27.7.12

John Doe 22: contenuti speciali in forma di appunti sparsi



Ultimo numero di JD.
Il 99.

L'idea per il finale delle avventure del ragazzo d'oro, mi è venuta parecchio tempo fa.
Ero su un prato antistante l'ospedale Gemelli. Sdraiato sull'erba a prendere il sole insieme a Werther Dell'EderaLui era un guest e io recurring character di quella struttura.
Quel giorno ero giallino. Che con il verde dell'erba ci si sposava benissimo.
Non so bene di cosa stessimo parlando ma, per qualche motivo, mi venne in mente il finale di Quei Bravi Ragazzi, con Ray Liotta ridotto a essere un signor nessuno e che si rivolgeva direttamente agli spettatori.
Ecco. Quella era la maniera in cui volevo che finisse JD
Con John, con il culo per terra, condannato a essere quello che lui non è mai stato: uno come tutti gli altri.

Ma tra il voler far fare qualcosa a John Doe e riuscire poi a fargliela fare davvero, ce ne passa.
Sembra una stronzata da dire ma quando un personaggio è stato scritto così tanto (e novemilatrecentoerotte pagine, sono tante), comincia davvero a scriversi da solo.
Perché certe cose non gliele puoi far fare a collo torto, perché c'è tutto il suo pregresso che te lo impedisce. E se lo fai lo stesso, quello che scrivi, stride e stride forte, e se ne accorgono tutti.
Quindi, John, alla fine ha trovato la sua strada per arrivare a quella conclusione.
Che somiglia a quella che avevo in mente, ma che non è quella e ha un senso del tutto diverso.

Detto questo: tutti i semi di questa quarta stagione, e di questa storia in particolare, erano già stati seminati.

Prima di tutto, c'è stato Sean Cardona, il detective privato creato da Lorenzo che, nel numero zero, investigava su di noi. E poi che, nel numero 3, investigava su John Doe, confondendo i piani tra reale e finzione.


Poi c'è stato il numero 6.
In cui m'era venuta quest'idea di voler rendere il lettore responsabile, al pari dell'autore, della narrazione. 
Renderlo parte attiva di quel patto tra chi racconta e chi ascolta e costringerlo a farsi carico anche lui della faccenda. Da passivo e senza colpe a attivo e colpevole.
Un'idea in stato embrionale, c
he poi ha trovato eco solo nel numero 21, venendo travolta da quell'onda nerdica che è stata la seconda stagione.


Poi la terza stagione.
Che ha mostrato la trama (intesa proprio come la trama di un tessuto), solo al suo ultimo episodio, insieme ai nervi, le ossa e gli organi interni della pagina a fumetti.


Poi la quarta stagione. Quella abortita dopo pochi mesi con un numero che, giocoforza, è corso dritto verso la quarta parete, schiantandocisi.


E poi la vera quarta stagione.
Quella nata dalla ceneri dell'Eurea.

John Doe, riportato in vita dai lettori, contro il volere suo e dei suoi stessi creatori.
Beffarda messa in atto, reale, di quanto ipotizzato nel numero 6.

E allora a testa bassa a cercare di conoscere qual è il limite e a fare finta di poterlo superare.


Tutto il resto è stato routine o quasi.


Shakespeare, Carmelo Bene, Yukio Mishima e Massimo Carnevale.
Conan, Star Wars, Ghostbuster e Luca Genovese.
Poi gli amici.
Poi il colpo di scena che ribalta il punto di vista, presente in ogni season finale di John Doe.
I buoni che non sono buoni, i cattivi che sono cattivi. John che frega tutti, buoni e cattivi.
E poi Lucca. Il mio mondo. I lettori. Lo stucchevole gioco delle pagine bianche.
E quel finale, che è una roba a mezza via tra Carver, David Foster Wallace e gli ultimi secondi dell'ultima puntata dei Soprano (sì, Mauro, t'ho fatto uno spoiler).
E quel finale che QUI hanno capito tanto bene e che un sacco di altri non hanno capito per niente (proprio come mi aspettavo e volevo).


La morale è che la quarta parete non può essere abbattuta.
Mai. 
E questo è quanto.



Sipario.
Applausi.

Forse.