30.6.11

Io! IO!! IO!!!!


Il TG3 ha dedicato quattro lunghi articoli al sottoscritto, scritti da Riccardo Corbò.
Sono pezzi approfonditi e sì, sono pure piuttosto strani e viscerali, sia per l'ambito dell'italico giornalismo dedicato a fumetti e fumettisti, sia in senso generale.
Comunque sia, dentro ci trovate un sacco di opinioni di chi li ha scritti (che è merce rara), qualche opinione mia e anche la risposta ad alcune domande che mi avete fatto spesso nei commenti al blog.
Li trovate: QUI, QUI, QUI, e QUI.


Allen a Roma

In questi giorni, a Roma, tutti vedono Woody Allen in giro.
Ovunque.

Lavoro.
Mi suona il cellulare.

"Pronto?"

"Oh, nun poi capì chi c'è ar Pigneto!"

"Ciao, Alberto... chi c'è ar Pigneto?"

"Woody Allen!"

"E che fa?"

"Prende il caffè da Necci."

"Originale."

"Oh, mai una parola d'entusiasmo, te!"


Mi rimetto a lavorare.
Suona di nuovo il cellulare.

"Sì?"

"Oh, sò Luca... c'è Woody Allen!"

"Da Necci?"

"Macché, a Monti!"

"Gambe corte ma veloci..."

"Chestaiadì?"

"Niente, tranquillo... scusa, adesso ti saluto che mi rimetto al lavoro."

E mi ri-rimetto al lavoro.
E mi ri-risuona il cellulare.

"Indovina?"

"Woody Allen?"

"Abbravo".

Spengo il cellulare. Smetto di lavorare che tanto non è aria e mi metto a cazzeggiare sul web.
E chi ti trovo?


Che poi... chissà che avevano da dirsi quei due.

28.6.11

Come capire quando nel proprio sito c'è qualcosa che non va...



Se, dopo quasi due mesi, non hai trovato il tempo di togliere un banner pubblicitario, per esempio, potrebbe essere un buon indizio.

Scherzi a parte, sento sempre più la necessità di avere un nuovo sito di fumetti.
Uno che sia più professionale nell'approccio e nella qualità degli interventi di Manga Forever e che, a differenza di Comicus, sia gestito da appassionati veri, che ci tengono ancora e che hanno il tempo per seguirlo.
Giuro che se qualcuno ci si impegna, io lo sostengo con tutte le mie forze.
Giuro.

Amore Precario






Una vecchia storiellina di Asso che sul blog non avevo messo.
Ogni riferimento a fatti e persone reali, è puramente casuale.

27.6.11

[RECE] Transformers 3


Mettiamo questo film sulla bilancia:

ELEMENTI A FAVORE

- Non c'è più Megan Fox.
Al suo posto, un'altra patonza quasi inutile e cagna come lei, ma meno antipatica e senza pollici deformi.

- Si apre con una sequenza fantastica in cui c'è il meglio di Michael Bay.

- Ha degli effetti speciali monumentali.
Non come quella robetta finto colossal e tutto After Effetcs che ci stanno provando a spacciare gli americani di questi tempi (vedi QUESTO, QUESTO e QUESTO qui, per esempio). Una roba suntuosa. Esagerata. Pacchiana. Forse i migliori effetti che ho mai visto, in senso assoluto.
Tutto quello che deve esserci in un VERO blockbuster estivo e anche qualcosina di più.

- C'è un ottimo 3D.
Non siamo al livello di Avatar ma quasi. E' luminoso e con una grande profondità di campo che permette (finalmente) di distinguere meglio le masse di metallo in movimento sullo schermo.
Aggiungiamoci poi che i limiti della stereoscopia hanno costretto Michael Bay a cambiare il suo approccio alle scene di battaglia, quasi sovvertendolo. Niente più velocità esasperata, quindi, ma rallenty esasperati. Niente più stacchi di montaggio subliminali ma piani sequenza abbastanza lunghi e fluidi. E, sopratutto, niente cinepresa che gira vorticosamente intorno alle cose o ai personaggi (e quella m'è mancata parecchio, lo ammetto).
Lo stile di Bay ha perso qualcosa ma, di contro, adesso si riesce a capire cosa sta succedendo sullo schermo. Quasi.

- Ha un cast di personaggi comprimari interpretato da attori di razza.
Nella tradizione delle pellicole di Simpson & Bruckheimer degli anni d'oro che volevano attori di livello a nobilitare anche i loro action movie più beceri, questo Transformers 3 può vantare la presenza su schermo di gente del calibro di John Malkovich, Frances McDormand e (come nei primi due capitoli), John Turturro.

- Il nuovo look di Megatron (non ve lo spoilero perché, oltre ad essere davvero figo, potrebbe anche strapparvi una risata se ne sapete abbastanza di cinema).

- E' divertente.
E questo è lo scopo primario di un film del genere.



ELEMENTI A SFAVORE

- La sceneggiatura, pur essendo migliore, più divertente, meglio equilibrata e quasi del tutto priva delle cadute di stile che avevano contrassegnato il secondo capitolo della saga, rimane un grosso guazzabuglio dove alcune cose funzionano bene (gli elementi da commedia e quelli epici) e altre cose funzionano malissimo (il fluire e la concatenazione degli eventi, l'equilibrio generale tra gli stessi...).

- E' davvero troppo, troppo, lungo.
Due ore e mezzo di robot che si menano vorticosamente, stanca anche me.

- Il mecha design dei Transformers (con l'eccezione del nuovo Megatron e di Shockwave) è sempre un guazzabuglio senza senso.

- Un paio di scene surreali e volutamente sopra le righe, sono davvero troppo surreali e troppo sopra le righe.


In conclusione?
Spettacolare, divertente, mille volte meglio del secondo capitolo (QUI la recensione, in cui spiego pure il mio rapporto con Michael Bay) ma, purtroppo, lontano dalla bontà complessiva del primo. Non male. Ma poteva essere ancora meglio.

Maxi Dylan Dog 15


Mi sa che è uscito.
La terza storia è mia.
Domani ve ne parlo.
Adesso vado a vedermi Transformer 3.


25.6.11

Un personaggio di JD.


Flaviano sta facendo gli studi per la sequenza che disegnerà su JD 11.
Con l'occasione, di diverte alle mie spalle.


Gigi Cavenago gioca a fare il modellista...




Il mio preferito, è il secondo dall'alto.

Sul serio, voi un fumetto con una roba del genere alle spalle, non lo avete mai visto.
Se poi vi va di passare sul blog di Gigi, ci trovate un sacco di altri disegni fantastici.

[RECE] Cars 2


Se sanguina, può morire...

E' quasi rassicurante vedere che anche la Pixar può sbagliare, e di grosso.
Significa che pure un genio come John Lasseter (che, in questo caso è pure il regista del film e uno dei co-sceneggiatori) è solamente un essere umano e, ogni tanto, fa delle cagate.
Ecco, Cars 2 è una cagata sotto tutti i punti di vista.
Tecnicamente, pare di vedere una versione più povera del capitolo precedente (in particolare per i modelli dei protagonisti, per la fisica degli stessi e per gli effetti di illuminazione) che si riscatta solamente nella ricostruzione di Londra ( talmente impressionante da far venire il concreto dubbio che, almeno nelle veloci panoramiche dall'alto, non si tratti di immagini generate al computer).
Sul fronte artistico, invece, la sceneggiatura è una specie di grosso fuori tema, e risulta davvero difficile comprendere perché Lasseter e soci abbiano scelto di trasformare Cars in un film di spionaggio, abbandonando praticamente tutti gli elementi della prima pellicola, compreso il protagonista. Oltretutto, dubito che i bambini possano capire o interessarsi alla trama in stile 007 che viene imbastita e, del resto, gli adulti non potranno che rimanerne annoiati, visto quanto è elementare e priva di reali momenti di reale tensione.
La regia... sinceramente, io non l'ho capita.
Un film di auto e di spionaggio che è fermo e lento, per me è un film diretto con il culo.
Per tutto la durata della pellicola (considerevole) ho rimpianto ogni singolo fotogramma di Speed Racer, film che Cars 2 mi pare omaggi sia in maniera implicita, in un paio di sequenze di corse, sia in maniera esplicita, dando il nome di Bernoulli a uno dei protagonisti (era il nome del motore che viene equipaggiato sulla Mach 6 nella gara finale del film dei Wachowski).
E alla fine, questo Cars 2 non solo è di gran lunga il più brutto film della Pixar, ma è inferiore anche alla maggior parte dei prodotti di case concorrenti come la Dreamworks e via dicendo e, in particolare, è a migliaia di miglia di distanza da quel gioiello di Rango.

E manco ci si può consolare con il corto che, come da tradizione, apre il film:
è brutto e fastidioso pure quello.

Vabbè, speriamo che con il prossimo film la Pixar torni agli antichi fasti... anche se, dopo aver visto il teaser di Brave, io ho una gran brutta sensazione.

p.s.
a margine: il film è pure pieno di un umorismo becero sugli europei e, in particolare, sugli italiani. Yuppie.

24.6.11

Solo un'ultima cosa...



Prima di dire tutti "che peccato", guardate la foto qui sopra e ripensateci.
Meglio così, che il tenente Colombo non se la stava passando un gran bene, negli ultimi anni.

Muore Peter Falk, bravissimo attore cinematografico (mi fa piacere ricordare il ruolo di mafioso in Angeli con la Pistola e quello di nonno nel fantastico La Storia Fantastica) e, ovviamente, monumentale interprete di uno dei personaggi televisivi migliori di sempre.

The Bard's Tale


Ah, la vita del bardo...
Andare di gente in gente, attraverso le contrade e i borghi. A suonare e cantare ballate d'amore e d'eroismo. Ogni giorno una conquista, ogni pasto un banchetto, ogni notte una serenata.
L'Avventura! L'Avventura!
Pochi minuti fa, sotto casa mia.

Quanto cazzo è deludente la vita quando l'hai conosciuta attraverso i manuali di D&D.

Il vento cambia? Sarà, a me sembrano le solite streghe di una volta...

Quando leggo robe come queste, capisco che mai, e poi mai, potrò davvero sentirmi rappresentato da quelli del PD.
Poi, sia chiaro, il poster della festa dell'Unità è stupido e brutto al pari di tutti quelli degli ultimi anni, ma le ragioni per cui le femministe arrabbiate del PD si lamentano, sono ridicole e davvero fuori tempo massimo. Se è così che sta cambiando il vento, stiamo davvero freschi.

E, comunque sia, anche l'anno scorso non è che le cose fossero poi diverse, eh?


Detto questo, io suggerisco queste come immagini alternative possibili:






23.6.11

[RECE] Falling Skies: season premiere


Partiamo dalla dalla cosa migliore di questa season premiere: il ritorno sullo schermo del dottor John Carter. Certo, io lo avevo lasciato in Africa a fare il medico senza frontiere e non mi spiego come sia diventato un insegnante di storia con tre figli (di cui uno disperso), una moglie (morta) e in lotta con degli alieni davvero brutti e cattivi che hanno invaso il mondo.
Forse è successo qualcosa di tremendo nelle ultime quattro stagioni di E.R. che ho deciso di non seguire...

Poco importa.
Quello che conta è che il personaggio, quel personaggio che proprio non ce la facevo a non amare smodatamente nonostante lo sapessi che era scritto apposta per ottenere quel tipo di reazione, è sempre lui e Noah Wyle lo interpreta alla vecchia maniera, cioè alla grandissima e con tutta la sua enorme carica umana (e un pizzico di gigioneria... ma va bene).

Per il resto, cosa dire?
Falling Skies, per farla molto breve, si potrebbe descrivere come la serie televisiva della Guerra dei Mondi di Spielberg (che, non a caso, ne è il produttore e il principale ispiratore). Però non c'è Tom Cruise, non ci sono i tripodi (ma ci sono i mech e gli alieni aracnoidi), non c'è Dakota Fanning (il che è un peccato mica da poco, visto come è cresciuta la bambina) e sembra non esserci e il provvidenziale raffreddore che viene a salvare il culo all'umanità perché qui gli alieni si uccidono solo con un colpo di fucile alla testa.
Sparato a bruciapelo, possibilmente.

La regia, per quanto di stampo prettamente televisivo (e non è detto che sia un male che di serial che vogliono essere cinema io mi sarei pure stufato) è solida, efficace e vecchia scuola (non aspettatevi un ritmo vertiginoso o un colpo di scena a ogni stacco narrativo), gli effetti speciali sono dignitosi (e hanno un bel debito con Neill Blomkamp e il suo District 9), i personaggi sono sufficentemente ben scritti (nei loro ruoli strettamente funzionali) e interpretati discretamente, i costumi sono ottimi e l'immagine degli Stati Uniti d'America invasi da una qualche forza esterna (poco importa quale sia la natura della minaccia: russi, cubani, zombie, Terminator...) è sempre potente.
Lo script non brilla eccessivamente (anzi, diciamolo: la seconda parte zoppica malamente), ma nell'insieme mi sembra un buon esordio per una serie che seguirò.

Ah, c'è pure lui.
Che è un caratterista bravo che avete visto in un mucchio di film e che qui, finalmente, ha un ruolo di un certo spessore.

Questo il trailer ufficiale.

21.6.11

Tex e il Tempio Maledetto.

Nel 1985, Indiana Jones andava fortissimo. Del resto, giusto l'anno prima, nelle sale, era approdato il secondo capitolo della serie e un sacco di gente stava cercando di mettersi in scia del suo successo, producendo filmetti e filmacci che cercavano di fargli il verso.
Il western, invece, nonostante Silverado e Il Cavaliere Pallido, continuava a non incularselo più nessuno.
Figuratevi poi un western tratto da un fumetto italiano...

E così, in Francia, Tex e il Signore degli Abissi, è uscito con questa locandina qui:
E a me, che non l'avevo mai vista, fa ridere forte.

[RECE ] Game of Thrones -season one-


Si può mettere in scena una guerra di potere tra vari regni di stampo medievale, avendo dalla propria solo un mucchio di bravi attori, una bella storia e una manciata di spade e armature?
Se ci riusciva Bill Shakespeare nei teatri di fine 1500, non vedo perché dovrebbe essere una cosa impossibile da fare oggi.
Quello che conta, è farlo con onestà e intelligenza, cercando di non mascherare in maniera goffa o poco furba la mancanza di mezzi.
Ecco, questa è l'unica critica che mi sento di portare davvero alla nuova serie targata HBO e basata sui romanzi di George R. R. Martin, cioè l'incapacità (o la mancanza di volontà) di trasformare i propri limiti produttivi in segni di stile, cercando, piuttosto, di venderci un colossal che non è per nulla tale.

La serie è bel lontana dai fasti produttivi di Rome o di Band of Brothers, e questa non è che sia necessariamente una colpa, ma lo diventa nel momento in cui gli stratagemmi adottati per evitare di mettere in scena grandi scene di massa e battaglie sono talmente goffi e palesi da imbarazzare. Lo diventa quando piuttosto che a un soluzione visiva, magari povera ma piena di stile (come quella operata da Kenneth Branagh nel suo meraviglioso Enrico V, per esempio), si è preferito affidarsi ad alcuni brutti inserti realizzati in After Effects da persone prive delle capacità necessarie per non farlo notare.
Però, ammettiamolo, tutto questo è superficie.
Quello che conta davvero di questa serie è che è ben scritta e ben girata, che le libertà che si prende rispetto all'opera originale sono tutte sensate e condivisibili e che lo spirito dei romanzi, la loro complessità, maturità e profondità siano state portate sullo schermo senza prendere facili scorciatoie (e immagino che la tentazione di farlo sia stata piuttosto forte), che il cast, ad eccezione di Lena Headey (Cersei) e Kit Harington (John Snow), sia di altissimo livello e che, alla fine di questa prima stagione, si resti con la voglia di averne ancora.

Insomma, dieci ore (scarse) della propria vita, davvero ben spese.
Cosa aggiungere? Ah, sì... i Lannister sono l'unica famiglia per cui tifare, come sempre.

[RECE] 13 Assassins


Se dovessi giudicare il cinema di Takashi Miike sugli elementi che, sempre, vengono sottolineati dalla critica occidentale quando si parla dei suoi film, devo ammettere che lo liquiderei senza starci a pensare sopra troppo.
I suoi toni horrorifici, splatter e disturbanti? Niente di inedito da una nazione che, negli anni '20, ha partorito il genere ero-guro (che, comunque, ha radici ben più profonde nell'arte giapponese). L'uso eversivo degli elementi mélo? Divertente. Ma Lars von Trier ha fatto di meglio e con maggiore efficacia (e penso a quel gioiellino incompreso di umorismo che è Dancer in the Dark). Il post-modernismo? Ebbasta, che ha scassato le palle. La dilatazione temporale? Mah. Anche qui, la filmografia giapponese ha fatto molto in quell'ambito e Miike non è altro che l'ultimo esponente (e nemmeno il più brillante) di una tradizione molto lunga.
Ma allora perché, nonostante tutto, ritengo Miike uno dei registi più interessanti sulla piazza?
Per il suo occhio-cinema.
Per come vede le cose e le riprende.
Per quella qualità sfuggente eppure ben visibile che è peculiare (anche se con modalità e esiti diversi) di una ristretta manciata di registi la cui opera merita attenzione anche (e, in certi casi, esclusivamente) per come filmano le cose.
Penso a gente come Hitchcock, Kubrick, Mann, il primo Argento (che l'occhio cinematografico ce lo aveva eccome, anche se gli mancava tutto il resto), Malick, Godard, Melville, Peckimpah, Truffaut, il primo Spielberg e sì, pure Tarantino (che quando cazzeggia, cazzeggia, ma quando si mette a fare i suoi film, non scherza per nulla).

E veniamo quindi a questo 13 Assassins.
Che è un film "alla vecchia maniera" per i primi 110 minuti e che poi diventa una baracconata ridicola, buona giusto per ingraziarsi gli spettatori occidentali dei festival, in cerca del "tocco di follia alla Miike".

Parliamo prima di quei 110 minuti che precedono la battaglia finale.
Che cosa abbiamo?
Un remake di una pellicola omonima di Eiichi Kudo che, a sua volta, era un clone dei Sette Samurai di Kurosawa. La differenza è che qui i bushi sono tredici, ma cinque di essi non godono di nessuna caratterizzazione e, quasi, nemmeno di un nome, e quindi i conti tornano comunque.
Il resto dei personaggi, grossomodo, sono le stesse figure archetipe portate in scena da Kurosawa. Il che non è per nulla un male, sia chiaro.

Questa prima parte del film è lenta, teatrale, funerea, virile, a tratti buffa, a tratti respingente, narrativamente e registicamente, molto solida.
Nulla per cui strapparsi i vestiti, sia chiaro: messo a confronto con i due modelli originali, questo 13 Assassins ne esce comunque con le ossa rotte, ma sarebbe assolutamente ingeneroso non definirlo come un ottimo chambara.
Di maniera, nel segno della tradizione, senza nessuna particolare volontà di innovare, ma messo in scena e ripreso con sapienza, mestiere e sensibilità.
Un bell'omaggio a un cinema che era e non è più, giusto rovinato dagli orrendi effetti digitali (difetto questo che condivide con lo Zatoichi di Kitano, altro film moderno che ripercorre i sentieri classici del cinema giapponese).

E veniamo alla seconda parte del film in cui si arriva allo scontro tra i pochi (i nostri tredici samurai) e i tanti (un esercito di oltre duecento bushi), all'interno di una città-trappola.
Ecco, dal minuto centodieci, il film butta tutto quello di buono che aveva mostrato per diventare un inutile giocattolone, buono solo ad esaltare lo spettatore in cerca dell'effetto facile.
Mucche in fiamme, barriere in legno di quindici metri che scorrono come porte a soffietto, palazzi che esplodono eruttando sangue e altre mille cazzate, una via l'altra, che riescono solo a distruggere il senso di ineluttabile dramma che era stato tanto ben sapientemente costruito nella prima parte.
Certo, un paio di momenti belli ci sono (penso, in particolare, a una meravigliosa soggettiva di morte e a quello che sembra un divertito omaggio-citazione al primo Better Tomorrow di John Woo) e il discorso sulla sguardo di Miike resta valido per tutta la durata della pellicola, ma a visione conclusa, questo 13 Assassins fa venire in mente The Island, il film con cui Michael Bay voleva dimostrare di essere un regista che sapeva anche fare film normali, senza la necessità di far esplodere il mondo (il risultato è stato che, da metà della pellicola in poi, Bay si è scassato il cazzo e ha iniziato a far esplodere il mondo, dimostrando di essere incapace, o troppo insicuro, per essere diverso da se stesso).
Insomma, l'impressione è quella di una grossa occasione sprecata ed è un peccato, perché poteva essere un grande film e, invece, non lo è.
Ma questo, purtroppo, è un discorso che si può applicare a gran parte della filmografia di Miike.

p.s.
QUI trovate un secondo parere che merita di essere letto.
QUI un terzo. Che è l'esatta definizione di quello che intendo come "pubblico occidentale che non vede l'ora che Miike faccia le cose strane che ci piacciono tanto".

20.6.11

Si ritorna alla routine.

Da domani si torna alla norma.
Recensioni, polemiche e cazzate varie.
Che devo rimettermi in moto in qualche maniera.

Ah, questo qui sopra è il solito esercizietto scemo fatto con ausilio di foto, tanto per provare la pennina della Wacom per l'iPad.
La pennina è uguale a tutte le altre, in compenso sto provando Procreate, un programmino che permette di esportare i disegni in risoluzioni civili. Però ha un editor per i pennelli che sto odiando. Qualcuno mi spiega come funziona?


15.6.11

Meifumado

...sei anni e mezzo fa.
Vivo con Rosy in un appartamento al sesto piano senza ascensore.
Rosy è al lavoro.
Io cincischio per casa, cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.
Mia madre citofona: devo andare giù al portone a prendere delle robe.
E io comincio a scendere ma, più o meno all’altezza del terzo piano, mi sento male e collasso in terra. Ci si mette poco a capire che ho un’emorragia interna grave. Fuori dal blu e dentro al nero, come direbbe Stephen King (e Neil Young, prima di lui... ma chi se frega di Neil Young?). Per farla breve (sto mentendo: non sarà affatto breve), vengo trascinato al Fate Bene Fratelli in tutta fretta. Dove per qualche giorno non ci capiscono niente e poi mi danno per spacciato. Mia mamma non è della stessa opinione e, dopo un funambolico (e per molti versi, criminoso), trasbordo al Gemelli, arrivo al pronto soccorso quasi morto.
Cosa che, come dicono nella Storia Fantastica e come capirete facilmente da soli, visto che state leggendo queste righe, è una cosa radicalmente differente da morto, morto.
Comunque sia, non è un bel periodo.
Ma non è una novità.
E’ il terzo incidente del genere in cui incappo da quando sono nato, di tutti però, questo è il peggiore. Non tanto per la gravità (che è, grossomodo, come le altre) quanto per il fatto che questa volta ho trent’anni e passa. E se a sei anni sei troppo piccolo per capire cosa sta succedendo e a venti troppo spavaldo per crederci veramente, a trenta ti godi l’esperienza in pieno e puoi apprezzarne tutte le sue più schifose sfumature e implicazioni.
A patto che tu sia così sfigato da rimanere lucido per tutto il tempo del giro della giostra.
Io sono così sfigato.
Comunque sia, ne esco.
Debilitato nel fisico e devastato nella testa, ma in piedi e sulle mie gambe.
Torno a casa e passo un primo periodo in preda ad attacchi di panico e segregato. Dormo con un occhio aperto e l’orecchio sempre teso a sentire gli scricchiolii di quella casa stregata che è diventato il mio corpo. Sono cupo, depresso e paranoico.
Dev’essere un piacere avermi intorno in quel periodo.
Mi rompo il cazzo di me stesso e cerco di reagire.
E io, quando devo reagire, cerco sempre l’assistenza dei miei santi.
Prima dell’ultima emorragia, praticavo kendo e leggevo un sacco di roba tipo l’Hakagure, i saggi di Mishima, i pensieri di Marco Aurelio e Nietzsche.
Sì, lo so anche da solo: sono le letture tipiche di un nazista adolescente ma, vi giuro, che non ero in quella fase.
Semplicemente, era tutta roba che mi aiutava a costruire nella mia mente una specie di modello comportamentale ideale a cui tendere per venire a patti con la vita che mi era toccata. Dopo l’emorragia dei miei trent’anni, definire questo modello in maniera solida e aderirci con tutto me stesso, diventa l’unica maniera che riesco ad escogitare per tornare a una sorta di funzionalità. E così, mescolando la via del bushi, lo stoicismo, il nichilismo e qualsiasi battuta cinematografica abbastanza figa da farsi ricordare sin dal primo ascolto, stabilisco, più o meno, i precetti guida della mia nuova esistenza.

La via del samurai è la morte.
Il cielo è azzurro, l’acqua è bagnata e i predatori sono sempre in agguato.
Svegliati ogni mattina immaginando il tuo corpo trafitto da mille lance.
Prendi le decisioni nell’arco di cinque respiri.
Nessun campo di energia mistica controlla il tuo destino.
Sii pronto ad accettare la morte quando arriva.
Fare il tè è una roba delicata che richiede una certa attenzione.
La superficie è tutto.
Vivi ogni attimo come fosse l’ultimo.
Non c'è tempo per sanguinare.
Le strane religioni e le loro antiche armi contano poco contro un folgoratore al fianco.
Se non puoi scegliere quando morire, scegli almeno come.
Se sei infelice, smetti subito di esserlo.
Tutto quello che è dietro di te non esiste più. Quello che è davanti non esiste ancora. Esiste solo l’adesso. E solo l’adesso conta.
Se non stai facendo, fai.
Oggi è un buon giorno per morire.
Ogni giorno è un buon giorno per morire.
Magari non questo giovedì però, che ho un concerto.
Se vedi qualcosa che ti potrebbe dare piacere, anche effimero, prenditelo.
La musica è meglio sentirla ad alto volume.
Se è troppo alta, sei troppo vecchio.
Quando dico "musica", intendo tutta la musica, sia l'hard che l'heavy.
Conta solo quello che si percepisce.
Mangia molti cereali.
La vita merita di essere vissuta solo fino a quando c’è qualità e dignità sufficienti a giustificarla. Altrimenti è meglio una bella uscita di scena.
Non dare mai da mangiare a delle strane creature dopo mezzanotte, specie se un vecchio stregone cinese ti ha espressamente detto di non farlo.

E soprattutto:
non farti trascinare mai più in un’ordalia ospedaliera come quella passata. Piuttosto ammazzati in anticipo per troppo zelo e fai magari la figura del coglione.

In sostanza, in quel periodo la mia figura di riferimento, somiglia a una specie di samurai edonista con la sigaretta tenuta ad un angolo della bocca, vestito con un completo Armani del 1980 e degli occhiali da sole scuri Ray-Ban Wayfarer, disegnato da Patrick Nagel.
Ma, strano a dirsi, tendere a questa immagine schizofrenica, mi aiuta a rimettermi in sesto e a tornare ad essere utilizzabile.
Anche se, devo ammetterlo, lungo il percorso, capitano degli incidenti che, con il senno di poi, avrei dovuto evitare e che non sarò mai abbastanza cinico da definire come inevitabli danni collaterali di un processo di crescita. In poche parole: faccio del male a delle persone a cui tengo molto e ancora oggi me ne dispiaccio. Tanto.
Va anche detto che in questo periodo succedono anche cose molte belle (alcune straordinarie) che mi fanno crescere e migliorare e che, alla fine, mi rendono un essere umano migliore di quello che ero prima. E no, non ammetto ironia su questo punto: passare da zero a uno è un balzo evolutivo enorme.
(a margine: è proprio grazie a tutta questa roba qui sopra che nasce anche il blog che state leggendo e questo, se ve lo state chiedendo, spiega anche il suo nome originale che ancora appare nell’indirizzo).

Comunque sia, ritrovo un mio equilibrio.
Ogni tanto ho ancora i ragni nella testa. Certe volte capita che il panico mi assalga di nuovo alle spalle. Ma riesco a gestire la faccenda e sono più sereno.
Aggiungiamoci pure che altri grattacapi di salute, più concreti e urgenti, ci si mettono di mezzo e succede che al rischio di una nuova emorragia, io ci pensi sempre meno.

In poche parole: abbasso la guardia.

E adesso, dopo il cappello introduttivo più lungo del mondo, veniamo al presente, anzi, per essere più precisi, a:

...domenica scorsa
Vivo con Mary, in un appartamento al terzo piano, con ascensore.
Mary è a Napoli, dalla sua famiglia.
Io cincischio per casa, cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.

Mi alzo, pranzo. Vado al bagno. Quasi collasso. Melena. Emorragia interna.
Non perdo la calma e seguendo un protocollo che il mio cervello deve aver elaborato alle mie spalle, mi attacco al telefono e avverto subito un amico, organizzandomi per farmi venire a prendere e portare, quanto più in fretta possibile, al Gemelli (dove già so che mi conoscono e sanno dove mettere le mani). Nel frattempo mi muovo piano per casa (non posso permettermi di svenire), e riempio una borsa con lo stretto indispensabile (portatile, caricabatterie per il cellulare, un cambio, spazzolino da denti, un libro non ancora letto nel caso le cose vadano bene, un libro già letto, ma che ho amato molto, nel caso le cose vadano davvero male). A cinque minuti dall’inizio dell’emergenza, sono bell'e pronto.
Quaranta minuti dopo sono all’accettazione del pronto soccorso dove mi affibbiano un codice giallo, che significa che sono abbastanza grave da bruciare tutta la fila ma non così grave da giustificare il fatto che Carter e Benton corrano verso di me gridando “DATEGLI 20cc DI ADRENALINA! SUBITO!”.
Un’ora dopo sono il sala operatoria per un intervento endoscopico.
L'obiettivo è tappare la falla con una specie di colla (la stessa colla che hanno usato sei anni e mezzo fa). La difficoltà è trovare questa falla e sperare che sia in un punto raggiungibile.
Mentre sono in sala operatoria, con il liquido trasparente del calmante già circolo e la lattiginosa anestesia ancora nella siringa dell'omino dei sogni, mi ricordo di colpo di tutti i precetti della mia filosofia. Quei precetti faticosamente elaborati e strenuamente difesi nel corso degli anni e dietro di cui mi sono nascosto e giustificato per un mucchio di tempo, quelle regole che ho bellamente ignorato appena mi si è palsesata concreta la possibilità di lasciarci le penne.
E in testa mi si forma un’immagine nitida come se ce l’avessi davanti:

esterno giorno.
Il Giappone Feudale.
E’ una vignetta lunga.
A sinistra, in campo lungo e in figura intera e laterale, Itto Ogami, l’esecutore dello shogun, il ronin che viaggia sul sentiero del Meifumado. Il lupo solitario.
A destra, contrapposto a lui, Massimo Troisi.
Itto Ogami si rivolge a Massimo Troisi.

Itto Ogami - Ricordati che devi morire.

Massimo Troisi - Sì... Aspetta che me lo segno.

Poi tutto sfuma.
Tranne le risate pre-registrate, in sottofondo.
Fuori dal blu. Dentro al nero.
Con buona pace di Stephen King e Neil Young.

E questi ci porta a:

...adesso.
Si è affrontato il problema per tempo e nella maniera giusta. I medici sono ottimisti e la situazione sembra essere sotto controllo.
Sono al secondo piano del Gemelli.
Le infermiere hanno iniziato il loro giro e io cincischio per la stanza d’ospedale cercando l’ispirazione per mettermi al lavoro.
E’ una mattinata come tante e, se me lo chiedeste, vi direi che è un periodo in cui, tenendo conto delle mie generali condizioni di salute, mi sento abbastanza bene.

9.6.11

Stracrash, brutto era e brutto è rimasto. Qualcuno doveva dirglielo.


Ieri, io e Mauro, abbiamo deciso di trascinare le nostre rispettive compagini e il sarcastico Federico, a vedere una proiezione speciale di Starcrash - scontri stellari oltre la terza dimensione - . Dico "speciale" perché, dopo la visione del film, avrebbe avuto luogo un incontro con il regista del film, Luigi Cozzi e la protagonista, Caroline Munro.
Adesso, per chi non sa nulla di questo film, eccovi un rapido riassunto:
è il 1977, Star Wars è appena uscito negli USA e sta facendo sfaceli al botteghino. Un produttore belga, dimostrando intuito, senso pratico e un'attitudine tutta italiana alla cialtroneria, decide di mettere in cantiere il più in fretta possibile un film che si metta nella sua scia del capolavoro di Lucas.
Per farlo, recluta Luigi Cozzi, un mesteriante del cinema italiano, noto per la sua capacità di lavorare in fretta e con poco e che, giusto qualche tempo prima, gli aveva proposto l'idea di fare un film di fantascienza. Cozzi non ci pensa sopra un attimo e, saltando tutta la fase di pre-produzione, si mette dietro la macchina da presa e inizia a girare tra le spiagge di Tropea e la neve del Terminillo.
Il risultato è un film bislacco che scimmiotta Star Wars solo nei suoi lati più superficiali ma che è più intimamente legato a opere come il viaggio fantastico di Simbad, al cinema più psichedelico di Bava e al Flash Gordon fumettistico di Alex Raymond. Adesso però, non fraintendetemi: nonostante questi padri nobili, la pellicola di Cozzi è assolutamente imbarazzante sotto tutti gli aspetti: una messa in scena misera, effetti speciali risibili, recitazione amatoriale e, soprattutto, uno script talmente ridicolo e delirante, da diventare sublime nella sua idiozia.
E' un film brutto, ma brutto forte.
Comunque sia, Starcrash esce nelle sale americane attraverso la distribuzione di Roger Corman (quindi: nei drive-in e nelle sale di provincia) e fa qualche soldo.
Il produttore ci ha visto giusto: il buon selvaggio americano è infatuato dalle stelle e dai raggi laser di George Lucas e ne vuole ancora. Poco importa se questo "ancora" sia di una qualità infima. E poi, diciamocelo, Starcrash ha qualcosa che Star Wars non ha: Caroline Munro praticamente nuda per oltre metà della pellicola.


Adesso, di solito, film come Starcrash vengono dimenticati nell'attimo in cui assolvono la loro funzione (rapinare qualche soldo agli spettatori meno consapevoli) ma, in questo caso, ci si sono messi di mezzo la peggior specie dei cinephile francesi (e anche qualcuno italiano) che decretano che il film di Cozzi è visionario e surreale e gli ascrivono tutta una serie di intenti artistici che non sono mai stati nella mente del regista (che, mi piace ricordarlo, è anche responsabili di quel Paganini Horror che da molti viene ritenuto il peggior film horror di sempre). E il film, in qualche maniera, resta.

E così, veniamo a noi.
Io, Mary, Mauro, Meme, e Fede.

Io, il film di Cozzi, l'ho visto quando avevo dieci anni in una arena di Lavinio. All'epoca mi aveva affascinato (ero un ragazzino in fissa con tutto quello che aveva una qualche fascinazione fantastica) annoiato e imbarazzato. Non l'ho mai più rivisto per intero da allora.

Mauro, Starcrash lo ha visto sulle tv regionali, poi ne ha letto su Nocturno, poi si è comprato il dvd francese con l'edizione restaurata e se l'è pure fatta firmare da Cozzi in persona. Si presenta in sala con la maglietta del film.

Mary e Meme non lo hanno mai visto. E manco gli frega nulla di vederlo. Sono qui per quello spirito di abnegazione che hanno certe ragazze nei confronti dei loro uomini "tutti speciali".

Federico non lo ha visto ed è qui per divertirsi.
E avrà quello che cerca.
Il film è ancora più tremendo di quanto me lo ricordassi e ci viene parecchio da ridere per tutto il tempo ma gli altri spettatori lo guardano con una serietà quasi offensiva e quindi lo facciamo piano, come delle dodicenni che sghignazzano davanti all'apparato genitale di una statua greca.
Poi Starcrash finisce e inizia l'incontro con Cozzi e la Munro (che è ancora una dignitosa milf).
Cozzi sproloquia, dandosi un sacco di meriti che non ha, poi dice due cazzate irritanti sullo spirito ingenuo dei fumetti che lui ha tentato di portare sullo schermo e infine lascia le parole al pubblico per le domande che partecipa alla grande illusione collettiva, trattandolo come fosse una specie di maestro. Sto iniziando a irritarmi quando, finalmente, qualcuno dal pubblico fa notare che Starcrash viene spesso messo in competizione con Plan 9 From Outer Space per la palma di film di fantascienza più brutto di sempre (ops... quel qualcuno sono stato io). Cozzi tergiversa e poi si rifugia dietro a un "il film ha avuto molto successo in America ed è stato distribuito in oltre duecento sale", scordandosi di dire che erano tutte sale di provincia e drive-in.

Poi è il momento dell'applauso e delle foto.
Mauro si fa fotografare con la Munro e io mi chiedo se all'attrice faccia strano venire fotografata insieme ad un tipo che ha la sua faccia sulla maglietta.

Per il resto, la serata si è conclusa con un giretto per il pigneto e poi a casa, con l'intenzione di vedere un film bello (e invece siamo crollati per il sonno... che tristezza la vecchiaia).

Devo dire che c'è una cosa che mi rende molto felice del mio settore di competenza:
che i fumetti brutti sono e restano, fumetti brutti.
Nessuno cerca di riqualificarli o di dargli un'etichetta cult.
Kill Killer era merda e merda resterà, per sempre. Magari ci faremo quattro risate e ricordarcelo, ma a nessuno verrà mai in mente di spacciarlo come un cult da recuperare in nessuna maniera.
E meno male.