16.10.12

Chiacchiere sul fumetto popolare: parte prima

M'è venuta voglia di provare a scrivere della roba, più o meno seria, sulla natura del fumetto popolare il suo linguaggio. Lo scopo non è tanto quello di affermare delle verità, quanto esplorare la materia.
Partiamo da uno spunto che ho iniziato a sviluppare qualche tempo fa.


IL FUMETTO POPOLARE

Con questo termine si possono intendere varie cose.
Si può, per esempio, voler dire che si tratta di fumetto a larga diffusione.
Oppure, che è un fumetto votato al puro intrattenimento.
Oppure, che usa un certo tipo di linguaggio e un certo tipo di grammatica reiterata da tutti gli altri fumetti popolari nel loro complesso.
Oppure, che è un fumetto di genere (western, horror, fantascienza, fate voi) o che è il frutto di un lavoro di gruppo (sceneggiatore e disegnatore, come minimo) e non del lavoro di un singolo.
E via dicendo.

Tutte queste definizioni sono abbastanza corrette ma nessuna lo è non fino in fondo.
Ci sono fumetti popolari che, pur avendo una larga diffusione, non sono, per esempio, di solo intrattenimento (i primi esempi che mi vengono in mente sono il Dylan Dog di Sclavi, il Ken Parker di Berardi e il Napoleone di Ambrosini) e, alla stessa maniera, ci sono fumetti di puro intrattenimento che non hanno una larga diffusione.
E, ancora, ci sono fumetti a larga diffusione e di puro intrattenimento che però non usano la grammatica tipica del fumetto popolare (e qui faccio un esempio giocando in casa: John Doe).
E ci sono fumetti non di genere che sono diventati estremamente popolari, come ci sono fumetti non popolari ma di genere. E ci sono fumetti popolari realizzati da autori unici e pure il contrario.

Quindi, cos'è il fumetto popolare?
Avrei la tentazione di dirvi che è un'etichetta commerciale tipo "graphic novel", chiudere il corso e mandarvi tutti a casa, ma non lo farò, perché un modo per definire il fumetto popolare esiste.
il fumetto popolare è una aspirazione a un linguaggio versatile e condiviso.
Questo significa che a sostenere il fumetto popolare (italiano e non) c'è la ricerca e l'applicazione (fallace ma non per questo meno nobile) di un linguaggio che sia flessibile (e quindi capace di raccontare tutto e in tutte le maniere possibili) ma che sia anche compreso dal maggior numero possibile di persone.
Che, se ci pensate, è una roba mica così immediata.

Ma prima di andare avanti, esploriamo meglio i due concetti.
Partiamo dalla parola  "condiviso".


Se con fumetto popolare si intendesse fumetto letto da molti, tutti farebbero fumetto popolare.
Perché a nessuno piace avere un pubblico esiguo e, soprattutto, è una cosa che non conviene nemmeno in termini economici e di sussistenza.
Quindi, diamo per assodato che raggiungere un pubblico vasto è una molla comune.
L'unica molla?
No. Ma è una molla che è sempre parte del meccanismo. Perché puoi fare il fumetto più difficile e poco commerciale del mondo ma, una parte di te, coverà sempre in segreto il desiderio che quel tuo lavoro incontri un successo insperato e seduca legioni di lettori adoranti. E non solo per i soldi, ma per il semplice fatto che si fanno fumetti per comunicare. E una buona comunicazione è una comunicazione che arriva a un pubblico che riesce a capirla ed apprezzarla. Se quel pubblico è vasto, tanto meglio, no?

Ora però, cosa bisogna fare per arrivare a tanti?
Compromessi.
E' una parola odiosa ma non c'è altra maniera per definire la cosa.
Perché più è ampio il bacino di utenza che si vuole raggiungere, più saranno ampie le esigenze che il vostro lavoro dovrà soddisfare e più diventerà generico e standardizzato il linguaggio che vi troverete a dover utilizzare.


Se scrivere fumetti è usare un codice di linguaggio, leggere fumetti significa tradurre quel codice, che è semplice, è vero, ma non così semplice come si crede e nasconde parecchie insidie per il lettore meno preparato.
Adesso arriviamo a un concetto anti-intuitivo:
scrivere un fumetto per un lettore attento e forte, è più semplice che scrivere un fumetto per un lettore casuale e distratto.

Perché il primo presterà più attenzione alle decodifica di quel codice, avrà maggiori strumenti per metterla in atto e sarà più disponibile ad affrontare elementi di non immediata comprensibilità.
Il lettore casuale, invece, vi mollerà per strada alla seconda cosa che non capisce.
Certe volte, alla prima.

Il pubblico forte e preparato è sempre una minoranza rispetto al pubblico casuale e distratto, quindi, se si vuole raggiungere il pubblico più vasto possibile, bisogna usare il codice più largamente condiviso (ovverosia, compreso) possibile, tenendo presente che è il lettore più in basso nella scala delle capacità di comprensione a dettare il valore del minimo comune denominatore.

E qui c'è il primo, enorme, inghippo del fumetto popolare.
L'eccesso di semplificazione e la didascalizzazione.
Perché il rischio concreto che si corre quando si cerca di raggiungere anche il lettore ai limiti del quasi analfabetismo fumettistico, è quello di usare un linguaggio talmente elementare da alienarsi il resto del pubblico più sofisticato e esigente.
Avete presente i fumetti che si trovano dietro le scatole dei cereali o in ambito pubblicitario?
Vi hanno mai appassionato o interessato in qualche maniera?
Ne dubito.
Vi è mai capitato di non capirli?
Dubito anche di questo.
Quei fumetti sono pensati per farsi capire da tutti, senza premurarsi di dover anche interessare i lettori più sofisticati, perché il loro scopo non è quello di intrattenere ma di reclamizzare, ovvero comunicare un prodotto alla massa di consumatori più vasta possibile.
E, proprio per questo, hanno bisogno del linguaggio più largamente condiviso possibile, ovvero, quello con il codice più semplice e di facile decodifica.

Ma se fate narrazione, questo approccio non potete permettervelo perché voi non state comunicando un prodotto, voi state cercando di comunicare un'idea strutturata e quindi dovrete, per forza di cose, essere più elaborati e complessi. E quindi difficili.
Più sarà alto il livello di elaborazione e complessità del vostro approccio, meno sarà condiviso il vostro linguaggio, più sarà ristretta la fetta di pubblico verso cui vi rivolgete.
Trovare una giusta via di mezzo tra condivisione e complessità è quello che distingue il buon fumetto popolare dal pattume.Tutto chiaro fino a qui?

Passiamo al concetto di "versatile".
Significa che il vostro linguaggio dovrà essere in grado di adattarsi al maggior numero possibile delle vostre necessità narrative, senza stravolgersi mai.
Un esempio concreto: il linguaggio dei fumetti popolari Bonelli, pur rimanendo sempre molto coerente, permette di raccontare tanto Tex quanto Dylan Dog o Napoleone, o Lilith, solo con piccole alterazioni.
Ma permetterebbe di raccontare anche storie di supereroi? E i diari intimistici? E le storie d'amore?
Sì.
Ma forse non così bene come con gli altri esempi portati.
E' un linguaggio versatile ma non versatile fino al punto di andare a pennello su tutto.
Del resto, a me un linguaggio fumettistico dalla versatilità assoluta e che sappia dare il massimo con qualsiasi tipo di racconto, rimanendo sempre coerente e funzionale, non mi è mai capitato di incontrarlo.
Perché è così importante che il linguaggio sia versatile? Non possiamo utilizzarne differenti a seconda delle nostre esigenze?
Certo. Ma renderà l'opera più complessa.
E questo ci riporta al discorso che più una cosa sarà complessa e strutturata, meno il vostro linguaggio sarà condiviso.
E meno è condiviso, meno è popolare.

E' un gioco di equilibri, vedete?




Ora, per capire un linguaggio, non è necessario ma aiuta, conoscerne le origini.
E il fumetto popolare non fa eccezione a questa regola.
Stabilito che il popolare è una ambizione a trovare un linguaggio versatile e condiviso, possiamo anche dire che per essere tale, non basta mettere in piedi una storia scritta e disegnata nella maniera giusta ma deve essere anche prodotta nella maniera giusta.

E qui arriviamo a un altro nodo importante.
Il fattore produttivo.
Gli artisti di questo mondo, tenderanno sempre a darvela bene, dicendo che l'arte si basta ed esiste in quanto tale. Sono stupidate utili solo pe.
L'arte esiste in funzione della tecnologia che abbiamo a disposizione.
E' la tecnologia che realizza gli strumenti e che analizza quello che ci facciamo con quegli strumenti.
E poi ci permette di replicarlo.

Facciamola rapidissima e tagliamo la testa al toro:
le pitture rupestri degli uomini primitivi.
Che tanto è il primo esempio che mi portano sempre per cercare di ribattere a quanto ho detto poco sopra.
I nostri antenati non avevano tecnologia a loro disposizione eppure, in qualche maniera, facevano arte, giusto?
Sbagliato
Il colore con cui, milioni di anni fa, quei grossi e puzzolenti scimmioni dipingevano sulle rocce delle caverne, le rocce e gli ossi che usavano per segnare la pietra quella era tecnologia al servizio dell'arte.
Ma non solo. Era anche tecnologia dipendente dall'arte.

La parola "tecnologia" significa "discorso sull'arte".
Ovvero, ragionamento sul saper fare.
La razionalizzazione e comprensione dell'azione concreta, in modo da renderla replicabile.
Il disegno anatomico, il disegno prospettico, la teoria del colore, la scultura, la musica, la scrittura stessa, non sono altro che tecnologia attraverso cui noi ci esprimiamo.
A seconda della tecnologia a nostra disposizione, ci esprimiamo in maniera diversa e, certe volte, quando i strumenti a nostra disposizione non sono sufficienti a dare corpo alla nostra visione, creiamo nuova tecnologia per esprimerci meglio.

Ritorniamo per un momento ai nostri uomini primitivi nella loro caverna, intenti a fare pitture rupestri.
La loro era comunicazione popolare?
Nel loro sistema di riferimento, lo era eccome.
Era versatile, perché riusciva a rappresentare praticamente ogni aspetto della loro vita.
Ed era largamente condivisa, perché era comprensibile a qualsiasi membro della tribù, senza nemmeno il bisogno di un linguaggio codificato. Anzi, QUELLO, era il linguaggio codificato.
Ma le tribù erano di dimensioni ridotte e per quanto questo codice fosse straordinariamente comune (troviamo raffigurazioni molto simili, realizzate da esseri umani che vivevano agli antipodi) aveva comunque dei limiti.
Con l'evolversi della società, la versatilità di quel codice andava via, via scemando, perché troppo semplice e limitato rispetto al mondo che doveva rappresentare.
E anche la sua universalità veniva intaccata quando tante persone differenti entravano in contatto, portando ognuna la sua versione di quel linguaggio, simile ma diverso.
La necessità di comunicare in maniera chiara e articolata, impose la nascita di un codice più complesso:
la scrittura.
Ma se la scrittura fosse stata relegata in una grotta, non avrebbe avuto particolare diffusione o utilità (quanta gente volete farci entrare in una grotta? E poi, la roccia, è davvero difficile e faticosa da scolpire!).
E allora via allo sviluppo di molte altre tecnologie, sia per gli strumenti di scrittura, sia per i supporti della scrittura stessa. Ecco quindi le tavole di creta, la pelle degli animali, i papiri, la carta, via via fino a Gutemberg e alla sua stampa industriale (capace di trasformare la scrittura nel primo medium di massa) e, oggi, alla scrittura digitale.
Tutto questo ha a che fare con il fumetto popolare?
Sì, in più d'un senso.
Tranquilli però, non mi lancerò nell'ardua impresa di addentrarmi nei labirinti della semiotica del fumetti, quello è un compito che lascio a gente con una cultura accademica reale come Umberto Eco e Alfredo Castelli.

Cercherò solo di mostrarvi come il medium fumetto è nato (nella sua forma massificata che conosciamo) in funzione delle possibilità e dei limiti tecnologici della sua epoca.
E come queste possibilità e limiti, ne abbiano dettato la forma e la dettano ancora oggi (in certi casi in maniera irragionevole).
Ma lo facciamo nella prossima parte.

18 commenti:

Marco Frosali ha detto...

In questi giorni pensavo a come far capire a dai bambini che il fumetto e' un linguaggio. Tra le altre cose mi era venuto in mente il fatto che il primo uomo primitivo che ha dato vita alle pitture rupestri era per quell'epoca esattamente come per la nostra e' stato Steve Jobs.
Tornando ai bambini, trovo che il fumetto sia un linguaggio estremamente versatile ed immediato, se portato all'osso. Nella fase prescolare, per esempio, quella che è' considerata la geografia/storia embrionale, consiste nel ricreare una situazione di causa.effetto con immagini giustapposte (no, non voglio fare il fighetto, solo che Scott mi piace un sacco).
Questo tipo di comunicazione e' diffuso anche nei più' diffusi percorsi logopedisti ci. Ciò è sinonimo di facilità e immediatezza. Ecco perché secondo me il linguaggio del fumetto non è stato inventato, ma scoperto ed elaborato.
In ogni caso, per assurdo (visto la scarsità di lettori nella fasci di età più bassa), i giovani sono i più adatti a comprendere l'arte sequenziale (visto che l'uso convenzionale dei sistemi sopra accennati e' piuttosto recente).

AlmaCattleya ha detto...

il fumetto lo trovo molto come un incontro tra due arti come il disegno e la scrittura. E come in ogni incontro, qualche compromesso è necessario. Se poi si tratta di fumetto serializzato o romanzo grafico non è che m'importa molto. Non è questa distinzione che dice qualcosa sulla qualità del lavoro.
Per quanto riguarda la tecnologia sono d'accordo però vorrei aggiungere una cosa e non so se sei d'accordo: la tecnologia dovrebbe essere al servizio di chi crea e non il contrario. Credo sia fondamentale mantenere almeno un minimo di manualità

laura scarpa ha detto...

ah ah! si riciclano in rete le lezioni del corso di fumetto popolare italiano!

Cavuccio ha detto...

Ma non è che a Lucca presenti un trattato sul fumetto popolare (Tomo Primo).
Nel caso ne prendo una copia.
Trovare qualcuno che parli di fumetto con chiarezza, senza scomodare per forza la semiotica, evitando di banalizzare, come fanno spesso i giornali, è cosa rara.
Grazie

PS certo un bel libro sul fumetto scritto da te e Castelli mi piacerebbe molto.

MaxBrody ha detto...

Dalla lettura di questo articolo deduco che il fumetto sia una tecnologia aka un mezzo di comunicazione. Il chè dovrebbe essere, penso, la premessa di ogni discorso sul fumetto.

Due domande:
"ancora, ci sono fumetti a larga diffusione e di puro intrattenimento che però non usano la grammatica tipica del fumetto popolare (e qui faccio un esempio giocando in casa: John Doe)"

1)Come fai a conoscere la grammatica del fumetto popolare, se, come giustamente dici, il fumetto è un mezzo di comunicazione e "popolare" è un'etichetta sostanzialmente ridondante?

2)Questo articolo ha un problema di fondo: non è popolare :P .
Da lettore dico che secondo me dovresti pubblicarlo su qualche rivista... popolare. Non specializzata, come si suol dire.
Se articoli di questo tipo non raggiungono il pubblico più vasto possibile servono poco o nulla, per quanto interessanti possano essere.

Tyler ha detto...

:)

Aleagio Vaccarezza ha detto...

"Del resto, a me un linguaggio fumettistico dalla versatilità assoluta e che sappia dare il massimo con qualsiasi tipo di racconto, rimanendo sempre coerente e funzionale, non mi è mai capitato di incontrarlo."

Se il fumetto popolare italiano è un "linguaggio fumettistico" non possiamo anche definire i manga un "linguaggio fumettistico"?

In tal caso non potremmo considerare il manga questo "linguaggio fumettistico" dalla versatilità (quasi) assoluta e sempre coerente?
Il manga riesce a coprire tutti i generi e rimanere riconoscibile in quanto tale da Taniguchi a Naruto.

Michele Miglionico ha detto...

Spesso non mi trovo d'accordo con te o non vado in brodo di giuggiole per tutti i fumetti che scrivi, però hai da sempre la mia stima per la tua consapevolezza dei media e dei loro meccanismi. A differenza di Eco o degli accademici, riesci a farlo lavorandoci dall'interno e questo rende preziosi e illuminanti i tuoi contributi.

RRobe ha detto...

Sui manga: manga significa fumetto. Un linguaggio che si declina. Il tuo discorso avrebbe senso se parlassi di "Manga Popolare". Dovremmo quindi prendere in esame, il linguaggio dei manga popolari.

RRobe ha detto...

Per MaxBrody:

1) hai ragione. Mi sono espresso in maniera involuta.

Aleagio Vaccarezza ha detto...

ok, mi sa che sono io che non sto cogliendo bene il concetto di "linguaggio fumettistico" ma anche limitandoci al "manga popolare",
anche solo rimanendo all'interno di un specifico genere/target come lo shonen c'è una buona varietà di approcci, stili e generi (ranma, city hunter, videogirl ai, dragonball, hokuto no ken sono tutti usciti su riviste shonen).
Il manga popoalre è quindi molto versatile e direi anche molto condiviso (vista la diffusione sia geografica che anagrafica).
Certo, non nè "omnicomprensivo" e soprattutto non copre più lavori con ambizioni "alte".

Mi (e ti) chiedo però come mai il fumetto italiano appaia al confronto meno versatile e vario.
Certi limiti sono davvero qualcosa di ormai radicato a livello di linguaggio? E' solo una specifica fase storica?





Giacomo Pilato ha detto...

Il fumetto è ancora un linguaggio che va ampiamente sperimentato e sono dell'idea che altri 2 termini dovrebbero unirsi a versatilità e condivisione.
Velocità e interattività. Questi sono i termini che più si addicono al giorno d'oggi e con i quali il "lettore casuale" dovrebbe confrontarsi per essere realmente coinvolto. In questo contesto il mercato del fumetto ancora non sembra avere spinto più di tanto.

Ok, rispetto a 40 anni fà il fumetto ha acquistato un notevole dinamismo grazie alla maestria tecnica di grandi nomi nel panorama italiano ed estero sia a livello narrativo che grafico. I comics americani (ad esempio mi viene in mente Civil War) si sono avvicinati moltissimo al taglio cinematografico che è il tipo di taglio narrativo a cui lo spettatore si è più "educato" tramite il cinema (anche il tipo di spettatore non abituato a leggere fumetti); ma il problema resta che il fumetto come tipologia di arte rimane statico rispetto alla velocità a cui siamo costantemente abituati. Anche quando leggiamo un libro non vi è staticità in quanto alla lettura seguono le immagini che sono personali per ognuno dunque "interagiamo" con quel libro e bla bla bla; in un fumetto sia la storia che le immagini sono già presenti e questo pone forse un freno per il lettore occasionale che non ritrova uno spazio personale...non riesce ad interagire da subito e la comunicazione non riesce a valicare "il muro" cioè probabilmente quella sorta di autodifesa che scatta nel lettore occasionale, figlia di innumerevoli clichè, ancor prima di cominciare a leggere e che lo aiuta a posare il fumetto al primo ostacolo.

Questo forse è un altro modo di vedere la cosa.

Trovare una risposta al problema sarebbe come trovare la famosissima gallina dalle uova d'oro ma l'analisi del problema è una questione davvero interessante e aspetto gli sviluppi della seconda parte.

Fam ha detto...

Ogni tanto ripenso a quando mia figlia era molto piccola e tentavo di leggerle dei fumetti, indicando con il dito quale personaggio stesse parlando nel momento in cui leggevo il testo nel balloon. Ebbene, mi accorsi che per lei era più semplice seguire un libro illustrato che non una storia narrata con immagini in sequenza. Per lei le vignette nella pagina non erano una sequenza narrativa ma qualcosa che si svolgeva contemporaneamente e non capiva, quindi, perché uno stesso personaggio fosse presente più volte. Stessa cosa con il mio figlio più piccolo, che ancora non va a scuola. L'arte sequenziale, per usare un'altra definizione, non è così intuitiva: bisogna imparare a leggerla.

Massimo Mantovani ha detto...

Non vorrei fare il precisino, però c'è un passaggio che mi sembra forzato. Sono d'accordo sul fatto che un linguaggio, o una forma d'arte, sia strettamente connesso alla tecnologia e all'ambiente in cui si sviluppa, ma il paragone con la comparsa della scrittura mi sembra poco azzeccato. Infatti, non è con l'invenzione della scrittura che si è cominciato a comporre testi. I testi poetici, più o meno in tutte le culture, precedono la scrittura di alcuni secoli. In alcune culture la scrittura non esiste, ciononostante esiste quell'arte, o quel linguaggio, che nella nostra cultura è così strettamente connesso alla pagina scritta. Insomma, sono d'accordo, ma l'esempio non è calzante.

Strato ha detto...

Interessante. Sono ansioso di sapere come prosegue.

Giorgio Salati ha detto...

Interessante! Come ho avuto modo di ammorbare in rete, sono un fiero difensore del fumetto popolare. Anche perché popolare è anche Asterix, Corto Maltese, e mille altri fumetti di qualità super.

E seppure su certe cose mi trovi d'accordo con te al 100%, su altre meno, su altre ancora non ci avevo mai riflettuto.

Ad esempio, pur lavorando per fumetti dal taglio completamente diverso tra di loro, non avevo mai riflettutto sulla "versatilità".

Mi incuriosisce il tuo modo del tutto personale di analizzare il fumetto, il che mi fa pensare quasi a un autore alternativo che fa fumetto popolare o qualcosa del genere, non so se riesco a spiegarmi.

Il tuo discorso sulle pitture rupestri lo trovo molto giusto e anzi mi viene da aggiungere che la produzione e fruizione di quelle pitture richiede un passaggio di codifica e di decodifica, di astrazione, proprio in base alle basse competenze "artistiche" dell'autore.

Una persona che sappia creare un dipinto figurativo perfettamente somigliante alla realtà non avrà bisogno di fare un passaggio di codifica e astrazione, mentre chi ha fatto le pitture rupestri ha dovuto - come in certi fumetti - fare un lavoro di sintesi grafica per essere in grado di comunicare la sua "storia" e farsi comprendere dai propri "lettori".

Questo penso che dica molto anche sul fumetto e ti dia ragione sulla difficoltà nel riuscire a parlare "a tutti": più si vuole essere compresi dagli altri, più bisogna fare un processo di codifica e stilizzazione, sia grafica che verbale, del proprio linguaggio. E fra l'altro ci dice che quegli scimmioni erano tutt'altro che stupidi, se erano in grado di fare questo processo di codifica!

Su una cosa invece non sono del tutto d'accordo. E' vero che nessuno è tanto pazzo da SPERARE che il proprio fumetto (anche se underground) sia apprezzato SOLO da pochi lettori. Ma sono sicuro che certi autori non sono comunque particolarmente interessati al grande pubblico. Quello che vogliono è usare la propria "pietra grezza", mostrarsi "così come sono" al pubblico (che poi spesso non è neanche vero ma questo è un altro discorso) e trovarsi in perfetta sintonia con quei pochi lettori. Avere insomma un rapporto più "intimo". E poi naturalmente sperano che quei pochi siano comunque abbastanza da permettergli di vivere di fumetti. Però sono certo che (anche nella musica) qualcuno non sia interessato in maniera sincera (e non per snobismo) al grande pubblico.

Poi se arriva il grande successo tanto meglio, ma non è sicuramente un obiettivo.

Associazione DArte ha detto...

Due considerazioni ahimé tardive:

non sarebbe più vero parlare di autori più o meno popolari più che di opere?
Gli autori siamo un po' come i puffi, ognuno ha la sua cosa e difficilmente puoi cambiare naturalmente registro, perché il modo con cui comunichiamo rappresenta la visione che abbiamo del mondo e se parli diversamente poi non sei efficace, no? Moore può scrivere Tex ma sarebbe una parodia o una roba per pochi, dubito che piacerebbe al grande pubblico di Tex perché il registro è molto diverso. Parlo di autore e non di disegnatore che è diverso.

Veniamo alla seconda che è collegata.

2. Leggendo ho pensato una cosa nuova: come si può ragionare di fumetto popolare se negli ultimi vent'anni non abbiamo avuto praticamente nessun fumetto realistico veramente popolare?
Abbiamo da cinquant'anni una decina scarsa di enormi piattaforme popolari (Marvel, Dc, Bonelli, Eura, Image, Vertigo ecc.) che rendono popolari i fumetti che propongono. In altre parole se gli Ultimates o Secret Wars fosse stato un fumetto indipendente con personaggi nuovi sarebbe stato popolare? Se John Doe fosse uscito fuori dall'Eura sarebbe stato popolare?
Voglio dire la popolarità per il fumetto realistico (escludiamo Ortolani o fenomeni simili) è davvero una questione così legata ad autori, lavoro e produzione ?
D.

p!o ha detto...

«A seconda della tecnologia a nostra disposizione, ci esprimiamo in maniera diversa e, certe volte, quando i strumenti a nostra disposizione non sono sufficienti a dare corpo alla nostra visione, creiamo nuova tecnologia per esprimerci meglio.»

Questo passaggio mi ha fatto venire in mente la Pixar, che sviluppa i nuovi software (e, quindi, "crea" materialmente gli strumenti) una volta che si rende conto che i precedenti sono diventati obsoleti per le esigenze artistiche o produttive.

«Cercherò solo di mostrarvi come il medium fumetto è nato (nella sua forma massificata che conosciamo) in funzione delle possibilità e dei limiti tecnologici della sua epoca.»

Il discorso è interessante, e credo si possa riferire a molti altri medium, o meglio, praticamente a tutti quelli in cui la parte tecnico-tecnologica è imprescindibile (mi vengono in mente al volo fotografia e cinema).

Molto interessante. Aspetto il seguito.