16.10.12

Chiacchiere sul fumetto popolare: parte prima

M'è venuta voglia di provare a scrivere della roba, più o meno seria, sulla natura del fumetto popolare il suo linguaggio. Lo scopo non è tanto quello di affermare delle verità, quanto esplorare la materia.
Partiamo da uno spunto che ho iniziato a sviluppare qualche tempo fa.


IL FUMETTO POPOLARE

Con questo termine si possono intendere varie cose.
Si può, per esempio, voler dire che si tratta di fumetto a larga diffusione.
Oppure, che è un fumetto votato al puro intrattenimento.
Oppure, che usa un certo tipo di linguaggio e un certo tipo di grammatica reiterata da tutti gli altri fumetti popolari nel loro complesso.
Oppure, che è un fumetto di genere (western, horror, fantascienza, fate voi) o che è il frutto di un lavoro di gruppo (sceneggiatore e disegnatore, come minimo) e non del lavoro di un singolo.
E via dicendo.

Tutte queste definizioni sono abbastanza corrette ma nessuna lo è non fino in fondo.
Ci sono fumetti popolari che, pur avendo una larga diffusione, non sono, per esempio, di solo intrattenimento (i primi esempi che mi vengono in mente sono il Dylan Dog di Sclavi, il Ken Parker di Berardi e il Napoleone di Ambrosini) e, alla stessa maniera, ci sono fumetti di puro intrattenimento che non hanno una larga diffusione.
E, ancora, ci sono fumetti a larga diffusione e di puro intrattenimento che però non usano la grammatica tipica del fumetto popolare (e qui faccio un esempio giocando in casa: John Doe).
E ci sono fumetti non di genere che sono diventati estremamente popolari, come ci sono fumetti non popolari ma di genere. E ci sono fumetti popolari realizzati da autori unici e pure il contrario.

Quindi, cos'è il fumetto popolare?
Avrei la tentazione di dirvi che è un'etichetta commerciale tipo "graphic novel", chiudere il corso e mandarvi tutti a casa, ma non lo farò, perché un modo per definire il fumetto popolare esiste.
il fumetto popolare è una aspirazione a un linguaggio versatile e condiviso.
Questo significa che a sostenere il fumetto popolare (italiano e non) c'è la ricerca e l'applicazione (fallace ma non per questo meno nobile) di un linguaggio che sia flessibile (e quindi capace di raccontare tutto e in tutte le maniere possibili) ma che sia anche compreso dal maggior numero possibile di persone.
Che, se ci pensate, è una roba mica così immediata.

Ma prima di andare avanti, esploriamo meglio i due concetti.
Partiamo dalla parola  "condiviso".


Se con fumetto popolare si intendesse fumetto letto da molti, tutti farebbero fumetto popolare.
Perché a nessuno piace avere un pubblico esiguo e, soprattutto, è una cosa che non conviene nemmeno in termini economici e di sussistenza.
Quindi, diamo per assodato che raggiungere un pubblico vasto è una molla comune.
L'unica molla?
No. Ma è una molla che è sempre parte del meccanismo. Perché puoi fare il fumetto più difficile e poco commerciale del mondo ma, una parte di te, coverà sempre in segreto il desiderio che quel tuo lavoro incontri un successo insperato e seduca legioni di lettori adoranti. E non solo per i soldi, ma per il semplice fatto che si fanno fumetti per comunicare. E una buona comunicazione è una comunicazione che arriva a un pubblico che riesce a capirla ed apprezzarla. Se quel pubblico è vasto, tanto meglio, no?

Ora però, cosa bisogna fare per arrivare a tanti?
Compromessi.
E' una parola odiosa ma non c'è altra maniera per definire la cosa.
Perché più è ampio il bacino di utenza che si vuole raggiungere, più saranno ampie le esigenze che il vostro lavoro dovrà soddisfare e più diventerà generico e standardizzato il linguaggio che vi troverete a dover utilizzare.


Se scrivere fumetti è usare un codice di linguaggio, leggere fumetti significa tradurre quel codice, che è semplice, è vero, ma non così semplice come si crede e nasconde parecchie insidie per il lettore meno preparato.
Adesso arriviamo a un concetto anti-intuitivo:
scrivere un fumetto per un lettore attento e forte, è più semplice che scrivere un fumetto per un lettore casuale e distratto.

Perché il primo presterà più attenzione alle decodifica di quel codice, avrà maggiori strumenti per metterla in atto e sarà più disponibile ad affrontare elementi di non immediata comprensibilità.
Il lettore casuale, invece, vi mollerà per strada alla seconda cosa che non capisce.
Certe volte, alla prima.

Il pubblico forte e preparato è sempre una minoranza rispetto al pubblico casuale e distratto, quindi, se si vuole raggiungere il pubblico più vasto possibile, bisogna usare il codice più largamente condiviso (ovverosia, compreso) possibile, tenendo presente che è il lettore più in basso nella scala delle capacità di comprensione a dettare il valore del minimo comune denominatore.

E qui c'è il primo, enorme, inghippo del fumetto popolare.
L'eccesso di semplificazione e la didascalizzazione.
Perché il rischio concreto che si corre quando si cerca di raggiungere anche il lettore ai limiti del quasi analfabetismo fumettistico, è quello di usare un linguaggio talmente elementare da alienarsi il resto del pubblico più sofisticato e esigente.
Avete presente i fumetti che si trovano dietro le scatole dei cereali o in ambito pubblicitario?
Vi hanno mai appassionato o interessato in qualche maniera?
Ne dubito.
Vi è mai capitato di non capirli?
Dubito anche di questo.
Quei fumetti sono pensati per farsi capire da tutti, senza premurarsi di dover anche interessare i lettori più sofisticati, perché il loro scopo non è quello di intrattenere ma di reclamizzare, ovvero comunicare un prodotto alla massa di consumatori più vasta possibile.
E, proprio per questo, hanno bisogno del linguaggio più largamente condiviso possibile, ovvero, quello con il codice più semplice e di facile decodifica.

Ma se fate narrazione, questo approccio non potete permettervelo perché voi non state comunicando un prodotto, voi state cercando di comunicare un'idea strutturata e quindi dovrete, per forza di cose, essere più elaborati e complessi. E quindi difficili.
Più sarà alto il livello di elaborazione e complessità del vostro approccio, meno sarà condiviso il vostro linguaggio, più sarà ristretta la fetta di pubblico verso cui vi rivolgete.
Trovare una giusta via di mezzo tra condivisione e complessità è quello che distingue il buon fumetto popolare dal pattume.Tutto chiaro fino a qui?

Passiamo al concetto di "versatile".
Significa che il vostro linguaggio dovrà essere in grado di adattarsi al maggior numero possibile delle vostre necessità narrative, senza stravolgersi mai.
Un esempio concreto: il linguaggio dei fumetti popolari Bonelli, pur rimanendo sempre molto coerente, permette di raccontare tanto Tex quanto Dylan Dog o Napoleone, o Lilith, solo con piccole alterazioni.
Ma permetterebbe di raccontare anche storie di supereroi? E i diari intimistici? E le storie d'amore?
Sì.
Ma forse non così bene come con gli altri esempi portati.
E' un linguaggio versatile ma non versatile fino al punto di andare a pennello su tutto.
Del resto, a me un linguaggio fumettistico dalla versatilità assoluta e che sappia dare il massimo con qualsiasi tipo di racconto, rimanendo sempre coerente e funzionale, non mi è mai capitato di incontrarlo.
Perché è così importante che il linguaggio sia versatile? Non possiamo utilizzarne differenti a seconda delle nostre esigenze?
Certo. Ma renderà l'opera più complessa.
E questo ci riporta al discorso che più una cosa sarà complessa e strutturata, meno il vostro linguaggio sarà condiviso.
E meno è condiviso, meno è popolare.

E' un gioco di equilibri, vedete?




Ora, per capire un linguaggio, non è necessario ma aiuta, conoscerne le origini.
E il fumetto popolare non fa eccezione a questa regola.
Stabilito che il popolare è una ambizione a trovare un linguaggio versatile e condiviso, possiamo anche dire che per essere tale, non basta mettere in piedi una storia scritta e disegnata nella maniera giusta ma deve essere anche prodotta nella maniera giusta.

E qui arriviamo a un altro nodo importante.
Il fattore produttivo.
Gli artisti di questo mondo, tenderanno sempre a darvela bene, dicendo che l'arte si basta ed esiste in quanto tale. Sono stupidate utili solo pe.
L'arte esiste in funzione della tecnologia che abbiamo a disposizione.
E' la tecnologia che realizza gli strumenti e che analizza quello che ci facciamo con quegli strumenti.
E poi ci permette di replicarlo.

Facciamola rapidissima e tagliamo la testa al toro:
le pitture rupestri degli uomini primitivi.
Che tanto è il primo esempio che mi portano sempre per cercare di ribattere a quanto ho detto poco sopra.
I nostri antenati non avevano tecnologia a loro disposizione eppure, in qualche maniera, facevano arte, giusto?
Sbagliato
Il colore con cui, milioni di anni fa, quei grossi e puzzolenti scimmioni dipingevano sulle rocce delle caverne, le rocce e gli ossi che usavano per segnare la pietra quella era tecnologia al servizio dell'arte.
Ma non solo. Era anche tecnologia dipendente dall'arte.

La parola "tecnologia" significa "discorso sull'arte".
Ovvero, ragionamento sul saper fare.
La razionalizzazione e comprensione dell'azione concreta, in modo da renderla replicabile.
Il disegno anatomico, il disegno prospettico, la teoria del colore, la scultura, la musica, la scrittura stessa, non sono altro che tecnologia attraverso cui noi ci esprimiamo.
A seconda della tecnologia a nostra disposizione, ci esprimiamo in maniera diversa e, certe volte, quando i strumenti a nostra disposizione non sono sufficienti a dare corpo alla nostra visione, creiamo nuova tecnologia per esprimerci meglio.

Ritorniamo per un momento ai nostri uomini primitivi nella loro caverna, intenti a fare pitture rupestri.
La loro era comunicazione popolare?
Nel loro sistema di riferimento, lo era eccome.
Era versatile, perché riusciva a rappresentare praticamente ogni aspetto della loro vita.
Ed era largamente condivisa, perché era comprensibile a qualsiasi membro della tribù, senza nemmeno il bisogno di un linguaggio codificato. Anzi, QUELLO, era il linguaggio codificato.
Ma le tribù erano di dimensioni ridotte e per quanto questo codice fosse straordinariamente comune (troviamo raffigurazioni molto simili, realizzate da esseri umani che vivevano agli antipodi) aveva comunque dei limiti.
Con l'evolversi della società, la versatilità di quel codice andava via, via scemando, perché troppo semplice e limitato rispetto al mondo che doveva rappresentare.
E anche la sua universalità veniva intaccata quando tante persone differenti entravano in contatto, portando ognuna la sua versione di quel linguaggio, simile ma diverso.
La necessità di comunicare in maniera chiara e articolata, impose la nascita di un codice più complesso:
la scrittura.
Ma se la scrittura fosse stata relegata in una grotta, non avrebbe avuto particolare diffusione o utilità (quanta gente volete farci entrare in una grotta? E poi, la roccia, è davvero difficile e faticosa da scolpire!).
E allora via allo sviluppo di molte altre tecnologie, sia per gli strumenti di scrittura, sia per i supporti della scrittura stessa. Ecco quindi le tavole di creta, la pelle degli animali, i papiri, la carta, via via fino a Gutemberg e alla sua stampa industriale (capace di trasformare la scrittura nel primo medium di massa) e, oggi, alla scrittura digitale.
Tutto questo ha a che fare con il fumetto popolare?
Sì, in più d'un senso.
Tranquilli però, non mi lancerò nell'ardua impresa di addentrarmi nei labirinti della semiotica del fumetti, quello è un compito che lascio a gente con una cultura accademica reale come Umberto Eco e Alfredo Castelli.

Cercherò solo di mostrarvi come il medium fumetto è nato (nella sua forma massificata che conosciamo) in funzione delle possibilità e dei limiti tecnologici della sua epoca.
E come queste possibilità e limiti, ne abbiano dettato la forma e la dettano ancora oggi (in certi casi in maniera irragionevole).
Ma lo facciamo nella prossima parte.