7.10.12

Reality -la recensione-


Ci sono opere che partono dallo strettamente personale, dall'intimo, per raccontare qualcosa di molto più grande. Di talmente grande da diventare universale.
Matteo Garrone, con il suo ultimo film, Reality, procede in senso opposto e contrario.
Parte dal grande, l'affresco di questo nostro sciagurato paese, per scendere via, via, in un personale sempre più ristretto, sempre più specifico, fino al punto di diventare la storia di uno e uno soltanto.
Nonostante quello che il trailer vi possa far credere, Reality non è per nulla un film che parla di programmi televisivi a base di confessionali, nomination e umanità disparata e disperante.
A dirla tutta, parla anche solo in maniera relativa della nostra società, della nostra cultura e del nostro paese (anche se non risparmia un paio di notevoli stoccate, a riguardo).
Quello di cui parla Reality è della follia di un uomo.
Di un uomo e di uno soltanto, quello interpretato magnificamente da Aniello Arena.
Tutto il resto sono significati che chi ha parlato del film ha voluto appiccicargli a forza per farlo essere qualcosa che non è affatto.
Garrone non ci racconta che la causa della follia che coglie Luciano è la società dell'immagine, non punta il dito contro la nostra cultura e, soprattutto, non mette all'indice il format televisivi dei reality show e il Grande Fratello in particolare (ne è prova il fatto che quelli di Mediaset-Endemol hanno intelligentemente messo a disposizione del regista i marchi originali e i set del noto programma).
Garrone racconta una discesa nella follia che non ha ragione e che nel Grande Fratello trova solo un catalizzatore. Per molti versi, il film che ho sentito più vicino a questo Reality è il The Wall di Alan Parker (e a giudicare dalla onirica scena finale, forse all'opera rock dei Pink Floyd ci ha pensato davvero pure Garrone).

Per quanto riguarda la qualità pura e semplice del film, avete presente l'espressione "il grande cinema italiano"? Ecco, questo di Garrone è grande cinema italiano.
Scritto con enorme consapevolezza, girato con maestria, interpretato con amore.

Garrone, armato di una camera a mano dietro cui resta incollato per tutto il tempo, ci racconta volti, corpi, stati d'animo e una città, Napoli (che da tempo non era resa così bella e così vera sulla pellicola). E lo fa con un una dolcezza implacabile. Con una forza gentile in grado di commuovere e terrorizzare al tempo stesso. A coadiuvare le immagini, un sound design raffinatissimo e cucito su ogni sequenza e inquadratura in maniera così indissolubile da essere protagonista al pari di tutto il resto.
In conclusione: Reality è un film grande o universale come, per molti versi, poteva essere Gomorra (che partiva dal piccolo, la situazione di un quartiere finendo per raccontarci lo stato di una nazione)?
No. Anzi, ne è l'antitesi.
E questo è il suo maggior limite e il suo miglior pregio.
Reality non denuncia nulla. Non insegna nulla. Non esprime giudizi su nulla.
Ci mostra e basta.
E per questo, fa ancora più paura.

Grande film.

9 commenti:

Giorgio Salati ha detto...

Da alcune recensioni lette avevo pensato che non mi interessasse, che il tema fosse ormai oltre tempo massimo, ma ora mi hai fatto venire la curiosità... Lo guarderò!

Marco ha detto...

Ma d'altronde Garrone prima di Gomorra era un narratore di storie incentrate su private follie (L'Imbalsamatore, Primo Amore). E mi piaceva da matti. Devo vedere Reality di corsa.

Cavuccio ha detto...

Dal trailer e dai commenti di giornali e scribacchini mi ero fatto la stessa idea di Giorgio Salati. Parlare di reality televisivi ora che finalmente ce ne siamo liberati, mi sembrava un colpo a vuoto...
Con quello che hai scritto hai dato tutta un'altra prospettiva al film.
Grazie.

Gatsu 88 ha detto...

Bella recensione!

Gatsu 88 ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Gatsu 88 ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Vertumno ha detto...

Appena visto e in gran parte d'accordo con la recensione, anche se credo che la follia di Ciotola risalti tanto proprio sullo sfondo di questa Napoli/Italia miserabile che si sublima in spazi artificiali e apparenze che lo sono ancora di più. A questo proposito è bellissima la scena del ritorno a casa con svestizione, dopo il matrimonio.
Per conto mio, a un certo punto del film, alla prima scena in pescheria, ho cominciato a pensare a Taxi driver.

In ogni caso, qui in Francia, i poster lo vendono come "il ritorno della commedia all'italiana". Sti cazzi.

Davide ha detto...

Il manifesto che hai postato mi impressiona.
Bellissimo.
Ma è così anche quello italiano?
O questo è per la versione "candidato all'oscar"?

Giulia Tomai ha detto...

completamente d'accordo, è un grandissimo film!