31.8.11

Tanti anni e tanti chilometri di distanza...

E alla, fine, quando si tratta di spiegare perché i propri fumetti vendono ogni anno di meno, Dan Di Dio, il capoccia della DC Comics, non trova altra spiegazione che prendersela con i videogiochi e i social network.
Praticamente le stesse cose con cui se la prende Sergio Bonelli da decenni, e suo padre prima di lui (e con loro, qualsiasi altro editore italiano).

QUI trovate tutto.

Ma pensare che, forse, si fanno fumetti che hanno perso la capacità di trovare nuovi lettori (e tenerseli), pare brutto?

Come direbbe Moretti: "...quelle spallucce vittimiste dei tennisti italiani, che perdono sempre per colpa dell'arbitro, del vento, della sfortuna, del net... sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro".

Che poi, quando un fumetto è fatto bene, non perde lettori.
E ci sono ottimi esempi in questo senso anche nei fumetti italiani popolari, basti pensare proprio al Tex della Bonelli, al Diabolik dell'Astorina o al Dago dell'Aurea.


p.s.
aggiungo una cosetta: sentire Di Dio che parla di aumento dei prezzi mi fa davvero ridere. Vendono 20 pagine di fumetto a 3 dollari e si lamentano.

Segnalazioni varie.



La prima è che il sottoscritto, Diego Cajelli, Tito Faraci e Stefano Priarone, il 10 settembre parteciperanno al Nerd Pride, manifestazione organizzata da Lega Nerd in quel di Lazise (lago di Garda) all'interno del parco Movieland.
Sembra una cosa divertente e se ci saranno nerd veri, invece che hipster del cazzo, magari ne esce fuori pura una roba carina.
Se vi interessa, e volete partecipare, QUI trovate tutte le informazioni e un coupon sconto sul biglietto di entrata al parco. Oltretutto, il Movieland Park ospita anche uno dei più grandi parchi acquatici d'Europa e io adoro i parchi acquatici.
La seconda è che, se vi piacciono i miei articoli sui videogiochi, sulla nuova incarnazione di Comic Soon (il free press della NPE), ne potete trovare giusto uno (in realtà, è una rubrica vera e propria che troverà posto fisso sulla pubblicazione). L'edizione cartacea la troverete alla fiera di Narni, quella digitale, invece, potete scaricarvela da QUI.

30.8.11

Chiamatela come vi pare...

...per me questa è magia.


Se fanno anche penne diverse a seconda del tipo di segno e di strumento che si vuole utilizzare, è una roba fuori dal mondo.
E risolve il problema degli originali (che, di fatto, esistono), mantenendo tutti i vantaggi del disegno in digitale.

29.8.11

John Doe 11: contenuti speciali

Ormai l'albo è arrivato in edicola in tutta Italia e, a giudicare dai commenti che si leggono sulla pagina Facebook di John Doe e su alcuni forum (questo e questo, tanto per portare due esempi), sembra che sia stato ben accolto.
Ne sono lieto perché, come m'è già capitato di scrivere, a questo numero tenevo un sacco, sia per i disegnatori coinvolti, sia per la storia in quanto tale, per quello che rappresenta per la stagione in corso e per la serie di John Doe nel suo complesso.

Per parlarne, però, dobbiamo risalire alle origini, al dossier Numero 0 di John Doe, dato alle stampe ancora prima che fosse uscito il primo numero e usato come strumento promozionale.
In quel dossier, io e Lorenzo usammo l'espediente di un interrogatorio da parte di Sean Cardona (un investigatore privato incaricato di scoprire chi fosse John Doe) a noi stessi. Lo scopo era quello di passare alcune informazioni sul personaggio in una formula meno noiosa della semplice presentazione nuda e cruda.

Io però sono uno che si fa prendere la mano e non ci metto molto a prendere quell'idea e portarla alle estreme conseguenze.
Già nel numero 3, il personaggio di Cardona, inizialmente creato solo per il dossier promozionale, entra nel cuore della narrazione vera e propria, diventandone parte integrante. E se c'è lui, allora dobbiamo esserci pure noi. E' inevitabile.

Ma non è ancora il momento di entrare in scena.
Prima decido che bisogna scardinare il consueto rapporto autore-personaggio-lettore e, con il N. 6, metto in discussione il presupposto base della sospensione d'incredulità.
La mia fumosa intenzione è quella di rompere l'idea di passività da parte del lettore in questo tipo di relazione e portarlo a prendere parte attivamente alla costruzione del personaggio stesso, costringendolo a caricarsi sulle sue spalle una piccola dose di responsabilità.

Se mi compri, ci credi.
Se ci credi, io esisto.
Se esisto, puoi interagire con me.
Se non ci credi, non comprarmi.

Per dirla alla Lester Bangs, non più storie come funzioni religiose in cui l'autore-sarcedote fa cadere dall'alto la parola di Dio, ma riti collettivi in cui tutti partecipano alla costruzione di un qualcosa che aspira ad essere più grande dei singoli elementi.
La mia idea è quella di portare John Doe fuori, nel mondo reale, e non il lettore dentro al suo universo fittizio. Mischiare il reale e il fittizio fino a quando i confini dell'uno e dell'altro, non siano più delineati e l'atto di comprare e leggere sia equiparabile a quello di scrivere e disegnare.

Con il numero 21, rincaro la dose, mettendomi in scena all'interno dell'universo di John.
Morte, nella disperata ricerca del ragazzo d'oro, viene a trovarmi a casa mia per sapere dove lui si nasconda. Pur di non cedere alle sue pressioni, io mi uccido.
Strano a dirsi ma, il giorno in cui esce quell'albo, finisco in ospedale a causa di una gravissima emorragia interna che mi ferma il cuore e quasi ci rimetto le penne davvero.
Potenza del metafumetto.

Il discorso però, non è ancora concluso.
E se la seconda stagione di John è un fumetto per nerd duro e puro, tutto continuity e trama a go-go, non mancano comunque alcuni elementi di disturbo.
Si iniziano a definire le Alte Sfere che vengono descritte come entità che comprano e vendono universi e, nel numero conclusivo di questo arco narrativo, il Grande Capo (Dio) si rivolge al lettori come se le Alte Sfere fossero proprio loro.
Nessuno lo nota.
E noi ci rimaniamo male.

La terza stagione è un periodo di forte perdita d'identità del personaggio.
Sappiamo dove vogliamo andare a parare ma la strada per arrivarci non è così chiara.
Vaghiamo per il deserto, cercando di dimenticare quello che abbiamo fatto fino a quel momento, per inventarci di nuovo. John è un picchiatello smemorato a spasso per un mondo nuovo.
A metà del ciclo, ci ricordiamo chi siamo e perché stiamo facendo quello che stiamo facendo. Riannodiamo i fili e tiriamo dritti fino a una conclusione che strappa via, un velo alla volta, la sostanza dell'universo di John Doe.
Prima la pagina inchiostrata, poi la matita, poi il bozzetto, infine i fogli di sceneggiatura e poi il bianco.
E' solo un fumetto.
Lo è sempre stato.
Ma se ci hia creduto e partecipato, è stato qualcosa di più.

La serie potrebbe anche concludersi qui ma i lettori sono ancora tanti e ci impediscono di alzarci dal tavolo da vincenti.
Siamo troppo deboli per fare quello che deve essere fatto.

Inizia la quarta stagione.
Sappiamo dove andare a parare? Sì.
Ma non possiamo farlo, perché l'Eura chiude e John Doe con lei.
Scriviamo un finale in corsa e ci mettiamo il cuore in pace.
E' finita.
Ed è meglio così.
Perché John ha ancora un seguito forte e verrà rimpianto a lungo, come quelle rock star che muoiono troppo giovani.
Non c'è modo migliore per diventare leggenda.

E, invece, no.
I lettori non ci stanno.
Scrivono, scrivono, scrivono.
Un nuovo editore si convince che il golden boy debba tornare.
Noi ci opponiamo.
Poi ci viene l'idea per chiudere il tutto alla maniera di John Doe: spavaldamente e da stronzi.
Iniziamo a scrivere e portiamo i lettori a spasso.
Nella prima metà, mettiamo in scena quello che avevamo progettato per la quarta stagione in origine, poi la svolta inaspettata che cambia il corso della vicenda.
Come è sempre stato in ogni stagione di JD.
E come i lettori non si ricordano mai.

Il numero 11 è la svolta.
Tutto si riannoda. Tutto trova una sua spiegazione.
La fine e il principio.
Il principio della fine.
Mi diverto un sacco a scrivere questa storia.
Che piaccia ai lettori è altro paio di maniche. Loro sono il boss finale più cattivo e imbattibile che ci possa essere e, questa volta, glielo dico in faccia.



EDIT:
QUI Federico ha postato qualche curiosità sulla sua parte della storia.
Fa piuttosto ridere e vi svelerà l'identià di parecchie facce che si vedono nelle tavole.
Speriamo che anche gli altri facciano lo stesso a breve...

EDIT 2:
anche Luca si è aggiunto al coro.

Mi fa male la spalla.

Tanto.
Da parecchi mesi.
Eredità di mia madre, che da sempre soffre di reumatismi e artrite.
E a me viene in mente di andare dal dottore?
No.
A me viene in mente lui:


Nagai m'ha rovinato la vita.

28.8.11

Lettera di Niccolò Storai

Dopo la lunga (e abbastanza inutile, visto gli sviluppi) polemica sul finto libro della Becco Giallo (trovate qualcosa QUI e QUI), Niccolò Storai mi ha chiesto di postare qui un suo intervento conclusivo sulla faccenda.
Lo faccio volentieri visto che Niccolò è quello stato tirato in ballo.


Via il Veleno dagli occhi

Ci ho pensato moltissimo prima di scrivere queste righe; è giusto farlo?, non è un po' come buttare benzina su un fuoco assopito?

Non è niente di tutto questo, è un modo per denunciare un malcostume malato che ha colpito e colpisce non solo me ma tutta la nostra categoria.

Roberto mi ha dato la possibilità di pubblicare questa lettera sul suo blog ed io ho accettato perchè mi sembra il luogo più adatto, non ricordo di aver mai letto, annualmente così tanti commenti livorosi come quelli dedicati al Rrobe nazionale, ed è questo che restituisce appieno la mia scelta di accettare l' ospitalità.

Nelle settimane passate io, Andrea Laprovitera siamo stati oggetti di un Fake, un falso dedicato ad un libro che non esiste e che io MAI farò, il libro in questione era dedicato ad Amy Winehouse, un opera di sciacallaggio, un peccato di cui per fortuna non mi sono macchiato.

Le persone che hanno ordito sta puttanata evidentemente non avevano niente di meglio da fare in agosto che dedicarsi ai falsi per poi pubblicizzare una loro piccola rivista on line.....che tristezza.

Se a me non piacciono le cose di qualcun altro, non vado certo a scriverne su blog e forum ma ne parlo, se è il caso, con il diretto interessato ed a parti inverse apprezzo molto quando una persona mi critica a viso aperto.

Perché nascondersi dietro a degli avatar ed a dei nomi finti? Sta cosa è una bruttura della nostra società, un campanello d' allarme che denuncia un malessere infimo e serpeggiante di persone infette che trovano cure alle loro ferite nascondendosi dietro ad un computer.

Ad onor del vero, l' episodio che ha visto me e LaProvitera coinvolti conosce i suoi attori e sono Paolo Interdonato e Roberto LaForgia che si sono divertiti a fare quello che hanno poi indicato come satira.

La satira è una gran cosa ma qui si parla di perculata dal momento che la Satira con la “S” maiuscola si fa nei confronti dei potenti e non tra colleghi, in tal caso è un attacco mirato ad esprimere un livore fastidioso.

Paolo Interdonato e Roberto LaForgia collaborano entrambi con Rizzoli Lizard, una casa editrice che mi ha dato tanto e con la quale mi sono sempre trovato bene; è strano che colpiscano autori scelti dalla suddetta casa editrice, mi sembra un controsenso una sorta di autogol che fa morire la loro credibilità come persone e come operatori del settore.

Bisogna scegliere con molta accuratezza i propri collaboratori e riprenderli se fanno qualche boiata, tutti commettiamo degli errori ed è così che preferisco pensare, ad un errore fatto dalle persone sopracitate.

Oltre agli autori si faceva il nome di BeccoGiallo, una realtà editoriale che esiste già da diverso tempo, gli attacchi alla loro linea editoriale potrebbero essere anche leciti ma, cristo santo, c' è modo e modo di esprimersi, mi spiace essere ripetitivo ma quando vedo tra le righe odio e livore credo sempre che ci sia qualcosa di ben più malato dietro.

Io accetto tranquillamente le critiche, non mi spaventano ma le sparate velenose no, ecco, quelle sono solo pratiche di chi non ha il coraggio di parlarti tranquillamente di persona.

Per favore, smettiamola con tutto questo, torniamo a parlare serenamente, ad essere complici invece che detrattori, basta con i gruppetti stile scuola media, basta con le fazioni, con il fango buttato di qua e di la, non fa bene ne a noi ne al fumetto che tanto diciamo di amare.

Da sempre sento parlare di crisi del fumetto, ecco, secondo me la crisi più grande è a livello umano, una crisi che poi deturpa tutto il resto.

Per favore, dimostriamo di essere persone migliori, basta usare forum per spararsi a vicenda, basta veleno, basta vivere on line, per toglierci i sassolini dalle scarpe vediamoci in un pub e beviamoci dei galloni di birra gelata, ritorniamo ad essere persone e non pulsioni elettroniche malate.

Parliamo dei nostri lavori, di disegno, di tecniche, di suggerimenti tra buoni vicini e piantiamola di usare internet come un arma, ha veramente Rotto il cazzo sta cosa, e che siamo?

Personalmente non risponderò più a critiche di anonimi o a veleni sui forum e sui blog, se qualcuno ha qualcosa da dirmi e ne ha il coraggio può farlo alle fiere oppure telefonandomi, il mio numero si trova sia sul mio Fb che sul sito.

Sono sempre disponibile al confronto ma pretendo che questo sia fatto con educazione e con serenità, altrimenti è uno scornamento che non mi interessa anche perchè non sono corna munito ;-)

Riappropiamoci della vita reale ed usiamo internet per il bene, il male lasciamolo fare, staremo tutti Meglio!

Niccolò Storai


Personalmente non concordo con la posizione di Niccolò, sia sul discorso inerente all'operazione stessa, sia sul "non spararsi a vicenda" (che per me è giusto e normale in un ambiente culturale sano e vivo) sia nell'invito tra le righe a farsi una vita (i get a life su Internet non li ho mai capiti), ma mi sembrava giusto dare visibilità alla sua opinione, alla stessa maniera in cui l'hanno avuta gli altri.

26.8.11

Alba Gialla!

Tavola 1 della storia per Gang Bang (dove però sarà pubblicata in bianco e nero e con l'azzurro trasformato in un retino fighissimo).

Star Wars in testa.



No.
Nemmeno io avrei il cuore di mettermelo.
Però... una bella replica del casco da pilota di X-Wing, cazzo, quella sì!!

A proposito: ma voi ve lo ricordare quel telefilm su due giovani investigatori di cui uno, appunto, usava come casco per la moto proprio quello di Wedge e Luke?
Se sì, mi ricordate il titolo?

p.s.
si ringrazia Eugenio per la segnalazione.

24.8.11

Sangue dalle rape.


Star Wars sta per tornare al cinema.
Questa volta in versione 3D.
Vabbè.
Ce lo aspettavamo tutti.

Quello che almeno io non mi aspettavo, invece, è che Lucas fosse così matto da rimandare i film in sala a cominciare da Episodio I, il più brutto film della serie e un film davvero pessimo in generale.
Mi immagino già la frase di lancio per il film:

"Sì, purtroppo c'è ancora Jar Jar Binks... ma se togliete gli occhialini 3D, almeno lo vedrete sfocato".

A pensarci, potrebbe anche funzionare.
Per consolarci, facciamoci un ghiacciolo.






Il pane e i denti.


Leggevo ieri di come il rilancio della Justice League, in USA, abbia portato la testata a vendere sulle 200.000 copie con il suo numero uno, sbalzando dalla vetta dell'albo più venduto dell'anno un numero di Ultimate Spiderman che si era fermato a 160.000.
Anche altri titoli del rilancio hanno avuto pre-ordini superiori alle centomila copie.
Facile immaginare l'entusiasmo in casa DC/Warner.
E non solo per il buon risultato in quanto tale, quanto per la dimostrazione dello stato di buona salute delle proprietà intellettuali in loro possesso e quindi la possibilità di sviluppare su queste film, videogiochi, cartoni animati, pupazzetti, magliette e via dicendo.
Tutto questo, un'intera industria dell'intrattenimento, basato su personaggi che, in occasioni di eventi speciali (morti, resurrezioni, matrimoni, rilanci di varia forma e natura) riescono a raggiungere, a stento, le 200.000 copie vendute.

Tex, ogni mese, sommando tutte le varie edizioni, ne vende poco meno di 400.000.
E questo da sessant'anni a questa parte.
Che cosa ha saputo generare, nel corso di tutto questo tempo, il successo del ranger?









E poco altro.
Adesso, con tutto il rispetto e l'affetto che provo per la Bonelli, la sua tradizione e il suo stile, io di questo stato di cose non riesco a capacitarmi.
E non venite a dirmi che in Italia è il massimo che possiamo fare perché, nel frattempo, Winx Club di Iginio Straffi è sbarcato in USA, distribuito da Nickelodeon, incontrando un successo senza precedenti, con tanto di pubblicità in piena Times Square.


Abbiamo un patrimonio che stiamo buttando al vento.
E non è un peccato solo per la Bonelli ma per il nostro settore in genere e, a conti fatti, per l'Italia tutta.

23.8.11

Per i fumettari: troppo bello per essere vero?


Parlo dell'Asus EEE Slate ep121.
A giudicare da QUESTA comparativa con una Cintiq 21UX, pare che sia allo stesso livello.
Solo che costa la metà e il computer è compreso nel prezzo.
Penna Wacom, schermo da 12 pollici con risoluzione di 1280 X 800 capacitativo, processore Intel Core I5, hard disk SSD da 64 GB, 4 giga di ram, sistema operativo Win 7.
Questo significa che ci potete far girare sopra tutti i programmi di disegno veri, e non quei succedanei che trovate su iPad.
Costo: meno di 1000 euro.
Sia chiaro: non è un iPad. E' un tablet vecchia scuola, pensato per lavorare.
L'iPad fa (molto bene) altro.
Al prezzo a cui viene venduto e per le specifiche che ha, sembra davvero troppo bello per essere vero.
Un solo problema: non è disponibile in Italia.
Bisogna inventarsi qualcosa per farselo arrivare.

22.8.11

Anteprime JD 11

Sulla pagina Facebook di John Doe trovate qualche tavola in anteprima del numero 11.


[RECE] Fruit Ninja Kinect


Sulle piattaforme mobili come iPhone e iPad, Fruit Ninja è tuttora un fenomeno commerciale notevole (non a livello di Angry Birds ma quasi). Adesso arriva anche per Kinect, l'innovativa ma problematica telecamera per Xbox 360.
Il concetto del gioco è quanto più basilare possibile: ti metti davanti allo schermo e, agitando braccia e gambe, tagli la frutta che vola davanti a te. Un meccanismo semplice che deve scendere a patti con i problemi di lag che da sempre affliggono il Kinect e sua precisione nel leggere i movimenti del corpo del dispositivo.
Il risultato è sorprendente da una parte (il lag è ridotto al minimo), ma meno convincente dall'altra (la precisione, che non è mai stata un problema per il Kinect, è piuttosto discutibile).
Tanto è vero che la vecchia modalità arcade, propria dei dispositivi mobili, qui è davvero difficile da giocare e che, per risolvere il problema, è stata creata una nuova modalità ad hoc, basata più sulla coordinazione e il ritmo che sulla precisione.
La vera rogna di questo titolo però, è un'altra: il fatto è che la versione Kinect non aggiunge quasi nulla rispetto a quella per i dispositivi mobili. E se Fruit Ninja è un divertente passatempo da pochi minuti, perfetto per quando dovete ingannare il tempo mentre fate la fila da qualche parte o aspettate l'autobus, il discorso cambia quando vi troverete a giocarlo nel salone di casa vostra. Se poi tenete conto del fatto che Fruit Ninja per iPhone/iPad costa 75 centesimi e la sua versione Kinect costa 8 euro e 60 centesimi (800 Microsoft Points) per un'esperienza dalla durata analoga, capirete che c'è qualcosa di dannatemente sbagliato in tutta l'equazione.
Detto questo, il gioco, in compagnia, è molto divertente, al pari (e forse di più) di tanti party game per Wii. E vedere i vostri amici che si agitano davanti allo schermo, mimando una serie di movimenti che è a mezza via tra le arti marziali, un attacco epilettico e la danza della pioggia di Snoopy, non ha prezzo.
E poi, lo spot televisivo fa davvero ridere:


19.8.11

Lo spirito della vendetta galoppa ancora. Il nuovo Ghost Rider.

.
Va bene: il primo faceva davvero, davvero, cagare.
Ma, oh... il trailer di questo reboot-sequel, mi ispira davvero parecchio.

Solo gli stupidi non cambiano mai idea.

Un paio di giorni fa, parlando di QUESTO, avevo trovato che la cosa fosse un esercizio di satira (e di critica) piuttosto azzeccata, per quanto mi sembrasse pure logico che quelli che ne venivano colpiti si piccassero (anche se le reazioni mi erano parse eccessive).
Oggi, alla luce di QUESTO, correggo la mia impressione e classifico il tutto come una riuscita, per quanto cinica, operazione di marketing.
Che non è necessariamente una cosa brutta e cattiva, sia chiaro, ma che mette in altra luce tutta la faccenda precedente.
Insomma, l'impressione è che quelli che hanno detto che si andava in cerca di clic, forse non avessero poi tutti i torti.
Peccato.

Lupo Solitario: il nuovo videogioco

Qualche tempo fa vi avevo parlato di Forge Reply, una software house italiana che si stava muovendo bene nel settore dei giochi per le piattaforme mobile.
Oggi vi segnalo che la Forge ha presentato a Colonia, il suo primo titolo grosso.
Yep.
Il videogioco di Lupo Solitario.
Una proprietà intellettuale che mi esalta (e sono sicuro che esalterà anche parecchi di voi, specie quelli più stagionati), sviluppata qui noi, da un team tutto italiano con, oltretutto, la collaborazione di alcuni tra i migliori fumettisti e illustratori del nostro paese.
Insomma: SI... PUO'... FARE!!


18.8.11

Leggere Robert E. Howard oggi.


L'opera di Robert E. Howard, in Italia, ha avuto una vita editoriale articolata, frammentaria e complessa.
Talmente complessa che quando ho iniziato a scrivere questo pezzo pensando di riassumervela, poi ho lasciato perdere tanto ci stavo impazzendo dietro. Vi basti sapere che ci sono stati un alto numero di editori (Nord, Fanucci, Newton & Compton, Coniglio, Mondadori e molti altri ancora), ognuno con le sue idee, necessità e contingenze. Tante edizioni, tante traduzioni diverse, tanti approcci diversi, alcuni molto discutibili.
La situazione, oggi, è più semplice visto che solo una piccola parte dell'impressionante mole di lavoro realizzata da Howard nei suoi trent'anni di vita è attualmente a catalogo o facilmente reperibile in Italia.
Ci sono le due raccolte dei racconti di Solomon Kane, edite contemporaneamente da Coniglio Editore e Newton & Compton (se dovete scegliere tra le due, io vi consiglio la prima), c'è il primo numero dell'ultima edizione di Urania Fantasy che raccoglie il ciclo di Kull e il numero 7 della collana Epix (sempre Mondadori) che presenta tutto il materiale legato a Bran Mak Morn (reperire questi due volumi non è difficile perché sono recenti, ma per farlo vi dovrete affidare a qualche bancarella dell'usato), ci sono i quattro volumi di Conan editi da Mondadori e, adesso, arriva anche il nuovo mattone della Newton & Compton che ad un prezzo davvero eccezionale offre tutto il ciclo di Conan in un'unica soluzione.
Non è molto ma, perlomeno, è tradotto discretamente, ripulito dagli interventi apocrifi che per troppi anni hanno impestato il materiale di Howard ed è presentato con un approccio filologico coerente.

Il problema, semmai, è che il meglio della produzione Howardiana resta nel cassetto e penso, in particolare, ai suoi romanzi western (che, a detta di molti, insieme a Solomon Kane sono il punto più alto raggiunto da questo straordinario scrittore).
Se l'inglese non vi spaventa, il mio consiglio è di recuperare il materiale in orginale (in digitale si trova tutto facilmente) ma vi avverto: lo stile di scrittura di Howard non è semplice e diretto come si potrebbe pensare. La sua prosa è articolata, le parole ricercate e leggendolo in originale scoprirete maggiori affinità con autori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett piuttosto che con Edgar Rice Burroghs (che rimane, comunque, una delle fonti d'ispirazione per Howard).

A mio avviso, se volete avvicinarvi al mondo di Conan o se volete scoprire uno scrittore ingiustamente sottovalutato che merita di stare tra i grandi assoluti della narrativa moderna americana, il mio consiglio è di provare un assaggio con l'ultima edizione del ciclo di Conan a opera della Newton (costa 6 euro e 90 ma in giro si trovano promozioni che lo prezzano a 4,90) e poi, se vi piace, passare agli originali.
Non credo che ve pentirete.

Prima di chiudere, visto che in apertura ho messo un mio disegnino di Conan, ve ne metto uno bello, a opera di Gigi Cavenago:


16.8.11

[RECE] Conan il Barbaro



Dunque, del Conan the Barbarian di Milius, ho parlato QUI.
Del Conan letterario e di Howard in generale, conto di parlarne in futuro, e lo stesso vale per i fumetti legati alla figura del cimmero.
Non mi resta quindi che pigliare il toro per le corna e dirvi com'è il Conan the Barbarian di Nisper, pellicola che ho visto alcune settimane fa ma di cui non vi ho potuto parlare a causa di uno di quegli embarghi che ogni tanto qualche ufficio stampa ti impone ( e che, lasciatemelo dire, sono una cosa ben stupida nel mondo di internet, dove tutti possono vedere tutto e subito e dove ci sono i soliti noti che, oltretutto, non li rispettano).
Comunque sia, via Twitter avevo annunciato che il mio giudizio sul film avrebbe riservato almeno una sopresa e, tenendo conto che il Conan di Nispel è un film da cui tutti si aspettavano niente meno che il peggio, la sorpresa non poteva che essere positiva. E quindi iniziamo subito dall'aspetto che maggiormente mi ha convinto, contro ogni previsione, di tutta la pellicola: lo sbeffegiatissimo Jason Momoa.


Che, a conti fatti, è un Conan decisamente più fedele all'originale letterario rispetto all'immenso Arnold Schwarzenegger.
Anzi, a dirla tutta, una volta visto visto in azione, Momoa sembra l'incarnazione in carne e ossa del Conan di John Buscema, l'autore che meglio di chiunque altro ha codificato l'aspetto dell'anti-eroe di Howard (con buona pace di Barry Windsor Smith e di Frank Frazetta: il primo è bravissimo ma disegnava un efebico principe piuttosto che un barbaro, il secondo è un genio, ma Conan l'ha sempre rappresentato come un nanetto).
C'è da dire che Momoa aveva già fatto ricredere alcuni detrattori grazie alla sua interpretazione di Khal Drogo nella serie televisiva di Game of Thrones, ma le sue sopracciglia depilate continuavano a suscitare una certa sfiducia nei più.
E invece, lui c'è.
E' grosso il giusto, è moro e non biondo, è molto preparato fisicamente e bravo nelle scene di lotta e, soprattutto, è riuscito a trasportare sullo schermo quell'intensa gioia di vivere, propria del personaggio letterario, che era assente nell'interpretazione di Arnie.
Poi, sia chiaro, l'ex-governatore della California gli mangia in testa sotto qualsiasi altro aspetto (anche nella capacità recitativa), ma Momoa non è un disastro come tutti si aspettavano, anzi, a conti fatti, è l'unica cosa davvero buona di un un film che comincia bene ma poi crolla miseramente e in fretta.

La pellicola si apre con una scena così violenta e di cattivo gusto che, se tutto il film fosse stato dello stesso livello, forse sarebbe stato ugualmente brutto, ma almeno ci saremmo fatti quattro risate. Invece, pur essendo questa l'opera più genuinamente splatter della carriera di Nispel (cosa abbastanza triste visto che è il regista dei remake di Texas Chainsaw Massacre e Venerdì 13), gli elementi grandguignoleschi trovano posto solo nella prima parte della pellicola, per poi sfumare nella parte centrale e sparire del tutto in quella finale (cosa abbastanza inspiegabile in termini stilistici).
Per il resto, il film parte come un remake inutile e superficiale (ma piuttosto divertente) della pellicola di Milius (e quindi tradisce completamente il personaggio letterario di Howard, nonostante le dichiarazioni del regista e dei produttori affermassero l'esatto contrario), prosegue come la copia soporifera de Il Re Scorpione (film che a me ha divertito un sacco) e si conclude come una puntata di Conan the Adventurer (la serie televisiva liberamente ispirata al personaggio di Howard e talmente brutta da giustificare, retroattivamente, il suo suicidio).

Alla regia, il cocco di Michael Bay fa un lavoro in linea con il resto della sua produzione: un incipit azzeccato, qualche bella carrellata, tanti squarci di luce che illuminano il pulviscolo (alla maniera dei fratelli Scott) e l'ormai conclamata incapacità nel creare uno spazio scenico coerente e realistico.
Bisogna ormai dare per assodato che Marcus Nispel era un mediocre regista di videoclip e pubblicità e tale resterà per sempre: inutile sperare in miracoli da parte sua.
Molto debole anche il versante effetti speciali e la messa in scena complessiva (se lo giravano alla spiaggia di Capocotta era lo stesso). Per quanto riguarda la colonna sonora invece, la cosa più gentile che posso dire è che è insignificante. Se poi penso al lavoro di Basil Poledouris mi viene voglia di piangere per la decadenza culurale della razza umana.
In conclusione, questo Conan the Barbarian è un film poverello, realizzato da gente di scarso talento e priva di ispirazione. Dalla sua ha solo un buon interprete e un paio di sequenze godibili (quella iniziale e quella con i mostri di sabbia).
Per il resto, direi che ci troviamo davanti ad un prodotto che ha l'unica pretesa di alzare qualche dollaro facile spendendo il meno possibile. L'ennesimo esempio tangibile della grave situazione economica che sta pesando sugli Stati Uniti e a cui Hollywood sta cercando di rispondere con film dai budget minimali (rispetto a prodotti della stessa categoria che si facevano anche solo dieci anni fa) che cercano di portare a casa il risultato sfruttando vecchie proprietà intellettuali di successo, sceneggiature alla buona, mestieranti della regia ed effetti digitali realizzati in subappalto da aziende del terzo mondo o da volenterosi ragazzotti a cui i genitori hanno regalato il Mac a Natale.
Insomma, c'è crisi.

E visto che c'è crisi, risparmiate i soldi.

9.8.11

DC Comics Relaunch...


Avevo detto che i disegni li postavo solo la domenica.
Ma è il mio blog. Faccio quello che mi pare.
E poi sono in vacanza.

7.8.11

Sunday Sketch

La domenica mi pesa sempre il culo di postare qualcosa di impegnativo.
Che poi, pure se lo faccio, viene letto dalla metà della gente che lo leggerebbe negli altri giorni.
Del resto, nel corso della settimana, ho sempre un sacco di roba da postare accumulata e non so mai dove infilarci i miei disegnini. Quindi, da oggi si vara un appuntamento settimanale:
il Sunday Sketch.
Che poi significa che la domenica posterò i disegni che mi capita di fare durante la settimana con il mio iPad.
Così, se vi piace quello che faccio, sapete quando trovare qualcosa di nuovo.
Se non vi piace, sapete in che giorno non aprire questo blog.




Non avevo mai disegnato Spidey prima.
Non credo che lo farò mai più. Quelle ragnatele sul costume sono un vero inferno.
Povero Stefano.
Non a caso, io ho optato per la versione del costume dei cartoni animati di fine anni '60.
Sì, quella con il ragno sbagliato sul petto e sulla schiena che io per anni sono stato convinto che i ragni avessero sei zampe.

Ho comprato Amitié étroite, un libro di Bastien Vives del 2009, trovandolo molto deludente sotto il profilo del "cosa" ma molto interessante per il "come". Grossomodo, lo stile usato in questo volume da Bastiene è lo stesso de Il Gusto del Cloro, solo ancora più istintivo e di getto, fino quasi a sfiorare la sciattezza (e, in un paio di casi, centrandola in pieno), sempre però sostenuto da dei colori straordinari nella loro semplicità ed efficacia (che non sono dati da Vives). Non ho ancora deciso se Bastiene sia bravo o un bluff, però mi sono divertito a provare a fare qualcosa cercando di riprendere lo stile di questo volume. Mary s'è prestata a farmi da modella. Povera pure lei.

4.8.11

A Nando, facce Tarzan!!

Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?
Massimo, mi disegni i Goonies?





E, alla fine, me li ha disegnati.
In origine, il disegno lo trovate QUI (insieme a un mucchio d'altra roba).

Non sono i videogiochi...


...a rendermi violento. Sono quelli che lo dicono che mi irritano.

Battute a parte, ci sarebbe da fare una bella e lunga discussione sulla storia dei media generalisti che puntano il dito contro l'ultimo arrivato, come i bulletti di quartiere.
Ma bisognerebbe anche discutere di come il settore dei videogiochi cerchi di smarcarsi da ogni responsabilità e dovere, nascondendosi dietro a un dito.
Vabbè, adesso ho da lavorare. Però ci torniamo sopra.

2.8.11

Intervista a Gipi (o a Gianni Pacinotti, che dir si voglia).

Intervista realizzata un annetto fa per una rivista che poi non è mai uscita.
Ve la propongo adesso sia perché inedita, sia perché Gianni dice parecchie cose interessanti.








IL VOLTO DEL PADRE



Roma è bellissima oggi e io me ne sto su di una panchina, aspettando Mauro, che di mestiere fa il regista, di passione lo sceneggiatore e, quando qualche amico glielo chiede, si diletta pure come fotografo.

Oggi sono io quello che glielo ha chiesto e adesso mi tocca stare seduto a prendere il sole mentre lui si prepara per scendere. Mauro è molte cose, tra cui un grande amico, ma non è puntuale. E quindi, aspetto e ripenso alla ragione per cui mi trovo in quella situazione da lucertola metropolitana. Il fatto è che mi hanno chiesto un pezzo tematico sulle figure paterne. Io con i padri non vado tanto forte e quindi ho pensato di delegare la responsabilità a qualcun altro e mi è venuto in mente S. il fumetto di Gipi (al secolo, Gianni Pacinotti), tutto basato sul rapporto tra padre e figlio. Da S. Gianni, insieme alla compagnia dei Sacchi di Sabbia, ha tratto uno spettacolo teatrale, messo in scena al Circolo Degli Artisti di Roma. E qui entriamo in gioco io e Mauro: il piano è di incontrare Gipi al Circolo, intervistarlo e fare foto a lui e allo spettacolo.

Nulla di complicato, insomma, a patto che Mauro si faccia vedere.

E Mauro, con mezz’ora di ritardo, si palesa finalmente. Sul volto un bel sorriso radioso e a tracolla una borsa da donna.


“Che è quella borsa?”

“Per la macchinetta fotografica”.

“Non ne avevi una non da frocio?”

“La borsa etero si è rotta mentre stavo uscendo di casa, ho dovuto prendere questa. E’ per questo che ho fatto tardi. Che dici, andiamo?”


Andiamo.

Il Circolo degli Artisti è un locale fighetto che si finge centro sociale. Un posto dove i giovani si ritrovano per bere, ballare e fumare e sentirsi tanto centrosinistrini, senza per questo essere costretti a vestirsi da zecche e a dover sopportare i cani dei punkabbestia. Nel contesto desolante dei locali romani, trovo che il Circolo sia uno dei più tollerabili, anche se questo non significa che mi piaccia. Di pomeriggio però, scopro che è proprio un bel posto con quel suo grande giardino, il portico, i dondoli, il gazebo, i divanetti e, sopratutto, l’assenza dei suoi tipici avventori.

Ci incontriamo con Gianni nella sala in cui di solito fanno i concerti e i dj set e adesso adibita a teatro. Ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo chiacchiere da fumettari e poi iniziamo l’intervista.

RR

Con i tuoi fumetti hai vinto tutti i premi italiani e europei possibili, porti in giro due spettacoli teatrali (S. e La Mia Vita Disegnata Male), la critica ti adora, il pubblico ti venera, la televisione ti blandisce e il cinema ti aspetta... e adesso?


GP

Devo stare attento. In qualunque lavoro in cui ti esponi personalmente c’è l’ego che è pronto a mangiarti vivo e io penso che questa cosa qui, sia male. Quindi, anche se te, di tensione tua, di carattere tuo, di necessità tua, hai bisogno di buttarti fuori, di raccontarti agli altri, di esporti e pure metterti in mostra, devi sempre avere una lampadina che ti dice “stai attento, stai attento, stai attento”. Io uso me stesso per raccontare altra roba ma comunque sia, le mie frasi spesso iniziano con “io”. Io ho fatto, io ho detto, io vado... e questo, fino a che sei a livello di successo zero, come sono stato io per gran parte della mia vita, va bene, perché alla fine è come se racconti una storia buffa a un tuo amico. Quando però la tua voce va a più persone, e cominciano a dire che sei un autore molto amato, a quel punto dipende da chi sei tu. Se sei stato un bimbo amato perché era bravo, tu continui a ripetere quella cosa in cui sei bravo perché in quella maniera ti arriva lo stesso amore che ti arrivava da bimbo. E l’amore che ti arriva perché sei bravo è un amore che non si sente, che non ti fa nulla, che ti fa i buchi nell’animo, non te li riempie. E’ una cosa che ho sentito tanto su di me, mi ci sono fatto male fino al punto in cui ho detto: calmiamoci, io volevo questo? Volevo andare in televisione, fare queste stronzate? No. Mi piace l’idea di fare uno spettacolo come quello di questa sera, cercare di fare una cosa bella, ma non è l’applauso che ti deve far star bene, è il fatto che stai lavorando con gente che ti garba, che ti fai il culo con loro per fare qualcosa di bello. Quando pensi che l’applauso sia reale, che il pubblico ti ama davvero, sei fregato.


RR

Quindi, se non per la gloria, per...?


GP

Per quello che so io, su cento persone che conosco, novanta fanno il nostro mestiere perché c’hanno un buco di solitudine nello stomaco. E più producono, e più c’hanno questo buco grosso. Che poi devi anche vedere te le cose a cui dai peso. Io, da ragazzo, davo peso all’idea di fare un mestiere e magari diventare famoso, per essere libero, ma adesso che sono grande le cose che hanno peso sono più piccine. Ho conosciuto un po’ di gente che è diventata, più o meno, un personaggio mediatico... e sono pazzi. Li vedi e hanno dei comportamenti che vengono accettati perché viviamo in una società dominata dai media e quella sembra la normalità, ma ai miei occhi sono pazzi.

RR

Parlami di S.


GP

Lo spettacolo di S. è particolare e difficilissimo per me. E’ nato dall’amicizia che ho con i ragazzi della Compagnia dei Sacchi di Sabbia. Io di teatro non so un cazzo, mi ci sono avvicinato per amicizia loro. Per me il teatro era solo una rottura di coglioni per vecchi, una roba che mi ci portavano al liceo e io m’infrattavo con le ragazzine sui palchetti. Poi sono andato a vedere una cosa del Teatro delle Albe e ho preso una fiammata, una botta di vita nel muso incredibile. E dissi... ma allora è ganzo, c’è roba bella. E parlando con quelli dei Sacchi di Sabbia loro mi hanno proposto di fare S. dato che a loro era piaciuto molto il libro. E visto che la mia voglia di parlare a chi non c’è più, in questo caso mio padre, non si era esaurita con il libro, io gli ho detto “proviamo”. All’inizio abbiamo provato a fare degli esperimenti molto tecnologici, con immagini riprese e proiettate sui video e cose così... una merda. Sulla carta funzionavano ma dal vivo facevano vomitare. Sino a quando non abbiamo provato a improvvisare. Ci venne subito l’idea che i personaggi che raccontavo nel libro non potevano essere di carne, dovevano avere una presenza più vicina all’astrazione del disegno. Contattammo questo mascheraio che faceva le maschere per Gassman e Carmelo Bene che è un genio e gli abbiamo chiesto di studiare delle maschere da far indossare agli attori per interpretare i personaggi. Basandosi sui miei disegni le ha realizzato con il lino, che poi ha indurito e che io ho dipinto. Quando siamo andati a provare sul palco con le maschere sono successe cose pazzesche. Le maschere non solo ti fanno diventare un’altra cosa per quelli che sono fuori e ti guardano ma ti cambiano anche dentro, a te che le indossi. Quando abbiamo fatto la prima dello spettacolo a Pisa, c’erano mia madre e mia sorella in prima fila che piangevano come viti tagliate. Alla fine dello spettacolo mia sorella è andata da Giovanni, l’attore che interpreta mio padre, e gli ha chiesto come faceva a sapere come si muoveva nostro babbo. E Giovanni non lo sapeva, io non glielo avevo mica detto. La maschera fa sì che quando la guardi diventa quello che tu vuoi vedere, e mia sorella ha visto mio padre. E per me è lo stesso, io quando sono sul palco, accanto a Giovanni con la maschera del mio babbo addosso, e facciamo un dialogo abbastanza intimo anche se buffo, io lo vedo che cambia espressione e mi sembra davvero di avere mio papà accanto. E’ una cosa spaventosa da un lato, però siccome io e mio padre eravamo due bischeri quando lui era in vita, anche rincontrandoci siamo gli stessi due identici bischeri. Il mascheraio mi ha poi raccontato che questa cosa di far incontrare i vivi e i morti sul palco era propria del teatro greco, cosa che chiaramente ignoravo.


RR

E oltre alle maschere?


GP

Abbiamo dovuto trovare un modo per costruire lo spazio... perché il teatro non è come il fumetto, che le ambientazioni puoi cambiarle in ogni vignetta. Il teatro è uno spazio fisico, Se metti una barca sul palco, poi quella barca è lì e ci rimane se non la porti via. Quindi abbiamo scelto di non avere nulla, nessun oggetto, niente. Abbiamo costruito tutto con cambi di luce, movimenti sul palcoscenico e cose così.

RR

Il Gipi attore come se la cava?


GP

La mia parte è quasi tutta d’improvvisazione. Io ricordo poco e poi, se lo faccio a memoria, io non godo, non mi diverto. Devo andare a braccio. E il disastro è sempre dietro l’angolo.


RR

Come ti rapporti con il fatto di aver trasformato tuo padre prima in un fumetto e poi in una maschera?


GP

Per me, qualsiasi cosa finisce sulla pagina è santa. Non voglio fare il grosso ma mi faccio davvero il culo, emotivamente parlando, prima di mettermi a lavorare. Non mi metto a scrivere se prima non mi sono garantito di non fare stronzate dove posso sputtanare la memoria o gli affetti di qualcun altro. Però è pure vero che ogni tanto sgarro perché tutto quello che diventa una storia raccontata, per me è fuori dal mondo, non risponde alle regole del mondo, neppure a quelle della società. Ho avuto problemi con questa visione, con alcuni parenti ma pure con la mia donna, quando per esempio vado a raccontare qualcosa di relazioni sentimentali passate.


RR

Ti sei mai censurato?


GP

Solo con le persone con cui non ho un sufficiente affetto. Se non ti voglio abbastanza bene, non me la sento di appropriarmi delle tue robe. Tutti quelli di cui ho raccontato sono persone a cui voglio bene. Nella mia testolina semplice io penso che se ti voglio bene, non posso farti male. Quando racconto di mia madre, e ne racconto magari gli aspetti più crudeli, io non penso di fargli del male. Perché io ti racconto per come ti vedo, che non è la verità ma è il mio sguardo, e magari io ti vedo così e ti amo lo stesso. E non conosco una maniera di voler bene a qualcuno se non vederlo per quello che è e amarlo lo stesso.

RR 


Il tuo rapporto con la verità del racconto.


GP

Quando si lavora sulla carta siamo dio. Con il teatro devi abituarti a perdere il controllo a lasciare entrare anche gli altri che apportano il loro e magari cambiano il tuo. E quindi la figura che era mio padre, visto attraverso i miei occhi, sulla carta, magari non è più mio padre nello spettacolo. E allora trovi un distacco che è buono per lavorare. Poi intendiamoci, io, le cose davvero segrete tra me mio padre, non le ho messe nemmeno nel fumetto. Che poi, parlando con i vecchi, ho scoperto una cosa: questi hanno novant’anni e quando ti raccontano la loro vita, ti raccontano sempre gli stessi cinque episodi. Novant’anni, cinque giornate. E allora capisci che il racconto dell’esistenza, sia tua che altrui, non è mai un opera di comprensione delle cose ma di esclusione delle cose. E’ una sconfitta in partenza perché nel momento che tu decidi di raccontare un singolo giorno specifico, tu ne hai esclusi un altro milione, e lavorandoci, raccontandolo, quello poi diventa il tuo ricordo. Che è un opera di saccheggio e riduzione al minimo di quella che è l’esistenza di una persona. Alla fine, la mia adolescenza è diventata due episodi, gli anni della devastazione con la droga, altri due, e per la storia con mio padre è uguale. Se sei bravo a fare il tuo mestiere dovresti fare in modo che questa procedura di esclusione faccia in modo che ti tieni gli eventi non più importanti per te, ma più rappresentativi per quelli che non conoscono quello che racconti, che sappiano comunicare a più livelli, in maniera più universale. E’ una questione di metodo, del filtro che usi per scegliere cosa raccontare. E per me questo filtro è la compassione, una spinta a cercare di comprendere le esistenze degli altri, a sentire le esistenze degli altri, per capire quali sono quegli elementi che raccontano a tutti, che tutti si sentono addosso. Passerò per il Benigni di turno ma penso che sia l’amore e la comprensione che dovrebbe spingerti a raccontare. La voglia di critica, l’indignazione, nemmeno la rabbia, sono sufficienti, da sole, per me.


E sulle note dell’amore, l’intervista finisce. 
Gipi torna a provare sul palco e io e Mauro lo seguiamo, osservando i teatranti mentre lottano per far stare lo spazio della pagina all’interno del piccolo palco del Circolo degli Artisti. Al centro di tutti c’è Gianni, creatore e traghettatore di storie e adesso, storia lui stesso.

S. va in scena. 
E’ un bello spettacolo.