30.4.12

Napoli Comicon: giorno due



Ieri ho speso solo belle parole per il Comicon. Oggi invece sono un poco deluso.
Perché non si può rinnovare tutto, rompere la continuità con un progetto e un'idea perseguiti per tredici anni, e poi non avere la forza di portare fino alle estreme conseguenze questa rivoluzione, mantenendo inalterate le logiche, i meccanismi e la "filosofia" che, di quel progetto adesso rinnegato, erano il lato più evidente: i premi Micheluzzi.

Adesso, per come è strutturata la meccanica del premio, il Comicon ha un controllo molto limitato sulla "forma" finale che questo assumerà a ogni edizione.
C'è una commissione di selezionatori interni (grossomodo composta sempre dalle stesse persone) che per tutto l'anno leggono i fumetti e ne selezionano un certo numero. Gli albi e i volumi selezionati vengono suddivisi per categoria e inviati alla giuria (sempre diversa ogni anno e sempre composta per due quinti da esperti di fumetto e, per il resto, da esponenti di altri media) che, a quel punto, decide chi premiare.

E poi vince Igort.

Scherzi a parte, mai come quest'anno il premio Micheluzzi non ha saputo cogliere "lo stato dell'unione" del fumetto (cosa che, invece, al Gran Prix di Angouleme riesce benissimo), ignorando il cambiamento di ottica che, in primo luogo, ha investito il Comicon stesso.
Con la sola eccezione del premio a Zerocalcare (tempestivo e perfettamente rappresentativo dell'oggi), sia le nomination, sia i premi assegnati, sono stati banali, prevedibili e incapaci di raccontare il fumetto nell'Italia di oggi e di indicare una rotta per il futuro.
Tanto è vero che Igort ha vinto (per l'ennesima volta, fuori tempo massimo e, mai come questa volta, immeritatamente) e Ratigher e il suo Trama no.
Ed è quasi un crimine.

Per la prossima edizione bisognerebbe ripensare il meccanismo del premio, o fare selezioni migliori, o scegliere giurati più consapevoli e preparati.
Perché è un peccato che la lista dei premiati di quest'anno non rappresenti quasi per niente il Comicon e la sua nuova filosofia.

29.4.12

Oltre la Soglia con Tito Faraci e Micol Beltramini.


Oggi alle 15, nella sala multimediale del Comicon, incontro con Tito Faraci per parlare del suo romanzo, Oltre la Soglia. Intervengono Micol Beltramini e i sottoscritto.

Napoli Comicon: giorno uno


Un gran sospiro di sollievo.
È stato quello che ho tirato questa mattina, entrando al salone di Napoli Comicon, quest'anno ospitato interamente alla Fiera d'Oltremare (dopo alcune edizioni in cui si divideva tra questa struttura e Castel Sant'Elmo), scoprendo che non solo la fiera non ha perso tutto quello che l'ha resa speciale ma che ha pure trovato un taglio nuovo, in grado di unire la sua tradizione di fiera con un occhio di riguardo per il contesto culturale e artistico del nostro settore, con una nuova attitudine commerciale.

Lo spazio a disposizione è stato ampliato enormemente (credo che, adesso, sia secondo solo a quello di Lucca), e completamente ripensato, in funzione di un percorso che porta il visitatore ad attraversare l'intera manifestazione da cima a fondo.
Insomma, non un "grosso stanzone" alla Romics ma, nemmeno, un dedalo privo di raziocinio come Lucca Comics & Games.
Avete presente l'Ikea?
Ecco, grossomodo la nuova Comicon è pensata alla stessa maniera.
All'entrata, le mostre (ben presentate, come da tradizione per il salone), poi alcuni commercianti che fanno da apripista per una seconda zona dedicata alle mostre e poi il corpo centrale, occupato dagli editori. Alternando corridoi a spazi più ampi, si arriva a una seconda area dedicata ai commercianti (più vasta della precedente) e all'area giochi e videogiochi, ospitata (questa sì) in un grandissimo stanzone.
A correre lungo tutto lo spazio espositivo coperto, il grande (davvero grande) spazio all'aperto, con giardini e fontane (che è diventato subito il regno dei cosplayer). Il parco editori è ricco, gli editori più piccoli o indipendenti, convivono accanto ai grandi, senza venirne sciacciati. A completare il tutto, la sala multimediale, una seconda sala per le proiezioni, l'area stampa e l'area professionisti (con ampio giardino). E poi gli ospiti e gli eventi (tanti e vari, come sempre).
Il tutto al servizio del mercato ma pure del lato culturale.
La fiera italiana dedicata al fumetto perfetta?
Quasi.
Le "rifiniture" sono da aggiustare e qualche automatismo da rivedere (oggi, per esempio, le biglietterie hanno avuto seri problemi) ma roba di poco conto che potrà essere messa a posto nella prossima edizione. Per me, questa nuova Napoli Comicon è la migliore fiera dedicata ai fumetti di sempre.

Piccola notizia, nella prima giornata di apertura (tradizionalmente la più fiacca di ogni manifestazione), questa Comicon ha già battuto il record giornaliero di biglietti staccati per quello che riguarda le affluenze. In poche parole, si sono venduti più biglietti oggi che, per esempio, nel giorno clou dell'anno scorso. Un bel risultato.
E fuori dalla Mostra D'Oltremare c'erano i bagarini che vendevano i biglietti per entrare. Una roba mai vista prima.

Fumetti consigliati del giorno:

Moby Dick
di Bill Sienkiewicz
Edito da Nicola Pesce Editore
Una delle vette artistiche di un genio.
Difficilmente reperibile nelle sue due edizione americane, stampato finalmente in Italia per la prima volta.
Se non lo comprate, non avete gli occhi (nel qual caso, sono molto dispiaciuto per voi e se volete vengo a casa vostra e ve lo racconto).

Nerd Uniti!
Di Michele Monteleone, Roberto Cirincione (sceneggiatura), Carlo Alberto Fiaschi (disegni), Gabriele Dell'Otto e Werther Dell'Edera (copertina).
Edito dalla Villain Comics.

Il fatto che sia scritto e disegnato da amici, dovrebbe crearmi qualche imbarazzo a consigliarvelo.
Come pure che mia sia stata la supervisione ai testi.
Però la verità è che questo albo mi ha divertito davvero e che amo lo spirito di indpendenza che anima i ragazzi della Villain Comics (di loro, ne riparleremo). E' un albo di esordiente ben curato, lo spunto è interessante, i disegni buoni, e i dialoghi fanno ridere.
Quanto alla mia supervisione testi, non ci ho quasi messo mano, giuro!
Pigliatevelo, fate i bravi.

28.4.12

Napoli Comicon: giorno zero



Sono uscito di casa, questa mattina, con un misto di emozioni:

- Una certa inquietudine per il destino del festival del fumetto di Napoli che, proprio con questa edizione, subisce una rivoluzione importante, abbandonando del tutto la sua sede storica del castello.

- Un umore tetro per cazzi miei, tra cui svariati dolori per i miei acciacchi e l'ansia per i troppo lavori arretrati che mi stavo lasciando alle spalle.

- La felicità di una nuova avventura con i cinque blogger.

- Il solito entusiasmo che mi piglia quando vado a Napoli, specie in occasione del Comicon.

Il viaggio comincia male visto che quasi perdo il treno a causa di un sabotaggio da parte dell'orologio del mio cellulare e ce la faccio a salire a bordo solo grazie a Uzzeo che mi chiama al telefono mentre sto sorseggiando, in tutta tranquillità, un succo alla pera.
Sul treno trovo Paolo e Daniele ad aspettarmi, già comodamente seduti e riposati.
Io, invece, faccio schifo: ho il fiato grosso, pallini luminosi mi ballano davanti agli occhi e mi sto chiedendo a che età sia lecito farsi venire un infarto.
Ci mettiamo, più o meno, venticinque secondi prima di ricominciare a dire cazzate e a fare progetti strampalati legati a i 5 Blogger e continuiamo a farlo fino a quando il Frecciarossa non ci scarica nella stazione di Napoli, dove una macchina della manifestazione ci attende.
Il tempo di un caffè al Mexico e poi andiamo tutti nella casa in centro che ci hanno riservato, distaccata dall'albergo degli altri ospiti e un poco più distante dalla fiera, ma che ha un mucchio di altri pregi.
Tipo l'affittuario, che per riuscire a convincerlo ad andarsene, dopo che ci ha dato le chiavi, quasi dobbiamo chiamare Padre Karras.
Una pizza al volo dalla Pizzeria Pasqualino (nel frattempo ci ha raggiunto pure Andrea) e poi di corsa tutti al PAN, per l'incontro e l'inaugurazione della mostra su Diabolik.
Quando dico di corsa, intendo sul serio, visto che costringo la mia compagine a una marcia forzata per non fare tardi.
Adesso, a Roma gli appuntamenti hanno quel margine variabile racchiuso dalle parole "dammi dieci minuti e sono lì", dove dieci minuti rappresentano una valore variabile compreso tra il quarto d'ora, (dove non si batte ciglio) e i quarantacinque minuti (dove si celebra lo spirito ancestrale degli avi della persona attesa).
A Napoli, invece, gli appuntamenti sono più una specie di vago suggerimento che puoi seguire o meno, senza che nessuno se la prenda a male.
Per farla breve, arriviamo puntualissimi in un sala deserta.
Poco male, visto che questo mi da il tempo di sfogliare il magnifico catalogo della mostra realizzato da quelli del Comicon, in cui c'è pure un mio pezzo (su Ginko e Altea, se vi interessa).


La prima parte dell'incontro è interessante.
A tratti.
L'impressione è che, certe volte, a chi capita di partecipare a questo genere di cose, non sembri vero di poter dire tutto quello che per anni si sono tenuti dentro e che, messi davanti a un microfono, mollino qualsiasi argine e si scatenino in maniera impietosa contro un pubblico indifeso.
Per carità, molte delle cose che si sono dette nella prima pare della conferenza erano davvero degne di nota.
Se però ci fosse stato un moderatore a arginarle, il ritmo ne avrebbe giovato.
Più snella la seconda parte (a cui partecipo con un intervento stringatissimo, giusto per compensare) con un Gomboli e un Castelli in forma assoluta.


Per il resto, una visita della mostra dedicata al Re del Terrore (ricca di tavole originali e di memorabilia rarissima) con Gomboli che mi fa da cicerone, l'aperitivo con l'arrivo dei tanti altri ospiti della manifestazione (tra cui le curiose Tokio Dolores, di cui vi parlerò meglio domenica, dopo la loro performance dal vivo).

Poi la consueta cena da Umberto per inaugurare il festival e tutti in albergo (a casa, nel nostro caso).


Ho ancora le mie paturnie e i miei acciacchi?
Sì.
Ma a Napoli sembra estate.
Il cielo è bellissimo e le donne sembrano avere tutte la quarta e gonne di due misure più corte.
E poi, sono circondato da fumetti.
E Dio quanto li amo io, i fumetti.



p.s.
se volete seguirci su Twitter, gli hashtag sono #5blogger e #napolicomicon

26.4.12

Diabolik e Pazienza al Napoli Comicon.



Inizio con il segnalarvi Fenomenologia di Diabolik - convegno di studi dedicato al Re del Terrore- che si terrà al PAN (il Palazzo delle Arti di Napoli), domani alle 16. Il tutto organizzato nell'ambito della mostra Cinquant'anni Vissuti Diabolikamente.
All'incontro parteciperanno Gianni Bono, Luca Boschi, Sergio Brancato, Gino Frezza, con gli interventi di: Mario Gomboli, Alfredo Castelli, Giuseppe Palumbo e il sottoscritto.
Tenendo conto che tutta la cura dellamostra, dell'incontro e del catalogo, è opera dagli stessi che si sono occupati dell'Audace Bonelli, io vi consiglio proprio di farci un salto perché ne varrà sicuramente la pena.


Passiamo ad Andrea Pazienza.
Questo lo avete mai visto?

Pazienza che realizza uno splendido murale.
Per molti anni si è ritenuto quel murale distrutto, invece, la Mostra d'Oltremare ha svolto un lungo lavoro di restauro che, in anteprima per il Comicon e i suoi visitatori, si potrà ammirare nei quattro giorni del Salone del Fumetto. Cliccate QUI per ulteriori informazioni.
Io ci vado che quella roba l'ho sempre e solo vista bel filmato postato poco sopra.




PostcardCult Digital Magazine n.2


E' stato messo online il secondo numero della rivista digitale PostcardCult.
Potete scaricarlo e leggerlo sui vostri tablet o direttamente sullo schermo dei vostri computer (vi avverto però che la fruizione è meno intuitiva e comoda)
All'interno trovate un sacco di roba (QUI una lista più dettagliata), tra cui anche un mio articolo sui Vendicatori (il fumetto e il film).

Sempre a proposito di quelli di PostcardCult, per loro ho realizzato due illustrazioni che verranno regalate come stampe nei giorni di Sabato e Domenica, al Comicon di Napoli, allo stand dei Dylandogofili.

Nel dettaglio, sabato 28 aprile, dalle 16 alle 17, sarò allo stand a firmare questa:

E domenica 29, sempre dalle 16 alle 17, firmerò questa:

The Tony Scott Thunder Challenge: Déjà Vu


Continua la Tony Scott Thunder Challenge.
Se non sapete cosa sia, cliccate QUI.
Se vi siete persi le precedenti sfide, cliccate QUI e QUI.
QUI, invece, trovate la recensione del capolavoro del post cinema, Domino, a opera di Nanni Cobretti.
E adesso, andiamo a cominciare.



Nei contenuti speciali dell'edizione inglese di Déjà Vu c'è un momento in cui Tony Scott parla molto francamente del suo lavoro sul film, definendolo mediocre.
Terry Rossio e Bill Marsilii sono ancora più franchi di lui e lo definiscono, in poche parole, una merda.
E io, sinceramente, non mi sento di dissentire molto dal parere di questi tre.
disegno di Massimo Carnevale

La trama in breve:
un attentato fa esplodere un traghetto di New Orleans, carico di bravi marinai, splendide ragazze, bravi genitori e adorabili bambini. A indagare sull'attentato c'è Denzel Washington che interpreta il ruolo di un detective dell'ATF (il dipartimento americano che si occupa di alcol, armi da fuoco e tabacco).
Oltre a lui, una squadra ultra segreta dell'FBI che schiera tra i suoi agenti un pingue Val Kilmer.
Kilmer, nonostante i chili di troppo, è ancora un dritto e capisce al volo che Denzel è quello che ha sempre ragione lui ® e lo arruola nella squadra supersegreta, rivelandogli (con cinque minuti di infodump a base di cazzate tecnologiche) che il governo ha inventato una macchina che, sfruttando un sofisticato sistema di supersatelliti e segnali incrociati, riesce a mostrare qualsiasi cosa accaduta sulla terra, a patto che questo qualcosa sia accaduto quattro giorni e mezzo prima.
Sia chiaro: quando dico qualsiasi cosa, intendo proprio qualsiasi perché l'occhio di questo sistema entra nelle case, vede attraverso le pareti, si muove liberamente nello spazio e via dicendo. E' una roba talmente improbabile che lo spettatore esclama: ma che cazzate ci stai raccontando, Tony?
Che è la stessa cosa che dice Denzel sullo schermo, guadagnandosi la fiducia incondizionata degli spettatori.
A quel punto l'FBI, messa con le spalle al muro dall'imbattibile giustezza di Denzel, crolla e gli rivela tutta la verità: hanno creato per sbaglio una macchina del tempo (ma nella storia nessuno usa queste parole perché, altrimenti, il pubblico femminile capirebbe che i loro fidanzati e mariti le hanno portate di nuovo a vedere una di quelle fantacazzate che detestano) .
Adesso, quelli FBI non sanno bene come funziona questa macchina del tempo dispositivo e hanno paura di fare qualche casino, quindi lo sfruttano al minimo delle sue capacità, trattandolo solo come fosse una finestra che permette di vedere cosa è successo, senza però poter intervenire in nessuna maniera per cambiare il corso delle cose.
In sostanza, spiano il passato per scoprire i colpevoli dei crimini ma non interferiscono per impedire che i  quei crimini vengano commessi, perché il tempo è come un fiume in piena e non è per nulla facile deviarlo. Anzi, forse è quasi impossibile, dicono nel film con aria serissima.
Ora, anche questa storia è una cazzata abominevole (forse peggiore di quella che ci hanno raccontato prima), ma visto che questa volta Denzel non batte ciglio, il pubblico si fida di lui e prosegue con la visione del film. Che, nel frattempo, è diventato una storia d'amore impossibile tra un uomo vivo nel presente e una donna viva solo nel passato.
Le indagini sull'attentato al traghetto, infatti, si incrociano con quelle sull'omicidio di una ragazza trovata morta lungo il corso del fiume.
Denzel è costretto a spiarla con la finestra temporale in ogni suo momento più intimo e, daje e daje, se ne innamora.
E indovinate cosa fa? Esatto: si infila nella finestra per tornare indietro nel tempo e salvarla (impedendo anche l'attentato, ovviamente).
Vi state chiedendo come riuscirà nell'impresa visto che, per i primi due terzi del film, gli è stato detto e ripetuto che il corso del tempo tende a preservarsi e che alterarlo è impossibile?
In nessuna maniera particolare.
Lo fa e basta.
Perché è pur sempre quello che ha sempre ragione lui ®.

Adesso, a tutti i registi, presto o tardi, prende la voglia di raccontare il loro rapporto con lo sguardo.
Basti pensare alla finestra sul cortile di Alfred Hitchock, all'occhio sbarrato/serrato di Stanley Kubrick, allo spione a luci rosse di De Palma, alla donna nel faro di Carpenter e a mille altri esempi del genere.
Del resto, quando passi tutta la tua vita a guardare le cose da dietro l'occhio di un obiettivo, è pure normale che la questione del punto di vista diventi centrale nel tuo universo di riferimento ed è altrettanto normale che tu ne voglia parlare.
Il fatto è che cinema di Scott è fondato su uno sguardo artefatto, creato in studio dagli abilissimi operatori di cui si circonda, chiamati a vari livelli a collaborare per dare una forma coerente alla sua visione.
E' un cinema fatto di tagli di luce e ombre costruiti ad arte, di colori saturati e corretti, di immagini filtrate e processate. E' un film creato in sala di montaggio e post produzione e solo in minima parte, sul set.
Per molti registi, il grosso del lavoro finisce con l'ultimo giorno di riprese.
Per Tony Scott, inizia da quel punto.
Non c'è niente di naturale nella regia di Scott, men che meno il suo sguardo.
Tanto è vero che la sua idea di cinema che riflette sul cinema, in Déjà Vu prende la forma di una sala di montaggio e post produzione futuristica in cui un gruppo di personaggi/registi, guardano una realtà che viene scomposta in mille punti di vista e ricreata in un flusso continuo di immagini alterate.
A mille anni di distanza da James Stewart e il suo telescopio, insomma.
Ma badate, non è detto che una visione del genere sia necessariamente poco interessante, anzi.
Se coniugata con uno script di livello, la riflessione di Tony Scott sul (suo) cinema, potrebbe essere una vera e proprio bomba. Solo che non è questo il caso.
Perché la storiella di fantascienza che è costretto a raccontare con Déjà Vu, non è proprio nelle corde di Scott che, in questo film appare a disagio come non mai, dando l'impressione che sia lui per primo quello convinto di stare mettendo in scena solo una fanta-stupidata (come quando John Woo si ritrovò a girare Paycheck, in sostanza).
Tutto il piano narrativo è trattato con sufficienza e superficialità, e Scott si spreca a raccontare bene solo quei pochi momenti della sceneggiatura che sente vicini, tirandovia malamente tutto il resto, con un disinteresse che, a tratti, sfocia nel palese fastidio e disprezzo.
Tanto è vero che il film ha i suoi pochi momenti buoni solo nei territori che il regista conosce e capisce bene: la fantastica scena iniziale della strage, l'ottimo inseguimento automobilistico in differita, il rapporto tra Denzel Washington e la straordinariamente bella Paula Patton, il confronto tra Washington e James Cavaziel (il cattivo psicopatico del film) e la violenza (poca, ma sempre raccontata con una intensità rara).
Tutto il resto è da buttare.
Senza appello.
Sul serio, se non lo avete visto, non fatelo.
Nemmeno Denzel riesce a salvarlo.




il parere di WIM:
Non l'avevo ancora visto e il mio amico mr. Crown in un viaggio in macchina me lo consigliò dicendomi qualcosa tipo "il classico crossover tra mumbo jumbo e fisica quantistica", il che tutto sommato rende Deja-Vu un plausibile antesignano del Thor di Kenneth Branagh. C'è anche una scuola di pensiero, fondata da me dieci secondi fa, secondo la quale l'interpretazione più sensata di Deja-Vu ha a che fare con la necrofilia: sia il tono generale, che un po' si specchia nella musica e un po' no, sia quell'attrazione malsana di Denzel W per Claire, anche e soprattutto nei primi momenti, Claire bellissima stesa sul tavolo dell'autopsia con il cranio mezzo sfondato, lui la guarda intensamente, la telecamera indugia un secondo di troppo. Forse sto esagerando un po'.

25.4.12

The Avengers -la recensione- no spoiler


Il film esce ufficialmente nelle sale oggi.
Non mi dilungherò con la recensione anche perché condivido, il larghissima parte, l'opinione del RRobe di Terra 610.
Aggiungo solamente alcune cose che la mia controparte ha tralasciato:
- l'adattamento italiano (traduzione e doppiaggio) è piuttosto discutibile.
- la stereoscopia è brutta e dannosa (non ai livelli di Thor ma quasi).
Per il resto, riassumendo:
The Avengers è un film eccezionale per quelli che si emozionano al solo veder apparire un supereroe Marvel. E un buon film per tutti gli altri.
Il Joss Whedon sceneggiatore, con la sua capacità di lavorare sui personaggi e con il suo umorismo, riesce a sviare l'attenzione da tutti i buchi di trama e le illogicità dello script.
Il Whedon regista, invece, applica quel linguaggio ordinato e pulito che aveva già messo in mostra con Serenity. E' un tipo di regia che premia la comprensione di quello che sta succedendo sullo schermo, (anche nei momenti più concitati e complessi in termine di coreografie) ma che, dall'altra parte, non riesce mai ad aprirsi alla meraviglia. E' uno sguardo piccolo che, purtroppo, in alcuni frangenti fa apparire piccolo anche il film.
Per il resto, è un prodotto divertente e sono sicuro che (forse proprio in virtù del suo essere un prodotto medio che non osa quasi nulla, in termini stilistici) verrà amato alla follia.

Andateci sereni, insomma.

Oppure NO.
(su questa cosa ci ritorniamo sopra, che c'è tanto da dire).

24.4.12

La storia dei Ye Ar Kung Fu: Mick Torino

Torino
acrilico su cartoncino
formato A4

Michele "Mick" Torino nasce nel 1992 a Latina.
Sin da piccolo, dimostra un talento brillante per la la matematica e i videogame, le sue uniche due passioni. Questo fino a un pomeriggio dell'inverno del 2005 quando, a casa di un amico, ha modo di giocare (e, la leggenda vuole, completare in solo pomeriggio e alla massima difficoltà) Guitar Hero, scoprendo la via del rock.
Da quel pomeriggio, le sue passioni diventano tre.

Il padre gli regala una chitarra elettrica comprata alla libreria Feltrinelli con un piccolo ampli.
Da quel momento, Michele passa le giornate nella sua stanza, a scaricare i classici dell'hard rock e a risuonarli.
Ci resta chiuso per un anno, fino al 22 aprile del 2006 quando, all'età di 14 anni, registra un video con la webcam del suo PC e lo carica su YouTube*.
Nel filmato, vediamo Michele, inquadrato frontalmente, in figura intera, nella sua stanza.
Alla, parete un poster dei Pokemon.
Michele indossa una t-shirt bianca, un paio di jeans e calzini di spugna (bianchi pure loro).
A tracolla, la sua chitarra elettrica da meno di un centinaio di euro.
Michele armeggia con lo strumento. Prova un accordo. Controlla che il suono venga registrato decentemente.
Poi inizia a suonare.
E' la colonna sonora di The Legend of Zelda: a Link to the Past.
L'interpretazione è furiosa ma cristallina, sostenuta da riff articolati e dissonanti che si intersecano senza soluzione di continuità. Il suono sembra influenzato dalla band giapponese GISM e dagli americani Suffocation. Il video dura quattro minuti e venti secondi.
Che mozzano il fiato.
Poi Michele poggia a terra la chitarra e si avvicina alla camera, pronunciando le seguenti parole: "Voglio fondare una band per suonare cose di questo tipo. Contattatemi, se volete farlo anche voi".

YouTube è nato da poco più di un anno, la sua platea è ancora largamente composta da un pubblico di madre lingua inglese. Nessuno capisce le parole di Michele o risponde al suo appello.
Ma tutti impazziscono per lui e vogliono sapere chi sia il White Socks Kid (il ragazzino dai calzini bianchi, come ancora oggi lo chiamano negli USA). Il filmato totalizza due milioni di visualizzazioni ma a Michele non interessa: non sta cercando la fama ma solo qualcuno in grado di stargli dietro.
Non trova nessuno.
Quindi, ripone la sua chitarra nell'armadio e si mette a giocare a Gears of War.

Passeranno due anni prima che un musicista, in Inghilterra, noti quel video, capisca il suono di Michele e lo contatti. Ma questa, è un'altra storia.

(continua)

*
oggi, quel video originale, è stato rimosso dai server di YouTube a causa di una disputa legale tra la casa produttrice dei Ye Ar Kung Fu e il sito.

23.4.12

I Cinque Blogger a Napoli e al Comicon!


Ricordate la faccenda dei Cinque Blogger ad Angouleme?
Sostanzialmente, si trattava di cinque diversi blogger, ognuno con una sua area di competenza specifica, invitati dall'ente turismo francese a partecipare al festival del fumetto di Angouleme e, con l'occasione, a farsi un bel giro per la regione del Cognac.
I blogger in questione erano Daniele "Gud" BonomoPaolo "Ottokin" CampanaMatteo StefanelliAndrea Longhi e il sottoscritto.
Adesso, quell'esperienza è stata così divertente sul piano umano e così ben riuscita in termini di contenuti, che abbiamo deciso di ripeterla.
Ma non solo.
In sostanza, abbiamo deciso di trasformare I Cinque Blogger in una cosa quasi seria, con tanto di sito (che vi posterò a breve) e un'attività programmata.




Adesso, il nostro prossimo appuntamento è con Napoli e con il Comicon.
Questo significa che stiamo per rimetterci in viaggio per partecipare alla manifestazione fumettistica e per vedere Napoli, mangiare, bere, fotografare e fare gli scemi a seconda della nostra naturale inclinazione.
A breve vi posteremo una piccola agenda degli appuntamenti a cui parteciperemo (nel caso vogliate venirci a offrire un caffè) e di altre cosette interessanti riguardanti il Comicon.
Per questo viaggio, la nostra squadra perde uno Stefanelli ma acquista un Mauro Uzzeo, che si porterà dietro la sua macchinetta fotografica e tutta la sua carica di uomo sensibile.
Insomma, se volete, seguiteci.

Abbiamo dei blog, abbiamo Facebook, abbiamo Twitter, abbiamo Instagram, e non abbiamo paura di usarli.


SAGUARO


Saguaro è il nuovo personaggio in uscita per la Sergio Bonelli Editore.
La testata segna l'importante ritorno della casa editrice alla produzione di serie mensili continuative, dopo una lunga parentesi in cui ci si è dedicati, esclusivamente, alla creazione di mini serie.
Scritto da Bruno Enna, creato graficamente da Alessandro Poli, la serie è disegnata da Fabio Valdambrini, Luigi Siniscalchi, Marco Foderà, Alessandro Pastrovicchio, Elisabetta Barletta, Italo Mattone, Davide Furnò (anche copertinista), Paolo Armitano, Ivan Vitolo, Busticchi & Paesani.
Di seguito trovate alcuni studi iniziali (a opera di Poli) del protagonista, qualche illustrazione e una breve chiacchierata che ho avuto modo di fare con Bruno, a proposito della sua ultima fatica.





Dalle Witch e Paperino Paperotto a Dylan Dog e, infine, a Saguaro. Quanta è stata lunga la strada? 

Non lo vedo esattamente come un “percorso”, con un inizio e una fine, anche se Saguaro è senza dubbio una tappa a dir poco fondamentale della mia carriera. Ho iniziato nel 1995/96 e, da allora, non mi sono più fermato. Per Disney ho scritto non solo Witch e Paperotto, ma anche PK (che mi ha dato svariate soddisfazioni) e molto altro ancora. Per Bonelli ho avuto la fortuna, come te, di poter scrivere Dylan Dog. Ancora oggi, però, mi capita di lavorare su cose parecchio diverse. Ho lavorato per l’animazione televisiva, per esempio. Poco tempo fa ho pubblicato in Francia, su disegni del talentuoso Giovanni Rigano, l’albo “Coeur de papier" e, sempre per le edizioni Soleil, quest'anno dovrebbe uscire “Susine”: un surreale libro per bambini inserito nella collana Metamorphose; l’ho scritto per un illustratore straordinario (Clément Lefèvre) e ne vado molto fiero.
Certo, ormai dedico la maggior parte del mio tempo lavorativo alla Bonelli e a Saguaro, ma scrivo anche per Topolino. Infatti, ai primi di maggio, vedrà l’edicola una storia speciale: “Dracula, di Bram Topker”, realizzata insieme al mitico Fabio Celoni (e con questo ho finito di vantarmi, lo giuro). 



L'impressione, guardando Saguaro e leggendo le tue dichiarazioni nelle prime interviste che stanno iniziando a circolare in rete in questi giorni, è che il personaggio sia stato creato nel segno più profondo della tradizione Bonelli e che una certa influenza nel definire il suo aspetto e carattere derivino proprio da Sergio stesso. E' il primo personaggio a raggiungere l'edicola dopo la sua scomparsa e sembra, in qualche maniera, celebrarne la sua visione e la sua eredità. E' davvero così?

La sua visione e la sua eredità vengono celebrate da tutti i personaggi della sua casa editrice. Saguaro è solo l’ultimo arrivato.
Per quanto riguarda le influenze nel definire l’aspetto fisico del protagonista, una volta approvato il progetto e deciso di farne una serie, Bonelli mi ha dato dei consigli e io ne ho fatto tesoro. Ad esempio, l’idea di utilizzare Tom Berenger come modello è stata sua. Al tempo, io ero molto indeciso: pensa che la mia scelta oscillava tra Adam Beach, Val Kilmer e Dwayne "The Rock" Johnson (tutti attori molto diversi tra loro, ma che, in qualche modo, incarnavano alcuni aspetti del carattere del personaggio da me ideato). Inoltre, Bonelli mi ha suggerito di leggere i romanzi di Tony Hillerman e di vedere alcuni film (come “Solo sotto le stelle”; ricordo che io rilanciai con "Il cavaliere elettrico" e "Non è un paese per vecchi") che, a suo parere, si integravano perfettamente con la mia idea di serie. 


In origine, Saguaro è nata come miniserie per poi trasformarsi in serie regolare in corso d'opera (correggimi se sbaglio), cosa ha comportato questo in termini di scrittura? Cosa è cambiato e cosa è rimasto, rispetto all'idea originale?

In realtà, tutto è partito da una mia proposta per un romanzo grafico; a un certo punto si è pensato di svilupparla e di farne una miniserie e, in seguito, Bonelli ha deciso di procedere con la serie. L’idea di partenza era ovviamente diversa, ma il personaggio c’era tutto; così, ho iniziato a creargli un mondo attorno, a elaborare scenari e situazioni. Le cose, poi, si sono incasellate senza sforzo, istintivamente. 

Saguaro è un veterano di una delle guerre più moralmente discutibili degli USA. Questo elemento troverà spazio nel racconto, tenendo conto che il rapporto dei personaggi Bonelli con l'esercito è stato sempre piuttosto conflittuale (basti pensare a TexMr. No e Dylan Dog)?

La guerra del Vietnam sarà sempre sottotraccia, nella serie. Dopotutto, è proprio a causa delle conseguenze di quel terrificante conflitto se l’America dei primi anni ‘70 entra in crisi, perdendo le sue certezze (Saguaro stesso è un uomo che ha smarrito il suo “centro” e che ha bisogno di ritrovarsi; ecco perché torna a casa, innescando tutto il resto). Non ci sarà, però, solo il fantasma del Vietnam; a un certo punto si parlerà anche del ruolo che hanno avuto i cosiddetti “Navajo Code Talkers” nella seconda guerra mondiale. Riecco dunque la guerra, sempre lei, che va e poi ritorna (ciclicamente) nella storia americana. 

Il linguaggio del fumetto. Tradizionale Bonelli, con la griglia a due vignette per tre fasce o ti prenderai qualche licenza?

La prima che hai detto. 

Sappiamo che hai guardato molti film e letto molti libri con un'ambientazione o delle atmosfere comuni a quelle che andrai a raccontare in Saguaro. Vale anche per il fumetto? 

Le fonti di ispirazione fumettistica sono state senza dubbio Blueberry, Tex, Mister No e, in un certo qual modo, persino Dylan Dog (Saguaro non è del tutto “roccioso” e non può sempre definirsi un vincente). 

A giudicare dalle prime immagini, Saguaro sembra il personaggio più vicino a Tex, tra quelli della scuderia Bonelli. E' davvero così? 

Saguaro è un personaggio caratterizzato in modo completamente diverso da Tex. Il confronto tra i due permette però di fare una riflessione sulla condizione dei navajo (e dei nativi americani in generale): quelli di Saguaro, non sono più gli stessi di Tex. La società americana li ha cambiati. Molti hanno capitolato, adeguandosi a tale società, mentre altri cercano di preservare con orgoglio tradizioni e usanze, rivendicando la propria autonomia. 

Infine, i tuoi disegnatori. Ci puoi raccontare i punti di forza (e, se vuoi, anche le debolezze) del tuo team creativo? 

Onestamente non vedo debolezze nel team di disegnatori. Sono tutti bravissimi e molto, molto motivati. Descrivendoti le loro caratteristiche personali, però, rischio davvero di lasciarmi trasportate dall’entusiasmo e di rivelare un po’ troppo sulla serie. Colgo almeno l’occasione per ringraziarli, uno ad uno, e incrociare le dita insieme a loro. 


Saguaro sarà in edicola a fine maggio.


 



20.4.12

The Ultimates: il film -la recensione-


Come sapete, ieri c'è stata l'anteprima stampa del film The Avengers.
Ci sono stato ma non posso parlarvi del film perché c'è l'embargo fino a questa sera a mezzanotte.
Fortunatamente, sono in contatto con tutti i RRobe del multiverso e la mia controparte di Terra 610 mi ha mandato un link al suo blog (Dalla Parte di Razzo), con la recensione al film degli Ultimates.
Tranquilli, non ci sono spoiler multidimensionali.

Sia chiaro: QUESTA NON E' UNA RECENSIONE DI THE AVENGERS.
Quella arriverà domani.

E adesso, lasciamo la parola a Ultimate RRobe.



Prima di tutto, facciamo una premessa fondamentale:
come adattamento fumettistico dell'opera di Ultimate Mark Millar e Ultimate Brian Hitch, questo film è un tradimento assoluto allo spirito cinico e alla carica eversiva dell'opera originale. In sostanza, le somiglianze tra gli Ultimates del film e quelli del fumetto, si limitano all'aspetto estetico, per il resto, i personaggi parlano e agiscono più come le loro controparti dell'universo alternativo 616 che come gli eroi originali.
Altra cosa abbastanza fastidiosa è che il film inizia subito con un piccolo errore di continuity rispetto alle pellicole che lo hanno preceduto, negando un evento visto alla fine di uno dei film precedenti.
C'è da dire che questi appunti, comunque, sono cose che possono dare fastidio agli spettatori più nerd e hardcore ma che poco interesseranno al grande pubblico.
E allora parliamo del film.
Che, lo diciamo subito, è buono, ma parecchio lontano dall'essere straordinario.
I problemi della pellicola, sono tre:

- uno script non brillantissimo, pieno di tempi morti e costellato di illogicità, azioni e situazioni non ben spiegate e dal più grosso WTF?! della storia del cinema supereroistico.

- una messa in scena povera, costumi pessimi e una resa degli effetti visivi oltremodo mediocre.

- quella cagna incapace (mi rifiuto di fare il suo nome) chiamata e interpretare il ruolo di Utimate Black Widow. Che, oltretutto, ha pure un mucchio di tempo sullo schermo.

Sul primo punto, poco da dire.
Si poteva fare di più e di meglio, specie tenendo conto del talento di Ultimate Joss Whedon come sceneggiatore.
E invece, ci tocca sopportare dei dialoghi che, per larghi tratti, risultano forzati e noiosi ma, sopratutto, uno svolgimento (e, purtroppo, una risoluzione finale) del tutto incoerenti e confusi.
In compenso, tutti gli elementi umoristici sono straordinari e il terzo atto (almeno fino a un attimo prima della conclusione) è quanto di meglio sia mai stato fatto in ambito supereroistico.

Sul piano della messa in scena, invece, il discorso si fa più complicato.
Non ci sono scuse per quello che riguarda i costumi che, nei migliori dei casi sono privi di qualsiasi inventiva (Ultimate Vedova Nera e Ultimate Occhio di Falco) e che, nei peggiori (Ultimate Captain America e Ultimate Thor), riescono a rovinare qualsiasi scena in cui appaiono. L'unica eccezione è l'Ultimate Dorato ma qui, il grosso del lavoro, è stato fatto da altri nelle pellicole dedicate al personaggio.
Per quello che riguarda la messa in scena e gli effetti visivi, il discorso è semplice: il medio budget messo a disposizione per il film non era in alcun modo sufficiente per mettere in scena quello che c'era nello script. Il risultato è un film che, sotto questo punto di vista, non solo appare inferiore (e di tanto) a pellicole sue contemporanee (penso, per esempio, a Ultimate Battleship e, soprattutto, a Ultimate Transformers 3, che con il film degli Ultimates condivide un finale molto, molto simile) ma che piglia sonori ceffoni anche da una pellicola vecchia di 14 anni come Ultimate Armageddon. 
In poche parole, siamo più dalle parti di una robettina misera come Ultimate World Invasion, che a quelle di un colossal stacca mandibola di Ultimate Bruckheimer.
Nonostante questo però, grazie a una buonissima ideazione della coreografie delle scene e a una serie di inquadrature e stacchi di montaggio furbi e ben ragionati (Ultimate Whedon sembra aver imparato bene la lezione di Ultimate Eisenstein e dei suoi tre cosacchi), il risultato riesce a essere (in certi momenti) spettacolare. Sia chiaro: quando si tratta di mostrare i muscoli, i limiti si vedono tutti, ma nell'insieme, il grande pubblico non troppo attento, avrà l'impressione di aver assistito a qualcosa di enorme (quando invece, non lo è per niente).

E infine, la Ultimate Cagna.
Bona? Avoja.
Ma come attrice fa rimpiangere la Ultimate Bellucci.
Sul serio, non c'è scena in cui la cagna si palesi, che non venga rovinata dalla sua interpretazione.
Una roba che fa piangere il cuore.
Specie poi perché nel cast c'è pure una fantastica Robin Scherbatsky Ultimate Cobie Smulders che avrebbe interpretato la parte mille volte meglio.
Ma chiunque avrebbe interpretato la parte meglio! Pure Ultimate Robert Downey Jr. (che nel film è divertente come al solito ma si limita a fare il compitino).
Sempre sul fronte del cast, vale invece la pena segnalare la straordinaria prova di Ultimate Mark Ruffalo, il miglior Ultimate Bruce Banner mai visto sulla schermo (è la sorpresa assoluta del film, sul serio) e un Ultimate Chris Evans che, nonostante sia costretto a indossare il più brutto costume mai creato in tutta la storia del cinema, da una prova migliore di quella fornita in Ultimate Captain America.
Parecchio in ombra Ultimate Chris Hemsworth mentre si conferma bravo Ultimate Tom Hiddleston.
Ultimate Samuel L. Jackson, invece, ha rotto le palle, punto.


Per il resto, è un buon film.
Buon cinema no, ma un buon film, sì.
Racconta una storia che, nonostante i buchi e le cazzate, fa divertire.
La regia, che nella prima parte è sin troppo televisiva, nella seconda fa gli straordinari e riesce a superare i limiti di una produzione sin troppo modesta. Il cast è abbastanza affiatato (cagna a parte che, invece, è sempre fuori posto) e il montaggio è onesto.
Poteva essere meglio?
Sì.
Ma poteva andare anche molto, molto peggio.
E comunque, farà una barca di soldi (ancora di più visto che è costato poco) e ci saranno almeno due sequel (la solita "sequenza segreta" dopo i titoli di coda introduce il cattivone supremo che non sarà una sorpresa per nessun Marvel Zombie).


E con questo, ringraziamo Ultimate RRobe.
Domani la recensione del film degli Avengers.


19.4.12

I Wanna Rock!

Acrilico su cartoncino.
Formato A4.
Venduta.

The Tony Scott Thunder Challenge: Spy Game


Continua la Tony Scott Thunder Challenge.
Se non sapete cosa sia, cliccate QUI.
Se vi siete persi le precedenti sfide, cliccate QUI e QUI.
QUI, invece, trovate la recensione di quel capolavoro di Man on Fire, a opera di Nanni Cobretti.
E adesso, andiamo a cominciare.

2001
Esce nelle sale Spy Game, undicesimo film del figlio della famiglia Scott che si è scopato Brigitte Nielsen.

STACCO
1974
Fkashback.
Un salto all'indietro.
Stati Uniti d'America.
James Grady pubblica un thriller spionistico molto apprezzato: I sei giorni del Condor.
Il romanzo sarà l'unico lampo di luce in una carriera ingiustamente anonima.

STACCO
1974
Stesso anno, ma in Inghilterra.
Tony Scott ha trent'anni e fa il regista di spot pubblicitari e video musicali mentre cerca di portare sul grande schermo l'adattamento cinematografico di una storia di Henry James.
Non legge il libro di Grady. Non lo leggerà mai.

STACCO
1975
Stati Uniti.
Robert Redford, diretto da uno straordinario Sidney Pollack, vive i suoi tre giorni da Condor.
E' giovane e bellissimo e porta sullo schermo la figura di una spia anomala e anonima.
Un uomo fatto di carne e sangue in un mondo di ombre e spettri.
Il film è un successo la carriera di Redford è raggiunge le stelle.
Per questo e altri motivi, nessuno si chiede che fine abbiano fatto i tre giorni perduti.

STACCO
1992
Flashforward in un salto lungo tre carriere.
Robert Redford recluta Brad Pitt per il suo terzo film da regista e incassa un Golden Globe come miglior regista.

STACCO
1993
William Bradley "Brad" Pitt e il figlio della famiglia Scott che non ha girato Alien, si conoscono sul set di True Romance.


STACCO
1998
Tony Scott legge un copione scritto da due onesti mestieranti.
E' una vicenda molto articolata, più di qualsiasi altra cosa abbia mai girato prima. Gli sembra una sfida invitante. A patto di reclutare gli attori giusti.

STACCO
2001
Redford è vecchio, ma ancora bellissimo.
E' di nuovo una spia, ma sta per andare in pensione.
Prima di poterlo fare però, si deve assicurare che il suo protetto abbia un futuro assicurato.
Redford ha preso quel boyscout di Brad Pitt dal mezzo di un fiume (del Montana o del Vietnam è lo stesso, fate voi. Realtà e finzione si mescolano senza soluzione di continuità in questa storia) e lo ha trasformato in una replica moderna di sé stesso. Ora deve tirarlo fuori da una prigione cinese e da produzioni mediocri, per farlo camminare con le sue gambe. Sarà il suo ultimo regalo al futuro signor Jolie.
Scatta l'operazione Cena Fuori.

CLICCATE QUI PER ANDARE AVANTI.

18.4.12

American Pie: ancora insieme -la recensione-


Da ragazzino odiavo quelle riviste di cinema che trattavano un certo tipo di film con sufficienza.
I critici che popolavano quelle pubblicazioni erano quel tipo di gente che, per farvi un esempio, all'uscita di Animal House lo liquidavano come commedia pecoreccia, per poi (quando il talento di Landis e la grandezza di Belushi venivano acclamati da tutti) tributargli enormi elogi, anni dopo.
Quindi, non farò come loro e tratterò la serie American Pie (e questo suo nuovo capitolo), con la massima serietà possibile.
Sia chiaro, solo i capitoli principali.
Che i film fatti direttamente per il mercato dell'home video sono troppo pure per me.

Tutto comincia con Adam Herz.
Che crea la serie e ne scrive i primi tre capitoli.
Adam fa un lavoro per niente scemo perché, se da una parte pesca dallo spirito di pellicole come Porkis, La Rivincita dei Nerd e Zattere, Pupe, Porcelloni e Gommoni, adattandolo per i tardi anni '90, dall'altra parte ci infila gli elementi della solida commedia americana dei buoni sentimenti, tutta incentrata sull'amicizia e l'amore.
Con il primo capitolo ottiene un successo insperato, diventando un fenomeno di massa che entra nella cultura popolare in un lampo, lanciando mode e modi di dire (il termine MILF, per esempio, diventa popolare proprio perché usato in American Pie).
Vista la contemporanea ascesa dei fratelli Farrelly, molti critici USA iniziano a parlare di un rinascimento della commedia americana.
Da noi, invece, quest'ondata di film viene bollata come demenziale e non ci bada nessuno.
Comunque, il primo capitolo della serie è un ottimo esempio di buona comedy giovanile.
E' sboccato il giusto, ha molte scene davvero spassose, qualche nudità, alcuni momenti abbastanza imbarazzanti (in senso buono), ottimi personaggi e il cast è praticamente perfetto.
Il secondo capitolo è ancora meglio: lo script è più ambizioso e maturo ma non rinuncia a un umorismo a tratti davvero becero. I personaggi, già rodati, si fanno più profondi e interessanti e tutto è più divertente e appagante.
Il terzo capitolo tira le fila di tutta la storia, completando l'arco dei personaggi, portando ogni vicenda alla sua naturale conclusione. Il livello di comicità è inferiore ma è una cosa necessaria, vista la maturazione di tutti i protagonisti e la loro entrata nell'età adulta. Unico difetto dell'ultimo atto è che il cast non è al completo. Ma, sinceramente, chi se ne frega? I personaggi mancanti avevano giù detto tutto quello che c'era da dire nei due capitoli precedenti.
Fine.
Tutto è bene quello che finisce bene, esatto?

No.
Perché adesso c'è questo quarto capitolo.
Che è come quel film di Fantozzi di troppo. Quello che ti toglie il gusto e lascia solo l'amaro in bocca.
Con questa reunion, Herz non ha nulla a che spartire: il film non è scritto da lui e si vede.
Gran parte della maturazione dei personaggi, viene ignorata e si torna a uno stadio antecedente in cui Stiffler è ancora stronzo e i suoi "amici" non lo sopportano, il moretto inutile ha ancora un debole per Tara Reid (tirata fuori da una clinica Betty Ford giusto per l'occasione), l'atleta è ancora innamorato della biondina con la fronte a bauletto di American Beauty, Finch fa il misterioso e Jim è ancora uno sfigato irrisolto.
Persino lo Sherminator è tornato a fare lo Sherminator.
Come se nulla di quanto accaduto nei capitoli due e tre, fosse mai successo.


Una cosa inspiegabile.
Perché quelli che hanno scritto il film si rivolgono palesemente agli appassionati hardcore della serie (non ci provano nemmeno a creare un nuovo inizio), ma insultano la loro intelligenza, dandogli un film che non ha nessun reale legame con quanto raccontato fino a quel punto e che anzi, certe cose le nega proprio.
La mia impressione, è che gli artefici di questo disastro abbiano pensato che sarebbe bastato riunire il cast storico e mettere insieme uno script alla buona per fare contenta la fan base di American Pie.
In fondo, è gente di bocca buona a cui piacciono film volutamente scemi e leggeri, mica il pubblico di Orson Welles, giusto?
Sbagliato.
Perché a me, i film di Orson Welles piacciono un sacco. E mi piacevano i pure i primi tre capitoli della serie di American Pie.
Perché amo i buoni film e, questo quarto atto, non lo è per niente.
A tutto questo, aggiungeteci poi che il film ha un ritmo a tratti soporifero, che le scene sentimental-patetiche superano, per frequenza e lunghezza, quelle comiche, e che nel film si vedono solo un pene (quello di Jim) e un paio di tette (di una morettina che ha ben più dei diciotto anni che dichiara) e la frittata è fatta.

Mi spiace, sarò pure un sempliciotto che ogni tanto si diverte a vedere film con zero pretese, ma so ancora riconoscere il sapore di una buona torta di mele fatta in casa da della robbaccia chimica che vendono al discount e, quindi, vi consiglio di stare alla larga da questa roba.
In special modo, se avete amato la serie originale.

17.4.12

Fatti le caste tue.

I politici sono tutti uguali.
I politici si coprono tutti tra loro, anche (e specie) quando qualcuno di loro ruba.
I politici sono una merda.

I dottori sono tutti uguali.
I dottori si coprono tutti tra loro, anche (e specie) quando qualcuno di loro sbaglia.
I dottori sono una merda.

I giornalisti sono tutti uguali.
I giornalisti si coprono tutti tra loro, anche (e specie) quando qualcuno diffama.
I giornalisti sono una merda.

E i fumettisti, invece?
Perché fa ridere vedere colleghi che dicono cose come queste qui sopra, aderendo pienamente al sentire popolare, che appena vengono toccati sul vivo, si scoprono di colpo corporativisti.
Quando tocca a noi, allora le forche pubbliche sono una brutta cosa.
Quando tocca a noi, allora le cose si risolvono in casa, lontani da sguardi indiscreti.
Quando tocca a noi, allora ti devi fare i cazzi tuoi e far finta di non vedere e non sentire.

E poco importa se il comportamento di pochi disonesti, getti fango e svilisca il lavoro dei molti onesti.
Poco importa che quegli onesti, si sentano dei cretini a lavorare sodo, stando dietro alle richieste di editori, sceneggiatori e curatori, riuscendo a consegnare otto pagine al mese e facendo la fame, mentre i disonesti se ne fregano, consegnano da una vita un mucchio di pagine contraffatte al mese e vivono sereni (e benestanti).
Quello che conta, è tutelare la categoria.
Che sennò la gente chissà cosa pensa.
Che sennò qualcuno si sveglia e, visto mai, va a controllare anche il lavoro di altri.
Magari proprio il tuo, di lavoro.
E allora, morte agli infami che si permettono di parlare e dire che certi comportamenti non sono ammissibili!

Che schifo, cazzo.
L'Italia. Quel paese di merda che denigrate quando fate i moralisti su Facebook, siete voi.

13.4.12

Battleship -la recensione-


Devo ammetterlo: quando sono entrato in sala a vedere l'anteprima, nella mia mente avevo già buttato giù metà di questa recensione.
La mia intenzione era scrivere una bella apertura in cui avrei fatto un sacco di battute sul fatto che questo è un film tratto da un gioco da tavolo.
Poi avrei ironizzato sui prossimi titoli che sarebbero arrivati nelle sale (MORRA CINESE! FILETTO! MERDA!), infine, mi sarei scagliato contro la tendenza di Hollywood a giocare sul sicuro sfruttando solo proprietà intellettuali note e su come, questo Battleship ne fosse l'esempio più lampante e parossistico.
Poi avrei demolito il film e tutti a casa.
Un pezzo facile.
Di quelli che ti fanno avere un sacco di "mi piace" su Facebook perché tutti si aspettano che questo film sia una cazzata stratosferica e questo è quello che vogliono sentirsi dire.

Il problema è che, a proiezione conclusa, il film m'è piaciuto.
E pure parecchio.
Ma prima di continuare, facciamo un piccolo test d'idoneità:

- Vi è piaciuto Indipendence Day? Sì/No
- Vi è piaciuto Transformers 1 & 3? Sì/No
- Vi è piaciuto Armageddon? Sì/No

Se avete totalizzato una maggioranza di "Sì", continuate a leggere tranquilli perché questo Battleship è un film che non sfigura affatto se accostato con i titoli elencati.
Se avete totalizzato una maggioranza di "No", allora smettetela pure di leggere. Il problema non è di Battleship, è che proprio non amate i film scemi, fracassoni, spettacolari, epici oltre la soglia del ridicolo, scritti con (cattivo) gusto e molto divertimento e diretti alla grandissima.

Ecco, Battleship è proprio questo.
Uno stupido, divertente, coatto, film che non ha nessun'altra pretesa se non quella di divertirvi e appassionarvi.
Il corrispettivo di una corsa sulle montagne russe?
Assolutamente sì.
Ma, giusto per dire, la critica più barbosa e spietata, aveva definito "una vuota corsa sulle montagne russe" anche il secondo Indiana Jones (non che ci sia paragone tra Battleship e Indy, sia chiaro).

Il film si apre benissimo e tutto il primo atto è divertente, ben girato e con un grande ritmo.
I personaggi sono definiti giusto con i tratti necessari per far capire quale archetipo narrativo rappresentano, ma il tutto è fatto con vero mestiere e sì, lo ripeto ancora, divertimento.
Per assurdo, il film si ferma un poco nella parte centrale, quella in cui gli alieni brutti e cattivi mostrano la loro faccia. Qui il ritmo cala e ci sono alcuni momenti dello script un poco confusi.
Ma tra una sequenza e l'altra, mentre Peter Berg fa di tutto per farsi scambiare per Michael Bay (e gli riesce meglio di quando cercava di spacciarsi per Michael Mann) e gli sceneggiatori fanno i numeri da circo per riportare sullo schermo i meccanismi del gioco da tavola (sul serio ragazzi, era un lavoro ingrato ma voi siete stati grandiosi!), si arriva spediti verso il terzo atto che è, semplicemente, uno spasso assoluto.
Basti dire che, in una sala piena di giornalisti pronti a stroncare il film, a un certo momento è scattato l'applauso.

Insomma, se volete divertirvi, io vi consiglio di spendere questi sette-otto euro da dare al vostro cinema, (perché questo è un film che va visto sullo schermo più grande che avete a disposizione, non sul monitorino del vostro computer).



12.4.12

The Tony Scott Thunder Challenge: Nemico Pubblico


Continua la Tony Scott Thunder Challenge.
Se non sapete cosa sia, cliccate QUI.
Se vi siete persi le precedenti sfide, cliccate QUI e QUI.
QUI, invece, trovate la recensione di The Fan, a opera di Nanni Cobretti.
E adesso, andiamo a cominciare.

sì... è sempre un disegno di Massimo Carnevale.


Quando sono andato a vedere Nemico Pubblico, ero ansioso.
Scott aveva sfornato, di fila, due capolavori come L'Ultimo Boy Scout e True Romance.
Poi era stata la volta di Allarme Rosso, un film di medio livello, che due attori protagonisti di altissimo livello avevano reso ottimo.
Infine, The Fan, un film brutto che nemmeno due attori protagonisti di altissimo livello erano riusciti a salvare.
La parabola discendente era evidente.
Gli anni buoni erano finiti e il fratello non amico di Giger e Moebius della famiglia Scott stava per tornare agli abissi narrativi di Beverly Hills Cop 2?
Fortunatamente, no.
Ma, come sempre, andiamo con ordine.


E' il 1998.
Il millennio è prossimo alla fine e la rivoluzione digitale è in atto.
La gente è in paranoia durissima perché il governo ci spia, entrando nelle nostre vite, ascoltando le nostre conversazioni, spulciando i nostri conti in banca e leggendo la nostra posta.
La CIA e le sue spie non vanno più di moda, adesso il ruolo del leone ce l'ha l'NSA, la potentissima agenzia per la sicurezza nazionale che è in grado, con una manciata di satelliti, un paio di webcam e qualche computer, di contare i peli del naso di chiunque.
Ma è giusto violare la privacy dell'onesto cittadino in nome di una maggiore sicurezza?
Come ho scritto in apertura: è il 1998.
Le Torri Gemelle non sono ancora crollate come tegole sopra al sorprendentemente inetto sistema di difesa USA e il Patriot Act non ha ancora tagliato la testa al toro dei diritti civili.
E' un mondo fatto da monitor a tubo catodico, cellulari con l'antenna, floppy da tre pollici e mezzo e tecnobubbole. Che nel 1998 potevi ancora spacciare al pubblico di massa (in larga parte ancora composto da analfabeti informatici) che i computer erano in grado di generare immagini dal nulla, vedere dietro gli angoli ciechi delle telecamere e ricostruire volti basandosi sul riflesso della cruna di un ago.
In questo scenario, la trama innesta un pezzo grosso del governo convinto che il fine giustifichi il mezzo, (quando pure fossero uno o più omicidi), una cospirazione (piuttosto banale), dei mafiosi incazzati (fuori contesto ma che ci stanno benissimo e che permettono di mettere in scena la svolta migliore di tutta la pellicola), Will Smith in versione ragazzo educato che sta simpatico alle mamme (non il tipo sboccato di Bad Boys, insomma), il sempre maestoso Gene Hackman (che per l'occasione rispolvera l'Harry Caul de La Conversazione di Coppola), John Voight (che nessuno come lui sa interpretare politici malvagi) e un finale, bellissimo, cannibalizzato a True Romance
E poi, il solito circo che popola i ruoli di contorno nelle produzioni di Bruckheimer (che, non scordiamocelo, è quel genio capace di far recitare gente come John Malkovich o Sean Connery insieme a Nicholas Cage... in pellicole dirette da Simon West e Michael Bay!).
Insomma, Nemico Pubblico è pieno di facce come queste:


Ma di Tony Scott e del suo cinema, quando vi parlo?
Subito dopo la pausa.

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