29.5.12

Di John Doe.


Prima di tutto vi segnalo QUESTO pezzo di Boris Sollazzo sul suo blog de Il Sole 24 Ore.
Mi sono quasi commosso a leggerlo.
E poi che in edicola è arrivato John Doe 20, terzultimo numero della serie e albo dedicato ai supereroi.
Dentro c'è un sacco d'amore (i contenuti speciali li posto appena mi sbannano da Facebook).




28.5.12

Tra le nuvole.


Molti sono i servizi cloud che si sono affacciati e si stanno affacciando sul mercato.
Quello che, personalmente, ho apprezzato di più, fino a questo momento, è Dropbox, uno degli strumenti più preziosi a cui ci siamo appoggiati per la realizzazione degli Orfani, la miniserie a colori della Bonelli, realizzata da me e Emiliano Mammucari.
Mi ha convinto di meno la proposta cloud della Apple, ma forse questo è un problema mio che sono diffidente nei confronti di una piattaforma web che finirebbe per legarmi in maniera, quasi indissolubile, ai dispositivi di Cupertino.
Mi interessa di più, invece, il servizio Match, sempre della Apple e legato iTunes, ma dedicato esclusivamente alla musica (conosciuto anche come: quel servizio che pulisce la tua musica illegale e la rende legale).

In questo scenario, si affaccia adesso un servizio tutto italiano che ho avuto modo di provare (e che sto provando tutt'ora): Diskmiss.
Che è un pelo meno intuitivo e accattivante del mio amico Dropbox ma che costa di meno e offre anche un mucchio (ma davvero: UN MUCCHIO) di spazio in più.
A naso, credo di avere un nuovo amico nel settore del storage di dati sul web.
Mi spiace Dropbox, è stato bello fino a quando è durato.

Ora, se non ci avete capito nulla di quanto ho scritto e non avete idea di cosa sia il Cloud, andate QUI, dove il Panda (e Giacomo Bevilacqua) ve lo spiega (e non solo, vi regala pure un bello sconto).


26.5.12

Cosmopolis - la recensione -


Non amo molto le opere che si prefiggono di dire qualcosa (di solito, qualcosa di importante), a discapito della narrazione.
In questo condivido appieno il parere di Matheson che riteneva che Duel fosse il suo racconto più debole, perché prestava il fianco, sin troppo facilmente, ad un'interpretazione allegorica.
Ecco, diciamo pure che allegorie e simbolismi, per me, sono mezzucci.
Roba da gente piena di velleità e povera di sostanza.
Poi, sia chiaro, ci sono un mucchio di nobili eccezioni... ma l'ultimo film di Cronenberg non appartiene a questa categoria.
Sostanzialmente, Cosmopolis, è il corrispettivo di un lungo editoriale sul mondo attuale e sulle forze che lo animano. Tutti i suoi personaggi sono il simbolo di qualcosa e ognuno ha la sua bella frase da dire, per esplicitare la sua natura. Nessuna caratterizzazione è concessa: i personaggi non sono altro che strumenti. E la situazione narrativa, pretesto.
Didascalico?
Non immaginate quanto.
Vi basti sapere che, quando Cronenberg ha paura che il messaggio non sia arrivato bello chiaro allo spettatore, non esita a scriverlo a grandi lettere sullo schermo.
E per quanto alcune riflessioni siano degne d'interesse, è tutta roba che avrete sentito e pensato mille volte se siete gente con una minima  nei confronti del mondo (basta avere l'abitudine di leggere un numero de l'Internazionale al mese per essere già ad un livello più alto di quello proposto dal film)..
In poche parole, Cronenberg avrebbe fatto meno danni ad aprirsi un blog e a dire la sua, piuttosto che a prendere un romanzo di De Lillo per asservirlo al suo bisogno di fare quello impegnato.

Ma a parte questo, il resto del film com'è?
Visivamente raffinato.
Tutto il resto è noia.
Bocciato.
Su tutta la linea.




25.5.12

E allora ditelo che volete farveli rubare i soldi...

E' stata ufficializzata la data di uscita di Prometheus in Italia, dopo alcune settimane di pettegolezzi.
Il 19 ottobre.
Quando, nel resto del mondo, uscirà l'8 giugno.
Quattro mesi e undici giorni dopo.
In sostanza, quando Prometheus uscirà in Italia, in tutto il mondo sarà disponibile per la vendita la sua versione in Blu Ray. Inutile stare a dire da quanto ci saranno versioni in alta definizione, gratis, sul web.
Adesso, io lo capisco che la fantascienza in Italia non ha mai fatto molti soldi, ma non è certo questa la strada per cambiare questo stato di cose.
Io, ve lo dico prima, il film lo vedrò, tipo, il 9 giugno e giuro che non darò un euro alla pellicola, quando finalmente arriverà in Italia.
E vi invito a fare tutti la stessa cosa.
Ecchecazzo.

21.5.12

La volevamo fare sobria...


- Allora me la colori tu l'illustrazione per quelli della Oakley, Stefano?

- Sì, sì... mi paghi, no?

- Eccerto, che me faccio parlà dietro?

- E come la vuoi colorata?

- Figa.

-  Io dico semplice, Robè!

- C'hai ragione. Che sennò faccio sempre la figura der coatto...

- Colori piatti... delicati... eleganti...

- Sì, sì... co l'onda de Hokusaje sullo sfondo però... quella ce la vojo...

- Va bene...

- E la bandiera der Giappone...

- V-va bene...

- Quella della seconda guerra però... cor sole co li raggi! Capito quale?

- Sì, sì... Robè. Tranquillo.

- Eh... lo sai che fine ha fatto tranquillo?

- No, quale?

- Aspetta che te lo faccio vede...


CArt Gallery


Sabato scorso, in quel di Via del Gesù 61, a Roma, è stata inaugurato lo spazio CArt, di Luca Rainero e Massimo Tavani, prima galleria italiana dedicata al fumetto e all'illustrazione.
E sabato, al CArt, c'erano tutti.
Sul serio, anche disegnatori che ti chiedevi da anni: ma che fine hanno fatto?
Sembrava una piccola Lucca, con Enrinque Breccia come ospite d'onore.
Ma cos'è, esattamente, il CArt?

Avete presente questa?

La stessa cosa.
Ma qui da noi e senza l'Uomo di Vetro a gestirla.
Lo spazio è bello, sobrio, elegante, senza essere inutilmente fighetto.
Le opere in vendita sono di assoluto rilievo (e le foto non rendono giustizia, ve lo assicuro).
E io gli auguro la migliore delle sorti perché uno spazio del genere, in Italia, non c'è mai stato.
Ed è bello che adesso ci sia.






Ah, QUI c'è la pagina Facebook e QUI il sito ufficiale.





19.5.12

Quella Casa nel Bosco -la recensione-


Scritto da Joss Whedon e Drew Goodard e diretto da quest'ultimo, Cabin in the Wood è quel delizioso film horror che non ti aspetti.
Intelligente, spassoso, consapevole, furbo. Scritto benissimo, sostenuto da un ottimo cast, diretto in maniera onesta e efficace da un regista alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa.
Ne parlano bene tutti e hanno tutti ragione.
E', probabilmente, una delle opere meglio realizzate dell'anno ed è anche, questo davvero, la pura espressione dello stile di Joss Whedon, mille e mille volte di più degli Avengers.
Se amate il lavoro che questo sceneggiatore e regista ha fatto per serie come Buffy the Vampire Slayer, Firefly, Angel e la semplicemente straordinaria Dr. Horrible's Sing a Blog, non potrete che amare incondizionatamente questo film e ritrovarci all'interno tutto l'approccio ironico e decostruzionista che Whedon porta avanti sin dall'inizio della sua carriera.
Io, che di Whedon sono un fan della prima ora (uno di quelli che veniva preso per il culo quando andava vaticinando che Buffy era la miglior serie di supereroi di sempre), questo film l'ho amato molto e ve lo consiglio caldamente.

Insomma, una festa?
Sì, senza dubbio.

O quasi.
Perché a me, che pure ho la colpa di aver scritto una serie come David Murphy: 911, sta cominciando a venire il sospetto che tutta questa consapevolezza, sagacia, intelligenza e voglia di smontare il giocattolo per dimostrare quanto lo amiamo e quanto la sappiamo lunga, alla fine non ci farà bene.
Tra poco, intorno a noi, non resteranno altro che giocattoli decostruiti (che è un altro modo per dire "giocattoli rotti") e allora, con cosa giocheremo?

18.5.12

Capitan Italia Vs. Manga! -prendiamola larga-


Era l'inverno tra il 1997 e il 1998.
Io avevo ventiquattro anni.
Ero in fissa con la scena romana dell'hip-hop, avevo i capelli rasati, i vestiti oversize e i Colle Der Fomento erano il mio gruppo preferito.
Facevo fumetti (nel senso: che mi pagavano per farli) da ben quattro anni e in edicola, di mio, era arrivato Dark Side e Pugno.
Ma era stato con i due numeri di Battaglia, editi dallo Star Shop di Sergio Cavallerin, che avevo iniziato a stringere amicizia con la fauna di una parte del fumetto indipendente italiano, in particolare con quelli del Troglo Studio (Diego Cajelli, Luca Bertelè, Giovanni Bufalini, Mauro Muroni e Luca Rossi), di Liska Prod (Stefano Piccoli), con Ottokin e con Walter Venturi e il suo Down Studio.
In sostanza, si cominciava a sognare la Factory mentre iniziavo la mia collaborazione sulle pagine di Skorpio, dell'Eura Editoriale, insieme a Lorenzo Bartoli.
All'epoca, sfruttavo ancora l'automobile di mio padre, quando me la prestava.
Avevo un PC fisso (su cui giocavo ad Half-Life e basta) e non possedevo un portatile.
Al cinema, in quel periodo, davano Fanteria dello Spazio. 
E io ci portai una ragazza a vederlo, al nostro primo appuntamento ufficiale.
La ragazza era Elisabetta Melaranci.
Tsunami.
Non ridete.
Ah, sì, allora come oggi e come sempre, avevo qualche serio problemino di salute.

Adesso vi chiederete: ma perché ci stai raccontando tutte queste robe di mille anni fa?
Perché concorrono tutte alla creazione del fumetto che sto per segnalarvi.
Quindi, fate come con il vostro vecchio nonno quando si mette a blaterare della sua giovinezza: fingete di ascoltarmi e lasciatemi andare avanti.

Dunque, dicevamo?
Il primo appuntamento con la Melaranci.
Che poi non era il primo.
Perché eravamo stati già insieme per tipo, due settimane, un anno e mezzo prima.
Solo che lei mi aveva scaricato, io mi ero messo con un'altra, lei ci aveva ripensato e aveva preso a molestarmi, io avevo tentennato, lei si era messo con un altro, a quel punto l'avevo molestata io, lei aveva tentennato...
E insomma, quella era la nostra prima uscita ufficiale.
Quella in cui nessuno metteva corna a nessuno. Più o meno.
Per l'occasione, avevo deciso di sfoderare un mio classico: un film di fantascienza scacciafighe e un ristorante giappo economico (l'unico a Roma, in quel periodo).
Le cose si erano complicate sin dal mattino, quando mi ero reso conto di stare male e mi ero iniziato a bombardare di antidolorifi pesantissimi.
E così avevo fatto per tutto il pomeriggio, per riuscire ad andare al cinema a vedere un film che poi, a Betta, manco sarebbe piaciuto.
E avevo continuato a farlo anche dopo, quando l'avevo portata a casa mia.
Al ristorante giapponese economico non ci ero arrivato però, perché entro sera era riuscito a procurarmi una bella emorragia interna a causa dei medicinali.
Ah, l'amore!
Adesso non fatevi venire l'ansia: non era un roba gravissima come altre che mi erano capitate (e che mi sarebbero capitate ancora in futuro), ma era abbastanza grava da giustificare un ricovero d'urgenza in ospedale.
Dove mi portò mio padre, con la sua macchina.

In ospedale vennero a trovarmi un sacco di amici.
Tra cui Walter e Tiziana.
Non ricordo se furono loro a prestarmi un vecchio Apple portatile o se fu Lollo, ma mi ritrovai con quel computer tra le mani.
E visto che Walter mi aveva chiesto se avessi voglia di realizzare con lui un numero del suo Capitan Italia, così come aveva già fatto Diego, io mi misi a scrivere.
E scrissi per tutta la notte.
Il risultato, è la storia che trovate oggi su Verticalismi, a QUESTO indirizzo.
A rileggerla, nonostante l'uso disinvolto delle virgole che facevo in quel periodo, mi diverte ancora.
E lo stile di disegno di Walter (che io avevo fortemente voluto, inondandogli casa di albi di Jason Pearson e Joe Madureira, miei disegnatori preferiti dell'epoca) mi piace tutt'ora tantissimo.
Da questa collaborazione nacque poi Lost Kidz ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.


p.s.
per la cronaca: poi io e Betta ci mettemmo insieme sul serio e ci restammo per tre anni.
Ancora oggi, quando ci ripensiamo, ci vengono i brividi e ci abbracciamo consolandoci a vicenda e promettendoci che mai, mai più, faremo sesso insieme.

17.5.12

Diablo III: recensione in corso d'opera


Dunque, due giorni fa è uscito Diablo III.
Non essendo abbastanza malato da aspettare fuori da un negozio lo scoccare della mezzanotte per avere la mia copia (non è vero: è solo che il negozio in cui lo avevo ordinato, non apriva a mezzanotte come altri), ho aspettato la mattina che il rivenditore (quel maledetto lavativo senza spina dorsale) spalancasse le mie porte e ho comprato la mia copia.
Il mio piano, a quel punto, era piuttosto semplice: correre a studio in moto, lavorare fortissimo fino alle 18, tornare a casa, pisciare il cane, istallare Diablo III, baciare la mia donna al suo ritorno a casa, preparare una cena veloce, baciare di nuovo la mia donna, sedermi davanti al computer, far partire Diablo III e non staccarmene per un paio di giorni.

Le cose, invece, sono andate così: ho comprato il gioco, sono andato a studio, mi sono sentito male, sono tornato a casa a fatica, mi sono infilato sotto le pezze e lì sono rimasto fino a questa mattina, sommerso di antidolorifici.
Questo significa che sono un poco indietro con la campagna di Diablo III.
Ho da poco superato la parte che avevo già giocato in beta e sono al livello 11 del mio Demon Hunter.
Che dire fino a questo momento?
Che le impressioni avute con la beta sono, grossomodo, confermate:
il comparto tecnico del gioco è decisamente ottimo (altro paio di maniche tutta la parte legata alla connessione ai server della Blizzard che ha dato non poche rogne a un gran numero di giocatori).
Gli asset sono, semplicemente, fuori scala, irraggiungibili per chiunque non abbia la potenza economica e il gusto artistico della Blizzard.
L'atmosfera di Diablo è perfettamente rispettata e il mondo di Santuario è cupo e disperato come non mai.
Le cinematiche sono roba da staccare la mascella.
Le meccaniche di gioco principali sono quelle di sempre, il che non è affatto un male perché io, e come me tanti altri, volevamo giocare a un nuovo capitolo di Diablo, e non a molto altro.
Lasciano più perplesse tutte le meccaniche secondarie.
L'albero delle abilità è stato reso molto più schematico e semplicistico (ma forse dipende dal fatto che il mio personaggio è ancora a un livello basso) e certe abilità mi sembrano snaturare lo stile tipico della serie (in particolare, il tiro rapido del Demon Hunter che rende il gioco molto più simile a Lara Croft and the Guardian of Light che a un capitolo di Diablo).
Interessante la casa d'aste, anche se il suo aspetto più rivoluzionario (l'utilizzo, opzionale, di denaro reale) non è ancora stato implementato.

Insomma, per il momento, lo gioco e ne sono abbastanza soddisfatto.
Ma mi aspetto sorprese.
Se non ci saranno, temo che il mio giudizio sarà meno entusiasta di quanto avrei creduto.
Restate sintonizzati, ne parleremo ancora.
Nel frattempo, godetevi le visualizzazioni che quel mostro di Duncan Fegredo ha realizzato per il gioco.







Stuck: terzo episodio


E' online il terzo episodio di Stuck, la serie web di Ivan Silvestrini.
Proseguono le vicende di David Rea, trainer emozionale.
La serie continua a confermarsi interessante anche se questo terza puntata mi è piaciuta un pelo meno delle precedenti.

15.5.12

Il cinema USA e la crisi.


Questo corto è stato girato come parte della campagna promozionale del nuovo videogioco Ubisoft, Ghost Recon: Future Soldier.
E mangia in testa, per valori produttivi, a un gran numero di lungometraggi di medio livello del cinema USA attuale. E pure a qualcuno di alto livello.
Ovviamente, è realizzato da gente di cinema, tutta con un bel curriculum alle spalle.
E chi lo nega?
Ma i soldi per farlo, vengono dai videogiochi, industria dell'intrattenimento che produce ancora ricchezza e investe capitali, realizzando opere che, a vari livelli, trascendono il solo contesto del prodotto realizzato per fare soldi.
Il cinema, specie quello USA, è ormai un'industria finita che emula la vita, dandola a bere a un pubblico distratto. In pratica: un morto che cammina.
I videogiochi, pur con tutti i limiti di un linguaggio ancora acerbo, sono un'industria che, invece, la vita pare avercela davanti, e non alle spalle.


The Amazing Spiderman: sempre peggio, sempre più in fretta.


Nessuna visione artistica.
Parker ridotto a un hipster che va in skate.
Effetti visivi osceni.
Se questo film sarà anche solo mediocre, io mi mangio il cappello.

14.5.12

[AIUTO] Un soprannome.

Abbiamo Internet.
Abbiamo il social.
Usiamoli.

La questione è semplice: vi invito a darmi una mano a trovare un soprannome/nome di battaglia per uno dei personaggi della miniserie a colori che uscirà l'anno prossimo, per la Sergio Bonelli Editore.

Le Tag degli altri sono le seguenti:

- Boyscout
- Pistolero
- Mocciosa
- Eremita

Il personaggio in questione, per il momento, ha il nome di lavorazione di Valchiria o Erinni.
Mi fanno pena entrambi.
Il personaggio è una donna.
E' forte e decisa ma anche molto femminile, ha un lato dolce e uno materno. Ma, di fondo, è durissima e inflessibile e una furia scatenata sul campo di battaglia.
Si occupa dell'armamento pesante.
Ho bisogno di un nomignolo che non stoni con gli altri e che non risulti cacofonico e impronunciabile.

Premio a chi me lo trova, eterna riconoscenza e ringraziamenti pubblici.

E, visto che ci siamo, eccovi un paio di vignette colorate in anteprima.




12.5.12

Giovanni Ticci all'Auditorium di Roma.


Dal comunicato stampa:


Lezioni di fumetto:

DOMENICA 13 MAGGIO - TEATRO STUDIO ORE 18

GIOVANNI TICCI

AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA

Biglietti 8 euro

Una festa per gli amanti del fumetto western. Domenica prossima all’Auditorium sarà presente, illustrerà e racconterà Giovanni Ticci, uno degli storici disegnatori di Tex, forse il più apprezzato interprete del personaggio. L'artista senese esordì nel 1968 su Tex con la storia "Vendetta indiana", il n. 91 della serie. Nel volgere di pochi anni è diventato uno dei più grandi disegnatori western al mondo.

QUI per maggiori informazioni.
QUI, invece, trovate i podcast di tutti gli incontri precedenti.
Ascolto consigliatissimo perché questa iniziativa è forse una delle meglio riuscite nel panorama delle proposte legate al fumetto, in Italia.

11.5.12

Andrea Longhi e i 5 Blogger ad Angouleme.

Del viaggio dei 5 Blogger ad Angouleme ne ho parlato sin troppo.
Questa qui sopra però, ve la devo mostrare per forza: è la tavola di Andrea Longhi, realizzata al suo ritorno in patria.
Ma quanto è bravo 'sto ragazzo?

Tranquilli.

Stavo facendo delle prove con la grafica e mi sono incartato.
Domani torna tutto normale.

10.5.12

The Expendables 2: cominciamo a prepararci


Alcune cose su Sylvester Stallone.

Un documentario di History Channel sullo sceneggiatore, l'attore, l'atleta, il regista, l'autore e l'artista (che ricordiamocelo, è stato candidato all'Oscar per quella che, oggi, viene ritenuta la sceneggiatura perfetta e che si studia in ogni scuola di sceneggiatura).


Altro documentario sulla serie dedicata a Rocky Balboa.

QUI un lungo pezzo mio su Taverna Paradiso in cui parlo anche parecchio di Sylvester Stallone e la maniera come era percepito prima e come viene percepito oggi.

Nasce Panini Digits


Panini Digits, piattaforma della Panini Comics per la vendita di fumetti su piattaforme digitali.
Sulla piattaforma, oltre a un mucchio di altre robe, trovate il mio (e di Matteo Cremona), David Murphy: 911 e la prima miniserie dedicata alle Cronache del Mondo Emerso di Licia Troisi, disegnata da Massimo Dall'Oglio e Gianluca Gugliotta.
Cosa dire della piattaforma?
Le sue peculiarità sono che offre la possibilità di comprare e fruire i fumetti tanto sul vostro computer (se connesso alla rete), quanto sui vostri dispositivi portatili (solo quelli Apple, per il momento) e che, rispetto ad altri prodotti analoghi, offre (in virtù della natura editoriale della Panini), un catalogo comprensivo di fumetti USA (ma non i fumetti della Marvel) e di produzioni Italiane. E' un peccato che ancora non ci siano i manga.
Per il resto, l'applicazione ha ancora qualche difetto di gioventù e, dal mio punto di vista, ha un'interfaccia che si appoggia a un modello che, forse, è già stato superato dai tempi (sostanzialmente, la struttura è la stessa dell'applicazione Aurea, per capirsi) e manca (per ora) di tutte quelle integrazioni con i social network che stanno diventando rapidamente uno standard.
Comunque, sopra ci sono anche un certo numero di fumetti gratuiti e quindi, provarla, non vi costa nulla.


9.5.12

Per quelli che mi seguono su Facebook.

Sto traghettando le amicizie del mio profilo Facebook sulla pagina ufficiale.
E' una cosa necessaria sia perché ho quasi raggiunto il limite degli amici, sia perché non mi dispiacerebbe poter tornare a usare il mio profilo FB per parlare di robe private con i miei amici "veri" (quelli con cui mi conosco di persona o con cui ho un rapporto speciale, pur conoscendoli solo attraverso il web).
Quindi, nelle prossime settimane, inizierò a "privatizzare" il mio profilo FB e, da oggi in poi, tutti gli aggiornamenti del blog verranno segnalati solo sulla pagina ufficiale (dove troveranno posto anche un sacco di altre robe, come una selezione ragionata dei miei lavori, le illustrazioni in vendita, quelle vendute e via discorrendo).
Quindi, se vi va, andate sulla pagina, mettete un bel "Mi Piace" e continuate a seguirmi in questa maniera!

Ah: QUI c'è la pagina.

Io, la Villain e il Comicon.


Presentazione degli albi che la Villain Comics ha portato al Comicon.
Il video è realizzato da Mauro Uzzeo e, sul suo blog, ne trovate anche un mucchio di altri!


Oggi esce Chronicle anche on Italia.


La mia recensione, la trovate QUI.
Mi sembrano passati mesi da quando l'ho scritta.
Ah, in effetti, SONO passati dei mesi.
Miracoli delle distribuzioni italiane.

8.5.12

Ginko si merita di più.

Estratto dal volume qui sopra, realizzato dai tipi di Factamanent.
QUI, invece, trovate un pezzo di Diego sempre estratto dallo stesso volume.
QUI, invece, se volete comprare il volume (che è davvero pieno di bella roba).


GINKO SI MERITA DI PIU’
di Roberto Recchioni

Quando, alcuni anni fa, ho avuto l’indubbio onore di potermi cimentare con la scrittura di alcune storie Diabolik, la prima cosa che ho fatto è stata quella di allestire un tavolo operatorio su cui vivisezionare, nella maniera più scientifica e razionale possibile, la creazione delle sorelle Giussani.
Lo scopo del mio intervento di chirurgia esplorativa era duplice: da una parte volevo conoscere a fondo tutti i meccanismi narrativi del personaggio, il suo linguaggio, le cose che era giusto fare e quelle che sarebbe stato meglio evitare, per poter scrivere le migliori storie possibili.
Dall’altra parte, volevo scoprire il segreto del suo successo e rubarlo per nasconderlo in uno dei miei rifugi segreti, sparsi nel mondo del fumetto, in attesa di poterlo utilizzare per i miei scopi.
Non posso essere io a stabilire se la prima parte del mio piano sia riuscita o meno. Posso solamente dire che ho cercato di fare del mio meglio e che sono abbastanza soddisfatto del risultato.
Per quello che riguarda la seconda parte, invece, posso serenamente affermare di aver fallito E la ragione di questo fallimento è presto detta: non c’è alcun segreto dietro al successo di Diabolik. Quello che c’è, piuttosto, è un’equazione piuttosto cmplessa, composta da alcuni fattori ben individuabili e circoscrivibili e da altri, più volatili e sfuggenti.
In primo luogo c’è il carattere, l’intelligenza, il gusto, l’indole e la storia personale delle sue creatrici, due donne straordinarie, in grado di pensare fuori dagli schemi e capaci non solo di mandare in edicola un protagonista cattivo (non un anti-eroe ma un cattivo vero e proprio), ma pure di dargli uno stile unico, tanto nelle storie, quanto nel linguaggio e nel formato.
Poi c’è il talento e la straordinaria competenza di gran parte dei collaboratori di cui le due sorelle si sono sapute circondare nel corso degli anni.
E c’è il momento storico in cui Diabolik è venuto alla luce, un periodo di grandi rivoluzioni culturali e sociali che, difficilmente, si ripeterà mai.
Infine, e questo è stato l’elemento più difficile non solo da individuare ma anche da accettare, c’è il fatto che Diabolik è un personaggio italiano, nato in Italia pubblicato in Italia, principalmente.
Perché per gli italiani Diabolik è un eroe e un role model, al pari di quello che James Bond è per gli inglesi. E quest, ancheo grazie al fatto che, pur essendo un ladro e, all’occorrenza, uno spietato assassino, Diabolik non ha nessuna di quelle caratteristiche respingenti che caratterizzano, per esempio il suo prodromo Fantômas o il suo epigono, Kriminal. In compenso, il re del terrore è un uomo affascinante e seducente, che vive libero, rispondendo delle sue azione solo a sé stesso, senza nessun dovere od obbligo nei confronti del sistema, ponendosi anzi, in maniera antagonista rispetto a ogni tipo di istituzione. L’assassino fantasma (uno dei molti epiteti che gli hanno assegnato) ha l’intelletto di un genio, guida un’automobile da sogno, al suo fianco c’è una donna bellissima, forte, libera e disinibita, con cui forma una coppia di fatto unita dall’amore e dal rispetto reciproco. Ma, soprattutto, è un criminale che non paga mai per i suoi crimini cosa che, a giudicare dalla nostra storia recente e meno recente, è il sogno di qualsiasi italiano. In poche parole, una parte del successo di Diabolik deriva dal fatto che come personaggio ha saputo solleticare, blandire e sublimare i desideri egoistici e edonistici di un popolo che vorrebbe vivere come lui.
Anzi, che vorrebbe essere lui.
Sotto questo aspetto, e solo sotto questo, Diabolik è un personaggio così squisitamente italiano che, se non fosse per la sua classe innata, per la sua intelligenza, per la sua rigida deontologia professionale, per il suo codice d’onore, e per la classe della donna con cui si accompagna, si potrebbe quasi fare un inquietante paragone tra il Re del Terrore e un altro personaggio, in carne e ossa questa volta, che ha fatto leva sullo stesso tipo di debolezze popolari, incontrando anche lui una straordinaria popolarità e che, guardacaso, ha avuto anche lui problemi con gli uomini di legge.
E, visto che stiamo parlando di poliziotti, parliamo dell’altra faccia della medaglia di Diabolik, la sua nemesi e il suo contraltare, quell’ispettore Ginko che è un altro di quegli elementi che hanno contribuito al successo straordinario che stiamo analizzando.
Ginko, l’essere umano fatto di carne e sangue, costretto a combattere contro un nemico che è una macchina infallibile.
Ginko, il sempre sconfitto e mai perdente (la felice definizione non è mia ma delle Giussani) ispettore di Clerville a cui nessuno penserebbe mai di togliere il caso Diabolik, nemmeno dopo cinquant’anni di infruttuose indagini, perché nonostante tutto, è l’unico che ha la forza e il coraggio di opporsi a l’assassino dai mille volti. Ginko, che Diabolik lo ha quasi portato sulla ghigliottina, un paio di volte.
Quasi.
Ginko, il promemoria vivente di valori desueti e fuori moda come la dignità, l’impegno, l’austerità, l’abnegazione, l’integrità, lo spirito di sacrificio.
Ginko, la personificazione dell’altro volto del paese, il simbolo di quell’Italia onesta che ci crede ancora e che fa la sua parte. Con fatica, magari. Fallendo, alle volte.
Ma la fa.
Ginko, un uomo senza difetti tranne uno: il suo pessimo gusto in fatto di donne. Perché se Diabolik ha voluto accanto a lui una creatura indipendente e capace di tenergli testa come Eva Kant, Ginko si è scelto l’algida duchessa Altea Vallenberg.
Aristocratica e più vicina al ceto sociale delle sorelle Giussani di qualsiasi altro personaggio da loro creato, forse proprio per questo Altea è quello da cui hanno tenuto maggiormente le distanze. Del resto Altea Vallenberg è, in maniera sin troppo evidente, il quarto lato di un triangolo perfetto costituito da Diabolik, Eva Kant e Ginko, e l’unica a non sfoggiare una “K” nel nome. La duchessa, a voler essere gentili (è pur sempre una signora), è un elemento estraneo e alieno nelle raffinate dinamiche della serie, un noioso disturbo in una altrimenti perfetta relazione di amore e odio. Certo, ammettiamolo, molti autori si sono sforzati in tutte le maniere di dargli un certo peso e una sua dignità e la nobile ha più volte salvato la vita a Ginko... ma quante volte è stato lui a dover intervenire per cavare lei dagli impicci? E quante volte il ruolo della duchessa si è limitato a quello di paziente spalla, utile solo per dare modo a Ginko di esternare le sue riflessioni?
E poi, qual è il demome a cui Altea è costretta a restare fedele? Diabolik e Eva sono agenti del chaos e hanno la necessità totalizzante di sfidare il sistema e distruggerlo, colpendolo nel suo punto debole: il capitale. Ginko è un servitore dell’ordine e, come tale, ha il dovere di fermarli. Non è una sua scelta, è un imperativo genetico del personaggio. L’ispettore non potrebbe abbandonare la sua caccia a Diabolik più di quanto Ahab potrebbe smetterla di inseguire Moby Dick. E Altea? Cosa insegue, lei? Di certo, non il sogno di una vita con Ginko, visto che è disposta a lasciarlo quando si rende conto che per lui è più importante catturare Diabolik che salvaguardare il loro rapporto. E allora, venuto meno il suo ruolo di fedele compagna, pronta a sostenere Ginko in qualsiasi momento, che parte resta da interpretare alla Duchessa di Valberg se non quello di eterna fidanzata che impedisce al suo ragazzo di andare giocare a giocare al calcetto con gli amici?
No, ne sono certo: Ginko merita di meglio e di più.

3.5.12

The Expendables 2: debut trailer


Questa volta ci sono i soldi.
Questa volta ci sono tutti (tranne il matto ma, vabbè).
Questa volta è storia.


Alcune cose che non ho capito di The Avengers.


Premesso che il film mi è piaciuto (anche se con qualche distinguo), ci sono delle cose che non sono proprio riuscito a spiegarmi.
Adesso, visto che in giro c'è un mucchio di gente pronta a giurare che il film è perfetto in ogni suo aspetto (sceneggiatura compresa), ho deciso di chiedergli consiglio.
Sono stupido io ma vi prego, datemi una risposta a queste domande.
Se ci riuscite, magari quando rivedrò il file riuscirò a godermelo ancora di più.

Non andate avanti a leggere se non avete visto il film, ci sono un mucchio di spoiler.


SCENA INIZIALE

Alla fine del film sul Dio del Tuono, nella scenetta dopo i titoli di coda, vediamo lo scienziato amico di Thor messo davanti al tesser act da Nick Fury.
Nello specchio però, vediamo Loki accanto a lui. Loki che dice qualcosa che viene ripetuto, immediatamente, dallo scienziato stesso, facendoci intendere che il Dio degli Inganni lo controlla mentalmente. Perché, all'inizio del film degli Avengers, questa cosa è ignorata e Loki prende il controllo dello scienziato in quel momento?


IL PIANO DI LOKI
Qualcuno me lo spiega?
Si fa catturare apposta? Se sì, perché?
Per scatenare Banner, facendolo diventare Hulk, in maniera da impedire al dottore di mettere a punto la macchina in grado di individuare il tesser act? Non mi sembra proprio una roba geniale visto che Hulk è l'unico essere in grado di tenere testa a lui e al suo esercito!
Per portare zizzania negli Avengers? Ma se non si sono nemmeno formati (anzi, il progetto è stato cancellato) e se lui non si fosse messo in mezzo, non si sarebbero uniti mai!
Per distruggere l'elivelivolo? Ma se hai un esercito al tuo comando!!


LA STANZA DI HULK.
Dovrebbe contenere Banner, se il dottore dovesse diventare instabile. In quel caso, tiri una leva e la stanza... cade?
Solamente? Cade e basta? Non dei laser? Non un mega frullatore?
Sono io che mi sono perso il dettaglio che il megafrullatore è spento a causa dell'attacco all'elivelivolo?
Ma, pure ammettendo che fosse così... ma perché l'agente Coulson si fa ammazzare pur di impedire a Loki di tirare la leva e far cadere Thor, chiuso nella stanza? Sul serio, sembra che se Loki tiri quella leva, succeda una tragedia. Invece Loki tira la leva, Thor cade, fa un bel botto, esce dalla stanza, riprende il martello ed è fresco come una rosa. E Coulson è morto.
Perché?


I CHITAURI
Invadono la Terra attraverso un buco nel cielo.
Un buco piccolo.
E questo dovrebbe spiegare perché mandino pochissimi mezzi pesanti e un mucchio di scemissimi droidi. Ma, visto che il loro obiettivo era il solo annientamento della razza terrestre (ricordatevi di chi sono al servizio di un essere di infinito potere che celebra la Morte, mica pizza e fighi), non potevano lanciare delle testate nucleari o delle armi simili o, al massimo, un bel gas tossico?
Hanno la tecnologia per viaggiare nello spazio ma non hanno armi di distruzione di massa?
Vabbè, del resto non hanno nemmeno dei sistemi per intercettare un singolo missile lanciato contro di loro (e badate, quelli noi terrestri ce li abbiamo dagli anni '70, eh...?).
E, a proposito di quel missile.


DISTRUGGERE MANHATTAN
I cattivi arrivano da un buco nel cielo generato da un qualche artefatto mistico che si trova a Manhattan.
Il miglior piano che viene in mente ai potenti del mondo, è lanciare una testata nucleare su Manhattan stessa, sperando di distruggere l'artefatto e chiudere il buco.
Ora... a parte che le truppe che stanno uscendo da quel buco non sembrano così tante o così devastanti (l'esercito USA, in giro per il mondo, ha fatto invasioni ben più massicce), ma anche ammettendo che, in effetti, l'invasione sia inarrestabile, prima di radere al suolo una delle città più popolose del mondo e rendere inabitabile la zona per milioni di anni, perché non provare a sparare con un caccia un paio di testate nucleari nel buco da dove vengono gli alieni?
Così, giusto per vedere cosa succede.
Magari gli alieni non hanno contromisure per fermare i missili.
Magari quei missili fanno saltare in aria la nave controllo dei droni da combattimenti che sono già scesi sulla Terra, spegnendoli tutti in un colpo solo.
E se non funziona, allora, ok, riduciamo New York in cenere.
Pare un'idea troppo scema, secondo voi?

Fatemi sapere se avete qualche risposta a questi miei dubbi che, nel caso, ne ho pure qualche altro.




Gli americani ce lo hanno più lungo.



The Avengers, dico.
La versione USA ha una ulteriore scena dopo i titoli, rispetto a quella europa.
Nella scena, vediamo i più potenti eroi della Terra mentre mangiano un piatto di shwarma, dopo la conclusione della battaglia (proprio come Tony aveva proposto).
Da noi, la scena sarà inclusa nel dvd-blu ray.

The Expendables 2: ET report


Breve speciale con parecchie sequenze inedite.

The Tony Scott Thunder Challenge: Unstoppable


Si conclude la Tony Scott Thunder Challenge.
Se non sapete cosa sia, cliccate QUI.
Se vi siete persi le precedenti sfide, cliccate QUI e QUI.
QUI, invece, trovate la recensione del poco incisivo Pelham 123, a opera di Nanni Cobretti.
Andiamo a cominciare.



Chiariamo una cosa:
Tony Scott è nato in Inghilterra e ci ha vissuto fino all'età adulta.
La sua infanzia l'ha passata in mezzo alle basi militari dove era assegnato suo padre, poi ha frequentato rinomate scuole d'arte, si è immerso (introdotto dal fratello) nella moda e nella pubblicità e, infine, è approdato al cinema USA.
Il fatto che abbia un cappellino rosso da baseball in testa, non fa di lui un americano.
Il fatto che i suoi film siano tutti ambientati negli USA, nemmeno.
La differenza sostanziale che passa tra Tony Scott e il suo più vistoso epigono, Michael Bay, è che il secondo ibrida uno stile cinematografico da videoclip (derivativo proprio del cinema di Tony Scott) con il pittore delle torte di mele, Norman Rockwell, mentre il primo pensa ai Bauhaus.
Quindi, sgomberiamo il campo dai fraintendimenti: nonostante Unstoppable sia un film che mette al centro della scena una delle più grandi passioni americane, i treni, e nonostante i suoi protagonisti siano tutti dei rocciosi esponenti della working class hero celebrata da gente come Bruce Springsteen, a Tony Scott gliene sbatte abbastanza il cazzo di fare il grande film americano.
Quello che gli interessa è poter giocare con un giocattolone di cui si è innamorato riprendendolo per la scena finale di QUESTO (dal minuto 6 e 54 in poi) e perché nello script che gli è stato presentato c'è qualcosa che ha fatto vibrare in lui qualcosa di profondo.

La trama in breve:
un treno carico di componenti chimici esplosivi e letali, fuori controllo (cose che capitano quando a gestirli ci mettete il fratello di Earl). Il treno è lanciato a folle velocità verso la città Pittsburgh. Se il mostro d'acciaio non verrà fermato o rallentato prima della stretta curva sopraelevata, giusto in prossimità di una gigantesca raffineria, sarà il disastro. A tentate di salvare la giornata, quegli inetti delle ferrovie, un pugno di impiegati con le palle (tra cui una Rosario Dawson con un look al naturale da infarto), il Chris Pinei e Denzel Washington. 
In poche parole, quelli di Pittsburgh non si scompongono nemmeno perché sanno che a vegliare su di loro ci sono il Capitano Kirk e quello che ha sempre ragione lui ®.

Adesso: lo vedete il punto?
Il treno.
Una bestia d'acciaio fatta di pura potenza e vitalità.
Un leviatano tenuto sotto controllo dall'uomo.
Lo tieni alla giusta velocità, e hai dalla tua uno formidabile strumento, utile alla collettività.
Non lo fai, e lui esce dai binari e travolge tutto quello che gli si para davanti, fino a esplodere in una palla di fuoco e fiamme, facendo una strage.

Sostituite il treno con il talento cinematografico di Tony Scott e capirete da soli che Unstoppable non è altro che una riflessione di Tony Scott su sé stesso e sul suo cinema fino a questo punto.
Quasi un autodafé, se vogliamo.
Tony sa benissimo quali sono i suoi punti deboli e i quali i suoi punti di forza.
Sa di avere dalla sua un occhio, una sensibilità e un linguaggio che sono stati in grado di lasciare un segno profondo nel mondo di fare cinema in USA (e non solo).
Ma sa pure che ha la tendenza a rischiare troppo. A sperimentare fino al punto di non ritorno.
Lo ha fatto con The Hunger (ma era giovane), con Revenge (ma voleva dimostrare di essere un autore vero) e lo ha fatto, soprattutto, con Domino (film eccessivo ed estremo nel linguaggio come nessun altro, ma pure meravigliosamente sbagliato).
Se vuole fare un grande film, Scott deve riuscire a tenere a freno la potenza scatenata della sua visione, senza reprimerla fino al punto di soffocarla (come gli è capito in robine come The Fan).
E, in quest'ottica, non è per nulla un caso che l'uomo che Tony Scott chiama per domare la potenza del treno di Unstoppable, sia proprio Denzel Washington, suo attore feticcio e interprete del film in cui, meglio che in tutti gli altri, è riuscito a trovare un equilibrio tra forma e contenuto, narrazione e sperimentazione: Man on Fire.

Unstoppable è un film apparentemente asciutto.
Scott toglie il piede dall'acceleratore in fase di post produzione, contiene il suo lavoro sul montaggio e si concentra sulle riprese e gli attori, realizzando quello che, a prima vista, appare quasi come il film più classico della sua intera filmografia.
La verità è che, andando a esaminarlo meglio, tutti gli elementi del suo cinema sono presenti: il montaggio che sconfina nel campo del subliminale, la color correction che definisce da capo l'aspetto delle cose, le immagini digitali che si sovrappongono e si stratificano sul volto (o alle spalle) degli attori, i rallenty, le accellerazione e quelle inquadrature sempre in aperta rottura con la tradizione.
C'è tutto.
Ma, a differenza che in altri casi, questi elementi sono tenuti sotto controllo e costretti a lavorare insieme in maniera armonica, (dove in Domino erano volutamente discordanti), per fare in modo che nulla possa distogliere la nostra attenzione da quel bestione di ferro e bulloni (il cinema secondo Scott) lanciato a bomba contro Pittsburgh (gli spettatori), facendoci restare con il fiato sospeso fino alla fine.
Ce la farà Tony Scott a uscirne da vincitore o deraglierà sull'ultima curva e ci crollerà addosso?
Tranquilli: alla leva del freno c'è Denzel.
L'affidabile Denzel.
Il rigoroso Denzel.
L'equilibrato Denzel. 
Il giusto Denzel.
Andremo a casa tutti felici e contenti.

Applausi.
Tony Scott è il regista più seminale degli ultimi trent'anni.


Ah, sì.
Il parere di WIM:

le mappe, il treno, i cavalli, i bambini, il pick-up, la tavola calda, la redenzione, padri di famiglia poveri in canna, cose che esplodono, ciccioni idioti, eroi WASP dal volto umano, un ferroviere zen con la coda di cavallo, un ferroviere ancora più zen senza capelli e a un passo dalla pensione. Unstoppable è il grande film americano di Tony Scott. Forse ad oggi il suo miglior film in assoluto. Me la spendo così, se poi volete un parere più compiuto lo trovate su http://www.i400calci.com/2010/11/unstoppable-spoiler-ma-anche-no/


2.5.12

La storia dei Ye Ar Kung Fu: album fotografico

acrilico, pantone, china, su cartoncino


Mick Torino e Runaway Kid, in una foto del 2009, durante la loro breve relazione.