31.7.11

Breakfast Club Serie


...and these children that you spit on, as they try to change their worlds are immune to your consultations. They're quite aware of what they're going through...
David Bowie



Sabato, ventiquattro marzo, 1984.
Liceo di Shermer, Shermer, Illinois.
60062.

Caro signor Vernon...

Accettiamo di restare chiusi a scuola, sacrificando il nostro sabato, qualunque sia stato l'errore che abbiamo commesso. Quello che abbiamo fatto era sicuramente sbagliato. Ma pensiamo che lei sia proprio pazzo a farci scrivere un tema nel quale dobbiamo dirle cosa pensiamo di essere. Che cosa gliene importa? Tanto lei ci vede come vuole.
Usando il linguaggio più semplice, la definizione più comoda, lei ci vede come...





...credo che lei sarà felicissimo di tutto questo.

Distinti saluti
Il Breakfast Club.



Un mucchio di cose si potrebbero dire a proposito di Breakfast Club, pellicola del 1985 del compianto John Hughes.
Si potrebbe, per esempio, parlare della sua importanza seminale nel definire il genere delle commedie adolescenziali. Oppure stare a discutere dello strano linguaggio cinematografico fatto di scelte a tratti surreali e abbattimenti della quarta parete che Hughes usava in pellicole come questa e che proprio in Breakfast Club e, nel forse anche superiore, Ferris Bueller's Day Off (Una pazza giornata di vacanza, in Italia) vede la sua massima espressione. Oppure si potrebbe stare anche solo a discutere per ore dell'enorme influenza che il film ha avuto nel corso degli anni (basti dire che un'icona come Bart Simpson è diretto discendente di personaggi come Bender e Ferris e che la sua nemesi, il preside Skinner, è davvero un parente strettissimo del preside Vernon e del preside Rooney). O dei costanti omaggi che numerose serie televisive gli hanno fatto nel corso degli anni (da E.R. a Misfits, passando per Dawson Creek e O.C.). Si potrebbe parlare della sua colonna sonora e dell'uso che ne fa John Hughes. O di come, insieme al già citato Ferris Bueller's Day Off, a Sixteen Candles, e a Pretty in Pink, il film rappresenti il miglior ritratto possibile degli anni '80, sia nel bene che nel male. O del fatto che commedie del genere non si erano mai fatte prima e che hanno cominciato a farle tutti, dopo. O del fatto che il film è stato recentemente parodiato in versione porno (con Faye Reagan al posto di Molly Ringwald), attestato inequivocabile di appartenenza a un immaginario collettivo di massa (perlomeno negli USA).
Ma capire oggi la rilevanza e la qualità di Breakfast Club e degli altri film di Hughes del periodo che va dal 1984 al 1986, è una cosa semplice: sono film ispirati, realizzati da un regista-sceneggiatore che aveva una visione chiara di cosa volesse dire e di come dirlo, la produzione è più che adeguata, la messa in scena è solida, pur nella sua semplicità, l'occhio è invidiabilmente fresco, le colonne sonore perfette e gli attori coinvolti (praticamente, tutto il brat pack al completo) sono nel periodo più felice della loro vita (artisticamente parlando).
Quello che è più difficile, al giorno d'oggi, è riuscire ad amare davvero questi film.

Perché la loro materia è stata abusata e reiterata mille e mille volte in altre pellicole e serie televisive.
Perché la loro grana è quella dei film pomeridiani di Italia 1.
Perché la leggerezza ormai è un crimine.
Perché... ma guarda tu come sono vestiti questi deficienti (anche se la Molly Ringwald di Pretty in Pink è una enciclopedia ambulante di stile per le ragazze hipster di oggi).

Però, se non li avete mai visti, il mio consiglio è di dargli una possibilità.
Magari un sabato pomeriggio d'estate.
Guardandoli con il cuore sereno e lo spirito colmo di vaghezza.
Forse troverete più di quello che stavate cercando.
E magari ve lo porterete appresso, negli anni a venire.

30.7.11

Appunti per me: nel futuro, cercare di essere più espansivo.

Dunque, cinque giorni fa, alle quattro del mattino, un disegnatore e illustratore bravissimo che adoro, mi invia il bozzetto della sua nuova copertina,
Io, a mezzogiorno di quello stesso giorno, mi sveglio, vedo il bozzetto e lo commento entusiasticamente con un "mi piace", invitando il disegnatore a procedere con il definitivo.

Ieri il disegnatore me lo manda, dicendomi che vuole fare ancora qualche piccolo ritocco ma che, grossomodo, l'illustrazione è quella.
Io gli rispondo a strettissimo giro di posta, dicendo: "mi piace" aggiungendo solo che, avendone la possibilità, rafforzerei il contrasto di alcune figure che, nel trionfo generale, escono poco rispetto al resto.
Il disegnatore in questione non si fa sentire per parecchie ore, poi mi rimanda l'illustrazione, ritoccata. Insieme a questa c'è anche una lunga (e interessante) disanima sui problemi legati a determinate tecniche pittoriche e cromatismi e di come Frazetta abbia aggirato il problema utilizzando un certo tipo di composizioni e via dicendo.
Io mi faccio una cultura e poi replico con un laconico ma, non per questo meno entusiasta, "mi piace!".
Poi esco e me ne vado al concerto di Slash.
Nel frattempo, il disegnatore non si ferma.
Ci lavora sopra altre cinque ore, rimandandomi poi l'ultima versione definitiva che, per un occhio da profano, non è diversissima da quella precedente ma per chi sa dove guardare, è ancora più raffinata
Io però la mail del disegnatore non la leggo. Sono al concerto. Twittero lamentandomene, ma non controllo la posta.
Finisce il concerto, si fa una certa, mi arriva un messaggio sul cellulare che, più o meno, recita così:

"Ho capito, la copertina non ti piace. Mi dispiace perché ci tengo al tuo parere. E perché mi ci sono impegnato e credo di aver dato molto. Farò di meglio alla prossima".

E io sbatto la testa al muro.
Con tutto l'affetto e la stima del mondo. Ma sbatto la testa al muro.

Ah, nel frattempo, Davide De Cubellis ha pubblicato la nuova copertina di JD.
Che, indovinate? Mi piace.
Mi piace un sacco.
E che non ha nulla a che spartire con questa storia, sia chiaro.


Concerto di Slash a Rock in Roma

Che Slash, ultimamente, avesse qualcosa che non andava, lo si poteva capire dal livello delle sue collaborazioni.

Tipo questa:

Questa:

E, soprattutto, questa:

Ma che facesse un concerto di merda come quello di ieri sera, a Roma, non riuscivo proprio a ipotizzarlo.
Avrei una gran voglia di dare tutta la colpa a Myles Kennedy che, tra le altre cose, sul palco sembra la controfigura di Jason Lee su Almost Famous...

...ma con meno carisma.

Per carità: Kennedy sarebbe pure un cantante discreto per una cover band dei Whitesnake. E lo è di sicuro per la sua band, gli Alter Bridge ma, per tutto il resto, gli manca proprio la capacità di coinvolgere, affascinare e graffiare, necessaria per sostituire anche il solo Scott Weiland nei pezzi dei Velvet Revolver. Figurarsi quando prova a fare il vice-Axl in quelli dei Guns N' Roses.

Comunque sia, la verità è che non è colpa di Kennedy.
La colpa è di Slash e dei pezzi di merda da solista che ha sempre composto (siamo a tre album e ce ne fosse uno con qualcosa di salvabile dentro). Per non parlare del fatto che il cilindrato avrà pure tanto stile, un suono tipico e alcuni riff grandiosi dalla sua, ma non è certo quel virtuoso della chitarra che lo metti da solo sul palco per quindici minuti e lui te li riempie con incredibili prodezze (l'assolo di Slash sulle note del Padrino non si è mai potuto sentire: MAI, nemmeno negli anni d'oro dell'Use Your Illusion Tour) o una trascinante presenza scenica (il suo personaggio è quello del tenebroso e silenzioso chitarrista solitario, senza un cantante incantatore di serpenti accanto a lui, lo spettacolo è tutto tranne che assicurato).
Nel complesso, uno dei peggiori concerti a cui ho assistito in vita mia.
E sì che c'è gente che si è lamentata del concerto di Axl e dei suoi mercenari.


29.7.11

[RECE] Conan il barbaro


Sì, ho visto il nuovo Conan il barbaro a opera di Marcus Nispel.
No, non ne posso parlare perché c'è l'embargo e fino al 16 agosto tutti zitti, zitti.
Quindi, vi retro-recensisco il Conan il barbaro di John Milius, così quando arriverà il turno del nuovo film, un sacco di cose che vi dovrei dire le avrò già dette.

E' il 1982 e il mondo del cinema è in fregola per il genere fantastico, rinato a nuova vita e diventato il genere blockbuster per eccellenza, grazie a Guerre Stellari prima e I Predatori dell'Arca Perduta, poi.
Dino De Laurentiis, che il pallino per il fantastico ce l'ha sempre avuto (ha già provato a mettersi in scia, sbagliando tutto, con l'adattamento cinematografico di Flash Gordon) incontra Edward Pressman che è dal '77 (l'anno di Star Wars, guarda il caso) che sta portando in giro il suo progetto su Conan the Barbarian, personaggio pulp nato dalla penna del mai troppo compianto Robert E. Howard e, sopratutto, fumetto di grande successo della Marvel Comics.
Tra i due nasce un'intesa.
Il primo script viene affidato a un acerbo Oliver Stone che realizza una storia ambientata nel futuro, a base di mutanti ed esperimenti genetici. La sua idea è di usare Conan come un James Bond fantastico, da far tornare, film dopo film, avventura dopo avventura.
Alla regia sembra essere interessato Ridley Scott.
Sulla carta, il suo draft della pellicola costa quaranta milioni di dollari, in un periodo in cui i grandi film hollywoodiani ne costano otto.
Dino e sua figlia Raffaella scuotono la testa.
Scott è fuori dal progetto e lo script di Stone è da rivedere.
A bordo sale John Milius, sceneggiatore di Apocalypse Now, fresco del successo di Un Mercoledì da Leoni e compagno di scuola di gente come Spielberg, Kasdan e Lucas.
Probabilmente, i De Lauretiis si immaginano che Milius gli saprà confezionare un film sullo stile di quelli che stanno andando forte al botteghino.
Grosso errore.
Milius prende lo script di Stone e ci mette il suo.
Conan the Barbarian torna alla sua matrice sword & sorcery ma diventa pure una specie di trattato nicciano sulla forza e una critica spietata alla generazione dei figli dei fiori. Con, in più, il finale di Apocalypse Now.
A interpretare Conan viene chiamato un attore praticamente esordiente, il sette volte Mister Olympia e il cinque volte Mister Universo, Arnold Schwarzenegger.
Arnie ha un accento austriaco tremendo ma, nella visione di Milius, questo non è un grande problema: il suo Conan (a differenza di quello di Howard), non parlerà quasi mai.
Anche il resto del cast, con l'eccezione del maestoso James Earl Jones (che, tra le altre cose, è anche la voce di Darth Vader) e di Max Von Sydow, è fatto quasi interamente da attori non professionisti, scelti dalla cerchia di amici di John Milius stesso (tra cui lo straordinario surfista Gerry Lopez).
Ruolo da gigante nell'equilibrio del film viene riservato a Basil Poledouris, compositore statunitense di spiccata matrice epica che con Conan the Barbarian realizza uno dei suoi capolavori (l'altro è la colonna sonora di Robocop).

Iniziano le riprese.
E, come per ogni film di Milius, le leggende si sprecano.
C'è quella di Schwarzenegger inseguito e morso dai cani.
Quella di Milius che, imbracciato l'arco, si mette a tirare frecce a pochi centimetri dalla testa di Arnie.
Quella dell'indice sinistro della Bergman, mozzato (e ricucito) durante una scena di lotta.
Quella dello stuntman che cade da venti metri di altezza per atterrare su un numero insufficiente di scatoloni, rischiando di spezzarsi la spina dorsale.
Quella di Arnie costretto a mordere il collo di un vero avvoltoio e poi sottoposto a gargarismi forzati per evitare malattie.
Quella del guinness dei primati di caduta libera femminile.
E altre.
Molte altre.

Il film esce nelle sale e il Time lo definisce "il Guerre Stellari di uno psicopatico".
Negli USA si becca un NC-17 a causa della violenza e delle scene di nudo. Va molto peggio in Inghilterra, dove il film viene massacrato e in Italia, dove subisce alcuni pesanti tagli censori (se lo avete visto in tv, sappiate che era la versione censurata).
Le reazioni del pubblico sono contrastanti.
Ci sono i fan più accaniti del Conan di Howard che lo odiano (e, del resto, come potrebbero fare diversamente? Non c'è alcuna corrispondenza, nemmeno spirituale, tra il cimmero dei romanzi e dei fumetti e quello cinematografico).
Ci sono i nuovi appassionati di film fantastici che, cresciuti a pane e Guerre Stellari, non capiscono il film di Milius, si annoiano per la mancanza di ritmo, non riescono a digerire le lunghe scene sostenute solo dalla musica e dalla potenza delle immagini, provano ribrezzo per la sua violenza esasperata, soffrono i sottotesti, la profondità, l'epica (ma epica vera, non la sua versione light offerta da Lucas) e il lirismo.
E poi c'è il grande pubblico che, semplicemente, vede Arnold Schwarzenegger e se ne innamora, decretando comunque il buon successo del film.
Conan the Barbarian diventa un film di culto del periodo, al pari di Blade Runner, Alien e Interceptor, ma non un fenomeno di costume come i prodotti di Spielberg e Lucas.
I De Laurentiis non sono contenti: volevano un film giocattolo da trasformare in un franchise di successo ma Milius gli ha consegnato un film d'autore senza compromessi.
Ci riproveranno qualche anno più tardi con il disastroso Conan il distruttore ma questa è un'altra storia.
Che non verrà raccontata.

28.7.11

Ci staranno comodi?

Studio per cockpit spaziale di Gigi Cavenago.

Vabbè, t'abbiamo rubato il personaggio.... ma non ti preoccupare, non c'è problema..

Mauro Padovani, di lavoro, fa l'idraulico.
Ma saranno quindici anni che porta avanti un suo discorso personale in ambito fumettistico, realizzando opere underground disturbanti e prive di compromessi.
E' uno che non ho mai sentito lamentarsi. Che non se l'è mai presa con un mercato incapace ci comprenderlo. Uno che non fa parte di nessun gruppo, che è fuori da qualsiasi salotto o salottino, uno che realizza le sue cose e sembra fregarsene se tanto la critica a fumetti più popolare, quanto quella più votata al fumetto d'autore, sembri ignorare le sue cose. Lui va avanti per la sua strada, ottenendo, alle volte, risultati e riconoscimenti rilevanti, seppur lontani dagli ambiti tradizionali del fumetto-mondo (specie quello italiano).
Comunque sia, Mauro Padovani esiste, fa cose e quelle cose hanno una loro precisa identità e dignità.

Nel 2005, per esempio, ha creato il personaggio di Mr. Dark per la sua serie Bullet & Justine.
Il personaggio non è ancora mai apparso su un supporto cartaceo (il volume che conterrà la sue avventure è di prossima pubblicazione) ma le tavole con la sua prima apparizione, sono state postate da Mauro nel 2006, sul suo Flickr.
Sono queste:


Adesso, qualche mese fa, su n.1 della testa X-Men: curse of the Mutants, è apparso questo personaggio qui:


Le tavole sono di Paco Medina.
Stessa maschera, costume molto similare ma, soprattutto, una vignetta praticamente identica a quella di Padovani (mi riferisco al dettaglio in cui Mr. Dark e il suo clone aprono la zip della maschera).
Mauro, abbastanza sorpreso, ha fatto notare la cosa a Medina e alla Marvel. Medina deve aver rigirato la cosa al suo editor Nick Lowe che gli ha risposto, cito testualmente:

" Basically, you can tell him not to worry about it. The character that looks similar was only on 3 pages and then died and we have no plans to bring him back. There’s no problem."

"Digli di non preoccuparsi. Il personaggio somigliante appare solo in tre pagine e poi muore, e non abbiamo intenzione di riportarlo indietro. Non c'è problema."

Capito come funziona?
Se nella vostra serie volete metterci, chessò, Wolverine, l'importante è che lo facciate morire in tre pagine e che non intendiate utilizzarlo di nuovo. La Marvel non se la prenderà a male. Tranquilli.

Che manica di cialtroni arroganti.
Ah, la notizia è rimbalzata anche su Bleeding Cool ma non sarebbe male se anche qualche sito d'informazione nostrano se ne occupasse.

EDIT
Preciso una cosa:
il problema non è l'omaggio.
I fumetti sono pieni di omaggi e strizzate d'occhio e va bene.
Basti pernsare all'Authorithy di Millar in cui delle versioni parodistiche dei personaggi dell'universo Marvel vengono massacrati.
Ma questo è un caso diverso.
Mr. Dark di Padovani non è un personaggio noto che gli fai un omaggio e tutti lo riconoscono e capiscono il gioco. E' un personaggio di un autore underground, mai apparso su carta ma solo sul web. In questo caso, il gioco dell'omaggio, non sussiste.
Medina, semplicemente, deve aver visto le immagini, gli sono piaciute e le ha usate. Tanto è vero che non c'è nulla in queste tavole che possa permettere di risalire alla fonte originale.
Anche perché, se proprio voleva fare un omaggio a Padovani, poi poteva mandargli una mail per segnalarglielo.

27.7.11

L'architettura di ogni cosa.


Sto iniziando a scrivere l'ultimo numero di John Doe e, per preparami meglio, mi sono messo a rileggere alcune vecchie sceneggiature, trovandole abbastanza imbarazzanti in termini tecnici.
Quindi, visto che devo forgiare il mio ego, ho deciso di sharare la pena con voi.
Se cliccate QUI, vi potrete scaricare le sceneggiature del primo, del terzo e del sesto numero della serie originale.


26.7.11

Strana sensazione.


Appena finito di leggere JD 10 di Lorenzo Bartoli e Luca Genovese.
Come da nostra tradizione, a parte l'aver discusso insieme con Lorenzo della storia, non sapevo null'altro fino a quando non mi sono trovato l'albo tra le mani.
Mi è piaciuto (e si badi, non è che sia così scontato che a me piacciano gli albi di Lorenzo e Mauro o a loro i miei).
Mi è piaciuto e m'ha messo un poco di paura.
Non so bene perché.
Ma è una sensazione che non mi è mai capitata prima.

Bastonate e Nevermind.


Trovate tutto QUI.


Casual Reader


Con l’occasione di vedere un mio pezzo stampato su Animals, sono andato in edicola a cercare la rivista. E appena ho messo piede nel gabbiotto colmo di giornali, DVD, dispense e puppazzettume vario, mi sono reso conto che erano mesi che non mi capitava di farlo. “Corbellerie!” mi sono detto. Io, in edicola, ci vado sempre, sono il classico lettore forte che non può fare a meno di fermarsi per vedere cosa è uscito, e poi fermarsi ancora, e ancora, per appurarmi che non mi sia sfuggito qualcosa di fondamentale. Io, in edicola, ci ho sempre lasciato un minimo di cento euro al mese. Poi ho pensato che, in effetti, sono parecchi mesi che in saccoccia mi avanzano sempre un cento euro non previsti. E allora ho dovuto accettare la dura verità: io, in edicola, non ci compro più niente. I libri (sia quelli fatti di sole parole di quelli di parole e immagini) quando non me li regalano, li compro nelle librerie e, sempre più spesso, nella loro versione digitale. I quotidiani li ho sostituiti con le agenzie stampa online e le versione web delle varie testate giornalistiche e lo stesso vale per le riviste specializzate (le mie passioni sono il cinema, i videogiochi e la musica e la rete, in questi campi come in molti altri, arriva prima e meglio della carta stampata). L’Internazionale me lo leggo sull’iPad. I film e le serie TV li scarico. Non compro riviste di gossip e ho smesso di seguire le dispense con Basic, la mia prima enciclopedia sul mondo dei computer, nel lontano 1984. In poche parole, non ho nessuna scusa valida per dare dei soldi a quelle istituzioni da strada che, per gran parte della mia vita, sono state come delle piccole cattedrali per me. E, a giudicare dai dati ADS e Audi Press diffusi negli ultimi giorni, non sono il solo a trovarmi in questa condizione. Per citare il sapiente Egon Spengler: “La stampa è morta”. O sta morendo. E ho l’impressione che sarà un processo rapido e brutale perché il pubblico ancora fidelizzato all’edicola sembra che sia composto dalle seguenti categorie:

- over sessanta sclerotizzati nelle loro abitudini di consumo e quindi legati ai quotidiani cartacei e al settimanale di approfondimento.

- il pubblico dei settimanali di gossip, digitalmente (e non solo) analfabetizzato.

- i lettori di fumetto popolare italiano che non possono comprare il loro fumetto in nessun altro luogo diverso dall’edicola e che lo vogliono sul supporto a cui sono stati abituati da sempre e che non cambierebbero mai, anche per mere ragioni di collezionismo, la carta.

Ma se il fumetto popolare italiano basa la sua stabilità sul pubblico di appassionati, è con il lettore casuale che ha sempre trovato la sua ricchezza. E se una volta il signor Mario Rossi andava in edicola e si comprava un quotidiano o una rivista e magari, seguendo l’ispirazione del momento, si portava a casa pure un Tex, un Topolino o un Diabolik, oggi, che il Mario Rossi 2.0 non ha più l’abitudine ad andare in edicola, quelle copie dei fumetti restano invendute. E la ricchezza non si genera più. La verità è che bisogna tornare a essere casuali. Anche a costo di doversi reinventare da capo a piedi.

25.7.11

[PREVIEW] L'alba del Pianeta delle Scimmie.



La settimana scorsa c'è stata l'anteprima del remake-prequel-reboot del Pianeta delle Scimmie.
Confusi da tutte queste definizioni?
Vi spiego rapidamente.
Il nuovo capitolo è un prequel rispetto al film originale del 1968, essendo la storia ambientata ai giorni nostri e prendendo in esame la nascita della scimmie sapienti (e dominatrici).
E' però anche una sorta di remake del quarto capitolo della serie originale (Conquest of the Planet of the Apes), condividendone, sostanzialmente, lo stesso plot e alcuni personaggi.
E, di sicuro, è un reboot dell'intero franchise, devastato dall'ultimo tentativo di rilancio a opera di Tim Burton.
Durante questa anteprima abbiamo avuto modo di vedere una mezz'ora di film (divisa in vari estratti selezionati) e alcune featurette e, soprattutto, l'interessante documento di sviluppo con cui il quasi esordiente Rupert Wyatt si è accaparrato il ruolo di regista del film, una sorta di rubamatic (filmati composti "rubando" spezzoni di altri film e video, per suggerire un'idea, un concetto o una visione) che chiariva piuttosto bene l'approccio dell'autore alla materia del film.

Adesso, alzi la mano chi, tra di voi, era interessato a un nuovo film sul Pianeta delle Scimmie?
No, se siete una scimmia, il vostro voto non vale.

Ecco: proprio come immaginavo.
In effetti, non fregava nulla nemmeno a me.
Non dopo quanto fatto da Burton, perlomeno.
Però, una volta visto il materiale e approfondita la conoscenza del film, devo dire di aver cambiato idea. Radicalmente.

Partiamo dalla cosa più importante:
il concetto chiave che alla Fox stanno cercando di far passare è che Rise of the Planet of the Apes non è questo:

E nemmeno questo:
O questo:
O questo:
Ma, soprattutto, non è questo:


Sì, la prima paura che in casa Fox si sono sentiti di fugare è che in questa nuova pellicola non c'è traccia di Helena Bonham Carter, nemmeno mascherata da scimmia. Il che è un ottima cosa perché quando in un film c'è la moglie di Tim Burton (e questo è l'unico credito che mi sento di darle), la bruttezza del film è direttamente proporzionale alla sua presenza in scena.
In Fight Club e in Big Fish si vede pochissimo, per esempio, e i film sono belli (ma sarebbe stato ancora meglio se lei non ci fosse stata affatto), in Sweeney Todd è sempre sullo schermo e il film lo usa Jack Bauer per torturare i terroristi. C'è pure in Terminator Salvation e in quattro Harry Potter su otto, e ho detto tutto.

Comunque sia, tornando a bomba, le impressioni avute da questa preview sono le seguenti:

- gli effetti speciali della Weta con il loro motion capture avanzato (lo stesso che avete visto su Avatar ma di più), sono lo stato dell'arte.

- James Franco è davvero figo. Sempre.

- Il film sembra essere diviso in due parti. La prima è giocata sui sentimenti, e sembra fatta apposta per portare in sala (e farcelo rimanere) il pubblico femminile, la seconda è fatta di guerra, terrore e urla di una specie in via d'estinzione (la nostra).

- Il film pare avere un approccio molto politico, con fortissimi riferimenti alle sommosse no-global e con un richiamo, piuttosto evidente, a questa immagine qui:

- Andy Serkis, di nuovo nella parte di un primate, si porterà probabilmente a casa un Oscar.

Per il resto, che dire?
Che c'è la possibilità che il film sia un polpettone (se la prima parte non sarà controbilanciata dalla seconda) ma pure che, a parte il poco appeal del franchise in questo momento (ma pure Star Trek sembrava una roba morta e sepolta e invece...), se ci si prende la briga di andare a vedere i vari trailer che circolano sulla rete, un poco di scimmia sale.
Oddio... la scimmia per il pianete delle scimmie.
Sono uno stand-up comedian!
Tu-TU-TUMPA-SCIHHHHH!



22.7.11

Forever Young?

Dopo sei anni in cui l'avevo abbandonata in garage, ho tirato fuori la moto, l'ho portata dal meccanico, gli ho fatto sostituire il faro (che mi avevano rubato) e le frecce (rubate pure loro) e l'ho fatta rimettere a punto.
Adesso lei è come nuova.
Ma io?

21.7.11

Maledetta sia la realtà, che non molla mai la presa...

Che a uno gli sarebbe piaciuto immaginarsi questo:


E invece ti tocca questo:


Per gente come me, cresciuta su internet in forum tipo Manicomio (una delle tante "tane delle tigri" del web) fa piuttosto ridere vedere che Caruso abbia reagito come il più classico dei niubbi, quando beccato a usare un fake.

"No, non sono io, non lo conosco nemmeno!"

"Sì, lo conosco... ma è un coglione con cui non ho niente a che fare..."

"Sì, lo conosco, gli ho dato una mano perché lui non è buono con i computer e allora abbiamo usato il mio ed è per questo che siete risaliti a me..."

"..."


QUI la notizia.

Vabbè.
Caruso ha scoperto che si possono fare i fake su internet per parlare male di quelli che conosci.
Poi cos'altro, scoprirà a breve?
Che su internet ci sono le pheeghe che se glielo chiedi ti fanno vedere le tette in chat?

Acciari. Claudio Acciari.


Guardate lo storyboard qui sopra.
Guardatela bene.
Guardate la seconda vignetta.
La sintesi.
La naturalezza della posa dei due protagonisti.
L'atmosfera.
Il disegno.
Il segno.
Guardate la terza vignetta.
Guardate i cromatismi.
L'inquadratura.
La sensibilità.

L'autore si chiama Claudio Acciari.
Il suo blog è pieno di meraviglie del genere.
Come se fossero una cosa semplice.

Non l'ho mai incontrato in vita mia.
Non gli ho nemmeno mai scritto.
Per me è un completo sconosciuto.
Ma lo dico senza timore alcuno: Acciari è raro.
Dio come lo odio.

Se non erro, ha pubblicato solo due storie brevi su Animals.
Il fatto che gli editori non si stia facendo la guerra per acaparrarselo, mi lascia basito.

20.7.11

[RECE] Captain America: il primo Vendicatore


Ieri mi sono divertito a fare una recensione precog del film su Capitan America.
Oggi facciamo il confronto tra quello che ipotizzavo e quello che ho visto.
ATTENZIONE: ci sono un milione di spoiler.


- Il film si aprirà con una ricostruzione storica accettabile ma molto limitata, degli Stati Uniti d'America poco prima della loro entrata in guerra. Una nazione ancora incosciente del disastro a venire. Poi, Pearl Harbor.

Questa l'ho sbagliata su tutta la linea.
Il film si apre ai giorni nostri, con il ritrovamento di Cap congelato. Giusto il tempo di una strizzatina d'occhio a Alien e poi si passa in flashback, in Europa, con il Teschio Rosso già in azione. Altra strizzatina d'occhio (ma a i Predatori dell'Arca Perduta, questa volta) e si passa negli USA, a guerra già iniziata e con Steve Rogers che cerca di farsi arruolare. Nel film non c'è una scena di guerra che sia una. E anche dei nazisti, quasi non si vede nemmeno l'ombra. L'esercito da sconfiggere è quello dell'Hydra, che sembra una versione povera dei Cobra del film dei G.I. Joe (che non è che brillassero già di loro). La rappresentazione degli USA durante la guerra si limita a una strada e all'expo delle scienze e sono entrambi inquadrati stretti, stretti, per non far vedere che sono dei set minuscoli. Sembra una roba da serie televisiva "vorrei ma non posso". Tipo Game of Thrones, insomma.


- A quel punto, i giochi e le dispute da ragazzi verranno messi da parte e lo spirito di rivalsa nazionale divamperà nel cuore di tanti giovani americani, tra cui, l'esile ed emaciato Steve Rogers. Steve non esiterà a tentare di arruolarsi ma verrà rifiutato a causa della sua costituzione per nulla forte e robusta. Tenterà ancora, e verrà rifiutato di nuovo.
In questa parte, il film farà capire allo spettatore che il giovane Steve è un ragazzo dotato di una enorme tempra morale, di un coraggio sopra la media, di un grande spirito combattivo e di una tenacia senza eguali. Un eroe già fatto e finito, insomma, a cui mancano solo i mezzi per brillare.

Questa è presa in pieno.


- E i mezzi glieli darà una giovane fanciulla in forze a una sezione supersegreta dell'esercito che lo farà entrare a far parte del programma del supersoldato.

Sbagliato.
I mezzi glieli fornirà Staley Tucci, nei panni dello scienziato tedesco a capo del progetto americano del supersoldato. Ma la vera domanda é: perché Stanley Tucci ha deciso di partecipare a questo film?


- Lui si innamorerà di lei ma, essendo magrolino e sfigato, penserà di non avere alcuna possibilità di conquistarla. Fortunatamente, gli scienziati trasformeranno Steve Rogers in un superuomo e lei lo guarderà con malcelato desiderio. Al termine dell'esperimento, però, una spia nazista ci si metterà di mezzo, rovinando il bel momento.
Qualcosa andrà distrutto (la macchina per creare il siero del supersoldato) e qualcuno morirà (lo scienziato responsabile del progetto). Steve resterà quindi l'unico "esemplare della razza".

Tutto azzeccato. Ma era facile.


- Gli daranno il costumino, lo scudo (creato dal padre di Tony Stark) e lo manderanno a combattere al fronte (armato anche di una pistola e di una mitragliatrice Thompson, che sono finiti i tempi dell'innocenza).

E invece, no.
Il film qui prende una piega inaspettata e piacevole che non vi racconterò per non rovinarvi l'unica parte davvero meritevole della pellicola. Terminata questa parentesi, le cose accadranno proprio come le ho descritte poco sopra.


- Nove su dieci, le origini di Captain America e quelle di Teschio Rosso saranno interconnesse.
La genesi dell'eroe positivo legata a quella dell'antagonista è una (felice, ammettiamolo) intuizione che Hollywood applica in maniera sistematica ai film di supereroi sin dal primo Batman di Burton e non credo che questo film la tradirà.

E infatti, non le tradisce.
Cap e Teschio Rosso hanno un padre comune. Il che li rende fratelli, in qualche maniera.


- Se prima Steve Rogers non potrà farsi amare dalla bella perché rachitico e riformato, una volta trasformatosi in Captain America le cose non andranno poi molto meglio visto che saranno i doveri di lui a mettercisi di mezzo. Avanzerà giusto il tempo per un bacio, prima del surgelamento di Cap, al termine della rocambolesca battaglia finale.

Centro anche qui.
Punto per punto, compreso il momento dell'unico bacio.


- Il primo atto del film sarà ben girato e con un bel ritmo e si prenderà il suo tempo per far entrare in scena Steve Rogers con il costume.

Azzeccata anche questa.
Solo che Steve Rogers in costume si vedrà ben oltre la fine del primo atto. Credo che sia il film di supereroi che ci mette più tempo in assoluto a portare il personaggio in scena con il suo costume.


- Il secondo atto sarà farraginoso e pieno di "maccosa" ma avrà almeno una gran bella scena d'azione.

Sbagliato.
Non c'è nessuna bella scena d'azione.
In compenso, dopo una parte iniziale ben riuscita, il ritmo del film diventerà soporifero, la tensione drammatica crollerà, gli eventi si succederanno senza nessun particolare motivo e il cattivo sarà ridotto a macchietta dalle risibili motivazioni (e pure piuttosto fumose).
Che poi, "cattivo" si fa per dire.
Teschio Rosso, nel film, compie i seguenti atti malvagi:

- uccide il sosia di Gene Hackman nel ruolo dell'eremita di Frankenstein Jr.
- fa crollare una parete sulla testa dell'assistente del sosia di Gene Hackman di cui sopra (e questo, al massimo è un omicidio colposo. E poi, il panzer manco lo guidava lui, quindi...).
- fa sterminare un villaggio di bifolchi (che però vengono uccisi fuori campo e quello che succede fuori campo, rimane fuori campo).
- uccide quattro nazisti, dichiarando guerra a Hitler.
- schiavizza l'Howling Commandos e una manciata di soldati.
- Uccide uno dei suoi uomini.

A conti fatti, ammazza 5 cattivi e 2 buoni e muove guerra a Hitler.
Per me gli USA si sarebbero dovuti alleare con lui.
Aggiungiamo a tutto questo una delle peggiori sequenze di montaggio mai viste (quella in cui si dovrebbe capire che Cap e l'Howling Commandos stanno facendo sfaceli nelle fila nemiche) e la valutazione della seconda parte del film non potrà che essere negativa.


- Il terzo atto sarà frettoloso e tirato via e si concluderà con Cap che si inabissa nelle acque ghiacciate del polo.

Non riuscite nemmeno a immaginare quanto abbia centrato il punto.
Davanti alla povertà dell'atto finale sono rimasto basito e incredulo, specie perché credevo che non si potesse mettere in scena qualcosa di più povero di quanto visto nella parte centrale del film. Una roba vergognosa.
Però, riflettendoci, ho trovato una soluzione che potrete mettere in atto da soli, per migliorare la vostra esperienza rispetto alla mia:
portatevi dietro il l'Ultimates di Millar e Hitch. Nel primo albo, c'è una scena molto simile allo scontro finale tra Cap e Teschio Rosso che vedrete nel film, solo che è tipo un milione di volte meglio. Quando arrivate a quel punto, distraetevi e mettetevi a leggere il fumetto. Al termine della lettura, la battaglia cinematografica sarà conclusa e voi potrete godervi in santa pace il controfinale della pellicola.
In questa maniera vi eviterete un sacco di cose brutte, tra cui una scena rubata di peso a Il Ritorno dello Jedi e riproposta (quasi inquadratura per inquadratura) malissimo.


- Ovviamente, dopo i titoli di coda, ci sarà una scenetta in cui vedremo Samuel L. Jackson che lo scongela (o che, perlomeno, lo ritrova).

Sbagliato.
La scena descritta è il finale del film.


- La regia sarà solida ma priva di guizzi. Le scene d'azione saranno dirette con competenza e senza strafare. Ci sarà meno umorismo che su Thor e i momenti epici saranno sottolineati con forza. Sarà un film di solido mestiere ma privo di uno stile o di una particolare direzione artistica.

Magari ci avessi azzeccato.
La regia è totalmente anonima, le scene d'azione sono poverissime e brevissime. Non c'è alcuna traccia d'umorismo o d'ironia e non ci sono nemmeno quei toni epici che mi aspettavo. La direzione artistica è pari a quella di X-Men 3 o Daredevil (nessuna, quindi) e, in poche parole, è un film piatto e privo di quasi qualsiasi ispirazione. E il budget miserrimo non fa altro che peggiorare la situazione.


- Nonostante tutti gli accorgimenti, il costume di Cap sarà un pugno nell'occhio per tutta la durata del film e lo scudo non convincerà mai fino in fondo.

Sbagliato.
Il costume di Cap, nelle fasi intermedie, non è malvagio.
Nella sua versione finale, invece, è goffo, brutto e limita parecchio i movimenti di Evans e del suo stuntman (e su schermo si vede parecchio). Fortunatamente, è in scena per così poco tempo che non è un grosso problema.
In compenso, lo scudo fa davvero schifo. Brutto quando reale, osceno quando realizzato in computer grafica. Oltretutto, il film fa di tutto per distogliere l'attenzione da lui. Viene introdotto frettolosamente e in maniera confusa, non ha la minima aurea mitica e simbolica che ricopre nel fumetto e niente e nessuno ci vengono a spiegare le sue varie proprietà (a parte il fatto che assorbe le vibrazioni). Cap lo lancia e lo scudo gli torna indietro senza spigazione alcuna. Che sarebbe una cosa gravissima se non fosse che, tanto, Cap lo lancia un paio di volte soltanto.


- La messa in scena della seconda guerra mondiale sarà povera e farà rimpiangere Band of Brothers e The Pacific.

Anche qui, mi sono sbagliato.
Perché non c'è alcuna messa in scena delle seconda guerra mondiale.
A meno che mettere nel cast Neal McDonough non vada sotto questa voce.
La guerra non si vede mai. E tantomeno i nazisti.
Cap senza i nazisti.
A voi sembra una buona idea?


- Gli effetti speciali saranno deludenti, ma la daranno a bere al pubblico meno esigente.
In particolare, la scelta di snellire il corpo di Chris Evans invece di appiccicare il suo faccione sul corpo di un qualsiasi geek pescato a caso, si rivelerà poco azzeccata.

Gli effetti speciali sono peggio che deludenti: sono orrendi. Una roba degna di una serie televisiva di medio livello. I modelli 3D, le esplosioni, i fondali, il compositing, tutto pessimo, quasi a livello amatoriale. L'unica cosa che si salva è l'elemento che mi preoccupava di più: il corpo palestrato di Evans è trasformato davvero bene in quello del rachitico Steve Rogers e l'effetto complessivo è ottimo.


- Tommy Lee Jones e Hugo Weaving, costretti a interpretare per l'ennesima volta lo stesso tipo di personaggio, gigioneggeranno troppo. Ma saranno, comunque, la cosa migliore del film.

Centrato.


- Sebastian Stan farà una buona impressione a tutti, specie al pubblico femminile, oscurando Chris Evans.

Centrato.
Ma non ci vuole molto a oscurare Evans: è del tutto fuori parte e non ha un decimo della presenza scenica che gli servirebbe per interpretare Cap. In più, l'unica cosa che gli è sempre venuta bene è fare il buffone e in questo film non può farlo, visto che deve essere sempre serio e intenso. Il risultato è un fallimento su tutta la linea.
Lo dico sin da ora: Evans sarà il punto debole del futuro film dei Vendicatori e sparirà nel confronto con Robert Downey Jr.


- Cap si toglierà la maschera spesso e farà tutta la scena finale senza di essa.

Sbagliato.
La maschera gliela fanno mettere così tardi e per così poco tempo, che hanno deciso di lasciargliela addosso nella brevissima battaglia finale.


- La colonna sonora di Alan Silvestri sembrerà una colonna sonora di John Williams e, proprio per questo, tutti diranno che è bellissima (sto barando: l'ho già sentita, è bellissima).

Sbagliato.
Lo score, che sentito a solo mi aveva favorevolmente impressionato, nel film risalta di meno.


- In conclusione: sarà un film che non brillerà per nessun aspetto particolare ma che nemmeno si farà odiare. Piacerà un sacco a quelli che hanno detestato Thor e lascerà abbastanza soddisfatto i più. Lo dimenticheremo tutti prima dell'uscita degli Avengers.

Sbagliato.
A odiarlo, io l'ho odiato.
Ma sono abbastanza certo che la stragrande maggioranza di voi troverà ingenerosa questa mia recensione e stabilirà che Captain America: il primo Vendicatore (vendicatore di cosa poi, non si sa... combattesse contro i giapponesi, almeno) è un prodotto di puro intrattenimento senza troppe pretese ma godibile. Il problema è che per me il fatto che qualcosa sia un "prodotto di puro intrattenimento" non abbassa affatto gli standard qualitativi richiesti ma anzi, per molti versi, li innalza.
Detto questo e concludendo: per me il film Capitan America sta al film di Thor come quello di Daredevil stava al film di Spider-Man.
E non ho nulla più da dire a riguardo.

Però vi posto dei bei poster alternativi che mi hanno segnalato:




19.7.11

[PRERECE] Captain America: il primo vendicatore


Come i precog, ma con le recensioni dei film.

Domani alle 13 vado a vedermi l'anteprima di Captain America e così, giusto testare la mia teoria sulla "intenzionale prevedibilità", provo a pronosticare la mia recensione.
Sia chiaro che del film, in questo momento, ne so esattamente quanto voi (e quando dico "voi", intendo la gente normale, non i vari maniaci che circolano liberi sulla rete e si leggono gli script prima ancora che i film vengano girati).

- Il film si aprirà con una ricostruzione storica accettabile ma molto limitata, degli Stati Uniti d'America poco prima della loro entrata in guerra. Una nazione ancora incosciente del disastro a venire. Poi, Pearl Harbor.

- A quel punto, i giochi e le dispute da ragazzi verranno messi da parte e lo spirito di rivalsa nazionale divamperà nel cuore di tanti giovani americani, tra cui, l'esile ed emaciato Steve Rogers.
Steve non esiterà a tentare di arruolarsi ma verrà rifiutato a causa della sua costituzione per nulla forte e robusta. Tenterà ancora, e verrà rifiutato di nuovo.
In questa parte, il film farà capire allo spettatore che il giovane Steve è un ragazzo dotato di una enorme tempra morale, di un coraggio sopra la media, di un grande spirito combattivo e di una tenacia senza eguali. Un eroe già fatto e finito, insomma, a cui mancano solo i mezzi per brillare.
E i mezzi glieli darà una giovane fanciulla in forze a una sezione supersegreta dell'esercito che lo farà entrare a far parte del programma del supersoldato.
Lui si innamorerà di lei ma, essendo magrolino e sfigato, penserà di non avere alcuna possibilità di conquistarla. Fortunatamente, gli scienziati trasformeranno Steve Rogers in un superuomo e lei lo guarderà con malcelato desiderio. Al termine dell'esperimento, però, una spia nazista ci si metterà di mezzo, rovinando il bel momento.
Qualcosa andrà distrutto (la macchina per creare il siero del supersoldato) e qualcuno morirà (lo scienziato responsabile del progetto). Steve resterà quindi l'unico "esemplare della razza".
Gli daranno il costumino, lo scudo (creato dal padre di Tony Stark) e lo manderanno a combattere al fronte (armato anche di una pistola e di una mitragliatrice Thompson, che sono finiti i tempi dell'innocenza).

E questa era la parte che era buoni tutti a scriverla.
Passiamo alle speculazioni più ardite (per modo di dire, sia chiaro...).

- Nove su dieci, le origini di Captain America e quelle di Teschio Rosso saranno interconnesse.
La genesi dell'eroe positivo legata a quella dell'antagonista è una (felice, ammettiamolo) intuizione che Hollywood applica in maniera sistematica ai film di supereroi sin dal primo Batman di Burton e non credo che questo film la tradirà.

- Se prima Steve Rogers non potrà farsi amare dalla bella perché rachitico e riformato, una volta trasformatosi in Captain America le cose non andranno poi molto meglio visto che saranno i doveri di lui a mettercisi di mezzo. Avanzerà giusto il tempo per un bacio, prima del surgelamento di Cap, al termine della rocambolesca battaglia finale.

- Il primo atto del film sarà ben girato e con un bel ritmo e si prenderà il suo tempo per far entrare in scena Steve Rogers con il costume.

- Il secondo atto sarà farraginoso e pieno di "maccosa" ma avrà almeno una gran bella scena d'azione.

- Il terzo atto sarà frettoloso e tirato via e si concluderà con Cap che si inabissa nelle acque ghiacciate del polo.

- Ovviamente, dopo i titoli di coda, ci sarà una scenetta in cui vedremo Samuel L. Jackson che lo scongela (o che, perlomeno, lo ritrova).

- La regia sarà solida ma priva di guizzi. Le scene d'azione saranno dirette con competenza e senza strafare. Ci sarà meno umorismo che su Thor e i momenti epici saranno sottolineati con forza. Sarà un film di solido mestiere ma privo di uno stile o di una particolare direzione artistica.

- Nonostante tutti gli accorgimenti, il costume di Cap sarà un pugno nell'occhio per tutta la durata del film e lo scudo non convincerà mai fino in fondo.

- La messa in scena della seconda guerra mondiale sarà povera e farà rimpiangere Band of Brothers e The Pacific.

- Gli effetti speciali saranno deludenti, ma la daranno a bere al pubblico meno esigente.
In particolare, la scelta di snellire il corpo di Chris Evans invece di appiccicare il suo faccione sul corpo di un qualsiasi geek pescato a caso, si rivelerà poco azzeccata.

- Tommy Lee Jones e Hugo Weaving, costretti a interpretare per l'ennesima volta lo stesso tipo di personaggio, gigioneggeranno troppo. Ma saranno, comunque, la cosa migliore del film.

- Sebastian Stan farà una buona impressione a tutti, specie al pubblico femminile, oscurando Chris Evans.

- Cap si toglierà la maschera spesso e farà tutta la scena finale senza di essa.

- La colonna sonora di Alan Silvestri sembrerà una colonna sonora di John Williams e, proprio per questo, tutti diranno che è bellissima (sto barando: l'ho già sentita, è bellissima).

- In conclusione: sarà un film che non brillerà per nessun aspetto particolare ma che nemmeno si farà odiare. Piacerà un sacco a quelli che hanno detestato Thor e lascerà abbastanza soddisfatto i più. Lo dimenticheremo tutti prima dell'uscita degli Avengers.


Ci vediamo tra qualche ora per vedere se ci ho azzeccato.



Facciamo una prova.

Da anni sono convinto che i premi Macchia Nera siano la classica declinazione all'italiana del web. Che si tratti, insomma, di un clubbino di amici che se la canta e se la suona, dandosi grandi paccone sulle spalle, credendo di essere un movimento quando, invece, sono solo un salotto.

E voi direte: "Grazie al cazzo! Non è che la pensi in questa maniera perché non ti tengono in considerazione e tu, in quel salotto, non ci hai mai messo piede?".

Può essere.

Ma, se devo essere sincero, la stessa impressione ce l'ho pure per Wikio e Blogbabel dove, invece, vado abbastanza forte e, di sicuro, sono parte del problema più che della soluzione.

Comunque sia, per non fare la figura del wannabe che si lamenta delle regole di un gioco a cui non partecipa, vi segnalo che è uscita la form per esprimere le proprie preferenze per il Blog Award 2011. La trovate QUI.

Le Avventure di Tintin



"Tintin, la raccolta definitiva. Ventiquattro storie, una nuova traduzione, otto imperdibili volumi: tutto Tintin, come non l'avete mai visto prima".

Questo lo strillo che campeggia sulla quarta di copertina della nuova edizione di Tintin, edita dai tipi della Lizard-Rizzoli.
E, strano a dirsi (visto che c'è poco di più ingannevole di quanto si trova scritto sul retro di un libro), è tutto vero.
La nuova raccolta delle avventure di Tintin, in effetti, è una proposta filologica dell'opera di Hergé come mai si era vista prima.
Volumi di pregio che presentano le avventure di Tintin dai suoi lontani esordi (nel 1929) fino all'ultima storia, incompiuta (del 1986), con una bella copertina rigida opaco-lucida, una buonissima qualità di stampa, una bella grafica essenziale ed elegante, una rilegatura discreta, e un prezzo davvero competitivo (14 euro e 90 centesimi a volume, in ogni volume, due storie).
Se proprio si vuole fare un appunto a questa edizione, dispiace soltanto che non ci sia alcun apparato critico e introdurre e commentare le storie (solo una presentazione del personaggio a opera di Philippe Daverio, nelle pagine introduttive del primo volume), il che è un peccato perché Tintin, in Italia, non è un personaggio che "si vende da solo" come nel resto del mondo e avrebbe avuto la necessità di essere reintrodotto e, magari, inquadrato sotto una luce nuova.

In particolare, le storie del primo volume, dovevano essere contestualizzate meglio.
La prima (Tintin nel paese dei Soviet) è un prodotto destinato alle pagine di un quotidiano cattolico (biecamente anti-sovietico) per ragazzi ed è l'opera giovanile di un autore acerbissimo, alle prese con un medium che stava muovendo i suoi primi passi ed era ben lontano da essere codificato.
La seconda (Tintin in Congo) è la storia di Hergé a tutt'oggi più contestata e criticata, a causa del suo punto di vista coloniale sull'Africa e gli africani (sia chiaro: sono stronzate. Si tratta, semplicemente, di una storia figlia dei suoi tempi e della cultura del periodo, al pari di certe pagine del Tarzan di Burroughs).

Pare però che l'edizione fosse "blindata" e non suscettibile di variazioni rispetto alle altre edizioni estere, cosa che ha legato le mani alla Lizard-Rizzoli.

Il mio consiglio, comunque, se volete avvicinarvi a Tintin è cominciare la lettura dal secondo o dal terzo volume e poi, (in caso siate afflitti dalla sindrome del completista) recuperare il primo. Scoprirete così come il segno essenziale di Hergé, la sua meravigliosa paletta cromatica. i suoi colori piatti, il suo senso del ritmo, dell'azione e del dinamismo, abbiano retto alla prova del tempo e siano più moderni e attuali di tanta roba mainstream che viene prodotta oggi.

Insomma, per me, un acquisto obbligatorio.


p.s.
ma quanto è avanti questa vignetta? Quanto?