguardo al volume di cui, peraltro, ho realizzato l'introduzione che tanto ha suscitato le ire di Alessandro Di Nocera (trovate tutto QUI).
Appetiti è un giornalista che, a più riprese, si è interessato al mio lavoro. Certe volte ho apprezzato quello che ne è uscito fuori (come nel caso del pezzo dedicato a Mater Morbi), certe volte meno (come nel caso della mia prima intervista con lui che però, va detto, è principalmente figlia della mia inesperienza con la stampa generalista). In occasione dell'uscita di questo libro, Appetiti mi ha chiesto tre cose:

- se poteva usare un'immagine di John Doe per la copertina.

Richiesta a cui ho detto sì senza alcune remora, anche perché, mi faceva piacere vedere qualcuno che dava risalto al mio personaggio (e non ho vergogna nel dirlo).
Mi fa sorridere l'immagine scelta che, isolata in quella maniera e, sotto quel titolo, acquista una valenza completamente diversa rispetto all'idea originale per cui era concepita? Assolutamente sì. Mi indigno? Non molto.
Perché... io conosco John Doe. So che in alcune sue storie ci sono degli elementi in cui la destra potrebbe riconoscersi (come in tanti film e romanzi che amo profondamente) e so che, nel complesso, JD non è un fumetto che esprime valori di destra. Semmai, è un anti-eroe, stronzetto e libertarista e paga salato questa sua natura. E poi perché mi fa sorridere l'idea che qualcuno si avvicini a John pensando di trovare un personaggio "a braccio destro teso" e che finisca per scoprire che le cose sono parecchio diverse.
Però chiariamo una cosa: mi posso permettere "il lusso" di un atteggiamento del genere perché sono l'autore del personaggio in questione. Se fossi "solamente" un lettore, è probabile che mi incazzerei come un ape (del resto, l'ho fatto qui e qui, ed è inutile essere ipocriti davanti a questa cosa).


- se volevo rivedere i pezzi che mi riguardavano e che sarebbero apparsi nel libro.

All'inizio ho accettato. Poi ho deciso che non volevo farlo. Per il semplice fatto che quelli sono i pezzi che sono usciti in origine e, come detto, se ci sono cose che non mi piacciono, dipendono più che altro da me. Sono errori miei, come il tatuaggio di Superman che mi porto sul braccio sinistro. Non ho mai pensato di coprire quel tatuaggio perché mi piace portarmi dietro i miei sbagli, non li rinnego mai e, soprattutto, mi vergognerei molto di più nel cercare di nasconderli.


- se avessi voglia di scrivere un pezzo sulla situazione attuale, in termini commerciali e culturali, del fumetto in Italia.

Ecco, qui c'è un piccolo distinguo da fare. Io ho scritto un pezzo a riguardo della situazione del fumetto in Italia. Non avevo capito che sarebbe stato usato come introduzione al volume. E non lo dico perché, avendone coscienza, non l'avrei scritto, ma per il semplice fatto che sapendolo, avrei scritto un pezzo diverso, probabilmente concentrandomi sull'approccio di Appetiti, magari anche con un punto di vista critico (del resto, non sarebbe stata la prima volta). In sostanza, il mio rammarico non è quello di aver scritto un'introduzione a questo libro, il mio rammarico è di non averlo fatto.

E credo che sia tutto.
Saluti.

23.2.11

John Doe 5


Un numero che farebbe la felicità dell'Osservatore Romano, se solo avessero la fortuna di leggerlo. Comunque sia, pare che da qualche parte sia già uscito. Fatemi sapere che a questo numero ci tengo per molte ragioni diverse.

Dragon Age II -la demo-


Qualche tempo fa vi parlai di una versione beta che mi era capitato di provare e di quante ne ero rimasto perplesso.
Ieri è uscita la demo e la musica è cambiata totalmente.
Senza girarci intorno, Dragon Age II si candida molto seriamente a essere il miglior gioco di ruolo per computer di sempre. Perché quelli di BioWare sembrano essere riusciti nel miracolo di coniugare la profondità e la complessità tipica dei gdr occidentali con l'immediatezza degli action gdr, innalzando il tutto all'ennesima potenza grazie a una storia raccontata con fortissimo piglio romanzesco e a una grafica magnifica.
Sul serio: questa demo ha dissipato ogni dubbio che potessi avere. Nulla sembra essere andato perso della magnifica esperienza precedente (nemmeno la personalizzazione del personaggio, come invece si temeva) e tutto sembra essere stato perfezionato, ripulito, reso più facilmente accessibile ma, non per questo, semplificato.
Non sto nella pelle e non vedo l'ora che arrivi l'11 marzo per dedicarmi anima e corpo al gioco completo.

22.2.11

Di camerati e compagni.


Ebbene, come può Roberto Recchioni scrivere un’introduzione al libro di Alfatti Appetiti e poi andarsene tranquillamente a realizzare un fumetto (sulla conquista del West e sullo sterminio dei pellirosse americani) pubblicato per un inserto de Il Manifesto?
Sì, lo so, Recchioni è uno che ama il maledettismo delle rockstar e ama giocare col personaggio “fuori dagli schemi” che si è saputo cucire addosso. Di certo le belle parole che diverse volte gli ha dedicato Alfatti Appetiti (che lo ha pure intervistato, effettuando una sorta di esegesi delle sue possibili simpatie di Destra) gli hanno fatto piacere. Però la cruda realtà mi dice che Recchioni, una firma ormai importante e consolidata del fumetto italiano contemporaneo, mentre pubblica su Il Manifesto si pone “cheek-to-cheek” con un giornalista de Il Secolo d’Italia che, a sua volta si sta legando a un sito destrorso, Fumetto d’Autore.com, che ha cercato più volte di “lapidare” lo sceneggiatore romano per cause non meglio chiarite.
Vogliamo andare oltre? Recchioni, che più volte nel suo blog ha stigmatizzato le derive del berlusconismo, ben evidenziandone le parole d’ordine-trappola, si trova ad avvalorare e a promuovere l’operato di un saggista che parla, a proposito del lavoro di Spataro, di killeraggio mediatico per poi tirare fuori il refrain berlusconiano dell’uso politico del “gossip” (e ribadiamo “berlusconiano”, anche nel caso Alfatti Appetiti fosse un simpatizzante di Fini).

Partiamo da qui.
Che tanto, un punto vale l'altro su questa storia imbastita da Alessandro Di Nocera.
L'estratto è preso da un pezzo apparso QUI, in relazione alla lunga polemica nata attorno al caso del "Camerata Corto Maltese" (se ne volete sapere di più cercate su Google, ci sono davvero troppi link rilevanti per segnalarli tutti) e poi sul libro di Roberto Alfatti Appetiti, All'armi siam fumetti!

Allora, prima di tutto, mi preme sottolineare un punto.
Di Nocera è un giornalista. Uno di quelli che pubblica su dei quotidiani nazionali, oltretutto. Ecco, sarebbe bello se un giornalista si documentasse con cura quando scrive qualcosa. La storia che ho realizzato per il Manifesto, quella che lui indica come "sulla conquista del west e sullo sterminio dei pellirosse americani", sarebbe QUESTA (qui c'è il pezzo sul blog al riguardo).
Vedete traccia di indiani voi? Direi di no. Ma allora perché Di Nocera li cita? Perché tutto quello che ha fatto è stato leggere il comunicato stampa, sbagliato, che è circolato riguardo all'iniziativa. In sostanza, ha parlato di qualcosa che non si è nemmeno preso la briga di controllare (non dico leggere, giusto controllare), solo per tirare l'acqua al suo mulino.
E questo giusto per far capire i suoi standard di professionismo.

Andiamo avanti.
Di Nocera, sostanzialmente, mi accusa di essermi fatto blandire dalle attenzioni di Roberto Alfatti Appetiti e di essermi lasciato coinvolgere da "un fascista". Di non aver preso le distanze da lui e quindi, per quanto io mi ritenga assolto, di essere comunque, coinvolto (per dirla con le parole di uno che ne sapeva).
Dunque, vediamo qual è stata la mia reazione riguardo al primo pezzo che Appetiti mi ha dedicato sulle pagine del Secolo (quella in cui venivo definito "il fascista-zen del fumetto italiano"). La trovate QUI.
In effetti, sembro proprio soggiogato dal miraggio di un riconoscimento ufficiale...

In compenso, Di Nocera sembra non avere nulla da ridire quando una mia illustrazione è apparsa sotto QUESTA copertina, o di quando mi sarei espresso sullo sbattesimo, o di quando, a sinistra e a destra, si sono messi tutti a tirarmi per la giacchetta a causa di Mater Morbi (un riassunto sommario della faccenda lo trovate QUI). Perché a Di Nocera sta benissimo se vengono appiccicate (arbitrariamente) etichette da comunista ad autori e personaggi, ma non sta per niente bene che qualcuno provi ad appropriarsene a destra.
Se succede a sinistra, va tutto bene e Di Nocera non fiata, ma se capita a destra, non solo Di Nocera urla allo scandalo, ma invita anche l'autore a indignarsi e far valere il suo punto di vista politico. Altrimenti, cazzo, è un fascista pure lui!

Adesso, facciamo rapida: io, il mio punto di vista politico, lo esprimo in primo luogo nella mia condotta professionale (nelle scelte che ho fatto e faccio) e, in secondo luogo, con quello che scrivo e disegno, nelle mie storie e qui sul blog.
Se poi quelli de il Manifesto o de il Secolo, o chi cazzo volete voi, decidono di attaccarmi le loro etichette, di solito mi faccio una risata e tiro dritto, perché chi sono lo definisco con le mie azioni e le mie parole, non con le etichette che mi attaccano gli altri.
E punto.
E se non basta, vi posto il testo dell'Avvelenata di Guccini che facciamo prima.


Poi, se proprio volete sapere cosa ne penso del libro di Roberto Alfatti Appetiti (ma non ce le avete cose più interessanti da fare?), aspettate un prossimo post che mi sono ripromesso di scrivere a riguardo.

Minecraft


Un mondo.
Rappresentato come con i Lego (pixel poligonali... cosa chiedere di più alla vita?).

Un'isola.
Generata ogni volta casualmente.

E voi.

Quello che dovete fare, è procurarvi le materie prime e costruire un posto dove vivere.
E vi conviene farlo prima che calino le tenebre.
Perché sull'isola, non siete soli.

La cosa divertente è che più scaverete a fondo per procurarvi risorse, e più delle cose oscure si risveglieranno per venirvi a prendere.

Il gioco è ancora in fase di Beta ma è acquistabile ora al prezzo scontato di 14,99 euro (quando sarà completo riceverete la versione definitiva, gratuitamente). Esiste sia in versione Windows, sia Linux, sia Mac.
Sono in fase di sviluppo le versioni per le piattaforme iOs.
Sinceramente, ve lo straconsiglio.

21.2.11

Giusto per la cronaca...

La notizia è "vecchia" (per gli standard di internet, ovviamente), però, visto che quando si tratta di fare lo "scoop" tutti sono un sacco zelanti ma diventano tutti pigri quando si tratta di segnalare le smentite...
Il Sergio Bonelli coinvolto nella faccenda di affittopoli del Pio Albergo Trivulzio, non è il "nostro" Sergio Bonelli. Si tratta di un caso di omonimia.
Per la cronaca (questa è una roba che non era ancora stata segnalata, mi pare), non è nemmeno la prima volta che succede. Provate a inserire su Google le chiavi di ricerca "Sergio Bonelli" e "Via Alfieri" (la via dove si troverebbe l'appartamento coinvolto in affittopoli). Il primo link che esce è QUESTO, un articolo del Corriere della Sera di alcuni anni fa (riportato nel loro archivio storico), che racconta di come un Sergio Bonelli venne gambizzato tra via Alfieri e Piazza Morselli. Ovviamente, anche in quel caso, non si trattava del Sergio Bonelli di Tex (e non è nemmeno detto che si tratti del Sergio Bonelli coinvolto nel casino degli affitti, sia chiaro).
A me ci sono voluti cinque secondi per trovare questo link (che qualche sospetto sul caso di omonimia lo avrebbe dovuto far nascere) ma, sembra evidente, che i giornalisti non avessero tempo da perdere in sciocchezze come il controllare con cura le informazioni a loro disposizione.
Del resto, è molto più comodo (e proficuo), sputtanare qualcuno di famoso.

Berlusconi, ce l'hai!

Avete presente il gioco del "ce l'hai", no?
Quello che quando vedi, chessò, una suora, ti giri verso il tuo amico, gli batti sulla spalla, gli gridi "ce l'hai!" e poi incroci le dita, chiudendo tutto, e allora l'amico deve passarla a qualcun altro?
Ecco, per me, adesso, in politica internazionale sta diventando la stessa cosa con il Silvione.
Certo che c'è da dire una cosa: dopo Mubarack e Gheddafi, se adesso tocca pure a Putin, a Silvio gli danno il Nobel per la pace, quest'anno.

20.2.11

Ranieri?

Te ne vai o no, te ne vai sì o no?

EDIT:
e la risposta è: sì, te ne vai.

Felicia Day. La madre dei figli di ogni nerd del pianeta.


Un quoziente intellettivo superiore alla norma. Bella. Brava violinista. Buona cantante. Ottima attrice. Maestosa sceneggiatrice. Brava regista.
Nerd totale.
L'avete vista su Buffy e Dr. Horrible 's Sing a Blog, è la mente dietro al geniale The Guild (una web series dedicata ad un gruppo di giocatori di MMORPG), questo è il suo blog (dove non fa altro che parlare di videogiochi) e questo il suo Twitter.
Di lei se ne potrebbe parlare davvero un sacco, in special modo riguardo al fatto che è diventata la più importante esponente di un nuovo modo di fare intrattenimento, che parte dal basso e dal web per poi diventare di massa... ma oggi è domenica, la Roma sta vincendo a Genova ma c'è tutto il secondo tempo davanti, e io devo ancora pranzare. Quindi mi limiterò a segnalarvi che la Day ha stretto un accordo per collaborare con EA/Bioware e che da questo accordo sta per nascere una nuova web series tutta dedicata a Dragon Age, il miglior gioco di ruolo per computer uscito negli ultimi dieci anni.
Questo è il trailer.

Ah, questo è il primo episodio di The Guild, in caso ve lo foste perso, (le prime stagioni sono tutte disponibili su YouTube, l'ultima solo su Xbox Live!) e qui sotto, invece, il video musicale dedicato alla serie.
Ma quanto è figa?

19.2.11

18.2.11

[RECE] tripla recensione per IL GRINTA.

Nell'ordine in cui li ho conosciuti.

Il Grinta (1969)
film di Henry Hataway

Il genere western è morente.
Già infettato dal germe crepuscolare di Sam Peckimpah e George Roy Hill, è prossimo a finire vittima del contagio revisionista di Ralph Nelson, Sidney Pollack e, soprattutto, Arthur Penn.
Ma John Wayne è ancora vivo.
Lui, l'incarnazione stessa del genere, è solo, in un mondo che non riesce più a capire. Un anno prima ha girato Berretti Verdi e il genere patriottico-bellico che, fino a quel momento, non lo aveva mai tradito, gli si è rivoltato contro come un boomerang, rendendolo una specie di nemico agli occhi di quella nazione che lo aveva amato senza distinzioni. In più, la sua lunga carriera, piena di interpretazioni straordinarie (su tutte vale quella di Un Uomo Tranquillo), non ha mai trovato un riconoscimento ufficiale e questo è noto che lo amareggi parecchio. E allora John Wayne si fa cucire addosso un personaggio monumentale ma anche guasconesco, tratto da un libro molto popolare in patria, in cui poter esprimere tanto la forza e la graniticità che lo hanno sempre contraddistinto, quanto una certa vocazione per la commedia che nel corso della sua carriera ha sfruttato con parsimonia. Alla regia c'è Henry Hathaway, che lo aveva già servito bene nel bel film I Quattro figli di Katie Elder. Certo, Hathaway non è John Ford, ma un onesto professionista che conosce il suo mestiere, questo sì.
Il film non è uno dei migliori di Wayne. Ma nemmeno uno dei peggiori. Il ritmo latita e la sceneggiatura è priva di sfumature, ma John Wayne ha tutto lo spazioche gli serve per giogieneggiare e far ricordare al pubblico perché, per anni, lui è stato il figlio prediletto d'America. Il ruolo del Grinta vale a Wayne un Oscar riparatore da parte dell'Academy e, alla fin fine, sono tutti contenti. Pure gli spettatori.
Nota per gli amanti dei fumetti: il Grinta di John Wayne è una delle fonti di ispirazione dichiarate da Frank Miller per il suo The Dark Night Returns.

romanzo di Charlese Portis
Pubblicato in Italia per la prima volta con il titolo di Un vero uomo per Mattie Ross (grazie internet) e ripubblicato di recente da Giano.
Non lo conoscevo ma quando mi capita di trovare un libro western lo compro sempre al volo e, strano a dirsi, raramente ne resto deluso. E pure questa volta mi è andata bene.
Il romanzo di Portis è breve, divertente, ben scritto (per quello che posso giudicare visto che l'ho letto tradotto) e molto diverso dal film di Hataway, sia per quello che riguarda la storia, sia per quello che riguardo i toni e lo spirito. Dialoghi asciutti, bella caratterizzazione dei personaggi, splendida atmosfera. E l'esatto numero di parole che servono per raccontare una storia. Una vera e piacevole scoperta.

film di Joel & Ethan Coen.
I Coen devono avere una passione per le dita mozzate. Ce ne sono ne Il Grande Lebowski, in Blood Simple e anche in questa nuova versione del romanzo di Portis. Forse scelgono le loro storie in base a questo, chissà.
Comunque sia, parlando della lavorazione del film, i due hanno detto che non hanno tenuto in considerazione il film di Hataway (ma, a me, sembra che almeno in una inquadratura, lo citino esplicitamente), che il loro Grinta non è un western e che, anche se lo fosse, non sarebbe un western alla John Ford e che di John Wayne se ne fregano perché tanto non se lo ricorda più nessuno (io, sinceramente, me lo ricordo, e pure Jeff Bridges, almeno a giudicare da alcune sfumature nella sua interpretazione del personaggio).
La pellicola dei Coen è una versione molto fedele del testo originale con una spruzzata di elementi alla Coen, giusto per far capire che, in effetti, dietro la macchina da presa ci sono proprio loro. Regia e montaggio molto sobri (perdono giusto qualche colpo nel finale), grande senso per le inquadrature, un humour nero strisciante e mai eccessivamente manifesto, una bella colonna sonora e grandi attori (io, poi, ho una passione per Barry Pepper e sono sempre felice quando mi capita di vederlo in scena). In poche parole, un film a cui non si può dire un cazzo se non: bello.
Forse mi aspettavo qualcosa di più, visti i termini con cui tutti ne parlavano ma, a conti fatti, è un western (sì, lo è, checché ne dicano i Coen) e a me piace quando i western sono solidi e concreti.

Ebbasta!


Dal sito di Rai Giornale.

Porno e eversione.

Tutto il discorso è partito dal nuovo libro di McKean di cui ha parlato Paolo Interdonato QUI e io, QUI.
A commento del mio pezzo, Paolo è poi intervenuto QUI e Gipi mi ha chiesto delucidazioni nei commenti al mio primo pezzo.
E siamo arrivati a questo.
Cioè al sottoscritto che perde un mucchio di tempo per spiegarsi meglio.
Pornografia.
Dal greco: "porne", prostituta, e "graphè", disegno (o scritto/documento).
Letteralmente, scrivere o disegnare prostitute. In termini moderni, la raffigurazione esplicita di soggetti sessuali.

Eversione.
Volgere sottosopra, rovesciare, abbattere.

Per cercarla di farla il più breve possibile (e temo che, comunque, sarà piuttosto lunga), limito il discorso all'ambito cinematografico.
Il cinema non pornografico simula il reale attraverso la messa in scena. In parole semplicissime, se due uomini si picchiano, non si picchiano davvero ma simulano di picchiarsi, cercando di farlo apparire reale. Fino ad un certo periodo, persino i baci venivano simulati sullo schermo e i giornalisti pruriginosi del tempo non si facevano mai mancare maliziose domande sul realismo di quelle effusioni su schermo. Molti film debbono la loro fama al presunto realismo di talune scene calde (mi viene in mente, per esempio, il remake de "il postino suona sempre due volte" e la scopata tra Jack Nicholson e Jessica Lange che, si mormora, fosse reale).
In sostanza, il cinema non pornografico è simulacro e artefatto del vero.
Per lungo tempo, la perizia nel "simulare" è stata sinonimo di qualità e dignità professionale.
Un bravo attore era, in sostanza, un bravo "simulatore".
C'è una divertente storiella, a questo proposito, riguardante sir Laurance Olivier e Dustin Hoffman. Mostro sacro del teatro, il primo, fiero esponente del "metodo" (una scuola di recitazione derivata dalle teorie di Kostantin Sergeevic Alekseev e tutta incentrata sull'immedesimazione e non sulla simulazione), il secondo. I due grandi attori ebbero modo di lavorare insieme ne Il Maratoneta, trovandosi sul set contemporaneamente una sola volta. All'epoca, Olivier era già piuttosto vecchio e la produzione si prodigava in tutte le maniere per non farlo affaticare troppo. Hofman però, la mattina delle riprese con il maestro, si presentò sul set con un vistoso ritardo. Olivier chiese la ragione di quel ritardo e Hoffman gli spiegò che, tutte le mattine, da quando era iniziata la lavorazione del film, lui si faceva un discreto numero di chilometri di marcia, per immedesimarsi meglio con suo personaggio nel film. Olivier ci pensò un poco sopra e gli disse: "ah, ho sentito che voi giovani fate così... io, invece, recito."
Dagli anni '70 in poi, questa discriminazione è stata via, via, sempre più sgretolata dal cinema moderno e oggi l'aderenza al reale è largamente apprezzata e sbandierata. Gli attori adorano dire di aver fatto da soli i loro stunt, i registi si riempiono la bocca dicendo quanto sia realistico il loro film e via discorrendo. Nel porno, invece, ha resistito di più. Fino ai tardi anni '80, non c'era attrice di film porno che non affermasse che tutto quello che appariva sullo schermo era, dove possibile. In particolare, gli orgasmi.
In sostanza, il distacco tra finzione e reale era lo scudo dietro cui le varie Jenna Jameson e compagnia, si nascondevano per stabilire la loro dignità professionale.
"Io non godo. Io recito", si potrebbe dire.
In tempi recenti, tutto è cambiato e, visto anche il successo dei porno amatoriali, oggi attori e attrici dell'hard ci tengono a sottolineare che tutti i loro orgasmi sono reali e che, anzi, loro godono molto di più sul set, e davanti ad una telecamera, che a casa loro.
Il realtà, son tutte cazzate: il cinema non pornografico è finzione per sua stessa definizione.
Non è così per il porno.
Se il cinema convenzionale è "simulacro dell'atto", il cinema porno è "l'atto" in quanto tale e ogni tentativo di prendere le distanze dalla realtà è, semplicemente, impossibile.
Ma se il porno fosse solo la registrazione di un evento reale, quello di cui staremo parlando sarebbe soltanto una mera telecronaca sportiva.
E il porno è parecchio più di questo.
Perché se il cinema convenzionale è il tentativo di ibridazione del fittizio con il reale, il cinema porno è l'eversione del reale, la capacità cioè, di capovolgere il reale e riscriverlo...

E' il momento di un esempio.
Il cinema porno, pur essendo un evento reale, è costretto a piegarsi alle necessità filmiche.
Prendiamo il caso della venuta in faccia. Nasce dal bisogno di spettacolarizzare e rendere visibile (e quindi, REALE) il momento dell'orgasmo maschile, acme "narrativo" di ogni scena pornografica.
Venire in faccia a una ragazza NON è un istinto naturale insito nell'uomo.
Fino a quaranta-cinquant'anni fa, la venuta in faccia non solo aveva una diffusione molto limitata nella vita sessuale della gente ma quasi non compariva nemmeno nella pornografia, anche in quella più perversa. Leggete De Sade e trovatene traccia, se volete fare un test. Sodomia? A piovere. Sesso con animali? A volte. Torture di ogni tipo? Eccome (e meno male!). Rapporti doppi, tripli, quadrupli? Ovvio. Venute in bocca? Un certo numero. Venute in faccia? Pocchissime. E solo come gesto di umiliazione-sottomissione.
Eppure, oggi, la maggior parte delle persone che conosco (sia maschi che femmine), ritiene la venuta in faccia un momento normale della loro attività sessuale.
Perché?
Perché la diffusione massificata dell'iconografia pornografica ha riscritto il reale.
Noi facciamo quello che vediamo.
E i porno, li vedono tutti.
Altro esempio.
La diffusione dei video porno amatoriali.
Immagino che ve ne sia capitato di vedere qualcuno, giusto?
Avete mai visto come scopano i ragazzini davanti alle loro telecamerine digitali?
Sì, esatto, scopano come si fa nei film porno.
Il paradosso (l'eversione) è proprio qui:
il porno, che è il reale (non la sola rappresentazione del reale ma il reale stesso), lo riscrive sulla base delle sue necessità e questa sua riscrittura diventa, a sua volta, la realtà.
Per non parlare del fatto che la semplice esistenza e diffusione di quei filmati amatoriali sul web non è altro che una emulazione reale di un un'opera che, a sua volta, è reatà (per quanto viziata dalle necessità filmiche). Un capovolgimento, una erversione tangibile e concreta. E un divertente cortocircuito, non c'è che dire.
E questi sono solo i casi più facili, palesi e scontati che si possono fare.
Molti e spesso molto più sfumati, sono gli esempi in cui il porno ricopre un ruolo eversivo nei confronti della nostra vita di tutti i giorni e sulla cultura in genere.
Per il resto, compratevi un libro di Terry Richardson, che è l'autore di tutte le foto che appaiono in questo pezzo (tranne quella di Arnold), comprese quelle della campagna Sisley che hanno tappezzato anche i muri delle nostre città, qualche anno fa e della versione "two girls one cup" delle protagoniste di un telefilm per ragazzine come Gossip Girl (a proposito di eversione).

Dead Island -il trailer-

Tecnicamente è zero. Ma la regia, la scrittura e l'idea, sono davvero buone.

17.2.11

E adesso... come glielo dico?

Un sacco di gente, quando vuole scrivere a qualche personalità più o meno famosa, prova a fare la cosa più ovvia: scrive il nome, ci metto un punto, poi scrive il cognome, ci mette una chiocciolina, e poi ci scrive appresso "gmail.com".
Sembrerà strano ma spesso funziona.
A patto che tu non sbagli qualche lettera, ovviamente.

Mi è appena arrivato per posta questo:
E adesso?

[RECE] Black Swan



Esce domani ed è davvero un bel film (ma non bello come The Wrestler) che parla di arte, sacrificio, perfezione e di tante altre cose profonde.
Oppure, volendo, è un film che parla di una che non riesce a farsi un ditalino in santa pace.
Ma se lo presentavano così, non le riceveva tutte quelle candidature all'oscar.
Comunque sia, consigliatissimo.
Aranfcoso è sempre più bravo e intenso.

E io rido.

Correva l'anno 2007 ed era febbraio.
Poi molto è successo (in termini editoriali pochissimo, in realtà) e adesso che l'anno è il 2011, ed è sempre febbraio, io rido ancora (ho scelto un link a caso sulla faccenda ma avrei potuto postare anche questo o molti altri).

Infiniti cambi di nomi e identità (Sunset, Ultimo, Infinito, Kabuki, Jesav, Mannone, Levi, De Salvi, Mannoni, 7even Age, Radairk, Legend, Cronache di Legend, Draco, Fumettonauta, Asya... e me ne sto scordando molti) ma sempre gli stessi impicci, sempre gli stessi metodi eticamente scorretti, sempre gli stessi fake che circolano su ogni forum possibile spacciandosi per lettori disinteressati, sempre nuovi aspiranti fumettisti e lettori inconsapevoli che si fanno fregare sempre dalle stesse persone.

Ecco, se ci fosse un giornalismo vero nel nostro settore, questo sarebbe un bell'argomento su cui approfondire. Invece i siti si fanno intimidire anche solo dalla minaccia di una azione legale basata sul nulla.

p.s.
EDIT:
ovviamente, se i diretti interessati volessero intervenire, questo spazio sarebbe disponibilissimo a lasciargli esercitare il loro diritto di replica.

16.2.11

Un gesto di responsabilità.

Secondo me, davanti all'incapacità di governare, davanti al totale immobilismo, davanti alla sfiducia dei propri stessi uomini e di fronte alle pessime figure che si stanno facendo sia sul piano nazionale che sul palcoscenico internazionale,e per rispetto ai nostri alleati americani, c'è bisogno di un gesto di responsabilità: RANIERI DIMETTITI!!


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[RECE] Celluloid

E' sempre triste vedere quando un artista non è più capace di anticipare, o almeno, intercettare, il sentito del tempo in cui vive.
Dave McKean, per molti anni, è stato uno degli artisti più influenti nel campo dell'illustrazione, riuscendo a travalicare il suo settore di stretta competenza, arrivando a influenzare l'immaginario collettivo sia in maniera diretta (con il suo lavoro), sia in maniera indiretta (con il lavoro di tanti artisti che si sono ispirati a lui).
Adesso però è finito.
Usurato da un eccessivo sfruttamento dei suoi segni di stile, privo di idee, incapace di rinnovarsi, concettualmente bollito, artisticamente scontato. Vecchio e grasso, sia in maniera metaforica che fisica.
E questo Celluloid ne è la riprova più lampante.
La copertina presenta il volume come "an erotic graphic novel".
E già partiamo malissimo.
Sul serio, non riesco a capire quale dei due termini mi faccia girare il culo di più tra "erotico" (la versione ipocrita della pornografia) e "graphic novel".
Vabbè, magari è solo una frase di lancio poco felice. E magari è pure colpa mia che, su queste faccende, son troppo sensibile. Magari il volume è molto meglio.

E, invece, no.
Dopo una lettura attenta, devo tristemente ammettere che la frase riportata in copertina, in realtà, è la cosa meno peggiore di tutta l'opera.
L'unica cosa buona che posso dire è che, perlomeno, per leggerlo tutto non ci vogliono più di dieci minuti. E per scordarlo non più di dieci secondi.
Ma si badi, questo non significa, come dice Spari d'Inchiostro, che "l'esercizio di ricostruzione della storia del cinema e della pittura sembra fatto apposta per forzarti alla visione di 24 immagini al secondo" significa solo che è un libro vuoto e inutilmente pretenzioso. E questa non è nemmeno la cosa peggiore.
La cosa peggiore è che Celluloid è un libro ipocrita, e l'ipocrisia è l'unico difetto imperdonabile per un'opera che vorrebbe essere pornografica.
La pornografia è eversione, punto.
Eversione consapevole (e, magari, furba, come nelle fotografie di Terry Richardson) o inconsapevole (come nella maggior parte dei film porno moderni) ma pur sempre eversione.
Quando non lo è, è merda.
E Celluloid è merda. La merda di un autore bollito e in preda a pruriginose fantasie erotiche da borghesuccio attempato. Basti dire che la più alta provocazione che il volume propone, il massimo momento in cui McKean, tutto orgoglioso si è detto: "adesso vi sconvolgo a tutti!", è la scena conclusiva in cui il disegno e la pittura lasciano posto a una manciata di fotografie di una biondona nuda con una maschera da carnevale veneziano sul volto (ma basta... vi prego, BASTA!).
Dave, sinceramente, con il tuo nome e la tua fama, non hai bisogno di inventarti la scusa di una "graphic novel erotica" per portarti qualche donnina nuda nel tuo studio fotografico. Quelli sono mezzucci da sfigati di Facebook e tu sei meglio di così.
Tu sei meglio di questo Celluloid, fidati.

Sabato 19, al Books & Brunch.


Il Books & Brunch è una libreria barra caffetteria che hanno aperto alcuni amici (tra cui, Giulio e Lorenzo), in via Saluzzo 53/55, a Roma (fermata Ponte Lungo sulla linea A). Il locale è frequentato da un mucchio di professionisti e, questo sabato, ci sarà l'inaugurazione ufficiale. Per l'occasione, un gruppo di amabili fumettari si metterà a disposizione per firme e disegni. Tra di loro: Emiliano Mammucari, Gabriele Dell'Otto, Werther Dell'Edera, Riccardo Torti, Giacomo Bevilacqua, Mauro Uzzeo, Federico Rossi-Edrighi, e il sottoscritto.
Grossomodo, la sessione di firme e sketch dovrebbe iniziare intorno alle 17 e ogni autore dovrebbe essere disponibile per una mezz'ora, quaranta minuti, a rotazione.
Insomma, se volete venire a prendervi un cappuccino, fare quattro chiacchiere e magari scroccarvi un disegno, sabato sapete dove farlo.
Ah, QUESTA è la pagina di Facebook del locale e QUESTO è l'invito all'evento.

15.2.11

I tempi cambiano.

Una volta la CIA usava gli infiltrati, gli agenti segreti e cose come l'Air America.
Adesso usa Twitter e Facebook.
Tutto sommato, è molto meglio così.

14.2.11

Un giovane torero.

Un giovane torero di nome Ringo.
Il disegno è di Gigi Cavenago.

Maledetti coreani...



Gli FPS (first person shooter, gli sparatutto in prima persona) sono probabilmente il genere di più grande successo degli ultimi vent'anni videoludici. Nel bene o nel male.
Per me, nel bene, visto che sono un grande amante di questo genere di giochi e cerco di giocarli più o meno tutti.
Comunque sia, questo è un periodo piuttosto intenso visto che ne stanno per arrivare molti e molto grossi.
Ci sono il serissimo Crysis 2 e il cazzonino Bulletstorm (il test sulle demo di questi due giochi lo trovate QUI), c'è Killzone 3 (anche di questo ho provato la demo che però mi ha lasciato talmente perplesso che preferisco aspettare il gioco completo, prima di parlarne), c'è il ritorno del Duca (che sarà bello a prescindere, aldilà della realizzazione), c'è Battlefield 3 (da cui, lo ammetto, mi aspetto davvero molto) e poi ci sono tutta una pletora di giochi minori che sono probabilmente destinati a passare inosservati.
Tra questi, ce n'è uno che ha attirato la mia attenzione da subito: Homefront (questo è il wiki e QUESTO, il sito ufficiale).
La trama del gioco è presto detta:
futuro molto, molto, prossimo (2027). Gli Stati Uniti d'America, già al collasso per il crollo del loro sistema economico e per la crescita delle nazioni asiatiche, viene invaso dalla GKR, la Grande Repubblica Coreana (Corea del Nord e del Sud, riunite, sotto il controllo del figlio di Kim Jong-Il) che, grazie ad una invasione strisciante, all'utilizzo di un dispositivo EMP, e alla debolezza di tutte le altre (ex) superpotenze, prende il controllo del territorio nord americano e di tutte le sue risorse.
Il giocatore è quindi chiamato ad entrare a far parte della resistenza per combattere i coreani.
Vi ricorda Alba Rossa?
Non è un caso, visto che il gioco è scritto da John Milius in persona.
E qui io inizio a fomentarmi. Perché non solo adoro Milius, ma ho una particolare predilezione per quello che è stato definito come "uno dei film più controversi della storia del cinema", "il film più violento mai realizzato" (almeno all'epoca), "il peggior film di sempre", "il sogno bagnato di qualsiasi repubblicano" e via discorrendo. Insomma, Alba Rossa mi piace. Mi piace tanto. Dirò di più, è uno di quei film seminali per la mia immaginazione, al pari di Guerre Stellari, Duel, Un dollaro d'Onore, il Mucchio Selvaggio, Die Hard e 1997: fuga da New York.
Ma a Milius scrivere il gioco non è bastato e, insieme a Raymond Benson (un bravo autore che ha realizzato tra i migliori romanzi apocrifi di James Bond), ha dato alle stampe anche un romanzo, pubblicato proprio in questi giorni da quelli di Multiplayer.it.
Adesso, non so come la pensiate rispetto ai romanzi tratti o ispirati dai videogiochi.
Io sono parecchio diffidente ma c'è da dire che il segmento, negli USA, è molto forte in termini commerciali e che, anche in Italia, stanno prendendo piede, tanto è vero che Multiplayer.it, come editore, ha avuto un largo successo e crescita negli ultimi anni e, adesso, i diritti di un romanzo tratto da un videogioco vengono combattuti in maniera piuttosto accesa (non a caso, i romanzi della serie Assassin' Creed, sono pubblicati da Sperling & Kupfer). Comunque sia, io di romanzi sui videogiochi ne ho letti solo tre, scritti da Eric Nylund, e ispirati ad Halo. E non li ho trovati male. Anzi, mi sono parsi meglio di tanti romanzetti di fantascienza che m'è capitato di leggere. Non capolavori, sia chiaro, ma buon intrattenimento.
Comunque sia, diffidente o meno, un romanzo che è una versione rimodernizzata di Alba Rossa, concepito da John Milius in persona, io lo compro a occhi chiusi e me lo leggo tutto d'un fiato. E mi piace.
Sia chiaro: è un romanzo razzista, fascistodie (all'americana), fazioso, persino sgradevole a tratti (specie per la nostra sensibilità europea), ma cazzo, funziona alla grande. Forse proprio per tutte queste cose messe insieme. E' liberatorio leggere una storia che se ne frega del politicamente corretto e che ti dice chiaramente che la Nord Corea è il male e che Kim Jong-Il è un coglione pazzoide e che lui e suo figlio dovrebbero essere fermati prima che sia tardi.
Ed è divertente vedere l'occhio sinistro e apocalittico, cinico, crudele e disilluso con cui Milius guarda all'America stessa, quella dei Bush ma pure quella di Obama.
Il romanzo ha il suo principale punto di forza nella prima parte, in cui Milius e Benson ipotizzano il crollo della potenza degli USA e le condizioni che porteranno il governo della Corea del Nord a diventare una minaccia per tutti, e non solo per quei poveracci che in Nord Corea ci nascono.
La seconda parte del romanzo è più debole, principalmente a causa della sua brevità, ma pone delle basi interessanti per un seguito (che non mancherà, se il videogioco incontrerà il successo). Insomma, nel complesso, è una buona lettura. E non vedo l'ora di giocare al videogioco.

9.2.11

Fast Five... o anche "il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"

Vin Diesel e Dwayne "The Rock" Johnson.
Due che ci hanno provato in tutti i modi a sottrarsi dall'etichetta di "eroi d'azione".
Ma non si scappa al proprio destino e, ad un certo punto, bisogna mettersi la canotta aderente e farsi carico delle proprie responsabilità nei confronti del mondo. E così, unendo per la prima volta le forze, sul solco segnato da The Expendables... ecco che arriva Fast Five.
la quarta reiterazione della serie di Fast & Furios era buona.
La quinta, sembra fantastica.
Non vedo l'ora di vederlo.

Ah, sì, di mezzo c'è pure Paul Walker ma chissene.

Finalmente un prodotto professionale.


Basta affidarsi a ginocchiere da pallavolo, non pensate per scopi specifici.
Siamo nell'era della specilizzazione... pretendiamo prodotti specializzati!

p.s.
grazie a Giovanni per avermele segnalate.

8.2.11

Viking can Fly. Anche gli italiani possono volare.


Viking Can Fly è un gioco sviluppato per le piattaforme mobili di Apple da Forge 11, un pubblisher italiano che, pare, sia stato recentemente acquistato da Reply.
Scambiamo due chiacchiere con Alberto belli, marketing & communication manager di Forge 11.

Viking Can Fly è tutto sviluppato da un team italiano, giusto?
Sì. Internamente a Forge 11.

Da quante persone è composto il team che lo ha sviluppato?

Un concept artist, il game designer e due programmatori dell'operatività.

Quanto ci è voluto in termini di tempo e investimenti per svilupparlo?

Un mese e mezzo circa e tra i cinquemila e i seimila euro. E' difficile dirlo perché bisogna valutare le ore lavoro dei nostri sviluppatori che, durante la fase di realizzazione, non hanno lavorato solo su quel progetto. E poi ci sono le spese di marketing, che hanno influito parecchio.

A proposito del concept artist... l'aspetto visivo di Viking Can Fly è probabilmente l'aspetto più riuscito e curato dell'intero gioco, chi è la matita che c'è dietro?


Forge 11 è una società tutta italiana?

In origine lo era.

Adesso siete stati comprati da Reply, giusto?

Io non l'ho detto.

Ma tutti dicono che è così...

Sarà vero quando ci sarà l'annuncio ufficiale.

Come è strutturata Forge 11?

Il modello è quello di Chillingo. Un publisher mobile (ma non solo) di terze parti ma che sviluppa anche progetti internamente. Sostanzialmente, il nostro portfolio comprende 6 titoli sviluppati da terzi e uno (Viking Can Fly, appunto) sviluppato internamente. Credo che siamo l'unico publisher italiano ad essere strutturato in questa maniera.

Per ora state sviluppando solo su piattaforme iOS, giusto?

Per il momento è più semplice e conveniente. Ma arriveranno anche le versioni per Windows Mobile 7, Android e via dicendo.

Siete soddisfatti del riscontro di Viking Can Fly?

Il gioco si è già ripagato e sta vendendo bene, quindi, sì, siamo soddisfatti. E' un buon inizio e le cose cresceranno molto, in futuro.

E questo è più o meno tutto.
Ah, no. Come potrei esimermi dal dire la mia sul gioco in questione?
E' carino.
Molto bello e professionale a vedersi e questa è già una cosa importante.
La giocabilità è un poco legnosa e il concept non è originalissimo (sostanzialmente, è una versione più complessa e articolata di quei giochi con il pinguino che imperversavano sul web, qualche anno fa) ma ha il grande pregio di portarti alla sindrome del "faccio solo un'altra partita e poi smetto" (e poi non si smette mai) e questo non è poco.
In sostanza, sì, è davvero un buon inizio.
Oltre ad essere la dimostrazione che, anche in Italia, le cose si possono fare.
A volerlo.

Ma di questo aspetto, ne parliamo presto.

Una cosa al volo...

Nonostante quello che dicono i manifesti italiani.
Nonostante quello che dicono gli spot italiani.
Nonostante quello che dice lo speciale di Sky (italiano).
Sanctum NON è il nuovo film di James Cameron.
Come Demoni non era un film di Dario Argento.
E Hero non era un film di Tarantino.
E via dicendo.
'Sta tradizione dei distributori italiani, che sembrano credere che il pubblico nazionale sia una massa di idioti, incapace di distinguere la cioccolata dalla merda, è una cosa m'ha sembra mandato ai pazzi, sin da piccolo.

7.2.11

Il male assoluto.

Torto, concettualmente, non ce l'hanno.
Adesso devono solo darmi un dispositivo che sia, in effetti, migliore di quelli della mela, sostenuto da uno store migliore di quello Apple e da un Os di uguale livello, e io sarò dei loro.

Studio


Studi per una roba che dovrei mettermi a disegnare e che dovrebbe uscire nel 2012.
E' che di lunedì non c'ho voglia di postare niente.
(lo so da solo: i piedi fanno schifo ma, in realtà, è solo un esercizio per vedere quanto naturalistico può venire il tratto "sporco" con l'iPad).

6.2.11

Abbiamo bisogno di una barca più grande.

Grazie lo stesso. Siete stati comunque grandi. Avete onorato il calcio. La squadra ha giocato bene. In quelle condizioni non si poteva fare di più.

Oh, tutto vero, eh?
Tranne che non si poteva fare di più.
Perché se Julio Sergio si fosse degnato di fare non dico il grande portiere, ma il portiere medio, forse 'sta partita avrebbe avuto altra storia. Alla faccia dello squadrone interista.

I sogni son desideri.

"Personaggi posseduti da odio e livore, da una pulsione ad abbattere il nemico, a umiliare chi è diverso da loro. Viene il dubbio che possano sognare una nuova Piazzale Loreto".

Così dice Daniele Capezzone, portavoce del PdL, commentando il convegno di Libertà e Giustizia, tenutosi oggi al PalaSharp di Milano.

Il problema, Daniele, è che per ora possiamo solo sognarlo.

5.2.11

The Mario Brothers

Mario Mario e Luigi Mario, a tutta forza.
Ma quanto è figo? Grazie a Lorenzo per avermelo fatto conoscere.

Vabbè, che altro? Scoparvi mia madre mentre mi versate dello zucchero nel serbatoio?



Questo è un nobile fotomontaggio utilizzato per commentare un articolo che mi riguarda su Comicsblog. Vi prego: uccidetemi. E, nel peggiore dei casi, ricordatemi così:

Oyeah.