31.7.12

Dylan Dog 311, "Il Giudizio del Corvo" - Contenuti Speciali-



Ho un mucchio di cose da dire riguardo a questa storia.
Partiamo dall'inizio.

Di solito, quando inizio un lavoro, mi faccio un piano e mi pongo degli obiettivi.
Certe volte sono obiettivi piccoli ("scriverò un albo di Diabolik non usando mai i balloon di pensiero perché nessuno deve entrare nella mente del Re del Terrore!"), certe volte sono obiettivi grandi ("John Doe sarà una maxi-serie da 99 albi in cui cercheremo di scombinare tutte le convenzioni del fumetto popolare italiano da edicola!!").
Nel caso di Dylan, quando ho iniziato a scriverlo, lo scopo era ambizioso e molteplice.

Da una parte, volevo esplorare il personaggio, analizzando da dentro il lavoro di Sclavi, per capire come e perché avesse funzionato così bene, in modo da poter replicare quanto fatto, magari rinnovandolo.
Poi volevo dire la mia non solo sul personaggio in quanto tale, ma pure su quello che il personaggio era diventato.
Infine, volevo fare il mio, riuscendo a mettere un poco di me, delle mie esperienze e del mio modo di vedere il mondo, all'interno delle storie dell'Old Boy.
Il manifesto delle mie intenzioni era abbastanza esplicito sin dalla prima storia, Fuori Tempo Massimo, apparsa sul primo Dylan Dog Color Fest.

La prima fase del mio "piano" quindi, si sarebbe composta di una serie di storie che avrebbero ripercorso i classici filoni sclaviani, interpretati secondo la mia sensibilità.
Le storie surreali, le storie in cui la gente normale mostra il suo vero lato mostruoso (appena celato da un velo di civiltà), la stigmatizzazione dei lati più deformi e mostruosi della nostra società e via discorrendo.
Ovviamente, non potevo tralasciare tutta una corrente di albi che avevo trovato sempre divertente (e un poco folle): quegli albi in cui gli autori di divertivano a riscrivere da capo un film horror esistente, inserendoci dentro la variabile Dylan Dog.

E non parlo del solito gioco delle citazioni, sia chiaro.
Quello è sempre stato presente in tutti i Dylan.
Parlo proprio di quando Sclavi e i suoi (su tutti, Chiaverotti), non si limitavano a fare uno o più rimandi a un film, ma calavano proprio Dylan all'interno di esso.
Mi riferisco a storie come Killer, o Il Buio, o il recente L'Assassino è tra noi.

Dylan contro Terminator! Dylan contro Freddy Kruger! Dylan contro gli zombie di Romero! Dylan contro Jason Voorhees!
Erano un tipo di storie che, da ragazzino, mi divertivano tantissimo e che, con Il Giudizio del Corvo, ho cercato di riproporre.

E visto che una delle più importanti saghe cinematografiche horror recenti è Saw, ho pensato che non sarebbe stato male vedere Dylan alle prese con una versione alternativa di Jigsaw, l'enigmista.
Nell'originale cinematografico, Jigsaw è un serial killer morale. Geniale, crudele, ma con uno specifico codice, una sua etica e un suo personale intento: mette alla prova le sue vittime sbattendogli davanti le loro debolezze e le loro colpe.
E lo fa con delle prove che richiedono dei sacrifici estremi per essere superate.
Se le superi, sei "redento" e diventerai una persona migliore. Altrimenti sei morto.

Per me, che volevo conoscere e mettere sotto stress il "credo" dylaniato... cosa c'era di meglio che sbatterlo tra le grinfie di una mia interpretazione di Jigsaw?

Oltretutto, questa cosa, mi avrebbe permesso di portare avanti un'idea che mi frullava in testa sin dal principio e che riguardava un problema che riguardava il livello di tensione e minaccia.

In termini semplici, tra i molti elementi che vanno a comporre la tensione di una storia horror, c'è  il rischio (molto più frequente che in altri generi) che il protagonista della storia possa morire (o impazzisca), cosa che in un prodotto seriale come Dylan non può accadere.
Dylan non può morire (o se muore, la storia è onirica) e il lettore lo sa bene. Quindi non è in tensione per la sua sorte.

Aggiungiamoci poi che Dylan, nel corso degli anni, è sempre più circondato da figure amichevoli che lo aiutano e lo assistono in tutte le maniere.
Da Bloch all'insopportabile Madame Trelkovski, passando per Lord Wells e Groucho, tutti fanno in modo che l'indagatore dell'incubo abbia una vita comoda, a riparo di ogni rischio.
Persino i quotidiani hanno smesso di essergli nemici (lo ignorano e basta, generalmente).
Con l'uscita di scena di Xabaras, poi, non c'è più nemmeno un arcinemico a gettare la sua inquietante ombra.
In sostanza, corro più rischi io quando vado in posta che Dylan quando affronta i mostri.

E' per questo che con Paola Barbato e Michele Medda, avevamo pensato di dare vita a un piccolo arco di storie che avrebbe alterato alcuni di questi equilibri (era nostra intenzione mandare a riposo Bloch per qualche tempo e sostituirlo con un ispettore di polizia decisamente ostile e, nel frattempo, cominciare a delineare la figura di un nuovo arcinemico).
Dal canto mio, avevo pure deciso di creare una mia personale gallery di malvagi da far tornare all'occorrenza e che, presto o tardi, avrebbero unito le loro forze contro Dylan.
Axel Neil sarebbe stato il maniaco con l'ascia, Mater Morbi la femme fatale, poi ci sarebbe dovuto essere un personaggio davvero squilibrato (la Matta) e Mr. Giggle, il genio del male.

Con il Giudizio del Corvo avrei introdotto Mr. Giggle e iniziato a unire i fili, facendo apparire anche Axel.
Di questa cosa non se ne è fatto più nulla perché poi, per vari motivi, io, Paola e Michele ci siamo dedicati ad altro, però mi dispiace perché sono sicuro che sarebbero uscite delle storie divertenti.

Per concludere il discorso, il resto è presto detto:

- le prove, tutte, sono pensate per mettere in evidenza una debolezza o una possibile criticità del carattere di Dylan. Anche i carboni ardenti (che qualcuno ha trovato discutibili) sono pensati con questa logica. Dylan è costretto a camminarci sopra perché, altrimenti, il Corvo riterrebbe fallita la prova (e per questo non c'è bisogno che occupino tutta la stanza) e Dylan decide di attraversarli di suo sponte, per dimostrare a Giggle che lui davvero ama ogni sua "donna del mese".

- La svolta finale dell'albo me l'ha data Federico Memola (da non crederci), con una critica che aveva fatto sul web a Fuori Tempo Massimo, a proposito della leggerezza con cui Dylan aveva trattato le vittime di Axel.

- Mr. Fantastic è un supereroe a tutti gli effetti, scemotto, ingenuo e superforte. Quando ho saputo che sarebbe stato Caluri a disegnare la storia, gli ho chiesto di modellarlo come una versione realistica e buona di Maicol, il ragazzino tremendo a cui Luna fa da babysitter, sulle pagine del Vernacoliere. Il risultato mi fa sogghignare ogni volta che lo guardo.

- Ogni volta che mi è possibile, mi piace ricordare che Dylan è un appassionato di heavy metal e hard rock. Tenendo conto che a Londra c'è un tempio di questo genere di musica, l'Hammersmith Odean, mi sembrava scandaloso che il nostro non ci fosse mai andato.

- Lo stile di scrittura di questa storia riflette il mio precetto guida per gli albi Bonelli: se il lettore non lo legge tutto in una tirata, ho fallito. E quindi, giù il piede sul pedale del gas.

- Citazioni vere e proprie (Saw a parte) ce ne sono poche (o ne ricordo poche). Gli Uccelli, nel sogno iniziale e mi pare null'altro.

- Il titolo di lavorazione dell'albo era I Veri Mostri, a sottolineare il discorso che Alex fa a Dylan (e che, per me, è il fulcro di tutta la storia: ma siamo davvero sicuri che i veri mostri siamo noi?).

E credo che, con questo, sia tutto.
L'albo lo trovate in edicola.

30.7.12

Madagascar 3: micro-recensione


Dunque, Madagascar 3 -ricercati in Europa-, in uscita in Italia il 22 agosto, è un terzo capitolo piuttosto piacevole che gioca in maniera non eccessivamente pedante con gli stereotipi europei e che sa gestirsi bene tra l'umorismo esplicito (che ha caratterizzato i film precedenti) e degli inediti toni di commedia, intelligenti e ben distribuiti. Il livello artistico e tecnico non è molto dissimile a quello dei capitoli precedenti ma, l'aggiunta della stereoscopia, in questo caso ha arricchito il prodotto complessivo.



NOTA:
il precedente invito a realizzare illustrazioni per il film da parte della Universal, è annullato per volontà della Universal stessa.
Scusate per il disguido.

27.7.12

John Doe 22: contenuti speciali in forma di appunti sparsi



Ultimo numero di JD.
Il 99.

L'idea per il finale delle avventure del ragazzo d'oro, mi è venuta parecchio tempo fa.
Ero su un prato antistante l'ospedale Gemelli. Sdraiato sull'erba a prendere il sole insieme a Werther Dell'EderaLui era un guest e io recurring character di quella struttura.
Quel giorno ero giallino. Che con il verde dell'erba ci si sposava benissimo.
Non so bene di cosa stessimo parlando ma, per qualche motivo, mi venne in mente il finale di Quei Bravi Ragazzi, con Ray Liotta ridotto a essere un signor nessuno e che si rivolgeva direttamente agli spettatori.
Ecco. Quella era la maniera in cui volevo che finisse JD
Con John, con il culo per terra, condannato a essere quello che lui non è mai stato: uno come tutti gli altri.

Ma tra il voler far fare qualcosa a John Doe e riuscire poi a fargliela fare davvero, ce ne passa.
Sembra una stronzata da dire ma quando un personaggio è stato scritto così tanto (e novemilatrecentoerotte pagine, sono tante), comincia davvero a scriversi da solo.
Perché certe cose non gliele puoi far fare a collo torto, perché c'è tutto il suo pregresso che te lo impedisce. E se lo fai lo stesso, quello che scrivi, stride e stride forte, e se ne accorgono tutti.
Quindi, John, alla fine ha trovato la sua strada per arrivare a quella conclusione.
Che somiglia a quella che avevo in mente, ma che non è quella e ha un senso del tutto diverso.

Detto questo: tutti i semi di questa quarta stagione, e di questa storia in particolare, erano già stati seminati.

Prima di tutto, c'è stato Sean Cardona, il detective privato creato da Lorenzo che, nel numero zero, investigava su di noi. E poi che, nel numero 3, investigava su John Doe, confondendo i piani tra reale e finzione.


Poi c'è stato il numero 6.
In cui m'era venuta quest'idea di voler rendere il lettore responsabile, al pari dell'autore, della narrazione. 
Renderlo parte attiva di quel patto tra chi racconta e chi ascolta e costringerlo a farsi carico anche lui della faccenda. Da passivo e senza colpe a attivo e colpevole.
Un'idea in stato embrionale, c
he poi ha trovato eco solo nel numero 21, venendo travolta da quell'onda nerdica che è stata la seconda stagione.


Poi la terza stagione.
Che ha mostrato la trama (intesa proprio come la trama di un tessuto), solo al suo ultimo episodio, insieme ai nervi, le ossa e gli organi interni della pagina a fumetti.


Poi la quarta stagione. Quella abortita dopo pochi mesi con un numero che, giocoforza, è corso dritto verso la quarta parete, schiantandocisi.


E poi la vera quarta stagione.
Quella nata dalla ceneri dell'Eurea.

John Doe, riportato in vita dai lettori, contro il volere suo e dei suoi stessi creatori.
Beffarda messa in atto, reale, di quanto ipotizzato nel numero 6.

E allora a testa bassa a cercare di conoscere qual è il limite e a fare finta di poterlo superare.


Tutto il resto è stato routine o quasi.


Shakespeare, Carmelo Bene, Yukio Mishima e Massimo Carnevale.
Conan, Star Wars, Ghostbuster e Luca Genovese.
Poi gli amici.
Poi il colpo di scena che ribalta il punto di vista, presente in ogni season finale di John Doe.
I buoni che non sono buoni, i cattivi che sono cattivi. John che frega tutti, buoni e cattivi.
E poi Lucca. Il mio mondo. I lettori. Lo stucchevole gioco delle pagine bianche.
E quel finale, che è una roba a mezza via tra Carver, David Foster Wallace e gli ultimi secondi dell'ultima puntata dei Soprano (sì, Mauro, t'ho fatto uno spoiler).
E quel finale che QUI hanno capito tanto bene e che un sacco di altri non hanno capito per niente (proprio come mi aspettavo e volevo).


La morale è che la quarta parete non può essere abbattuta.
Mai. 
E questo è quanto.



Sipario.
Applausi.

Forse.

26.7.12

Vabbè, dai... è uno scherzo.


Adesso.
Prescindiamo un momento dalla validità dell'autore.
Per me, Zograf è figlio di un fraintendimento colossale e il fatto che venga pubblicato deriva più dalla situazione contingente che dai suoi reali meriti.
Ma facciamo pure che sia un genio.

Corso di fumetto AUTOBIOGRAFICO?!
Cioè? Mi insegni a parlare di me?
Mi aiuti a capire quali sono i momenti importanti della mia vita che potrebbero interessare i lettori?
Vuoi sapere del rapporto con mia madre?
Scavi nel mio rimosso?
Mi aiuti a ravanarmi nell'intimo?

Ma che cazzarola significa una roba del genere?
Che poi, in una situazione in cui di autori che si esplorano l'ombelico (e vendono i loro libri solo ai loro amici, e manco a tutti) ce ne sono un soldo la dozzina, tu mi fai un corso per sfornarne altri?
Ma fatemi il piacere.

E mi dispiace scrivere questa cosa perché ho il massimo rispetto per quelli di Bilbolbul e per quello che fanno.
Ma questa roba è inqualificabile.

25.7.12

John Doe 22: oggi in edicola



Bene.
L'ultimo numero di JD dovrebbe ormai essere uscito in tutta Italia.
Immagino che se siate lettori della testata, dopo novantotto storie non vi perderete la novantanovesima e ultima.
Quindi, per il momento, chissene di voi.
Parliamo a quelli che John Doe non l'hanno mai letto.
C'è un motivo per cui dovreste comprare questo albo?
Potrei dirvi di sì, che la storia che ho scritto è davvero un qualcosa di particolare e che sono convinto vi divertirete un sacco a leggerla.
Ma è inutile stare a sentire l'oste quando vi dice che il suo vino è buono, quindi vi parlerò dei disegni.
Chi disegna questo numero ventidue (che è pure un numero cento)?

Prima di tutto, Luca Genovose.
Che di questa stagione di JD, è stato la colonna portante e che ha realizzato la maggior parte della storia.

Poi Massimo Carnevale.
Che finalmente si cimenta con delle tavole a fumetti di John Doe, illustrando una lunga sequenza di una bellezza straordinaria.

E poi Emiliano Mammucari, Elisabetta Barletta, Alessio Fortunato, Walter Venturi, Riccaro Burchielli, Davide Gianfelice, Matteo Cremona, Riccardo Torti, Giorgio Pontrelli, Werther Dell'Edera, Massimo Dall'Oglio, Andrea Accardi, tutti presenti con un contributo importante.

Insomma, se non vi convinco nemmeno così, allora lascio perdere.
Non avete un cuore.

24.7.12

John Doe 22: cominciamo dall'inizio.


Le copertine.
E facciamolo attraverso le parole di Davide De Cubellis.

I poster minimal gli fanno una sega a questi...

Avete presente la moda dei poster minimal che, negli ultimi due anni, è impazzata ovunque?

Questa roba (bellissima) qui, per intenderci:














Ecco, non è niente in confronto a quello che, in Polonia, hanno sempre fatto.
Qualche esempio dei loro normali manifesti cinematografici.
Quelli usciti all'epoca e esposti ai cinema, per capirsi.



 Ghostbusters

 Alien

 Il Pianeta delle Scimmie

 l'altra faccia del Pianeta delle Scimmie

 Week-End con il Morto

 Chinatown

 La Mosca

 Tutti a Hollywood con i Muppet


I Predatori dell'Arca Perduta


Mr. Crocodile Dundee

 
Aliens


All'inseguimento della Pietra Verde

Sex and the City

I Predatori dell'Arca Perduta (2)

NOTA PER I PRECISINI DELLA FUNGHIA (cit. Doc Manhattan)
La maggior parte degli arcinoti poster minimal postati sono di Olly Moss.
I poster polacchi vengono da QUI e da QUI.

23.7.12

[AREZZO WAVE] la strana messa di Giovanni Lindo Ferretti


Sveglia alle sei del mattino, dicevamo.
Per il concerto di Giovanni Lindo Ferretti.
Che non è nemmeno a Arezzo, ma fuori, a Ponte Buriano, la località che pare sia stata usata da Leonardo Da Vinci come sfondo per la sua Gioconda.
E così, ci mettiamo in macchina.
Sprezzanti del pericolo, o forse troppo assonnati e sfiniti per protestare, lasciamo che sia ancora Paolo a guidare.
Che Paolo ha un sacco di qualità, ma la guida non è tra queste.

Del viaggio non ricordo nulla.
Forse dormo.
Forse ho cancellato il ricordo per poter continuare a vivere sereno.
Comunque sia, arriviamo.
E con passo claudicante, simile a quello degli zombie, ci dirigiamo verso il parco.
C'è un vento fresco e il sole è ancora basso.
La gente arriva alla spicciolata, sbucando dal bosco tutto intorno, convergendo lentamente verso il palco.
Ci sono signori di mezz'età, vecchi e ragazzini, ci sono ragazze vestite come se dovessero andare a una colazione sull'erba e signore eque e solidali con i loro pantaloni larghi di tela grezza, ci sono vecchi rocker tutto cuoio e borchie e le immancabili figure retoriche dei punkabestia con i loro cani.
E poi ci siamo io e Mauro, Paolo e Gud, e il nostro instancabile Andrea.
E sul palco c'è un prete.
Vestito da prete.
E con i modi di un prete.
Un prete che canta.



Se l'obbedienza è dignità fortezza
 La libertà una forma di disciplina
 Assomiglia all'ingenuità la saggezza
 Ma non ora non qui no non ora non qui 
Ma non ora non qui no non ora non qui 
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai 
Tu non cantavi mai la sera non cantavi mai

Dopo Depressione Caspica, vengono suonate A Tratti, In Viaggio e Amandoti.
I nuovi arrangiamenti dei pezzi, a opera di Ezio Bonicelli e Luca A. Rossi (ex-Üstmamò), non li avevo mai sentiti e li trovo straordinari.
I PGR e la loro ricerca elettronica sembrano dimenticati ed è di nuovo il rock, nell'accezzione più varia, a farla da padrone.
Sono rapito e come me, tutti quelli attorno a me.
Ferretti si ferma, alza lo sguardo e ci fissa (fino a questo momento ha cantato praticamente a occhi chiusi, con le mani in tasca e senza sfiorare mai l'asta del microfono, come se si trovasse sul palco quasi per caso).
I suoi occhi sono quelli di sempre: ipnotici e neri, come quelli di uno squalo.
Uno squalo morto.


Sorride, Ferretti.
E  mette paura quanto quel sorriso sembri innaturale sul suo volto.


Poi parla.
E dice:
"E' più orario di andare nei campi che a un concerto..."

E il tono della voce è quello di un parroco che si rivolge ai suoi fedeli in maniera bonaria e paternalistica.
Ridono tutti, sentendosi sollevati e redenti.
Io mi irrigidisco e prendo le distanze, fisiche e mentali, dal palco.
Timeo Danaos et dona ferentes.
Ma resto ad ascoltare.


La musica ricomincia.
E' la volta di Amandoti e poi Mi Ami?
Ballano tutti come se niente fosse stato.
 Per me, che mi sono fatto indietro, il cortocircuito è tremendo. 
Non trovo relazione tra il Ferretti che canta e il Ferretti che parla. 
Mi ritraggo sempre più, mentre il concerto va avanti. 
And the radio plays, Ongii, Cupe Vampe...
Tutte eseguite splendidamente.
Poi è la volta di Annarella.


Lasciami qui 
Lasciami stare 
Lasciami così 
Non dire una parola che 
Non sia d'amore 
Per me 
Per la mia vita che 
E' tutto quello che ho 
E' tutto quello che io ho e non è ancora 
Finita 
   Finita...

E mi ricordo la prima volta che ho ascoltato queste parole.
Il senso che, per me, avevano allora, che è quasi del tutto diverso da quello che hanno oggi.


Penso al Giovanni di allora. E al Roberto di adesso.
A quello che ha passato lui.
A quello che ho passato io.
Lo scarto tra quello che era e quello che è.
Lui e lui.
Lui e me. 
Me e me.

E mi scopro a camminare di nuovo verso il palco.
Perso e ritrovato allo stesso tempo.

La fa Radio Kabul? Sì, è l'unica che ricordo con chiarezza.
Il resto non lo so.
Perché per me, Ferretti, questa mattina, sta suonando tutto.

Finisce il concerto.
Mauro vuole aspettare che Ferretti esca per stringergli la mano.
Ci riesce.
Poi ce ne andiamo a guardare lo scenario di Leonardo e torniamo verso Arezzo.
Guida ancora Paolo.
Ma io non mi preoccupo.
Non morirò di mattina.






p.s.
sul blog degli altri, trovate un mucchio di nuovi aggiornamenti, video e foto del viaggio dei 5 Blogger a Arezzo Wave. Fateci un giro che ci sono cose spassose e non solo.



Cento albi. Novantanove storie.

Nei prossimi giorni, ne parliamo parecchio.

21.7.12

Due modi di scrivere lo stesso personaggio...

Joker, nell'interpretazione data nel film Batman -The Dark Knight-, di Christopher Nolan.


Un misterioso pazzo psicopatico, nichilista, anarchico, solipsista, dotato di un grande senso scenico e di un carisma infinito.

Sullo schermo, lo vediamo uccidere solamente criminali.
Cerca di uccidere anche innocenti ma viene sempre fermato o, quando gli riesce (sei vittime), lo fa a distanza, con una bomba, oppure negli stacchi di montaggio, o fuori campo. Praticamente mai a schermo.
Lo spettatore, per tutta la durata del film, non lo vede mai uccidere chiaramente gente innocente o personaggi positivi.

Joker, nell'interpretazione data nel fumetto The Killing Joke, di Alan Moore.


Un pazzo psicopatico, nichilista, anarchico, solipsista, dotato di un grande senso scenico e di un carisma infinito.
Un poveraccio, con un triste passato, diventato quello che è diventato perché spinto dalla disperazione e trascinato da una serie di tragici eventi.

Nelle pagine del fumetto di Alan Moore lo vediamo sparare nello stomaco a Barbara Gordon (la figlia del commissario), in una delle pagine più violente della storia del fumetto americano.

Poi lo vediamo rapire Gordon stesso, conciarlo con un completo sadomaso e costringerlo a vedere degli ingrandimenti di foto di sua figlia, in terra, con il ventre squarciato mentre si contorce negli spasmi. Nuda e probabilmente abusata dal Joker stesso.



La prima interpretazione del personaggio è suadente e spinge all'emulazione (parlo di cosplayer, gente con le magliette e quanto altro, non solo di teste matte con troppe armi a disposizione).
E' figlia del marketing che ha deciso di creare un cattivo maestoso che sappia accalappiarsi una sinistra ammirazione da parte del pubblico.

La seconda interpretazione, pur mostrandoci la profondità del personaggio, e dandogli un lato umano che non può che farci provare pietà per lui, è respingente, mette paura, e non invoglia in nessuna maniera a volersi identificare con il Joker, figurarsi emularlo.


Tutte e due le interpretazioni sono degli esempi di scrittura ottimi ed esplorano magnificamente la fascinazione del male.
Ma la seconda, è figlia di una scrittura profondamente consapevole.
La prima, per niente. 


E credo di non aver altro da aggiungere sulla questione.

20.7.12

Non siamo stati noi!


E' il 1991.
Sono uscito dal cinema Royal, dove ho visto L'Ultimo Boyscout e sto cercando un tabaccaio, dove comprare un pacchetto di sigarette.
Non fumo ma sto per cominciare.
Perché Bruce Willis che fuma le sue sigarette nel film che ho appena visto, è davvero troppo figo e io, che voglio essere come lui, ho deciso di imitarlo, almeno in quel dettaglio. 
L'unico che la mia vita mi concede di emulare.

Adesso, seguitemi bene: non è che a diciassette anni io fossi un deficiente.
Capivo benissimo il danno comportato dalle sigarette e sapevo pure che iniziare a fumare per imitare un attore cinematografico, significava cadere con tutti i piedi nella trappola che Hollywood e le grandi multinazionali del tabacco portavano avanti da tempo immemore.
Eppure, comprai lo stesso quelle sigarette e cominciai a fumare e lo faccio ancora.
Ed ero sano di mente allora come sono sano di mente adesso.
Semplicemente, subisco il potere e la suggestione, che un certo tipo di personaggio-mito esercita su di me.

Ora, cosa succede se lo stesso potere viene esercitato su persone che, magari, tanto sane di mente non sono? E che vivono, oltretutto, in un contesto in cui non solo la vendita del tabacco è libera, ma pure quella delle armi? Succedono cose come quelle di Columbine, nel 1999, e di Denver, oggi.
Perché sì, noi che facciamo storie, possiamo cantarcela quanto vogliamo che non è responsabilità dei fumetti, del cinema, della musica, dei videogiochi, se qualche matto decide di imbracciare un fucile e fare una strage, ma non è del tutto vero.
Specie quando le storie o i personaggi sono particolarmente potenti ed evocativi.

Quanta gente ha iniziato a picchiarsi così, per gioco, dopo Fight Club?
Quanti gruppi estremisti hanno trovato una loro musa in Alex e i suoi Drughi?
Quanti teppisti romani si sono messi ad andare in giro con le magliette con sopra la faccia del Libanese o di Carlito Brigante o Tony Montana?
Quanti psicopatici con il trench e il fucile erano pure giocatori incalliti di videogame come Call of Duty?
Un mucchio.
E questo, badate, non significa che queste opere di finzione abbiano plagiato le menti deboli di questa gente e li abbiano spinti a commettere reati di varia natura.
Ma li hanno ispirati.
Al pari di come Mila e Shiro ha ispirato le nostre campionesse di pallavolo (e qui, nessuno di noi si è lamentato della cosa, o sbaglio?).

La verità è che le storie ispirano le persone.
E come ci prendiamo l'onore di quando lo fanno nel bene, dobbiamo prenderci pure il peso di quando lo fanno nel male.

E no, non sto dicendo che dobbiamo smetterla di creare personaggi negativi affascinanti.
Dico che dobbiamo acquisire la consapevolezza di cosa significa farlo, la capacità di farlo nella maniera migliore, e la maturità di accettarne il peso, senza stare a dire "non siamo stati noi!"

19.7.12

Domani, al Michael Kane Studio, una presentazione SEMPLICE.



Semplice è il titolo del primo libro a fumetti realizzato da Stefano Simeone e pubblicato da Tunué.
Stefano Simeone è un membro del Michael Kane Studio.
Domani, al Michael Kane Studio di via Tarquinio Prisco (civico 70), intorno alle 18, ci sarà la presentazione del libro.
Semplice, no?

Qualche dettaglio aggiuntivo.

Il Michael Kane Studio è il gruppo di lavoro composto da Gabriele Dell'Otto, Werther Dell'Edera, Giorgio Pontrelli, Antonio Fuso, Stefano Simeone e, recentemente, dal sottoscritto.
Stefano, tra tutti noi, è il più giovane, ma non non gliene facciamo una colpa. Che lui è sensibile e poi si risente.
All'inizio, per me, Stefano, era solo quello seduto in fondo allo studio che beveva troppi caffè.
In seguito, imparando a conoscerlo, ho pure imparato ad apprezzarlo.


10 MOTIVI PER CUI APPREZZO STEFANO SIMEONE

Primo: è molto più basso di me. Cosa che mi fa sentire intimamente superiore.

Secondo: ha molti meno capelli di me, nonostante abbia molti anni in meno.

Terzo: ha un umorismo che mi fa parecchio ridere.

Quarto: quando sono disperato mi aiuta a fare le scansioni.

Quinto: sa disegnare e colorare piuttosto bene, specie quando fa con le cose sue.

Sesto: non è geloso.

Settimo: scrive in maniera interessante. Non tutto è perfetto, deve ancora lavorare molto sulla struttura, e certe volte ha dei "momenti hipster" che mi farebbero venire voglia di mettergli i fiammiferi tra le dita dei piedi... ma il suo esordio come autore unico è assolutamente rilevante.

Ottavo: ha un talento naturale per Angry Birds.


Nono: non mi rompe quando voglio sentire la mia musica.

Decimo: vediamo... forse... oppure...

Oh, Stefano, ci ho provato. Accontentati.

Comunque, QUI trovate tutto quello che c'è da sapere sul libro (e c'è pure un'intervista a Stefano).
Per quello che riguarda noi, invece, l'invito è per venerdì (domani, 20 luglio), al nostro studio (Via Tarquinio Prisco 70, Roma), dalle 18 in poi.
Ci saremo tutti (Gabriele no, che è in vacanza), insieme a un mucchio di altri disegnatori e amici.
E poi ci sarà Stefano, che farà omaggio di un disegno, una battuta scema e di una riflessione sensibile, a tutti quelli che compreranno il volume.

Insomma... che c'avete da fare domani?

18.7.12

[AREZZO WAVE] Le sette del mattino non sono orario per il rock...



Sono le sei del mattino.
Ripeto: le sei del mattino.
La sveglia del suona.
La ignoro fino a quando non desiste, capendo che i suoi sforzi sono vani.
Non c'è ragione al mondo per cui mi debba svegliare a quest'ora.

Poi squilla anche il telefono.
Lo ignoro secondo la stessa logica: sono le sei del mattino. Chiunque mi chiami a quest'ora, deve bruciare tra le fiamme dell'inferno.

Poi mi chiama Mauro.
Nel senso che mi scuote, costringendomi ad aprire gli occhi.
Che cazzo ci fa Mauro a casa mia?


Ah, non è casa mia.
E' una stanza d'albergo.
Fuori dalla finestra, la Toscana.


Sono ad Arezzo Wave.
E' il secondo giorno di permanenza.
E questo spiega cosa ci faccia Mauro nella mia camera d'albergo, che è pure la sua.
Resta il mistero dell'orario.

Perché le sei del mattino?
Dal mio cervello annebbiato, spunta un'informazione poco attendibile:
perché devo andare a sentire un concerto alle sette.

Ma non può essere.
Perché non c'è cantante o gruppo che ami al punto da giustificare uno sbattito tale.
E, di sicuro, nessun cantante o gruppo che amo, sarebbe mai abbastanza lucido per suonare a un'orario del genere.

Le sette del mattino non è orario per il rock.
Al massimo, va bene per una messa.
Una messa...



E di colpo capisco.
Sto andando a un concerto di Giovanni Lindo Ferretti.


BREVI CENNI STORICI SUL MIO RAPPORTO CON L'ARTISTA GIOVANNI LINDO FERRETTI

Ho trentotto anni.
Questo significa che, per me, i C.S.I. (e prima, i CCCP), sono un gruppo importante.
Li ho sentiti spesso dal vivo.
Li ho sentiti in momenti importanti della mia vita.
Li ho sentiti in un'età formativa in cui essere antagonisti è più un dovere che un diritto.
Ma questa è tutta roba emotiva che riguarda solo me.
Cercando di essere più obiettivo, ritengo che la collaborazione tra Ferretti e Zamboni, abbia dato vita alle due migliori (e più significative e rilevanti) band che l'Italia abbia mai saputo esprimere in tutta la sua intera storia, le uniche degne di stare al pari (e, in certi casi, sopra) ai grandi gruppi stranieri.
.
CCCP e C.S.I. facevano roba viscerale e disperata come i Nirvana, brutale, diretta e onesta come sarebbe dovuto essere il punk inglese (e purtroppo, è stato raramente), politica come certa roba delle violentissime band della scena hardcore losangelina e, nello stesso tempo, spirituale e profonda, come il miglior cantautorato italiano.


Tanto nero e rosso.
In fondo, una luce.


L'unica cosa che ho sempre digerito male di questi due gruppi (e che, ancora oggi, mi spiego poco) era la loro avversione per i batteristi.  Ma questo, come si suol dire, è un problema mio perché il suono non è che ne risentisse in nessuna maniera.

L'abbandono di Zamboni (e quindi la perdita di tutta la corrente più prettamente rock nelle composizioni, in favore dell'elettronica), mi ha fatto disinteressare ai PGR, la nuova band di Ferretti, sciolta comunque rapidamente.

Le sue esternazioni religiose, artistiche e politiche, successive al cancro alla pleura, hanno fatto il resto.
In poche parole: è da parecchio che non lo seguivo più e, se non ci fosse stata l'occasione di questo Arezzo Wave, non avrei ricominciato a farlo.
E, ve lo dico subito, mi sarei perso qualcosa.


Continua...

17.7.12

E da buon ultimo, ve lo segnalo pure io: Dirty Laundry

Uno pseudo-corto fan made, voluto da Thomas Jane per dire la sua a proposito di una certa questione.



Fantastico.
Il prossimo film, lo voglio così.

Asso: una tavola a colori


Tavola tratta da volume: ASSO
Frontespizio della seconda parte della storia Meifumado.
Acrilico e china su cartone.

[5 blogger] Arezzo Wave: partiamo dalla fine.

Arezzo Wave si è conclusa e le cifre di partecipazione del pubblico sono state diffuse? Come è andata? Pare benino. Quarantamila presenze, distribuite nei quattro giorni della manifestazione, che hanno affollato i vari stage. Numeri di molto inferiori a quelli degli Arezzo Wave degli anni d'oro ma interessanti se valutati nell'ottica di una manifestazione che più che continuare da dove si era interrotta, ricomincia da capo.
E di questi tempi, con queste amministrazioni, e con l'attenzione che la politica da alla cultura, non è facile.
Ma per niente.

 Per quello che riguarda noi Cinque Blogger, poco e molto da dire. Jonny Baldini e tutti i ragazzi dell'organizzazione sono stati gentilissimi e molto disponibili. Abbiamo partecipato a due incontri, abbastanza popolati e abbiamo avuto modo di ascoltare buona musica (in particolare, i due stage mattutini di Edda e di Giovanni Lindo Ferretti) e sentire testimonianze importanti (come quella di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano). E insieme, come sempre, ci siamo divertiti un mucchio. A breve (tipo, questa sera), posterò il resoconto dell'esperienza che mi ha colpito di più.
Nel frattempo, potete andare QUI dove potrete leggere il resoconto a fumetti della nostra partecipazione fatto da Gud, oppure QUI, dove Andrea sta postando i suoi splendi disegni realizzati durante la manifestazione, o QUI, dove Paolo ha già postato la prima parte del suo report, piena di foto, video e aneddoti.


 Per quello che riguarda noi, ci leggiamo dopo.

14.7.12

On the road again.

Sette del mattino.
Il sonno mi attanaglia.
Se mi vedesse Ripley, non mi farebbe salire sulla Nostromo.

Mi lavo i denti e mi accendo una sigaretta.
Non so bene in quale ordine.

Caffè al ghiaccio.

Metto l'indispensabile in borsa.

Fortuna che la mia borsa ha i superpoteri.

Saluto la mia donna.

Saluto il mio cane radioattivo.

Saluto il mio gatto.

Saluto Kermit la Rana.

In ascensore.

In strada.
Il sole è appena sorto. Giuro.

Incontro Ottokin e Gud.
Paolo si è sbarbato. Non lo riconosco. Gud è malato.

Insieme aspettiamo l'Uzzeo. Anche lui è malato.

E partiamo alla volta di Arezzo, dove ci riuniremo con Andrea Longhi.




I cinque blogger sono di nuovo in viaggio.
Questo è il sito della manifestazione e questo il programma.
Se ci siete, venite a sentirci parlare di cose che non conosciamo.
Se non ci siete, seguiteci su blog e social network vari!