1.5.12

Napoli Comicon: giorno 3



L’appuntamento con Monica, la nostra guida, è alla Certosa, sul piazzale panoramico sotto Castel Sant’Elmo, alle undici.
Mi sveglio alle nove, rintanato in un angolo del letto, con le lenzuola attorcigliate intorno alle caviglie, e nella posa dell’airone di Karate Kid, segno che il mio sonno non deve essere stato tanto tranquillo o riposante.
La sera precedente ho pagato dazio agli acciacchi con cui mi sono messo in viaggio e adesso ho la bocca impastata dagli antidolorifici e il fianco destro che mi sussurra profezie di oscuri e futuri disastri.
Barcollo spossato fino alla doccia e la manco, sbattendo l’anca contro il lavandino. Il dolore accende qualche sinapsi e un poco mi ripiglio. 
Mi lavo ed esco dalla stanza, scoprendo che la mia compagine mi ha lasciato indietro, come quel soldato ferito che è solo un peso per il resto della truppa.
Chiamo Paolo.

- Oh?

- Oh.

- ‘Ndo state?

- Alla pasticceria all’angolo.

- Potevate aspettarmi.

- Pensavamo che, visto che sei stato male, volessi riposarti...

- I cinque blogger non si riposano mai. Arrivo.

Esco in strada.
Il cielo è grigio, l’umore, nero.
Raggiungo gli altri, mi siedo al tavolino, mangio qualcosa, bevo un caffè, e poi tutti insieme alla metro. Daniele, Mauro, Andrea e il sottoscritto verso la gita turistica, Paolo verso una giornata con la sua famiglia.
Arriviamo al luogo dell’appuntamento con quaranta minuti di ritardo. E non ci rimprovera nessuno.
Per quanto ami Napoli, non potrei mai vivere secondo i suoi ritmi.

Ad accoglierci, Monica e Carmine, che iniziano subito e illustrarci la storia della Certosa, del Castello, delle Pedamentina, del tufo che prima è stato tolto e poi è stato messo, e di come si sia scavato per costruire e cosa sia stato distrutto scavando.
E’ la storia di due città che poi diventano una sola, di fortificazioni, terrazze e terrazzamenti, una storia urbanistica di forcelle e bisettrici, di strade per le lavandaie e di pietre laviche, di colline, di vigneti e di tutto quello che ci sta in mezzo, sopra, sotto e intorno.
E’ una storia interessante che mi fa capire qualcosa di più di una città che per me è sempre stata un enigma.
Ci rimettiamo in moto mentre il vento porta via le nubi e il sole comincia a battere sulla nostra testa. Discendiamo la Pedamentina, seguendo un percorso fatte di scalini e tornanti.

- Napoli è fatta a scale...
Dice Carmine.

- ...chi le scende e chi le sale.
Dico io.

- Prego?

- Niente, sono romano... è un riflesso condizionato.

Ma Marchese del Grillo a parte, Carmine ha ragione.
Volete conoscere Napoli? Salite e scendete le oltre quattrocento scale sparse per la città.

A un certo punto, sfiniti, ci fermiamo nei pressi del cancello di una casa che, con mia sorpresa, ci viene aperto.
La proprietaria si chiama Maria Laura e fa parte di un comitato di quartiere.
Ci offre acqua e limone e noi beviamo.

E credo che sia in quel preciso momento che l’umore nero mi abbandona e comincio a divertirmi.
E’ una giornata di sole.
Sono insieme a due amici e a un fratello, in una città bellissima.
Una signora gentile mi ha offerto acqua e limone, facendomi entrare in casa sua senza nemmeno conoscermi.
Nel mio futuro più prossimo, c’è la pizza migliore del mondo.
In una situazione simile, pure Kurt Cobain si rasserenerebbe.
Se non si fosse sparato in bocca con un fucile, chiaramente.

Riprendiamo a scendere, arrivando all’imbocco di Spaccanapoli e nel cammino ci  vengono raccontate un sacco di storie interessanti (tra tutte, mi riprometto di approfondire la mia conoscenza della Madonna dei sette dolori) ma sono troppe per rendergli giustizia. Per il resto, Napoli ci si offre nella sua miscela arabica più pura, mescolando l’alto e il basso, il sublime e l’immondo, senza alcuna soluzione di continuità.
Amare Napoli non significa accettarne gli aspetti più sgradevoli perché compensati da quelli meravigliosi.
Accettare Napoli significa entrare nell’ordine di idee che qui, il buono e il cattivo di compenetrano fino a diventare una cosa sola.
Non le due facce della stessa medaglia ma una medaglia con una faccia sola.

E mentre penso questa roba, arriviamo davanti a chiostro di Santa Chiara, dove le nostre guide ci salutano.
Decidiamo di proseguire da soli.
Ma prima, la pizza.

Sorbillo è bruciato un paio di giorni fa, in uno di quei non rari casi di autocombustione spontanea che, ogni tanto, a Napoli capitano ai locali.
Puntiamo allora su Di Matteo che alla mia ragazza (napoletana) non piace ma che per me (romano), fa comunque una pizza che levati.
Che però non mangiamo perché c’è una fila disumana.
Ci muniamo di frittatine, crocchette e arancini d’asporto e mangiamo su di un gradino mentre osserviamo passare le ragazze e io capisco meglio il termine di “pernacchie” e “pernacchiate”.
Poi, puntiamo su San Severo dove restiamo convenientemente incantati davanti al Cristo Velato (mi succede tutte le volte che lo vedo).
Scendiamo a vedere le macchine anatomiche e io controllo sul cronometro del mio cellulare il tempo che ci vorrà prima che qualcuno dica la frase che qualsiasi fumettaro dice davanti ai corpi scranificati, opera del principe Raimondo di Sangro, la prima volta che li vede.

- Sembrano le vignette di Watchmen!

- Bravo. Otto secondi, hai battuto il record.

- Che record?

- Lascia perdere, nerd.

Usciamo.
Un caffè e poi in fiera.
Ci arriviamo alle 16 e 30.
Con comodo.

Il cielo è terso.
Il sole splende.
L’umore è ottimo.

3 commenti:

-harlock- ha detto...

È un piacere, leggerti.

Viviana Boccionero ha detto...

Ti ho mai detto che ti amo, RRoby?

Oropallo ha detto...

Goethe c'aveva ragione.

O l'avrebbe avuta, se avesse mai detto la frase a cui mi riferisco.