1.2.12

Due considerazioni sulla BD.


Sono tornato meditabondo dalla Francia.
Abbastanza meditabondo da costringermi a un giorno di riflessione per scrivere qualcosa.
Da una parte, ci sono le impressioni sullo stato attuale del fumetto francese, che ho deciso che sono materia che interesserebbe pochissimo ai lettori di questo blog.
Dall'altra parte ci sono i ragionamenti che mi sono fatto sul mercato del fumetto dei mangiarane rispetto a quello del resto del mondo, e di queste riflessioni ho deciso di condividerne qualcuna con voi, perché se è vero che il mercato della BD non è l'Eldorado che credono alcuni, è pure vero che è comunque una realtà unica al mondo da cui si potrebbe apprendere qualcosa.
Non intendo però mettermi a fare una noiosa (e sterile) comparazione tra il fumetto francese e quello italiano, ma tra il fumetto francese e tutto il resto del fumetto mondiale, perché è la BD a essere un'eccezione e non, come credono alcuni, il fumetto italiano.

Prima di tutto, partiamo da un discorso generale.
In Francia il fumetto è una componente accettata della cultura e la cultura è un elemento che fa parte della vita quotidiana della gente.
Nel resto del mondo, il fumetto è il figlio della serva della cultura e la cultura non fa parte della vita quotidiana delle gente.
In Francia il consumo di cultura (a qualsiasi livello, dalle robe intellettuali al più bieco intrattenimento) è massificato e per capirlo basta vedere l'importanza che ricoprono le grandi catene multimediali come la Fnac sul territorio nazionale. A questo contesto, già di per sé piuttosto roseo, si aggiunge il fatto che il fumetto, in Francia, non è discriminato culturalmente in nessuna maniera e, al pari del cinema, della musica e della letteratura, fa parte di uno scenario culturale di rilievo.
Questa cosa non accade in nessun'altra parte del mondo.
Non in Italia di sicuro ma nemmeno negli USA (dove, comunque, i comics rimangono roba da ragazzini o da nerd) o in Giappone (dove le cose vanno bene fino a un certo punto perché lo spettro dell'otaku pesa su qualsiasi appassionato di manga).
Possiamo lavorarci su questo aspetto?
No.
L'unica possibilità sarebbe rifondare da capo tutto il nostro sistema scolastico, creando nuove generazioni di persone in grado di vivere la cultura in maniera diversa. Un'eventualità improbabile, direi.

Allora non ci rimane che lavorare sul secondo aspetto che distingue la BD dal resto del fumetto mondiale, ovverosia che è un'industria sana.
Che sembra un'affermazione naif da fare ma, in realtà, è più complessa di quello che sembra.
Analizziamo le due parole:

INDUSTRIA
Un insieme di case editrici che realizzano un prodotto (artistico) di interesse economico, con criterio massivo. 

L'industria, in Italia, non ce l'abbiamo. Abbiamo alcune aziende (che si contano agevolmente sulle dita di una mano menomata) e qualche piccola realtà. Ma l'industria no. In Giappone c'è. In USA pure. In Italia, no. E' una questione di implacabili numeri, tutto qui. Si può creare? Ne dubito, a meno che qualche grosso investitore non scopra che il fumetto, in Italia, produce effettivamente ricchezza, nonostante tutti si affatichino a negarlo.


SANA
Un'industria che funzioni, che crei ricchezza, che sappia pianificare a medio e lungo termine, che sappia creare prodotti diversificati per ogni tipo di settore di pubblico, in modo da poter far fronte all'avvicendarsi dei gusti e delle mode, che sappia rinnovarsi nei suoi formati e nei suoi protagonisti, senza per questo perdere la propria identità e che abbia piena consapevolezza della sua natura.


E questo certificato di sana e robusta costituzione ce l'hanno (in parte) i giapponesi e (in toto) i francesi. Non ce l'hanno gli americani, con il loro mercato sempre sulla soglia dell'abisso (e qualche volta, come in questo periodo, un paio di passi oltre) e non ce l'hanno gli italiani, chiusi nella loro torre a far finta che non esista il mondo fuori e che il futuro sia un problema d'altri.

Ecco, forse, nel guardare alla Francia, è a questi aspetti dovremmo prestare più attenzione piuttosto che ai colori sgargianti, al formato o ai contenuti (tutti elementi fortemente variabili nello scenario della BD). Dovremo lavorare per creare una vera industria consapevole e dovremmo fare in modo che questa industria sappia muoversi sulla base di una progettualità forte e ben definita, senza snaturare quello che è il nostro patrimonio culturale.
Sarebbe bello se succedesse davvero.
Ma dubito che succederà mai.

24 commenti:

Dark Diamond ha detto...

"No. L'unica possibilità sarebbe rifondare da capo tutto il nostro sistema scolastico, creando nuove generazioni di persone in grado di vivere la cultura in maniera diversa ma mi pare un'eventualità improbabile."

Prendo questo stralcio per porre un quesito forse sterile:
quando parli di riformare da capo il sistema scolastico in modo da fruire la cultura in maniera diversa, cosa intendi?
Detto brutalmente, tu cosa cambieresti?

ducab ha detto...

Domanda:Nelle scuole francesi il fumetto viene "ghettizzato" come spesso e volentieri avviene qui?

Marco Galli ha detto...

Daccordo, pragmaticamente, su tutto. Anche sul pessimismo... purtroppo.

RRobe ha detto...

Per Ducab: da noi viene ghettizzata la cultura prima che il fumetto.
Il problema che il fumetto sia il figlio della serva della cultura è relativo. Ce lo hanno anche in USA e in Giappone (anche se in misura diversa).

Il problema di base, e qui rispondo anche a Dark Diamond, è che viviamo in un sistema che non mette la cultura al primo posto della vita dell'essere umano.
Perché, al primo posto, abbiano la fede (che dovrebbe bastare a tutto). E qui andiamo a finire sui danni che ha fatto Sant'Agostino alla nostra cultura e non la finiamo più.

müesli ha detto...

x ducab: non direi. Per esempio, tra i libri consigliati nei programmi scolastici dell'anno scorso c'era un libro per ragazzi di Joann Sfar, "Monsieur Crocodile a beaucoup faim".

Theo ha detto...

Aspettavo questo post. Complimenti una lettura molto lucida, poco da dire.

oudeis ha detto...

Roberto, hai fatto una analisi lucida e intrigante, ed è la stessa riflssione che mi sto ponendo in questo periodo. grande Analisi e riflessione.

Andrea ha detto...

Concordo in pieno. Il settore fumetto in Italia è messo come tutti gli altri settori, culturali e non, che dovrebbero smuovere l'economia di un paese: disorganizzato, fermo su se stesso da 30 anni e con pochi pionieri sulle cui spalle si regge tutta la baracca fatiscente.

Luca Basenghi ha detto...

Magari, con più calma, potresti scivere un post sulla questione della scuola, della cultura e della fede, perché altrimenti si fa confusione.
"viviamo in un sistema che non mette la cultura al primo posto della vita dell'essere umano.
Perché, al primo posto, abbiano la fede (che dovrebbe bastare a tutto). E qui andiamo a finire sui danni che ha fatto Sant'Agostino alla nostra cultura e non la finiamo più."
Il sistema e la cultura, cosa genera cosa? La fede danneggia la cultura? Fede e cultura sono antagonisti o sono intrecciati? La scuola fa parte del sistema o della cultura?

RRobe ha detto...

Per Luca: non mi ci volevo impelagare perché è lunghissima e ad essere coincisi si finisce per essere superficiali.
Uno dei cardini su cui si poggia la cultura e il pensiero del nostro paese sono le riflessioni di Sant'Agostino.
Che era un figo per un sacco di robe ma che, per quello che riguarda le facezie aveva una visione critica (in sostanza: divertiti pure con le sciocchezze fino a un certo punto, poi pentiti, diventa adulto e rivolgi la mente a Dio perché solo di Dio hai bisogno e lui ti da tutte le risposte).
Se in Italia la narrativa di finzione è roba da poco, la tara viene da lontano e viene da Sant'Agostino.
In tutti i paesi dove il pensiero di Sant'Agostino non ha avuto la stessa influenza, la narrativa di finzione ha un diversa importanza culturale.

Questo in un sunto brevissimo e pressapochista (ma ho l'impressione che di questa roba, sul blog, ne avevo già parlato).

Luca Basenghi ha detto...

Non volevo fare la punta agli aghi. M'interessava il discorso della scuola, più che altro. Qualche tempo fa ce l'avevi con un dirigente della Marvel che aveva dato la colpa ai videogiochi per le scarse vendite dei fumetti. Dicevi che era un argomento logoro. Spesso sul web leggo commenti di chi guarda alla scuola come possibile colpevole o possibile speranza per le sorti del fumetto. Penso sia un discorso con limiti piuttosto consistenti. Penso anche che la scuola sia figlia della cultura, non viceversa. Dagli anni settanta i fumetti sono sempre stati presenti nella scuola dell'obbligo.

Animanera ha detto...

@Luca, la scuola è figlia della cultura in Italia, proprio perché l'educazione dei bambini in generale non è necessità primaria ma viene sempre plasmata per confarsi a questa o quest'altra esigenza che poco ha a che fare con scopi educazionali.
I tempi stanno cambiando e si sente sempre più il bisogno di una riforma scolastica seria, di contenuto e non di metodo, dove finalmente potremmo metterci al passo con la Cultura, senza fare discriminazioni tra fumetto, videogioco, internet, libri, cinema, etc.

Carlo Gubi ha detto...

Il dubbio e': si puo' ragionare in modo imprenditoriale senza partire da grossi capitali ma partendo da grossi talenti? Io pensavo di si', ora mi domando se non sia indispensabile qualcuno che cacci la grana, tanta e subito, per far funzionare qualcosa.

Quindi la frase "Dovremo lavorare per creare una vera industria consapevole" secondo me va corretta in "dovremo lavorare per far capire a chi ha i soldi che investendo sul fumetto di qualita' ne puo' fare altri, a patto di non imbrogliare il lettore, di trattare con rispetto gli autori, di saper tenere la barra dritta sul medio periodo per fare profitti nel lungo periodo". Solo che queste cose non si fanno su un blog, ci si mette la cravatta e si va a spiegarle alle riunioni di Confindustria o del Rotary, e questa e' l'unica cosa che non ho avuto lo stomaco di fare finora.

Planetary ha detto...

Questo passaggio non mi è chiaro:

"non ce l'hanno gli italiani, chiusi nella loro torre a far finta che non esista il mondo fuori"

Noi che importiamo e abbiamo importato e letto di TUTTO dall'estero (al contrario di francesi, americani e giappi, chiusi nel loro sistema di produzione interna)?
O ti riferisci ad altro?

MicGin ha detto...

mi piace questo tuo post (e dopo clikko). il nodo della scuola è cruciale e non solo per il fumetto. ne parlavo ieri proprio con altri "colleghi". dalle medie in poi la didattica diventa velleitaria e si rischia di bruciare generazioni su generazioni. anche perché dopo manca pure il lavoro.

ma c'è un altro punto fondamentale che caratterizza il fumetto francese (e anche quello statunitense e giapponese): la capacità di compiere scelte artistiche professionali e coraggiose, la capacità di innovare anche e soprattutto i contenuti, raccogliendone poi i frutti commerciali.

Noi siamo diventati un mercato di conquista. Tutta una serie di fumetti che qui sarebbe impensabile produrre, invadono i nostri negozi a ondate. Certo numeri minori di quelli "tradizionali", ma cmq tali da consentire la vita di diverse... aziende (è giusto ricordare che sono aziende).

Il fumetto tipicamente italiano tiene alcune posizioni ma incontra difficoltà crescenti. E prima del videogioco o del canale satellitare c'è l'insoddisfazione del lettore. Perché se una cosa ti piace veramente, la tieni e la aggiungi alle altre.

Però siamo stati bravi con i collaterali da edicola. Certo, materiale già esistente, generazionale, però un bel successo generale.

Questa riflessione riguarda sia gli editori che non sempre rischiano, sia gli autori che troppo spesso si adeguano ritenendo non si possa fare diversamente.

daniele marotta ha detto...

Il fumetto in Italia non è un arte popolare, tra la produzione e il pubblico mi sembra che ci sia un muro.
Al di lá della questione investimento che è certo importante, mi sembra che l'intento spesso sia già miope, personale e di nicchia alla fonte: sia nella scelta dell'opera da produrre, nella scelta degli autori nella portata della produzione e nella strategia di lancio e diffusione.
Io penso che gli Italiani amino il fumetto da sempre e che ci siano praterie di pubblico inesplorate solo che vanno raggiunte in modo adeguato. E poi non sono forse anche un po' i fumettari ad amare poco gli Italiani, ovvero il grande pubblico? A bastarsi in qualche modo nello status quo semi artigianale senza sbattersi troppo a diventare industria?
Per esempio sarebbe bello capire come gli editori di fumetto plasmino i loro cataloghi e quanto tengano in conto le vendite, il pubblico e i possibili sviluppi.
Ci sono opere che tranquillamente andrebbero a ruba anche da noi se vendute nel modo giusto, i lettori di Fabio volo o della Avallone, per esempio, potrebbero comprare anche Bastien Vives o no?
D.

Giuseppe Di Bernardo ha detto...

"Dovremo lavorare per creare una vera industria consapevole (...) Sarebbe bello se succedesse davvero.
Ma dubito che succederà mai."

Sta a noi.
Non "noi" in generale, proprio noi che siamo dentro al meccanismo.
Probabilmente neppure riusciremo a coglierne qualche frutto, ma dobbiamo davvero iniziare a perseguire questa consivisibile idea. Sennò saremo soltanto un'altra specie in via d'estinzione.

Giuseppe Di Bernardo ha detto...

*condivisibile

Mario Benenati and Haïfa Adam ha detto...

La tua analisi, post Angouleme, è molto interesssante, e colpisce in pieno il modo di intendere il fumetto in Italia ed all'estero, partendo dalla BD.
Sono d'accordo con te e credo che le tue considerazioni e quelle di altri blogger ed autori (che sono stati a Angolume e che hanno scritto a loro volta delle considerazioni), dovrebbero stimolare le case editrici, i distributori, gli autori di fumetti e per ultimo le poche realtà che cercano di fare critica ed approfondimento sul mondo del fumetto in Italia. Tutti dovremmo cercare di dare il nostro contributo per far diventare il fumetto parte integrante della cultura e non figlio di un dio minore.
mario

Greylines ha detto...

La domanda è: cosa ha portato la Francia ad avere questo atteggiamento nei confronti della cultura in generale e del fumetto in particolare?
Capire l'origine di questo diverso approccio è fondamentale per poter provare a riproporlo qui da noi. E non credo sia solo colpa di Sant'Agostino.

dedalus ha detto...

@planetary

credo che quello che tu noti (la massa di traduzioni fatte in italia) non contraddica quello che dice roberto.

la cultura in italia è frequentata solo da una fetta della popolazione (c'è chi dice non più di 5 milioni), ma quella fetta spende parecchi soldi, tempo ed energie in cultura, da cui la massa di roba tradotta in italiano.

Da una parte questo rende la cultura italiana molto più aperta di quanto sarebbe di per sè: per esempio, in alcuni momenti abbiamo avuto più opere di Freud o Nietzche disponibile in italiano che non in originale in tedesco, oppure certe piccole letterature (olandese, ungherese per esempio) sono più tradotte in italiano che in inglese.

ma dall'altra parte, paradossalmente, ciò limita la discussione a tutto ciò che viene pubblicato in italiano. Si legge e si commenta tutto Freud ma lo si fa solo "all'italiana", tra italiani.

Perfino in ambito accademico, dove pubblicare all'estero è quasi un obbligo, ci sono ancora professori e discipline (storia italiana, per esempio) dove nessuno ha pubblicato nu solo articolo in inglese.

uomoragno ha detto...

Analisi molto interessante e con alcuni spunti da approfondire...
Sulla scuola italiana sicuramente la frase... "ah, fumetti?! topolino!" l'abbiamo sentita in parecchi (con tutto il rispetto per topolino)!

Luca Erbetta ha detto...

Se vogliamo TENTARE di cambiare le cose, l'UNICO strumento che noi autori abbiamo è quello di creare una SERIA associazione di fumettisti.
Solo così potremmo andare a bussare alla porta di imprenditori e politici.
Prima lo imparerete, meglio sarà.

Enzo ha detto...

Anch'io qualche giorno fa pensavo a un moddo diverso di studiare 'arti visive' a scuola(speriamo sia un'idea nell'aria che porterà a qualche cambiamento).
Fumetto e fotografia(ma anche cinema...)non vengono MAI affrontate a scuola se non in ambito universitario.
Studiamo la pittura del passato e delle avanguardie(senza collegarle alla nascita della fotografia...).
Studiamo il liberty(o meglio, i professori accennano al liberty) senza parlare del fatto che -per esempio- c'erano Mucha e Rackham, illustratori, e Winsor Mc Cay, fumettista. E che Feininger, che faceva parte del Bauhaus, faceva anche fumetti. C'è una lacuna incalcolabile nello studiare storia dell'arte senza parlare di fotografia e fumetto(e animazione e illustrazione e videogioco...).
Ormai il fumetto ha ufficialmente un secolo di vita,no?
Bisognerebbe almeno fare un excursus su stili e periodi, almeno da un punto di vista visivo(non pretendiamo che in Storia dell'arte si parli di narrazione...).Nessuno sa niente di fotografia se non i fotografi oppure quelli che la studiano per hobby o all'università/accademia.
idem col cinema. Chiunque guarda centinaia di film e video senza avere una minima coscienza del medium, perchè nessuno gliel'ha mai spiegata a scuola.
Viviamo in una cultura visiva avendo studiato -male-solo letteratura. E qualcosa di pittura.
non è quantomeno strano? E non credo sia un problema solo italiano.